• ANNO 2018
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9 ottobre 2018

Oggetto: Circa il Sinodo dei Vescovi sui giovani.

Il 3 ottobre scorso ha avuto inizio la XV assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi che durerà fino al 28 ottobre prossimo. Senza entrare in merito alla sua opportunità in un momento cosí critico per la Chiesa odierna, denso di polemiche e scandali, occorre rilevare quanto già osservato in altre occasioni. Il Sinodo per alcune frange progressiste è diventato un’occasione per mettere in discussione il magistero perenne della Chiesa. Si auspicano la “conversione” e il “cambiamento” in un contesto di ascolto dei giovani da cui sono giunte “provocazioni” su molti temi, che da tempo appaiono sempre i medesimi: l’omosessualità, il gender, il sesso pre-matrimoniale, la discriminazione verso le donne, anche in ambito ecclesiale. Sorge il dubbio che la metodologia adottata sia quella già vista innumerevoli volte in assemblee appiattite sulla ricerca di un consenso che non riconosce piú la verità sull’uomo che Cristo ci ha rivelato. Alcuni padri sinodali hanno contestato la presenza di un linguaggio di stampo omosessuale nell’Instrumentum Laboris. La Chiesa non può e non deve inseguire il mondo nell’illusoria ricerca di un consenso sociale che dovrebbe legittimarne l’esistenza. Ciò che la Chiesa può è deve offrire è una proposta di significato che scaturisce da quell’incontro con Cristo che dà senso a tutte le cose, e che rende pienamente ragione della fede che essa ha sempre tramandato. Troppo spesso è dato di vedere una Gerarchia che non parla piú per fede, ma per calcolo politico. L’auspicio è che numerose altre voci, come accaduto nello scorso Sinodo, sappiano riportare l’assemblea dei vescovi all’autentica missione che attende la Chiesa. Il dramma odierno dei giovani - come degli adulti - scaturisce dalla mancanza di ascolto della Parola di Dio: troppo pochi ascoltano Dio e troppo pochi parlano con parole di Dio. La Chiesa conosce bene l’elenco delle sofferenze, dei sogni, delle disillusioni dei giovani; pochi Pastori tuttavia offrono una risposta secondo il Vangelo. La risposta autentica è eterna: Gesú Cristo, e non muta a seconda delle esigenze delle diverse epoche. Se l’assise sinodale privilegerà il dialogo, parola di cui non c’è traccia nella Scrittura, rispetto all’ascolto e all’adorazione significherà che essa è diventata incapace - quod absit - di proporre la via della verità e della santità, resa possibile dalla grazia divina: “Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2).

 

 

4 ottobre 2018

Oggetto: Sul ruolo del Capo dello Stato nei recenti eventi politici italiani.

Come previsto, gli eventi politici degli ultimi mesi succedutisi in Italia hanno messo in evidenza i gravissimi limiti dell’attuale Capo dello Stato. L’evidente subalternità ad una visione politica di parte ha consegnato l’Italia ad un governo privo della necessaria unità e stabilità, un governo tuttavia legittimo, ben piú dei precedenti, e nonostante ciò piú volte contestato e parzialmente delegittimato da una Presidenza della Repubblica critica quando non ostile. Non a caso da piú parti è stata invocata la messa in stato di accusa del Capo dello Stato. Forse mai nella storia della Repubblica il Quirinale ha assunto posizioni cosí prossime alla faziosità politica tanto da suscitare notevoli polemiche che, in una democrazia piú matura, avrebbero sicuramente avuto gravi conseguenze politiche e giuridiche. Dal Presidente della Repubblica ci si attendono prese di posizione a tutela della Nazione, della sua dignità e sovranità. Al contrario, spesso è dato di vedere il Capo dello Stato in posizioni polemiche con il governo e a tutela degli interessi tutt’altro che trasparenti di un’Europa che oggi mostra il suo volto piú deteriore. I cittadini hanno il diritto di vedere la massima autorità della Repubblica a garanzia dei suoi valori, a tutela di un Paese che non può tollerare il livello di offese che si rovesciano ogni giorno dai piú disparati personaggi dell’Unione Europea, rappresentino o no un’autorità legittima. La Presidenza della Repubblica dovrebbe star al disopra dei dibattiti politici e non lanciare allarmi ingiustificati sul presunto nazionalismo montante e foriero di guerre. Non risulta che l’attuale governo finora abbia dichiarato guerre o voluto nuovi interventi militari. Fu il governo D’Alema invece, con il vicepresidente del Consiglio Sergio Mattarella, che nel 1999 coinvolse l’Italia nell’iniquo intervento militare contro la Serbia partecipando all’incursione su Belgrado, la prima capitale europea bombardata dopo la seconda guerra mondiale! Senza un deciso cambiamento nella sua politica l’attuale Capo dello Stato rischia seriamente di consegnare alla storia la peggiore presidenza che la vicenda repubblicana abbia mai conosciuto.

