• ANNO 2017
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08 aprile 2017

Oggetto: Attacco USA alla Siria in data odierna

La coralità con cui numerosi personaggi politici e i mass media statunitensi ed europei stanno accusando il governo siriano di aver usato armi chimiche contro civili inermi rende evidente l’adozione della menzogna quale strumento politico. Dati i precedenti ci si trova dinanzi ad un evidente false flag (l’esercito siriano non possiede armi chimiche in quanto completamente distrutte nel 2016 sotto la sovrintendenza dell’OPAC). Siamo da lungo tempo giunti alla dittatura della menzogna, al totalitarismo della menzogna, una dittatura che - come molte altre in questi ultimi anni - si presta esclusivamente alla logica della guerra. Le stesse menzogne che hanno reso possibile la guerra in Iraq, in Afghanistan e nei paesi funestati dalle cosiddette “rivoluzioni colorate”, eventi tutti che sottostanno alla medesima regia.

Il pretesto dei “gas nervini” comparve già nel 2013, quando gli USA accusarono il governo siriano di aver “superato la linea rossa” invocando l’intervento armato con l’appoggio della comunità internazionale. Allora fu la proposta congiunta del presidente russo Putin e di Assad, di porre sotto controllo ONU le riserve di armi chimiche, a disinnescare l’imminente attacco. Le inchieste della Commissione ONU per la violazione dei diritti umani dimostrarono che ad usare il Sarin furono i terroristi anti-governativi.

Per questo, la ripetizione delle identiche menzogne, con le stesse accuse lanciate senza prove, la stessa finta e corale indignazione mediatica internazionale, suscitano sdegno. Le falsità ripetute senza vergogna, senza la minima preoccupazione di essere smentiti dai fatti evidenti suggeriscono che i molteplici attori siano parte di unico progetto dove tutto è concertato, inclusi i delitti senza scrupoli e le stragi degli innocenti, anche a rischio di un conflitto termonucleare globale. Resta una sola domanda: quanto potrà durare la pace?

L’unica via percorribile, in una logica di verità è... “il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: - come disse Aleksandr Solgenicyn - che non domini per opera nostra”.

 

 

22 marzo 2017

Oggetto: In merito alla cosiddetta “scuola di Bologna”

In questi ultimi anni si assiste ad un continuo aggravamento della situazione ecclesiale, sia nella comunità italiana, sia all’estero. Chiunque osi ribadire le verità di fede che la Chiesa ha sempre annunciato, finisce nel mirino dei mass media laici e - in alcuni casi - perfino religiosi. Fioccano proteste e altre iniziative provocatorie contro chiunque affermi la centralità della dottrina nell’appartenenza alla Chiesa.

Ultimamente si assiste, ad esempio, a continue e impunite esternazioni imbarazzanti contro i cardinali che hanno firmato i Dubia sul documento pontificio Amoris Laetitia, anche ad opera di persone ritenute vicine al Papa. È il caso presentato nei giorni scorsi da alcuni vaticanisti che hanno pubblicato alcuni stralci degli interventi del vescovo mons. Bruno Forte e dello storico della Chiesa Alberto Melloni, lo scorso 9 marzo 2017 a Roma, in occasione di una conferenza. Se mons. Forte ha indicato i seminatori di dubbi quale causa di «insicurezze e divisioni tra i cattolici e non solo», il Melloni ha puntato sulla derisione dei suddetti cardinali con battute ridicole e niente affatto umoristiche. Non meno gravi le affermazioni del 25 febbraio u. s. di don Vinicio Albanesi, fondatore della comunità di Capodarco, ricevuto in udienza con la sua comunità. Desta meraviglia che si possano criticare pubblicamente dei cardinali davanti al Papa, senza che ciò susciti alcuna reazione.

Se ai legittimi Dubia non arrivano risposte in compenso arrivano insulti a chi li ha formulati, accuse di disobbedienza e di ostilità nei confronti del Papa.

Quanto a disordine e confusione ecclesiale la cosiddetta “scuola di Bologna” ha sempre avuto serie responsabilità, soprattutto per quanto concerne una visione falsata del Concilio Vaticano II, responsabilità condivise dal suo principale rappresentante, Alberto Melloni. Occorre chiarire che il Melloni oggi “papista” è il medesimo firmatario di un documento di aperta contestazione contro Giovanni Paolo II.

Nell’anno 1989 teologi e intellettuali di sinistra, non potendo sopportare un’interpretazione del Concilio Vaticano II che non andasse nel senso di una rottura con la Chiesa precedente e della fondazione di una nuova Chiesa, contestarono duramente il Pontefice. Dopo un durissimo testo del teologo moralista Bernard Haring che criticava il Papa in materia di morale sessuale, nel gennaio 1989 esce la cosiddetta “Dichiarazione di Colonia”, un attacco frontale firmato da 162 teologi di lingua tedesca. La medesima iniziativa venne poi replicata in Olanda, Spagna, Francia, Belgio e in altri paesi. In maggio seguí la cosiddetta “Lettera ai cristiani” di 63 teologi italiani, che non si riconoscevano nel Magistero di Giovanni Paolo II. Alberto Melloni comparve tra i firmatari insieme ai suoi soci della “scuola di Bologna”, con il fondatore, Giuseppe Alberigo, in testa. Non mancarono il responsabile della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, e il vescovo mons. Franco Giulio Brambilla. Stranamente molti di costoro sono fra gli attuali “papisti”, censori e fustigatori di quanti ricordano giustamente che esiste solo la Chiesa di Cristo, una, cattolica e apostolica.

È la prova che le posizioni di costoro non hanno nulla a che vedere con l’amore per la Chiesa e con l’unità intorno al Papa ma solo con un’ideologia che vuole distruggere l’autentica Tradizione della Chiesa insieme al suo Magistero. È ora che la Chiesa condanni definitivamente queste “cattive scuole”, liberando l’orizzonte ecclesiale da un pensiero che da tempo si è rivelato ampiamente nefasto.

 

 

 

 

 

• ANNO 2016
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31 maggio 2016

Oggetto: Circa l’apostolato fra gli ebrei

Pochi giorni fa il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha tenuto una conferenza a Cambridge, nel Regno Unito, dove avrebbe affermato che il dovere di evangelizzare vige nei confronti di tutti i non cristiani, musulmani inclusi, ad eccezione degli ebrei; ciò perché i cristiani riconoscerebbero il patto stipulato da Dio con il popolo ebraico, cosa che non si può applicare all’Islam. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi avrebbe considerato tale affermazione una manipolazione delle parole del cardinal Koch, mettendo in rilievo come alcuni titoli di giornale non corrispondessero al contenuto.

Di fronte a queste ed altre affermazioni prive di senso alcuno occorre ribadire che tutti i documenti del Magistero dedicati alla missione mai parlano di esclusione di qualcuno o di gruppi particolari dall’evangelizzazione. Il decreto conciliare Ad Gentes (1965) sostiene che: «La ragione dell’attività missionaria discende dalla volontà di Dio, il quale “vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Vi è infatti un solo Dio, ed un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesú Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm 2,4-6), “e non esiste in nessun altro salvezza” (At 4,12). È dunque necessario che tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il battesimo» (AG, n. 7).

La realtà odierna, anche in certe frange del mondo ecclesiale, è quella delineata dalla Redemptoris Missio, la quale spiega chiaramente la radice profonda di quei pronunciamenti contrari alla fede cattolica: «La mentalità indifferentista, largamente diffusa, purtroppo, anche tra cristiani, spesso radicata in visioni teologiche non corrette e improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che “una religione vale l’altra”» (RM, n. 36). È dunque evidente che alla luce del Magistero autentico della Chiesa qualunque pronunciamento contrario, circa la liceità dell'evangelizzazione presso il popolo ebraico, per quanto autorevole appaia, non è valido, né può essere recepito in alcun modo.

 

 

09 giugno 2016

Oggetto: Sui cosiddetti “reati di opinione”

Con il via libera ieri da parte della Camera dei deputati d’ora in poi rischia la reclusione da 2 a 6 anni chi incita all’odio razziale che si fonda “in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra”. Plaude la comunità ebraica che parla di giornata memorabile, mentre tra gli intellettuali resta il timore che il provvedimento possa compromettere la discussione sulla verità storica. Con tali norme l’Italia si allinea senza criterio ad altri paesi europei dove sono già in vigore norme liberticide che hanno posto in essere l’abominio giuridico del “reato di opinione”. I reati di opinione sono una aberrazione gravissima in una democrazia degna di definirsi tale.

Il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna ha affermato che: «...con il via libera al DDL sul negazionismo che introduce una aggravante di pena per chiunque si renda responsabile di propaganda all’odio e di negazionismo della Shoah l’Italia scrive infatti una pagina storica della sua recente vicenda parlamentare e dota il legislatore di un nuovo fondamentale strumento nella lotta ai professionisti della menzogna tutelando al tempo stesso, con chiarezza, principi irrinunciabili quali la libertà di opinione e di ricerca».