 

 

25 settembre 2018

Oggetto: Esercizi spirituali per i sacerdoti diretti dal Sig. Enzo Bianchi.

È cosa nota che alla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel corso degli anni, siano giunte molte denunce, assieme a numerose richieste da parte di diversi Eccellentissimi Vescovi che chiedevano pareri in merito all’ortodossia dottrinale dei libri e delle pubbliche conferenze tenute dal Sig. Enzo Bianchi. Forse anche a motivo del suo status laicale non pare che alcuna autorità abbia mai preso in forma pubblica i necessari provvedimenti. Molte osservazioni ci sarebbero da fare in merito alle affermazioni del sopra citato personaggio: dall’ambigua figura di Dio Padre, sminuita da un’analisi improntata a schemi di matrice freudiana, alla negazione della processione della Seconda Persona della Santissima Trinità, per seguire con una cristologia che racchiude in sé i connotati dell’eresia, insieme ad un inaccettabile relativismo teologico e religioso, presentato come ecumenismo o dialogo interreligioso. Si tratta di dottrine che il Bianchi proferisce e semina da decenni, favorito da un’accondiscendenza inaudita da parte di una porzione di clero quanto meno sprovveduto e irresponsabile. Di recente alcuni teologi di rilievo, come per esempio il Rev. Mons. Antonio Livi, hanno sottolineato la gravità delle sue affermazioni senza che le competenti autorità abbiano dato seguito ai suoi doverosi e documentati richiami, anzi attirandosi gli strali di quotidiani come Avvenire, foglio ormai privo da tempo di autorevolezza e credibilità. La parabola mediatica del Bianchi rende evidente come sia possibile “giocare” con le parole, celando dietro di esse una profonda ignoranza e/o un voluto e cosciente distacco dalla teologia cattolica e in specie dalla patrologia, dalla storia della Chiesa e dalla dogmatica. In considerazione di ciò e in attesa di una chiara presa di posizione da parte delle autorità ecclesiastiche competenti, spetta ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro tali dottrine, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro questa e altre diffuse imposture religiose della nostra epoca.

 

 

23 agosto 2018

Oggetto: Circa la “Lettera ai presbiteri” del sig. Enzo Bianchi.

Di recente è stato divulgato un testo del sopra citato personaggio dal titolo “Lettera ai presbiteri” cui è stata data una certa enfasi anche da parte di alcune autorità ecclesiastiche. Il Bianchi rivolgendosi ai sacerdoti della Chiesa Cattolica si esprime con un linguaggio equivoco, quasi fosse anch’egli sacerdote, introducendola con simili parole: «Cari presbiteri mentre mi rivolgo a voi, a voi miei fratelli nel ministero, miei collaboratori, a voi che siete “fratelli nostri e cooperatori di Dio nel Vangelo di Cristo” (lTs 3,2)»... Il testo in oggetto apparirebbe degno di nota, se non fosse che il Sig. Bianchi non essendo presbitero non può affatto considerarsi “fratello nel ministero” di nessun sacerdote. Non solo, l’espressione “cooperatori di Dio nel Vangelo di Cristo” è appropriata per un vescovo nei confronti del suo presbiterio, non di un laico come il Sig. Bianchi. Posizione degna e del tutto rispettabile, quella di qualsiasi laico (christi-fidelis), ma da non confondere con quella del sacerdote o ancor piú del vescovo. Nella lettera non si tratta tanto del rapporto con Cristo, essenziale e costitutivo per ogni sacerdote, ma del rapporto con le persone, attraverso la cui relazione sviluppare una conversione: è la consueta visione orizzontale del Bianchi, che perde troppo spesso di vista la dimensione trascendente. Nella sua equivoca “Lettera ai Presbiteri” il Bianchi non sollecita all’adorazione eucaristica, ad una vera “vita interiore”, egli parla di un Dio spirituale (Cristo crocifisso è spesso inesistente nei discorsi del Bianchi) davanti al quale avrà successo il presbitero “capace di creatività” e di “parola”. La Liturgia è liquidata in modo equivoco come se, l’Eucaristia, fosse un diritto per tutti, per chiunque, dal momento che non si accenna minimamente al Ministero della confessione, alla penitenza e alla necessaria conversione! Il Bianchi parla di una “liturgia umanizzante” attraverso la quale dispensare la misericordia gratuitamente. Ma il problema piú grave non è che il Bianchi si rivolga in questa lettera a coloro che sono segnati dal sacro ordine con queste ed altre equivoche parole, il problema è che questo lo faccia con una lettera pubblicata sul sito Web ufficiale della Congregazione per il Clero, ciò che provoca sconcerto e dispiacere, anche per il prestigio del Dicastero. In considerazione di ciò e in attesa di una doverosa rettifica da parte delle autorità ecclesiastiche competenti, spetta ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro tali scritti, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro questa e altre ricorrenti mistificazioni della nostra epoca.

 

 

23 settembre 2018

Oggetto: In merito alle dichiarazioni della Corte Europea dei diritti dell’uomo in materia di aborto.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata di recente stabilendo che sarebbe lecito censurare chi sostiene che l’aborto sia equiparabile ad un omicidio aggravato. Il tribunale di Strasburgo, che fa capo al Consiglio d’Europa, ha rigettato cosí il ricorso di un attivista anti-abortista tedesco, Klaus Guenter Annen, a cui i tribunali germanici avevano impedito di accostare l’interruzione di gravidanza all’omicidio e allo sterminio degli ebrei nei lager nazisti, come il Sig. Annen aveva invece fatto sul proprio sito Internet e altrove. Censurare una tale affermazione, secondo i giudici di Strasburgo, non comporterebbe una violazione della libertà di espressione di chi la sostiene. Nel fornire le motivazioni della propria sentenza, la Corte ha spiegato contraddicendosi che “le ingiunzioni [dei tribunali tedeschi] limitavano sí la libertà di espressione di Annen ma erano ‘necessarie in una società democratica’”. Il punto è che in una società veramente democratica non possono essere ammessi i reati di opinione. Ora, premesso che organismi come la Corte Europea dei diritti dell’uomo non hanno alcuna rilevanza e autorità in materia dottrinale e di fede, occorre ribadire che nessun credente è tenuto ad osservarne i pronunciamenti, soprattutto quando tendono a contrastare i principi non negoziabili della morale e dell’etica. Senza entrare in merito a paragoni piú o meno soggettivi è tuttavia necessario ribadire che la cosiddetta “interruzione di gravidanza” costituisce a tutti gli effetti un omicidio ed un gravissimo peccato che oltre alle conseguenze sul piano morale comporta anche la scomunica latae sententiae, effectu secuto, in cui incorre tanto la madre quanto i cooperatori e i corresponsabili di tale atto, inclusi quanti con il loro parere o consiglio favoriscano in qualsiasi modo l’esecuzione di tale delitto. Quanto sopra, sia per riprovare i discutibili connotati ideologici di organismi come la Corte Europea dei diritti dell’uomo, sia per sottolineare la gravità estrema di alcuni crimini cui la Chiesa ha ritenuto necessario associare una pena esemplare al fine di scoraggiarne il ricorso.