Giancarlo Cerrelli, consigliere centrale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, ha chiarito che il negazionismo vada sí contrastato ma con la ricerca storica e scientifica, non con gli strumenti legali. Il fatto che un’opinione diventi reato è un’aggravante innestata sulla legge Mancino-Reale, che diventa oltremodo pericolosa. Il rischio è che anche la diffusione di idee buone e vere, un domani possa essere punita. Una legge di questo tipo potrebbe essere innanzitutto il presupposto di altre leggi. Si assiste oggi ad una sorta di “pedagogia di Stato” che presume indicarci ciò che dobbiamo pensare e ciò che non dobbiamo pensare, pena il carcere. Quanto all’antisemitismo vi sono già leggi in vigore che puniscono adeguatamente il reato.

Sulla stessa legge Mancino-Reale è stata innestata la legge anti-omofobia, che è stata approvata dalla Camera e che è ancora in Senato, legge gravissima anche per il fatto che impone di pensare alle unioni omosessuali, al matrimonio omosessuale, all’adozione omosessuale in un certo modo, pena il carcere.

È inaccettabile, per uno Stato di diritto, che qualcuno possa essere perseguito penalmente per il solo fatto di aver espresso le proprie opinioni, la propria posizione politica, ideologica, religiosa, per quanto poco condivisibile essa possa apparire o per quanto possa contrastare con gli stessi princípi costituzionali. I reati d’opinione sono sempre il parto di un’ideologia autoritaria. Abrogarli non significa, ovviamente, smettere di lottare contro le forme di discriminazione razziale o di giustificazione del genocidio nazista o di altri crimini contro l’umanità, tuttavia se in questa vicenda odierna c’è un crimine certo questo è proprio la negazione della libertà di opinione.

Il progetto di legge che punisce, oltre a chi nega la Shoah, anche coloro che negano altri “genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, ha una matrice evidentemente illiberale, poiché inventa un reato di opinione, mette alla gogna l’analisi storica, la reputa passibile di punizione, crea un pensiero unico o una “verità storica di Stato”, come l’hanno definita alcuni studiosi, che inibisce il dibattito democratico e propone un’interpretazione univoca su fatti del passato spesso controversi.

Un’opinione non può mai comportare una sanzione penale o la messa fuori legge dei libri che la sostengono. Oltre a questo, bandendo dalla circolazione i libri negazionisti, si ripristinerebbe quell’odiosa pratica censoria che è propria dei totalitarismi e dei regimi illiberali. Il pericolo inoltre è che simili iniziative si ritorcano contro gli stessi ebrei, rendendo “martiri della libertà e del pensiero” studiosi e personaggi che - se colpevoli - meriterebbero come condanna il silenzio delle accademie, l’indifferenza del mondo della cultura e il mancato acquisto dei loro libri.

Piú in generale la prospettiva è che si generi quella che Adorno e Horkheimer avrebbero definito “dialettica dell’Illuminismo”: proprio l’eccesso della retorica dei diritti finisce per determinare esiti illiberali, che negano i diritti stessi.

 

 

23 maggio 2016

Oggetto: Decesso del radicale Marco Pannella

In occasione del decesso del leader radicale è stata registrata una serie di sconcertanti valutazioni anche da parte di alte gerarchie ecclesiastiche. In esse appare una certa confusione tra la pietà religiosa, dovuta ad ogni defunto, e il giudizio su quanto da esso realizzato in vita. Ciò che in questi giorni è stato detto e scritto da alcuni laici ed ecclesiastici circa l’attività politica e sociale di Marco Pannella è oggettivamente uno scandalo, che ripugna alla coscienza di ogni cristiano e di ogni uomo di buona volontà. Inaccettabili i commenti di alcuni vescovi e perfino esponenti vaticani che hanno affermato che il leader radicale... «lascia una bella eredità dal punto di vista umano e spirituale per la franchezza dei rapporti, la libertà d’espressione e soprattutto per la dedizione totalmente disinteressata alle cause nobili... non cercava il proprio interesse ma era attento ai problemi delle persone piú deboli». Contraccezione, divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia, droghe libere, sperimentazione sugli embrioni e altro ancora possono essere definite cause nobili o non forse gravissimi attentati alla vita e alla dignità umana?

La distruzione della famiglia e il disprezzo della vita umana, soprattutto nascente, perseguiti tenacemente per sessanta anni, dimostrano la volontà di sovvertire ogni ordine morale ed etico e sono concause dell’attuale crisi morale, sociale ed economica nella quale versiamo. A quanti affermano che il leader politico si sia battuto anche per la situazione critica esistente delle carceri italiane, per alcune minoranze religiose perseguitate e per la fame nel mondo occorre replicare che in ultima analisi quelle del Partito Radicale sono state sempre e solo denunce, al fine di reclamare l’intervento dello Stato o della comunità internazionale. In molti paesi i cristiani hanno affrontato e affrontano il martirio per testimoniare il Vangelo e difendere la dignità dell’uomo con gesti e iniziative dirette e concrete e non solo con campagne politiche. Questa vicenda pone in evidenza una volta di piú che occorre valutare con molta cautela i pronunciamenti personali, specie se estemporanei, anche di esponenti ecclesiastici, su fatti di grande rilievo mediatico e politico, soprattutto se legati a tematiche di profondo interesse morale ed etico. Fatto salvo il dovere del suffragio, dovuto a tutti, appare doveroso prendere le opportune distanze da tutte le valutazioni inopportune espresse sul leader politico in questione. Il netto e inequivocabile distacco, in questo caso, è un atto doveroso anche nei confronti di tutte quelle persone, la maggioranza, che esigono chiarezza e trasparenza, soprattutto in materie così gravi come quelle della fede e della morale.

 

 

 

 

 

• ANNO 2015
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16 novembre 2015

Oggetto: Attentati terroristici a Parigi

Nuovo inesprimibile sdegno e profondo senso di stanchezza alla notizia degli attentati verificatisi a Parigi il 14 novembre 2015. Stanchezza per il ripetersi di delitti sempre piú controversi e sempre piú efferati, a spese d’innumerevoli vite innocenti. Sdegno di fronte alle responsabilità di tanti paesi occidentali che lungi dal combattere risolutamente l’estremismo islamico lo strumentalizzano a fini politici; fini ben noti a quegli stessi vertici che si rincorrono oggi nei mass media con discorsi tanto superficiali e velleitari, quanto privi di reale contenuto. Di fronte a tanta bassezza, a tanto orrore morale, a tanti governi coinvolti in giochi sporchi con formazioni criminali sempre piú prive di scrupoli, mai realmente delegittimate e proscritte, come non pensare ad una diffusa e trasversale intesa criminale?

Le false “guerre al terrorismo”, le menzognere “esportazioni di democrazia”, piú volte proclamate sulla base di prove false, in questi ultimi anni hanno provocato decine di milioni di morti fra Iraq, Afghanistan, Pakistan, Georgia, Libia, Ucraina e Siria, senza aver portato ad alcun risultato politico costruttivo e meno che mai alla pace e alla stabilità di popoli e nazioni. Si tratta d’imposture che ne mascherano altre, quelle delle alleanze tra i paesi occidentali e i patrocinatori finanziari dell’odierno ordine mondiale. Frattanto migliaia e migliaia di cristiani orientali vengono perseguitati e uccisi in modo disumano nel piú totale disinteresse della comunità internazionale. I principi di umanità e del diritto internazionale esigerebbero che l’intera classe politica ed economica coinvolta in questi conflitti sia portata dinanzi ad un tribunale penale internazionale e giudicata con la massima severità per i peggiori crimini commessi in questo scorcio di secolo; crimini che ogni giorno di più avvicinano il genere umano ad un nuovo conflitto su scala globale.

L'ISIS è il primo movimento terrorista a controllare un vasto territorio comprendente vari milioni di abitanti. Un territorio illegalmente amministrato che dispone d’introiti immensi, di un notevole equipaggiamento bellico, anche pesante e sofisticato, gestito da militari professionisti. Chi ha creato questo abominio che mantiene intatta, ancora oggi, dopo cosí tanti crimini, la libertà di commercio? Dove sono le sanzioni internazionali, cosí prontamente e ipocritamente applicate invece alla Federazione Russa? Perché numerosi paesi occidentali, USA e Turchia in testa, sono piú interessati alla destituzione del legittimo governo siriano che a fermare per sempre questo ignobile Daesh? Per queste ragioni si deve prendere atto che l’unica forza responsabile e credibile nella regione medio-orientale oggi sia rappresentata dalla Russia di Vladimir Putin, non a caso osteggiata dai media occidentali e recentemente aggredita da una serie d’infami attentati.