 

 

10 agosto 2018

Oggetto: Circa la pena di morte e la sua liceità.

Risale a qualche giorno fa la notizia secondo la quale papa Bergoglio ha deciso di modificare il Catechismo della Chiesa cattolica approvato da S. Giovanni Paolo II nel 1992, per quanto concerne il punto in cui si tratta della pena di morte (n. 2267). Il motivo principale a sostegno del cambiamento sarebbe il fatto che la persona, anche se compie delitti disumani, mantiene la sua altissima dignità, perciò la pena di morte sarebbe da considerarsi inammissibile in quanto lesiva di tale dignità. Alcuni sostengono tale tesi con il fatto che oggi ci sarebbero forme di riparazione e di deterrenza tali da rendere superflua la pena di morte. Tali argomentazioni sono legate all’evoluzione storica e quindi non sono in toto di interesse dottrinale. Senza dubbio la sensibilità odierna al riguardo è cambiata e la pena di morte viene valutata in modo molto diverso rispetto al passato. In linea generale, è certo auspicabile che essa vada scomparendo dalle legislazioni di tutti gli Stati, in quanto ciò è possibile. Il punto è che si vorrebbe che il cambiamento del testo sulla pena di morte escludesse in modo definitivo anche quei casi-limite che, nella versione del 1992, sono piú o meno implicitamente contemplati, ciò che costituisce di fatto una pura e semplice velleità. Sarebbe infatti auspicabile anche una società dove non ci fosse bisogno di carceri, cosa purtroppo equivalente ad una utopia. In realtà, se è vero che le moderne società possono tutelare il bene comune privando della libertà i rei, non è detto che esso possa essere garantito allo stesso modo in zone disastrate o meno civilizzate dove le strutture di detenzione versano spesso in condizioni precarie o sono addirittura inesistenti. Oltre a ciò, nessuno può escludere che anche nei luoghi piú progrediti, un domani, possano verificarsi situazioni di una gravità tale da richiedere l’applicazione di leggi straordinarie e perfino della legge marziale. È vero che la pena capitale lede il bene indisponibile della vita, che essa possa rendere piú problematico il riscatto morale del reo, che sia altresí contraria alla dignità umana e allo spirito del Vangelo, ciononostante essa è giustificabile in misura analoga a quella della legittima difesa: fatte le debite differenze, come il singolo ha il diritto di tutelare la propria vita ricorrendo alla legittima difesa, cosí lo Stato ha il diritto di tutelare il bene comune ricorrendo alla pena capitale; non si tratta pertanto di mettere in discussione una pura e semplice scelta teorica ma di reagire dinanzi a situazioni concrete e talvolta imprevedibili che potrebbero rendere inevitabile il ricorso alla pena di morte da parte della pubblica autorità. Si pensi, per esempio, al dovere di ristabilire l’ordine e le minime condizioni di convivenza civile anche solo in una città in preda al caos, in cui decine di migliaia di facinorosi si danno alla violenza e al saccheggio senza alcun ritegno; sarebbe illusorio pensare che si possa ripristinare la legalità senza ricorrere anche ad adeguati mezzi coercitivi. La storia recente è colma di agghiaccianti catastrofi umanitarie dove il ricorso all’uso etico della forza si è reso inevitabile e perfino doveroso: la guerra nei Balcani (dove Giovanni Paolo II implorò di fermare la mano dell’aggressore) e il genocidio nel Rwanda, con milioni di morti, per fare solo alcuni esempi, hanno offerto al mondo intero una drammatica e atroce testimonianza di tale necessità. In questi casi “disarmare” anche solo moralmente la pubblica autorità equivale a “rendersi corresponsabili” degli autori dei disordini e dei massacri gravandola per di più di uno stigma iniquo. Solo l’uccisione diretta e volontaria dell’innocente è sempre un male e non può mai essere tollerata. La pena capitale trova dunque la sua liceità morale nel fatto che tutti hanno il dovere morale di difendere se stessi (e gli eventuali innocenti aggrediti) prima che la vita degli aggressori: «Come è lecito, anzi doveroso, estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, cosí quando una persona è diventata un pericolo per la comunità o è causa di corruzione degli altri, essa viene eliminata per garantire la salvezza della comunità» (cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II-II, q. 29, artt. 37-42). L’ordinamento giuridico - nella previsione della reiterazione del reato - può ricorrere alla pena capitale se è l’unico modo per difendere l’incolumità dei cittadini. È proprio il dovere di tutelare la preziosità intrinseca delle persone facenti parte di una collettività, cioè la loro dignità, che giustifica la pena capitale. Papa Pio XII al riguardo affermò che: «...anche quando si tratta dell’esecuzione capitale di un condannato a morte lo Stato non dispone del diritto dell’individuo alla vita. È riservato allora al pubblico potere di privare il condannato del bene della vita, in espiazione del suo fallo, dopo che col suo crimine, egli si è già spogliato del suo diritto alla vita» (cfr. Discorso al I Congresso di Istopatologia del Sistema Nervoso, 13-09-1952, n. 28). A motivo delle nostre azioni infatti possiamo degradare la nostra dignità morale, non certo quella naturale che è intangibile (l’omicida resta sempre persona). Per tali motivi, contrariamente a quanto affermato da alcune fonti, anche ecclesiastiche, la pena capitale non è contraria alla dignità morale della persona. Del resto anche la reclusione, che sopprime un bene indisponibile come quello della libertà e che potrebbe essere intesa, a torto, come lesiva della dignità del reo, è invece moralmente lecita. Ne consegue pertanto che la sopraddetta modifica non è ricevibile, in quanto priva di reale fondamento, né da parte del singolo fedele, né tanto meno da parte della pubblica autorità, gravemente vincolata a difendere l’ordine e la pacifica convivenza con tutti gli strumenti legittimi a sua disposizione. Per tali ragioni si deve ritenere in coscienza come immutato il n. 2267 del Catechismo della Chiesa cattolica nella forma approvata da S. Giovanni Paolo II nel 1992.

 

 

4 marzo 2017

Oggetto: Sulle affermazioni di P. Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia di Gesú.

Di recente sono state divulgate alcune affermazioni del preposito generale dei gesuiti, P. Arturo Sosa, secondo il quale le parole di Gesú andrebbero contestualizzate a motivo del fatto che gli evangelisti non avevano con sé “un registratore” (sic). Tale inaudita affermazione non meriterebbe alcun commento, men che meno teologico; tuttavia trattandosi di un intervento di un’autorità ecclesiastica di rilievo si rende necessario, per responsabilità pastorale nei confronti dei fedeli, un richiamo in merito alla verità rivelata. Il Rev. P. Sosa si riferisce in modo a dir poco sconsiderato a pericopi evangeliche, nelle quali è contenuta la dottrina rivelata sul matrimonio, sostenendo che si tratta di parole di uomini (gli agiografi), trasmesse da altri uomini (gli Apostoli e i loro successori) e interpretate da altri uomini ancora (i teologi). Con tali affermazioni P. Sosa rinnega tutti i dogmi fondamentali della Chiesa cattolica, a cominciare da quello della divina ispirazione della Sacra Scrittura, da cui derivano le proprietà di “santità” e di “inerranza” degli insegnamenti biblici (richiamate da Pio XII nel 1943 con l’enciclica Divino afflante Spiritu e poi riproposte dal Concilio Vaticano II nel 1965 con la costituzione dogmatica Dei Verbum), per finire con quello dell’infallibilità del magistero ecclesiastico quando definisce formalmente le verità che Dio ha rivelato per la salvezza degli uomini (definita nel 1870 dal Concilio Vaticano I con la costituzione dogmatica Pastor Aeternus e riproposta anche dal Concilio Vaticano II con le costituzioni dogmatiche Lumen gentium e Dei Verbum). Oltre a quanto sopra il P. Sosa si è espresso negativamente sull’esistenza del demonio e su altri argomenti attinenti alla fede in modo tale da suscitare scandalo, per tacere dell’irenismo manifestato in merito ad alcune religioni non cristiane. Tale atteggiamento lo si ritrova analogamente nei discorsi e nei testi di numerosi autori che si sono espressi contro il depositum fidei, i quali o con un linguaggio semplicistico e apparentemente ingenuo (P. Arturo Sosa, Enzo Bianchi e altri), o con un linguaggio piú forbito (Card. Gianfranco Ravasi, Card. Walter Kasper, Andrea Grillo, Mons. Bruno Forte e altri) o con un linguaggio specialistico (Karl Rahner e Hans Küng in primis) hanno compromesso in modo grave la fede e i costumi di una moltitudine di persone. Nel caso di P. Sosa, per limitarsi al contesto, non è possibile ritenere che non abbia la preparazione teologica necessaria a comprendere come ciò che afferma contraddica apertamente alla fede cattolica. In considerazione di ciò e in attesa di un doveroso intervento da parte delle autorità ecclesiastiche competenti, spetta ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro tali mistificazioni, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro queste ed altre dottrine contrarie alla fede divina e rivelata.

 

 

12 febbraio 2016

Oggetto: In merito ad alcune dichiarazioni di papa Bergoglio.