Occorre respingere con estrema decisione il meschino baratto proposto piú volte da tante forze politiche fra la restrizione delle libertà individuali e una maggior sicurezza che si rivelerebbe poi del tutto illusoria. Per combattere il crimine politico non servono leggi speciali, sono sufficienti quelle ordinarie a patto che le istituzioni preposte funzionino nel rispetto dei principi costituzionali e del diritto internazionale: servizi d’intelligence, organi di polizia giudiziaria e magistratura in primo luogo. Purtroppo spesso è dato di osservare una classe dirigente, sostenuta da intere lobbies culturali ed economiche, che neutralizzano le difese italiane ed europee con norme e interpretazioni permissive e criminogene, con sentenze giudiziarie che introducono le “attenuanti culturali” per giustificare i reati commessi da extracomunitari, perfino quando questi dichiarano pubblicamente di non volersi integrare nella stessa nazione che li ha benevolmente accolti. La legittimazione anche solo parziale della sharia islamica nei tribunali inglesi e tedeschi costituisce un esempio evidente di questo tradimento della legalità e della suprema civiltà giuridica europea.

Davanti a tanti crimini e a tanta consapevole connivenza si avvicina il limite oltre il quale diventerà inevitabile l’impiego dello strumento militare non solo per combattere un’invasione sempre piú prepotente del territorio nazionale ed europeo, ma anche per espellere quanti vi si sono introdotti illegalmente e tutelare così l’ordine sociale. I Paesi europei sembrano destinati a scoprire in modo drammatico quanto la cura sia piú dolorosa di qualsiasi saggia prevenzione; una politica mai attuata da alcun governo, in nome di un "buonismo" privo di qualsiasi fondamento morale e razionale. Combattere il terrorismo politico, il revanscismo islamista e i suoi numerosi complici occidentali, che mettono a rischio la libertà e la dignità di tutti è un dovere, ed è una guerra che può essere combattuta solo con un agire sempre piú rigoroso e coerente con le radici originarie della storia e della civiltà europea.

 

 

6 novembre 2015

Oggetto: Lancio di due libri relativi alle finanze Vaticane

L’operazione di lancio dei due libri di Gianluigi Nuzzi (Via Crucis) ed Emiliano Fittipaldi (Avarizia) relativi alle finanze in Vaticano, sostenuta dal mediocre “cartello” della stampa italiana, oltre che una grave menzogna si rivela una bassa operazione mediatica caratterizzata da singolare ipocrisia. È sufficiente mettere in rilievo la tempistica, la successione degli eventi provocati, e la loro coordinazione, per intuire una concorde operazione a piú mani. L’immagine che con essa si intende veicolare - come altre spregevoli operazioni già viste - sarebbe quella di una Chiesa corrotta, legata ai dogmi e al passato, contro cui combatterebbe quale solitario e incompreso protagonista papa Bergoglio, unico fautore delle vere riforme. Significativo al riguardo quanto affermato in data 5 novembre u. s. da S. E. il cardinal Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, a margine del convegno «Un nuovo umanesimo» organizzato dalla parrocchia dell’Ospedale Giannina Gaslini di Genova in occasione dei 20 anni dell’enciclica “Evangelium Vitae” di papa Giovanni Paolo II: «Non ho alcuna preoccupazione circa l’eventuale intenzione, che se esiste è diabolica, di dare l’idea di una divisione, di una distanza del Papa rispetto al resto della Chiesa, ai suoi collaboratori e ai corpi episcopali... Francesco, - ha ribadito il Cardinale - non è assolutamente solo, è circondato e sostenuto cordialmente, affettuosamente, lealmente da tutti i vescovi. Per questo non ho nessuna preoccupazione circa questa immagine di divisione che si vuole accreditare presso l’opinione pubblica per creare ulteriore disorientamento... È una grande amarezza per il dolore che sicuramente ha recato e reca al Santo Padre e per il cattivo esempio, lo scandalo, posto che tutto quanto sia vero, documentato e documentabile». Le parole del Cardinal Bagnasco smentiscono nettamente anche quelle a dir poco intempestive di monsignor Nunzio Galantino, che pochi giorni prima aveva dichiarato: «Sicuramente a qualcuno sta facendo paura il processo di rinnovamento che papa Francesco sta portando avanti».

Nei libri in oggetto, il capitolo riguardante il cardinal Pell è forse il piú delicato. Il Portavoce della Segreteria per l’Economia, guidata dal Cardinale, parla di “affermazioni false e ingannevoli” e precisa che nel 2014 le spese sono state inferiori a quanto previsto in bilancio e che per il 2015 la Segreteria è l’unico dipartimento vaticano ad aver presentato un bilancio ridotto rispetto all’anno precedente. Oltre a questo, le valutazioni sul bilancio della Segreteria per l’Economia erano contenute in un comunicato diffuso nei primi mesi del 2015, ma di questo nei libri in oggetto non v’è alcuna traccia: un’assenza a dir poco sospetta.

Forse piú ancora della menzogna è insopportabile l’ipocrisia: tanti, per esempio, hanno manifestato stupore per l’arresto della Chaouqui e per la sua disinvoltura nel far circolare notizie, anche false, cosa invece ben nota da tempo. Nessuno, a parte il giornalista Sandro Magister, ha avuto il coraggio di chiedere pubblicamente come mai una persona accompagnata da tale fama fosse stata assegnata ad un ufficio cosí delicato della Santa Sede. A dire il vero non è la prima volta che il noto vaticanista muove tali documentati rilievi alle nomine di papa Bergoglio. Rilievi puntualmente ignorati e puntualmente dimostratisi veri. E non è ipocrisia quella di chi scrive libri in cui si fa finta di scandalizzarsi delle spese della Curia vaticana, sapendo di poterne cosí ricavare cospicui guadagni? Ancor peggiore è l’ipocrisia di chi usa un finto scandalo (le notizie riportate nei libri erano in gran parte già note) per ricavarne vantaggi in un periodo conflittuale che ha come oggetto non l’economia ma la natura e la missione stessa della Chiesa.

Tutto ciò non toglie che l’uso disinvolto del denaro e la mancanza di trasparenza - benché già noti - costituiscano sempre uno scandalo, anche se si deve riconoscere che già da anni è in atto un processo di rinnovamento e trasparenza iniziato con Papa Benedetto XVI. Il vero scandalo tuttavia sarebbe una Chiesa che decidesse di cambiare il depositum fidei, ossia ciò che Cristo ha annunciato e gli apostoli hanno tramandato, cosa mai accaduta neppure in epoche ben piú difficili. Questo è proprio ciò che alcune lobbies stanno tentando di fare, approfittando - e anche fomentando - polveroni sul nulla come quelli fin qui visti.

 

 

3 novembre 2015

Oggetto: Arresto in Vaticano di alcuni membri della Commissione referente sulle attività economiche della Santa Sede

L’arresto in Vaticano di monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e della sig.ra Francesca Immacolata Chaouqui, accusati di aver passato ad alcuni giornalisti documenti riservati riguardanti le finanze vaticane, è fonte di nuovo dispiacere e disagio. Ancora una volta, persone chiamate a servire il Papa, hanno tradito la sua fiducia pur essendo state scelte direttamente dalla sua persona. Non è un danno per il solo Vaticano ma una ferita inferta a tutta la Chiesa, a chiunque ne abbia a cuore la sua dignità e la sua missione apostolica. Non c’è nulla che giustifichi tali azioni, anche se qualcuno pensasse di fare in tal modo il bene del Papa o della Chiesa. Da piú parti la stampa nazionale e internazionale ha rilevato che sulla sig.ra Chaouqui le obiezioni si sprecassero già all’epoca della sua nomina, nell’estate 2013, ma il Papa procedette ugualmente alle designazioni. Nota per essere la fonte di alcuni scoop del quotidiano Repubblica e anche di interviste anonime, poco prima del conclave che elesse papa Bergoglio, la Chaouqui vantava la sua amicizia con giornalisti come Gianluigi Nuzzi, oltre che risultare tra le fonti di alcuni siti Web scandalistici ostili alla Chiesa.

Ciò detto, ci sono alcuni fatti che vale la pena mettere in rilievo. Alcune testate giornalistiche hanno criticato la modalità delle nomine, anche quelle episcopali, spesso usata in questo pontificato. È vero che l’iter ordinario per le nomine potrebbe risultare lungo e farraginoso, ma è altrettanto vero che le scelte fatte sulla base di intuizioni o di segnalazioni informali, al di fuori di severi e documentati processi di selezione, comportano altrettanti rischi, se non peggiori. È proprio il caso della sig.ra Chaouqui, nominata a sorpresa nella commissione incaricata di studiare la riforma del sistema economico-finanziario della Santa Sede e già impiegata nella Ernst & Young, società di consulenza e revisione contabile ingaggiata nello stesso anno (2013) dalla Santa Sede.

Quanto sta avvenendo in questi giorni semina confusione e spesso gli unici a soffrirne sono proprio coloro che desiderano chiarezza e verità. Anche le interpretazioni mediatiche di casi come questo sono non di rado tendenziose e motivate da interessi ben diversi da quelli del vero bene della Chiesa.