È giunta notizia che nei giorni scorsi Papa Bergoglio, durate un incontro a Casa Santa Marta, abbia annoverato gli onn. Giorgio Napolitano ed Emma Bonino “tra i grandi dell’Italia di oggi” (vedasi, per esempio, su “Il Giornale”, articolo a firma di Sergio Rame, lunedí, 8 febbraio 2016). Oltre a ciò la stampa riporta che l’on. Napolitano sarebbe stato autore di un “gesto eroico”... “quando ha accettato per la seconda volta, a quell’età, e sebbene per un periodo limitato, di assumersi un incarico di quel peso, l’ho chiamato e gli ho detto che era un gesto di eroicità patriottica”. Quanto all’ex ministro degli Esteri, l’on. Bonino sarebbe stata elogiata come “la persona che conosce meglio l’Africa”, unitamente ad altre valutazioni di segno positivo. È confortante pensare che il Signore invece abbia usato il termine “grande” per persone di segno radicalmente opposto, cosa che occorre sottolineare con determinazione. Considerato ciò e l’inaudita intempestività delle sopracitate affermazioni non si ritiene di doverne riportare altre, pur pubblicate dalla stampa nazionale. È doveroso ricordare che sia l’on. Pannella, sia la Bonino, nel corso della loro vita politica, hanno lottato strenuamente per far approvare leggi scellerate, frutto di ideologie come il materialismo nichilista-relativista, segnato dall’illusione di considerare il problema di Dio come irrilevante. Essi hanno realizzato quel “partito radicale di massa” che si è poi diffuso nell’intera società, promuovendo aborto, divorzio, femminismo, liberalizzazione della droga, depravazione dei costumi ed eutanasia, propagandati come segno di progresso e di liberazione. Nessuno di costoro ha mai chiesto perdono per gli aborti procurati e per il sostegno a favore di questo vero olocausto umano di dimensioni incalcolabili. La situazione penosa della famiglia italiana è anche frutto delle politiche diffuse e propagandate dalla Bonino e dal suo Partito Radicale e - prima ancora - dal Partito Comunista Italiano di cui l’on. Napolitano fu uno dei piú convinti dirigenti, tanto da sostenere l’invasione illegittima manu militari dell’Ungheria e la sua oppressione sotto la violenta tirannide sovietica. Il pensiero oggi diffuso propone cosí una “falsa compassione”: quella che ritiene che sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di pietà procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come mero diritto invece che dono, un atto lecito la strumentalizzazione di vite umane come cavie da laboratorio per salvarne presumibilmente altre. La compassione evangelica non è questa, è quella che accompagna e segue l’uomo nel momento del bisogno, cioè quella del buon samaritano, che “vede”, “ha compassione”, si avvicina e offre l’aiuto concreto (Lc 10,33). L’auspicio è che dopo questa vicenda non sia piú dato di sentire parole che offendono tutti i cattolici, e particolarmente i cattolici italiani, su questioni di cosí grande importanza e sensibilità; parole che generano confusione e scandalo, soprattutto nelle persone piú semplici. Compete ai collaboratori piú prossimi del Vescovo di Roma il compito di vegliare affinché egli non si pronunci in modo incauto su fatti e persone a lui poco noti; tuttavia compete ai singoli Pastori rimediare - spesso e con notevole difficoltà - agli scandali inopinatamente arrecati al popolo di Dio, videat Deus et iudicet, di cui la stampa atea e anti-cristiana approfitta sempre in larga misura.