 

 

27 ottobre 2015

Oggetto: Amnesty International

L’organizzazione Amnesty International, fondata da due cattolici, l’irlandese Sean MacBride e l’avvocato inglese Peter Benenson, ebreo, convertito alla fede cattolica nel 1958, da tempo non appare piú fedele allo spirito dei suoi fondatori. Essi crearono l’associazione allo scopo di combattere i crimini perpetrati dalle dittature comuniste in tutto il mondo. Cosí gli esponenti di Amnesty International denunciarono coraggiosamente torture, genocidi e oppressioni di ogni genere, vincendo spesso significative battaglie umanitarie. Purtroppo Amnesty, con il passare del tempo, è scivolata sempre piú su questioni politiche come i “diritti delle donne”, la “salute riproduttiva” e sui programmi sempre piú eterodossi dell’ONU e di altre agenzie non governative, non di rado ostili ai principi del Vangelo e al magistero della Chiesa. Nel 2007 Amnesty si è schierata apertamente a favore dell’aborto e nel 2013 ne ha chiesto la depenalizzazione in Irlanda. Oggi Amnesty International appoggia i presunti “diritti Lgbt”, giungendo a chiedere la depenalizzazione della prostituzione, purché esercitata da maggiorenni (un limite variabile a seconda dei Paesi). Per Amnesty la deriva sempre piú spinta nel politicamente corretto non pare avere piú limiti, ciò che impone di sottoporre ad un severo spirito critico tutte le sue iniziative. Per queste ragioni la Chiesa Cattolica, fin dal 2007, si è dissociata, avvertendo i fedeli che non è piú opportuno offrire appoggi e contributi incondizionati.

 

 

27 ottobre 2015

Oggetto: Circa le conclusioni del Sinodo 2015

Molteplici e discordi le reazioni a Sinodo concluso. Una parte della stampa, specie quella laica italiana, ha tentato di appoggiare una lettura falsa e progressista dei lavori sinodali; un’altra parte della stampa, specie all’estero, ne ha tratto conclusioni ben diverse e decisamente più schiette. Il 23 ottobre scorso, sul sito del Washington Post, è apparso un articolo dal titolo: “Il Sinodo è stato una farsa. I leader cattolici fedeli (alla dottrina) dovrebbero abbandonare l’aula sinodale. La Chiesa sta facendo una svolta pericolosa verso l’eresia nelle sue posizioni sul divorzio e l’omosessualità” (The synod has been a sham. Faithful Catholic leaders should walk out. The church is making a dangerous turn toward heresy in its positions on divorce and homosexuality). Un editoriale del 18 ottobre, nel sito del New York Times, è stato pubblicato con il titolo: “Il complotto per cambiare il cattolicesimo” (The Plot to Change Catholicism). Durissime le affermazioni dell’editorialista: “...in questo momento il primo cospiratore è il papa stesso. Lo scopo di Francesco è semplice: egli favorisce la proposta dei cardinali liberal... un cambiamento di dottrina” (And right now the chief plotter is the pope himself. Francis’s purpose is simple: He favors the proposal, put forward by the church’s liberal cardinals, that would allow divorced and remarried Catholics to receive communion without having their first marriage declared null). Stupisce che la stampa laica tragga simili conclusioni e si inoltri su affermazioni di tale portata, quasi a voler difendere non le tesi dei progressisti, come accade spesso, ma l’essenza della dottrina cattolica.

Il cardinale Raymond Leo Burke, patrono dei Cavalieri di Malta, ed ex Prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica, il 26 ottobre scorso ha inviato al National Catholic Register alcune considerazioni sulla relazione finale del Sinodo, di indubbio interesse (Final Report Lacks Clarity on Indissolubility of Marriage), di seguito tradotte:

«L’intero documento richiede uno studio attento, per capire esattamente quale suggerimento si stia offrendo al Santo Padre, in accordo con la natura del Sinodo, “nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica” (can. 342). La sezione intitolata “Discernimento e integrazione” (paragrafi 84-86), è comunque di immediata preoccupazione, a motivo della mancanza di chiarezza in una importante questione di fede: l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, che la fede e la ragione insegnano a tutti gli uomini.

Prima di tutto, il termine “integrazione”, è un termine mondano, teologicamente ambiguo. Non vedo come possa essere “la chiave dell’accompagnamento pastorale di coloro che vivono in unioni matrimoniali irregolari”. La chiave interpretativa della loro cura pastorale dev’essere la comunione fondata sulla verità del matrimonio in Cristo, che dev’essere onorato e messo in pratica, anche se uno dei due coniugi è stato abbandonato attraverso il peccato dell’altro. La grazia del Sacramento del Matrimonio rafforza il coniuge abbandonato per vivere fedelmente il vincolo matrimoniale, continuando a cercare la salvezza del coniuge che ha abbandonato l’unione matrimoniale. Ho conosciuto dalla mia infanzia e continuo ad incontrare fedeli cattolici il cui matrimonio è stato in qualche modo interrotto, ma che, credendo nella grazia del Sacramento, continuano a vivere nella fedeltà al loro matrimonio. Essi guardano alla Chiesa per un accompagnamento che li aiuti a restare fedeli alla verità della Chiesa nella loro vita.

In secondo luogo, la citazione dal n. 84 di Familiaris Consortio è fuorviante. All’epoca del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia del 1980, come nel corso della storia della Chiesa, ci sono sempre state pressioni per accettare il divorzio, a causa delle situazioni dolorose di coloro che vivono in situazioni irregolari, cioè di coloro la cui vita non è in accordo con la verità di Cristo sul matrimonio, verità che egli ha proclamato nei Vangeli (Mt 19, 3-12; Mc 10, 2-12). Mentre nel n. 84 il Papa San Giovanni Paolo II riconosce le differenti situazioni di coloro che vivono in unioni irregolari e spinge i pastori e l’intera comunità ad aiutarli come veri fratelli e sorelle in Cristo in virtú del Battesimo, cosí conclude: “la Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. Quindi spiega la ragione di questa prassi: “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”. Il Papa fa notare correttamente che una prassi differente indurrebbe i fedeli “in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio”.

In terzo luogo, la citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1735) sull’imputabilità dev’essere interpretato nel senso della libertà che “rende l’uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari” (CCC, n. 1734). L’esclusione dai sacramenti di coloro che vivono in situazioni irregolari non costituisce un giudizio circa la loro responsabilità per la rottura del vincolo matrimoniale, al quale sono legati. È piuttosto il riconoscimento oggettivo di questo legame. La Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 giugno 2000, che pure viene citata, è in totale accordo con l’insegnamento e la prassi costante della Chiesa a riguardo, citando il n. 84 di Familiaris Consortio. Questa Dichiarazione chiarifica la finalità del colloquio con un sacerdote in foro interno, che è, secondo le parole del Papa San Giovanni Paolo II, “una forma di vita non piú in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio” (Familiaris Consortio, n. 84). La disciplina della Chiesa provvede ad una continua assistenza pastorale per coloro che vivono in unioni irregolari e che “per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione” cosí che possano vivere in piena continenza, nella fedeltà alla verità di Cristo (Familiaris Consortio, n. 84)».

 

 

19 ottobre 2015

Oggetto: In merito alla proclamata profanazione dell’Eucaristia e a presunti complotti nei lavori sinodali

Avrebbe suscitato "molta commozione" - a detta dei mass-media - la profanazione dell’Eucaristia compiuta da un ragazzo che, ricevuta l’ostia consacrata, l’avrebbe spezzata a metà consegnandola in parte al padre divorziato e risposato. Ammesso che la notizia sia vera, stupisce alquanto che essa sia stata portata ad esempio da uno dei padri sinodali. Nessun giornale naturalmente riporta il dolore che avrà afflitto la maggioranza dei suddetti padri dinanzi ad un gesto che offende il Santissimo Corpo e Sangue del Signore. Il fatto che un bambino (non adeguatamente preparato e probabilmente condizionato da qualche adulto) lo abbia fatto non costituisce certo un episodio da portare quale esempio. Sicuramente ai piú è sfuggito il fatto che non solo i divorziati risposati, ma qualsiasi fedele che non si sia prima accostato al sacramento della Confessione, può ricevere l’Eucarestia. Tutti i fedeli sono nelle medesime condizioni e a tutti sono richieste le medesime disposizioni prima di ricevere la Comunione. Nessuno escluso.

Perciò lungi dal celebrare l’episodio, descritto come “molto commovente”, lo si dovrebbe considerare solo un doloroso equivoco. È inaccettabile che si sia menzionato in un Sinodo sulla famiglia un tale fatto tanto da riportarlo in una conferenza stampa, sí da “orientare emotivamente” l’opinione pubblica a favore delle tesi eterodosse di alcuni esponenti del clero. È un fatto che suscita sdegno e riporta alla memoria le parole di S. S. Benedetto XVI: «Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del Suo Corpo e del Suo Sangue, è certamente il piú grande dolore del Redentore». Di fronte a questo e ad altri gesti mediatici sorge il dubbio che il Sinodo che Papa Benedetto XVI aveva convocato per difendere la famiglia, sia diventato un luogo di esaltazione dei divorziati risposati. Il cardinal Timothy Dolan, arcivescovo di New York, ha affermato che nel Sinodo c’è accoglienza per tutti tranne che per le famiglie normali che cercano - spesso eroicamente - di vivere alla luce degli insegnamenti del Vangelo (cosí come sono assenti coloro che - dopo la separazione - vivono in castità in obbedienza al Signore, anch’essi con vero eroismo). Se in tutta questa vicenda appare una cospirazione è certamente quella contro la famiglia, non certo quella dei numerosi cardinali e vescovi che difendono e riaffermano la fede cattolica.

 

 

19 ottobre 2015

Oggetto: Circa l'intervento di monsignor Tomasz Peta, arcivescovo di Astana, in Kazakistan, al Sinodo sulla famiglia

Si è rivelato di particolare vigore l’intervento di S. E. monsignor Tomasz Peta, arcivescovo di Astana, circa le tensioni emerse nell’assemblea sinodale:

«Il Beato Paolo VI disse nel 1972: ‘Da qualche fessura, il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio’. Sono convinto che queste parole del santo pontefice, l’autore dell’Humanae vitae, furono profetiche. Durante il Sinodo dello scorso anno, ‘il fumo di Satana’ stava cercando di entrare nell’aula di Paolo VI». Il Presule ha elencato tre questioni che affliggono il Sinodo, compromettendone le dinamiche interne, e dalle quali egli ritiene di dover mettere in guardia l’intera assise:

«1) La proposta di ammettere alla sacra Comunione chi è divorziato e vive in una nuova unione civile;

2) L’affermazione che la convivenza è un’unione che può avere in se stessa alcuni valori;

3) La perorazione dell’omosessualità come qualcosa che è presumibilmente normale».

Occorre rammentare che proprio questi tre punti erano stati respinti dall’assemblea sinodale, nel 2014, ma sono stato reinseriti da Papa Bergoglio nell’Instrumentum laboris del Sinodo.

Monsignor Tomasz Peta ha evidenziato il fatto che si è ricominciato «a portare avanti idee che contraddicono la Tradizione bimillenaria della Chiesa, radicata nel Verbo eterno di Dio» e «purtroppo, si può ancora percepire l’odore di questo ‘fumo infernale’ in alcuni passi dell’Instrumentum laboris e anche negli interventi di alcuni padri al Sinodo di quest’anno». L’arcivescovo kazako ha concluso: «...il compito principale di un Sinodo consiste nella indicazione del matrimonio e della famiglia secondo il Vangelo e l’insegnamento del nostro Salvatore. A nessuno è consentito distruggerne il fondamento».

 

 

19 ottobre 2015

Oggetto: Sulle affermazioni pubbliche di mons. Krzysztof Charamsa, ex officiale della CDF

Destano profondo dispiacere le affermazioni pubbliche di mons. Krzysztof Charamsa, ex officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, in merito alla sua situazione personale, in aperto contrasto con la morale cristiana, il magistero e la disciplina ecclesiastica. Il comportamento in questione appare ancora più grave se si considera la totale mancanza di sensibilità umana e pastorale nei confronti di tutte quelle persone che soffrono e lottano, anche coraggiosamente, per condurre una vita cristiana esemplare nonostante le proprie problematiche umane e affettive. A tali persone va senza alcun dubbio tutto l'incoraggiamento e la stima possibile, non altrettanto può dirsi del gesto del sopra citato prelato che, pur conoscendo pienamente i propri doveri, ha mancato così gravemente - e pubblicamente - ai suoi obblighi di fedeltà, lealtà e sincerità nei confronti di tutta la comunità ecclesiale. Tale esternazione inoltre appare quanto mai sospetta, sia circa i modi, sia quanto alla tempistica, considerata la prossimità del Sinodo sulla famiglia. Tutto ciò impone una netta presa di posizione e una totale riprovazione delle affermazioni della persona in oggetto; affermazioni che non meritano di essere approvate o anche solo accolte a nessun titolo.

Per tali ragioni non appare accettabile neppure il commento apparso sul quotidiano della CEI, Avvenire, del 3 ottobre 2015, a firma di Don Mauro Cozzoli, Ordinario di Teologia Morale nella Pontificia Università Laretanense: «Ciò che stupisce nell’intervista non è la dichiarazione di omosessualità del soggetto, ma il carattere rivendicativo della stessa, elevata a bandiera della causa omosessuale. In fondo, non è un problema un prete omosessuale. Vi sono, conosco anzi, dei preti omosessuali che non hanno bisogno (come tanti omosessuali peraltro) di esibire la propria omosessualità, perché serenamente riconciliati con essa. Preti che vivono con libertà la propria verginità. Questo per dire appunto che il problema non è l’omosessualità». Infatti, stando alla Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica, del 4 novembre 2005, circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri: “[...] la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay” (§ 2).

Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la tendenza omosessuale in sé come “oggettivamente disordinata”: come può dunque l'omosessualità non essere un problema, tanto più in un ministro ordinato? Il portavoce della Santa Sede ha dichiarato che «Monsignor Charamsa non potrà continuare a svolgere i compiti precedenti presso la Congregazione per la dottrina della fede e le università pontificie, mentre gli altri aspetti della sua situazione sono di competenza del suo Ordinario diocesano... La scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia del sinodo appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l'assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica». Pare evidente che esistano gruppi di potere - anche all'interno della Chiesa - che tentano di minarne la credibilità riducendone la portata sul mondo e sulla storia; facendo apparire la fede come una forma di ipocrisia che oscura l'umanità e che, per esistere, ha bisogno di essere aggiornata, ossia ridotta, svuotata, come inutile orpello, e non più messaggera di Cristo e del suo Vangelo. Il fondo di questa storia, tuttavia, è ancora più doloroso. Il vero dramma del sig. Krzysztof Charamsa, infatti, non è quello di essere omosessuale, ma di portare l'attacco al cristianesimo laddove lo aveva portato intenzionalmente lo "scandalo pedofilia" e i suoi gestori politico-mediatici, ossia al sacerdozio cattolico.

 

 

05 febbraio 2015

Oggetto: In merito all'intervento del Cardinal Lorenzo Baldisseri alla conferenza internazionale, organizzata dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, dal 22 al 24 gennaio 2015, circa il prossimo Sinodo (ottobre 2015)

Alla conferenza internazionale, organizzata dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, dal 22 al 24 gennaio 2015 è intervenuto il Cardinal Lorenzo Baldisseri, organizzatore del prossimo Sinodo sulla Famiglia (ottobre 2015). La conferenza mirava a fornire l’opportunità a numerosi gruppi di laici di assistere il Pontificio Consiglio per la Famiglia nel fornire suggerimenti per il Sinodo.

In tale occasione il Cardinale avrebbe difeso il diritto del Card. Walter Kasper di asserire che... “i divorziati ricongiuntisi in unioni non riconosciute dalla Chiesa dovrebbero avere il permesso di ricevere la Santa Comunione”. Inoltre egli avrebbe comunicato ai partecipanti alla suddetta conferenza che... “non dovremmo essere “scioccati” dai teologi che contraddicono l’insegnamento della Chiesa” sostenendo che... “i dogmi possono evolvere” e che... “sarebbe inutile tenere un Sinodo semplicemente per ripetere quello che è sempre stato sostenuto”. Oltre alle affermazioni di cui sopra, già gravi, egli avrebbe suggerito che, “per il semplice fatto di esser stato posto 2.000 anni fa, non significa che un paradigma non possa esser messo in discussione”.

A tali inaccettabili asserzioni occorre replicare con il massimo rigore che l’insegnamento della Chiesa circa l’indissolubilità del matrimonio è fondato sulle parole di Gesú Cristo; parole che, al di là della distanza temporale, per i credenti, e perfino per moltissimi non cattolici, costituiscono l’immutabile volontà di Dio.

Tali posizioni, del tutto estranee al sensus fidelium, oltretutto distraggono dal denunciare mali gravissimi come l’aborto, l’eutanasia e gli attacchi ai diritti genitoriali, questioni chiave omesse dalla relazione finale sul Sinodo. Una Relatio in cui si notano anche troppe proposizioni assolutamente non condivisibili. In essa risaltano asserzioni come:

«Nell’approfondire la terza parte della Relatio Synodi, è importante lasciarsi guidare dalla svolta pastorale che il Sinodo Straordinario ha iniziato a delineare, radicandosi nel Vaticano II e nel magistero di Papa Francesco»,

oppure:

«È necessario far di tutto perché non si ricominci da zero, ma si assuma il cammino già fatto nel Sinodo Straordinario come punto di partenza».

Con tali proposizioni sembra che si intenda attribuire ad un semplice Sinodo, ancora neppur concluso, un valore di “punto di partenza” a dir poco spropositato. Le fonti di partenza magisteriali sono, come ampiamente noto, ben altre che quelle di un Sinodo. Il Magistero della Chiesa inoltre non si radica sic et simpliciter nel Vaticano II o nel magistero dell’ultimo Pontefice ma nell'intero depositum fidei. Tali premesse sono inammissibili e meritano di essere censurate con particolare severità.