 

 

12 settembre 2018

Oggetto: Circa il dossier di S. E. Mons. Claudio Viganò.

È un fatto raro ed estremamente grave nella storia della Chiesa che un vescovo accusi pubblicamente e specificamente un Papa regnante. In un documento pubblicato il 22 agosto 2018, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò afferma che da cinque anni papa Francesco era a conoscenza di due fatti: che il cardinale Theodor McCarrick aveva commesso reati sessuali con i suoi seminaristi e con i suoi sottoposti, e che erano state comminate delle sanzioni a suo carico da parte di papa Benedetto XVI. L’arcivescovo Viganò ha confermato la sua dichiarazione con un giuramento fatto in nome di Dio. Allo stato attuale non si hanno motivi plausibili per dubitare della veridicità del suddetto documento.

I cattolici di tutto il mondo, ma non solo, sono profondamente addolorati e scandalizzati per il fatto che le autorità ecclesiastiche hanno coperto e protetto dei chierici che hanno commesso reati di tale inaudita gravità. Questa situazione richiede una pronta e seria reazione ed una trasparenza assoluta a tutti i livelli della gerarchia della Chiesa, in primo luogo, evidentemente, da parte del Pontefice.

Gli appelli alla tolleranza zero e le richieste di perdono diventeranno credibili solo se le autorità ecclesiastiche, a cominciare dalla Curia Romana, faranno realmente chiarezza e provvederanno con la necessaria giustizia e determinazione.

Dal documento dell’Arcivescovo Mons. Viganò si possono trarre alcune conclusioni:

1) La Santa Sede e il Papa per primo devono combattere senza compromessi e sradicare dalla Curia romana, dall’episcopato e dal clero tutte le lobbies omosessuali, senza riguardo per qualsivoglia titolo e grado

2) Il Papa deve ribadire in modo inequivocabile la dottrina divina sul carattere gravemente peccaminoso degli atti omosessuali.

3) Devono essere ribadite e se necessario emanate norme perentorie e dettagliate che impediscano l’ordinazione di uomini con tendenze omosessuali.

4) È essenziale che il Papa ripristini ed esiga nuovamente la purezza e la genuinità dell’intera dottrina cattolica tanto nell’insegnamento, quanto nella predicazione.

5) Devono essere restaurati nella Chiesa, attraverso il magistero papale ed episcopale e attraverso le norme giuridiche, l’ascesi cristiana in tutte le sue dimensioni: lo spirito penitenziale, lo spirito e la prassi della riparazione e dell’espiazione per i peccati commessi.

6) Nella Chiesa deve essere ripristinato un processo severo e certo di selezione dei candidati all’episcopato e al presbiterato, che siano manifestamente dei veri uomini di Dio, esemplari nella preghiera, nella dottrina e nella vita morale.