Il punto su cui il Sinodo si è in parte arenato è il contrasto tra chi pretende di dissociare la dottrina dalla prassi cristiana e chi, come il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Gerhard Ludwig Müller (e la maggior parte degli altri Pastori), ribadisce che... «non c’è la verità senza la vita e non c’è vita senza verità» (cfr. GERHARD LUDWIG MÜLLER, Discorso alla Radio Vaticana, 2 dicembre 2014).

 

 

04 febbraio 2015

Oggetto: Sulla elezione del nuovo Presidente della Repubblica Italiana

Il 31 gennaio 2015 l’on. Sergio Mattarella diviene il XII Presidente della Repubblica italiana. La sua elezione - voluta da un Parlamento che egli stesso, insieme ai suoi colleghi della Corte Costituzionale, ha dichiarato essere stato eletto con una legge incostituzionale - segna l’epilogo di un “cattolicesimo” cosiddetto “democratico” o “di sinistra” di cui egli è un esponente di rilievo. Un “cattolicesimo” descritto da Antonio Gramsci con parole eloquenti: «Il cattolicesimo democratico fa’ ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida [...]. I popolari stanno ai socialisti come Kerensky a Lenin» (cfr. GRAMSCI A., I popolari, in “L’ordine nuovo. 1919-1920", Einaudi, Torino 1954, 286). Esso raccoglie l’eredità della parte peggiore della Democrazia cristiana, quella cosiddetta “cattocomunista”, gravemente colpevole non solo di aver portato una sinistra sempre piú radicale al potere, ma soprattutto di aver pesantemente contribuito al processo di scristianizzazione dell’Italia.

Con questa elezione si affina un processo di vanificazione della presenza dei cattolici nella vita pubblica del Paese, che paradossalmente va di pari passo con l’affermarsi, ai piú alti livelli, di personalità di matrice indifferente, quando non apertamente ostile, alle nostre radici culturali cristiane; un processo già ampiamente favorito dal predecessore, Giorgio Napolitano, caratterizzato oltretutto da una prassi etica e politica tutt'altro che equa ed imparziale. Il messaggio di insediamento con cui il nuovo Presidente ha dato inizio al proprio mandato è stato sintomatico, soprattutto nell’approccio alle questioni etiche. Da una parte l’auspicio di un maggior sostegno alla famiglia, definita «risorsa della società»; dall’altra, la declinazione del concetto di libertà... «come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva», che appare come un’apertura alle coppie di fatto e ad altre forme di famiglia diverse da quella naturale; locuzione immediatamente colta, infatti, dai promotori dei disegni di legge sulle unioni civili e sul divorzio breve, attualmente all’esame del Parlamento, come un autorevole incoraggiamento alle loro iniziative.

Il nuovo Capo dello Stato ha indicato quelli che saranno i due punti chiave del suo settennato: la difesa dell’unità nazionale e della Costituzione italiana; la coltivazione dell’ideale europeista, nella speranza che l’Unione si consolidi anche sul piano strettamente politico, e non solo monetario; un obiettivo di ben difficile realizzazione, specie per la debolezza sistemica della leadership italiana. Il timore è che anche in questo caso, come per i suoi numerosi predecessori cosiddetti “cattolici”, la prassi politica finisca con il prevalere sui principi non negoziabili della morale e dell’etica. Il futuro prossimo chiarirà inequivocabilmente questi e numerosi altri interrogativi.

 

 

02 febbraio 2015

Oggetto: Notizie infondate circa il ministero dei Cappellani Militari

In questi ultimi mesi, piú volte, sono apparse sulla stampa e in alcuni programmi televisivi scandalistici alcune notizie parziali e tendenziose in merito al ministero dei Cappellani Militari. Nei casi suddetti un secolo di storia (a dir poco) è stato liquidato in poche battute sulla base di considerazioni approssimative e superficiali. Battute spesso false e fuorvianti, volte ad ingannare l’opinione pubblica sulla reale posizione e sul ministero dei Cappellani Militari, dipinti quali detentori di privilegi da una demagogia populista che critica gradi e trattamento economico come indebiti, pur ignorando totalmente sia la carriera formativa, sia quella professionale del singolo individuo. Inqualificabili il silenzio e l'inerzia dei vertici politici.

Come sottolineato dal I Sinodo dell’Ordinariato Militare il servizio specifico del Cappellano Militare presenta le seguenti caratteristiche: «stato di sacerdote cattolico e complesso dei diritti-doveri inerenti al grado di cappellano militare; assimilazione di rango ai diversi gradi militari; incompatibilità di qualsiasi occupazione o attività che esuli dai compiti di cappellano militare in servizio permanente; presenza continua e condivisione della vita dei militari; esigenza di frequente mobilità» (I Sinodo della Chiesa Ordinariato Militare in Italia, n. 482).

Rinunciare alla condizione militare equivale a precludere in maniera significativa e determinante un’efficace azione pastorale all’interno delle FF. AA., questo sia in patria, sia a maggior ragione all’estero, nelle zone di guerra. Arreca particolare dolore poi sapere che dietro tali notizie, non di rado, si nascondono forze politiche, appoggiate anche da singole personalità ecclesiastiche, che hanno fatto dell’ostilità alle istituzioni cattoliche, a tutti i livelli, la loro missione.

La Chiesa militare ha offerto tanti splendidi esempi di eroismo e di santità che il mondo intero ammira: Papa Roncalli, Don Gnocchi, Padre Brevi, Monsignor Facibeni e tanti altri ancora. È piú che mai essenziale oggi camminare dietro il loro esempio, senza cedere in alcun punto, né quanto alla fedeltà al Vangelo e al Magistero della Chiesa, né quanto alla fedeltà alla condizione di militari e di servitori dello Stato, a dispetto di quelle forze che hanno spesso dimostrato di voler dissolvere il tessuto sociale e culturale del nostro Paese.

 

 

12 gennaio 2015

Oggetto: In merito all'attentato terroristico in Francia e alla satira anti-religiosa

Il controverso attentato posto in atto da alcuni terroristi islamici presso la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a Parigi, induce ad esprimere alcune doverose considerazioni. Il terrorismo, di qualunque matrice esso sia, va sempre fermamente condannato. L’azione terroristica, per sua natura, è una forma di violenza nei confronti di persone innocenti e pertanto radicalmente ripugnante. Le idee e le motivazioni di chi le compie non potranno mai costituire una giustificazione valida. L'attentato nella sua dinamica contraddice le più elementari regole di intelligence e, per alcuni elementi, è assimilabile ad altri eventi tragici e maldestri già visti in questi ultimi anni.

Qualunque sia la sua matrice la condanna non può che essere decisa e senza appello; condanna ancor più grave qualora si tratti di un attentato false flag, una tipologia di crimini pianificati da organizzazioni governative spregiudicate, già visti in numerose altre occasioni in questi ultimi anni.

Assodato quanto sopra non è possibile tuttavia aderire allo slogan che in questi giorni è stato adoperato nelle piazze e sui mass-media: Je suis Charlie. Difendere la libertà di espressione è doveroso ma è altrettanto doveroso prendere le distanze dall’ideologia di “Charlie”, ossia l’ideologia della denigrazione e dello svuotamento contenutistico della libertà di critica. Il pensiero critico è importante ma non può prescindere dalle regole della morale e dell’etica. Il giornale Charlie Hebdo, in passato, ha piú volte manifestato un’ideologia dissacratoria di ogni senso, con pesantissime aggressioni anche contro la fede cattolica. Aggressioni che sono oltraggio, sacrilegio, offesa dei sentimenti piú profondi di interi popoli ed evocazione del loro lato piú oscuro e finanche omicida, come questa triste vicenda mostra molto chiaramente.

La satira senza l’intelligenza scade nella volgarità, diviene fanatismo dissimulato: non c'è piú l’intento di ridere del mondo ma di rovesciarlo per dominarlo, distruggendo e delegittimando radicalmente gli avversari. La satira di Charlie Hebdo non era piú neppure umoristica, era uno strumento politico che non aggrediva solo l’idea ma chi ne era portatore, la sua intimità, i suoi pensieri piú profondi, i suoi convincimenti piú sacri, le sue passioni piú alte. Non a caso essa mirava di proposito alle immagini piú sante e venerabili per l’uomo e in un impeto iconoclasta le profanava nel modo piú volgare con sadica esaltazione. È al sacro che Charlie Hebdo mirava, in nome del “niente è sacro”, tutto per loro poteva e doveva essere profanato, andando a toccare le corde piú profonde dell’uomo. Purtroppo si può uccidere anche con le parole, anche con la carta stampata e non solo moralmente. La libertà non può prescindere dalla verità e dalla giustizia e i diritti non possono prescindere dai doveri. La libertà di espressione non può mai scadere nel “diritto all’offesa”, anche solo verbale. Non è possibile difendere una libertà anarchica e nichilista. La satira è un linguaggio da sempre presente, fin dall’antichità, e può essere compresa solo da chi sa che l’integralismo è figlio della paura dell’altro o di un narcisismo sterile e aggressivo: una satira corretta sdrammatizza e offre un sorriso liberatorio a tutti.

Oggi, in Francia e anche in Italia, la libertà di espressione e di parola viene paradossalmente negata a chi difende in pubblico la famiglia nata dall’unione tra uomo e donna ed esprime pacificamente la propria convinzione che non sia giusto il riconoscimento delle coppie omosessuali e la loro pretesa di filiazione tramite la fecondazione eterologa. La società francese che oggi, giustamente, difende la libertà di espressione, deve fare fino in fondo i conti con il suo concetto di libertà. Ma non è solo la Francia, oggi, è l’intera Europa a volere la desacralizzazione della famiglia, equiparandovi qualsiasi stravaganza, dando il diritto a definirsi come tale a qualsiasi agglomerato umano. Un’Europa che separa uomini da donne e genitori da figli e che diventa l’Europa delle solitudini, lasciando il singolo dinanzi al vuoto, senza piú legami, solo, davanti ad un'astrazione smisurata e grigia che toglie il respiro e disorienta: un anonimo governo transnazionale privo di valori e di identità.

Quell’immigrazione islamica che oggi ci pone dinanzi a numerosi e gravi interrogativi è stata voluta e appoggiata dai poteri forti europei come alleato e agente della secolarizzazione, che ha come prima tappa l’obnubilamento di ogni reminiscenza cristiana nel nostro continente e la sua riduzione a laboratorio multietnico e multireligioso fine a se stesso. Un’immigrazione tuttavia che non solo non potrà essere ingenuamente strumentalizzata ma che alla fine chiederà conto all’intera Europa della sua inconsistenza etica, sociale e politica. Se la nostra società vuole contrastare tutto ciò non può fondarsi semplicemente su un concetto astratto e ideologico di libertà di espressione. Un concetto vuoto e puramente critico non è in grado di sostenere una vita pensata e vissuta insieme. L’Europa deve riprendere seriamente la sua identità annebbiata da un secolarismo e da un relativismo che la corrodono e la indeboliscono dal di dentro. L’Europa, che fu patria dei diritti umani, non può non farsi carico dell’educare ad una integrazione che liberi da rigidità integraliste ed esiga rispetto per il patrimonio dei suoi popoli: è la persona umana ultimamente, con i suoi doveri e i suoi diritti che deve essere al centro dell’attenzione culturale, sociale, politica e religiosa. Esso è un patrimonio che postula una risposta ferma anche a coloro che in nome di una morbosa e falsa laicità attentano costantemente alle fondamenta dell’anima dell’Europa che sono i valori contenuti nell’antropologia cristiana.

Questa Europa appare sempre piú incapace di dare risposte culturali, economiche e politiche al fanatismo islamico. La satira, a parte i proclami di pochi intellettuali isolati, costituisce la sua pressoché unica e debole replica. È una facile profezia: se il fanatismo radical laicista sarà l’unica risposta al fanatismo islamico ci attendono giorni ben peggiori. La sfida del mondo islamico infatti richiede ragione e sapienza e potrà essere vinta solo da un rigore etico e morale nettamente superiore.

 

 

 

 

 

• ANNO 2014
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28 novembre 2014

Oggetto: Affermazioni pubbliche di un esponente del clero diocesano di Milano

In alcune puntate di una nota trasmissione televisiva a carattere religioso (A Sua Immagine, di Rai1) sono stati invitati a partecipare alcuni personaggi, alcuni dei quali sacerdoti, come don Luigi Ciotti, don Gino Rigoldi, don Maurizio Patriciello, don Vinicio Albanesi. A presentare la nuova stagione del suddetto programma (novembre 2014), è stato invitato anche il segretario generale della CEI S. E. Mons. Nunzio Galantino, che ha affermato che la nuova stagione è il frutto di un «...gioco di squadra tra la Rai e la CEI... [che avrebbero] gli stessi obiettivi... [e per raggiungerli mettono in campo] ...una bella squadra, che si presenta da sola e che traduce in immagini e fatti quello che ci chiede papa Francesco, di essere una Chiesa in uscita. E qui abbiamo dei “preti di strada”, che hanno fatto cioè della strada la loro università, e alla quale hanno dato molto... è un modo - afferma il Prelato - con cui la Chiesa vuole dirvi grazie: per aver resistito alle nostre resistenze e per aver accettato questa sfida che ci mette tutti in gioco». Provoca profondo dolore e sconcerto tuttavia che in una trasmissione si siano udite affermazioni gravemente contrarie alla fede e alla morale cattolica, riportate e criticate anche da alcune testate giornalistiche insieme a numerosi siti Internet.

Si tratta di affermazioni come quelle che seguono, attribuibili in particolare a don G. Rigoldi:

«Se un giovane mi dice che domenica non è andato a messa, o che ha fatto sesso fuori dalle regole o che ha visto qualche (film strano) in TV... questi sono cattivi comportamenti ma non sono peccati, non tradiscono il Vangelo... Dio non si - omissis - per queste piccolezze. E a volte anche noi preti, facciamo queste cose qui... Il sacramento della confessione va cambiato»;

asserzioni gravi confermate anche dai video diffusi on line dai quali si evince purtroppo che le frasi suddette non sono esagerazioni giornalistiche ma dichiarazioni da addebitare ad un sacerdote cattolico che si è presentato al pubblico in veste ufficiale.

Quanto sopra richiede una doverosa riprovazione oltre che un netto distacco circa la forma e soprattutto circa i contenuti. L’auspicio è che le competenti Autorità Ecclesiastiche intervengano con il necessario rigore al fine di chiarire ed evitare per il futuro tali equivoci. Se infatti la vigilanza sulla propria porzione di gregge spetta ad ogni Pastore della Chiesa, la vigilanza sulle diocesi e sulla Chiesa universale è competenza dei rispettivi Vescovi e della Santa Sede, da cui si attendono con tempestività interventi autorevoli e decisivi in tal senso.

 

 

21 novembre 2014

Oggetto: Circa le offerte nelle parrocchie italiane

In merito alle notizie approssimative apparse sulla stampa il 21 novembre 2014, circa i “sacramenti a pagamento”, è doveroso precisare che nella Cappellania Militare qualunque ministero viene svolto sempre e solo a titolo gratuito. Il rilascio dei certificati ecclesiastici ai legittimi richiedenti è altresí del tutto gratuito, anche per l’invio a domicilio. È importante tuttavia ricordare che per molte parrocchie civili le offerte sono spesso una fonte vitale di sostentamento, come pure per i monasteri e i conventi degli istituti di vita consacrata, che svolgono una preziosa opera di fede, di cultura e di carità. Ogni facile generalizzazione in merito, da chiunque provenga, è discutibile e priva di fondamento. Sostenere le necessità della Chiesa è un gesto importante ed è uno dei principali doveri cristiani, oltre a quelli del culto, dell’apostolato e delle opere di misericordia materiale e spirituale.

 

 

10 ottobre 2014

Oggetto: Nomina del nuovo Ordinario Militare per l'Italia

Il 10 ottobre 2013, S. S. Papa Francesco, ha nominato Arcivescovo Ordinario Militare per l'Italia. S. E. Monsignor Santo Marcianò, già Arcivescovo di Rossano-Cariati. Mentre ringraziamo il Santo Padre per il dono di un nuovo Pastore alla Chiesa Militare italiana, auguriamo al nuovo Vescovo il coraggio e la forza necessaria per dare nuovo impulso a questa grande comunità che opera instancabilmente per la sicurezza e la serenità di tutto il Paese.

 

 

02 luglio 2014

Oggetto: ONG "Save the Children"

In data odierna è stato cancellato ogni link e sospeso ogni supporto all'ONG "Save the Children". La decisione è stata presa dopo che aborto, pianificazione familiare ed eutanasia infantile sono entrati a far parte del suo programma d'azione in collaborazione con l'organizzazione "Planned Parenthood". La questione è stata sollevata da molti enti, tra cui l'associazione pro-life americana "Life Decision International" e la britannica "Catholic Action UK" che oltre a denunciare l'operato di "Save the Children" chiedono a tutte le persone che credono nel valore della vita di astenersi da qualsiasi forma di supporto a questa ONG. Il suo sito Web italiano non è scevro da concetti antinatalisti, frutto della più retriva cultura neomalthusiana. "Save the Children" sostiene inoltre l'eutanasia infantile: in Scozia, nell'ambito del dibattito preparatorio alla discussione di un relativo disegno di legge, tramite il comitato "Together", essa chiede al Parlamento scozzese di introdurre l'eutanasia anche per i minori, inclusi i bambini, sull'improponibile modello belga.

 

 

21 maggio 2014

Oggetto: Intervista a S. E. Mons. N. Galantino

È con vivo dispiacere che si apprende dell'intervista rilasciata dal Segretario della CEI, S. E. Mons. Nunzio Galantino, pubblicata su la Nazione del 12 maggio 2014 e su altri quotidiani, di cui si riporta un brano: «Pensiamo alla sacralità della vita. In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro» (corsivi propri). L'intervista ha suscitato stupore e reazioni negative in tutto il mondo, con repliche puntuali e del tutto comprensibili anche da parte del laicato cattolico. Pur essendo, la suddetta intervista, un'opinione puramente personale, è doveroso sottolineare il fatto che la preghiera non è mai inutile o fuori luogo, soprattutto dinanzi all'enormità di delitti come quelli dell'aborto e dell'eutanasia. Non si può poi non rilevare il fatto che ogni ministro sacro, in qualsiasi dignità sia costituito, è tenuto ad esprimere non il proprio parere personale, del tutto secondario, quanto il pensiero di Cristo e il Magistero della Chiesa, tanto più su questioni di così grande rilievo dove più che mai si è chiamati a confermare i fratelli nella fede.

 

 

 

 

 

• ANNO 2013
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23 novembre 2013

Oggetto: Onorificenza PUL al Pres. Giorgio Napolitano

Alcuni giornalisti hanno commentato l'onorificenza concessa dalla Pontificia Università Lateranense al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, recatosi colà in visita il 21 novembre 2013. Di seguito alcuni stralci comparsi su Internet e riportati in diversi siti:

"Giovedì 21 novembre... Napolitano si è recato in visita alla Lateranense, "l’Università del Papa", accolto dal vicario di Roma cardinale Agostino Vallini e dal rettore dell’Ateneo monsignor Enrico dal Covolo. Grande cordialità... poi ecco il conferimento della Medaglia d’onore dell’Università... poi ecco la motivazione: "Per il generoso impegno nella promozione dei diritti della persona; per la passione educativa nei confronti delle nuove generazioni, speranza e garanzia di una società rispettosa dei principi democratici incardinati nella Costituzione della Repubblica Italiana; per la coerente testimonianza di vita, che invita gli studenti all'impegno quotidiano e alle competenze indispensabili per valorizzare, nel dialogo sincero, le differenze di cultura, di nazionalità, di razza, di religione"... escludendo la possibilità di un caso di omonimia, proprio non capiamo.

“Generoso impegno nella promozione dei diritti della persona”, dice la Lateranense: ma non stiamo parlando di quel Napolitano che, come dirigente del Partito Comunista, ha per decenni apertamente sostenuto la repressione di tanti popoli sotto il regime sovietico? Che ha teorizzato la necessità dell’intervento dei carri armati sovietici in Ungheria nel 1956, senza aver mai fatto cenno a una qualsiasi forma di pentimento? E ancora: non è lo stesso Napolitano che dal caso Welby (2006) in poi non ha perso occasione per fare pressioni a favore di una legge pro-eutanasia? Il cui intervento - fuori dai binari concessigli dalla Costituzione - è stato decisivo per uccidere Eluana Englaro? ... Non ci risulta che Napolitano si sia mai pentito di quella decisione, né ci risulta che la Chiesa abbia cambiato il suo insegnamento sul valore sacro della vita, sul primato della persona e sulla libertà.

Andiamo avanti: «Passione educativa nei confronti delle nuove generazioni». Non c’è dubbio che abbia passione educativa, ma bisogna vedere i contenuti di questa educazione. Se guardiamo all’esempio personale c’è da imparare il trasformismo e l’opportunismo, se guardiamo a ciò che afferma è un maestro di relativismo. Aperto a tutto ciò che va nella “giusta” direzione, verso cui guida il Parlamento. Non a caso ha sostenuto apertamente il varo di una legge contro l’omofobia, né è un caso che l’elezione per il secondo mandato sia stata salutata con grande soddisfazione anche dalle associazioni LGBT, che lo ricordano come "il primo presidente della Repubblica ad aver aperto le porte del Quirinale alle associazioni gay, lesbiche e trans il 17 maggio 2010".

"Speranza e garanzia di una società rispettosa dei principi democratici». Ma come? Sarà pure la nostra classe politica ridotta male, ma come si fa a indicare come garante della democrazia uno che ha costruito la sua carriera politica a servizio del più grande impero totalitario, e contro gli interessi dell’Italia? Fino al crollo del Muro di Berlino ha giustificato il soffocamento di tutti i popoli che anelavano alla democrazia, e ora - senza neanche un cenno di autocritica (tra i comunisti non si usa la parola pentimento) - dobbiamo acclamarlo come speranza e garanzia della democrazia?

"Coerente testimonianza di vita": su questo in effetti si può anche concordare. Napolitano è sempre stato un coerente uomo di potere, sempre in sella: stalinista con Stalin, brezneviano con Breznev, riformista con Gorbaciov, poi si è messo in proprio. La caduta del Muro di Berlino gli ha aperto le porte: presidente della Camera nel 1992, ministro dell’Interno con Prodi, senatore a vita con Ciampi e infine presidente della Repubblica dal 2006, carica che ha interpretato da coerente comunista interventista. Un bell’insegnamento sicuro per le nuove generazioni. Ma il vero punto è: perché una Università pontificia, addirittura l’Università del Papa, sente l’irrefrenabile bisogno di dare la massima onorificenza a siffatto personaggio"?

Preso atto di queste e di altre documentate e puntuali critiche, che non è possibile disattendere in alcun modo, si auspica che l'evento resti un caso del tutto isolato, soprattutto considerando il disorientamento che tali atti possono indurre nella pubblica opinione, specie tra i fedeli.

 

 

14 ottobre 2013

Oggetto: Esequie del Sig. Erich Priebke

Ha suscitato forti polemiche la richiesta di celebrare le esequie cattoliche per l’ex ufficiale delle SS Erich Priebke. Se è doveroso evitare ogni strumentalizzazione politica, insieme ad eventuali disordini e scandali, non lo è meno il dare dignitosa sepoltura a qualsiasi persona e ancor piú l’assicurare le consuete preghiere di suffragio a chiunque ne faccia legittima richiesta. Seppellire i morti rientra fra le principali opere di misericordia del cristiano, dovere che in passato è stato assicurato con encomiabile zelo anche in circostanze ben piú gravi di quelle presenti. È doloroso constatare che se il caso poteva rendere opportuna la celebrazione delle esequie in forma strettamente privata non altrettanto opportuna è stata la sua gestione mediatica, tutt’altro che animata da spirito umano e cristiano. Sono e restano esecrabili e incivili i gesti oltraggiosi fatti pubblicamente contro una salma, né possono essere giustificati da ragioni di alcun genere. Resta sempre immutato poi il dovere di sottrarre la celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali da ingerenze e valutazioni di ordine politico e ideologico.

 

 

23 maggio 2013

Oggetto: Esequie Don Andrea Gallo

In data odierna si sono tenuti i funerali di don Andrea Gallo, presbitero della diocesi di Genova. Figura controversa, sempre acclamato dalla stampa laica e anticattolica, è stato autore di diverse iniziative, non di rado platealmente opposte a quelle del Magistero della Chiesa e non consone al suo stato. Puntuali e decise le critiche avanzate da laici e giornalisti più attenti ai fatti concreti che alle posizioni ideologiche. Di seguito alcuni stralci:

...alla morte di don Gallo abbiamo letto comunicati - e ascoltato l’omelia al funerale - in cui si celebra il prete “di strada” come un esempio più che positivo di sacerdozio vissuto, come se aprire la casa a poveri, trans e prostitute bastasse in sé per essere santi. In altre parole, a sentire il cardinale Bagnasco e il cardinale Tarcisio Bertone, predecessore di Bagnasco a Genova e attuale segretario di Stato vaticano [2013], si fa fatica a cogliere una differenza tra Madre Teresa di Calcutta e don Gallo, o anche tra quest’ultimo e don Oreste Benzi. Eppure una differenza c’è: anche don Benzi accoglieva le prostitute e apriva la casa agli ultimi, anche madre Teresa raccoglieva per strada gli scarti della società (e non c’è neanche paragone tra Calcutta e Genova), ma il desiderio, la missione era quella di elevare tutti a Dio, non di abbassare Dio alla misura dell’uomo. Per questo madre Teresa e don Benzi, tanto per fare un esempio, non avrebbero mai accompagnato una povera ragazza ad abortire: erano convinti che l’aborto fosse il peggior crimine che si potesse commettere. Un peccatore, consapevole di esserlo, ha bisogno di un Dio misericordioso non di un Dio complice: abbiamo bisogno di un Dio che è più grande di ogni peccato che possiamo commettere, e ci dice “Và, sei perdonato, non peccare più, un’altra vita è possibile”.

Fatto salvo il dovere del suffragio, dovuto a tutti, e tralasciati, per brevità, molti altri fatti e considerazioni; appare doveroso prendere le opportune distanze, soprattutto dall'immagine mediatica creata ad arte intorno alla vicenda di Don Gallo. Il netto e inequivocabile distacco, in questo caso, è un atto doveroso anche nei confronti di tutte quelle persone, la maggioranza, che esigono chiarezza e trasparenza, soprattutto in materie così gravi come quelle della fede e della morale. Fede e morale che non sono mai in contraddizione con l'autentica carità, bensì ne costituiscono sempre l'indispensabile premessa.