7) Occorre favorire nella Chiesa lo sviluppo di un movimento di autentica riforma, anzitutto tra i cardinali, i vescovi e i sacerdoti, che porti a restaurare, a cominciare dalla divina liturgia, la bellezza derivante dal depositum fidei e dalla Tradizione cattolica nell’equilibrio vitale con le reali esigenze del presente.

Non dovrà sorprendere che i principali mezzi di comunicazione, legati alle oligarchie che promuovono con tutti i mezzi l'omosessualità e la depravazione morale, inclusi alcuni media in apparenza religiosi o ecclesiastici, comincino a denigrare la persona di S. E. Mons. Viganò cui deve essere riconosciuto quanto meno il coraggio della denuncia. È già evidente che i mass-media tenteranno di coprire con il silenzio i punti chiave del suo documento, nel tentativo di ostacolare l’avvio di una seria riforma della Chiesa che inverta il processo di crisi e di voluta decadenza in atto.

 

 

10 settembre 2018

Oggetto: Circa il dossier di S. E. Mons. Claudio Viganò.

Il 26 agosto scorso S. E. Mons. Carlo Maria Viganò ha consegnato alla stampa un dossier sugli abusi sessuali perpetrati da un cardinale e da vari ecclesiastici su dei seminaristi americani. Senza entrare in merito alla sua veridicità, della quale tuttavia non si ha motivo di dubitare, occorre rilevare alcuni aspetti che rendono ancora piú dolorosa la questione.

Allo stato attuale papa Bergoglio non ha voluto nominare una commissione ad hoc per indagare sui fatti, né ha dichiarato di voler giudicare egli stesso, ma ha rimesso alla stampa la facoltà di giudicare su fatti gravissimi, che riguardano la fede e la morale. Occorre rilevare con non poco disappunto che un pontefice non può non assumersi gli oneri derivanti dal proprio ufficio, né tanto meno rimetterli a coloro a cui non competono, meno che mai alla stampa e ai mass-media.

Rattrista che un caso cosí grave e infamante sia finito in mano ai mass-media (gestiti in larga parte da personalità e agenzie laiciste quando non anti-cristiane) ed abbia gettato disonore non solo sugli uomini di Chiesa in genere quanto sulla Chiesa in sé, sulle istituzioni del Papato, dell’episcopato, del presbiterato e del cardinalato. In questa situazione pochi purtroppo si sono preoccupati della buona fama della Santa Chiesa, della sua doverosa tutela e del grave dovere di evitare gli scandali.

Il silenzio dinanzi a piú di una pubblica richiesta di doverosi chiarimenti dottrinali e morali getta una gravissima ombra sulla persona del pontefice regnante. La questione sollevata dal dossier Vigano acuisce tale situazione e rende ancora piú urgenti le risposte da parte di Papa Bergoglio, sollevando dubbi oltremodo pesanti anche in materia di governo pastorale. Non vi è ragione alcuna che possa giustificare il reiterato silenzio dinanzi a fatti così gravi; al contrario, il tacere ad oltranza rischia di essere interpretato come implicita ammissione di colpevolezza.

La situazione generale assume proporzioni di una gravità tale da apparire umanamente non recuperabile, tanto più che il peso dei crimini oggi ovunque perpetrati è tale da gridare vendetta al cospetto di Dio. Nella situazione odierna l’appello alla conversione, al dovere di vivere in grazia di Dio, all’osservanza dei Comandamenti, alla custodia di una fede integra e pura e alla necessità di accostarsi degnamente ai Sacramenti acquista pertanto una particolare urgenza in questa che appare sempre piú un’ora di tenebre (Lc 22,53).

 

 

28 aprile 2018

Oggetto: Circa il caso Alfie Evans.

L’intera vicenda del caso Alfie Evans, che ha coinvolto medici, giudici, politici e anche ecclesiastici, ha in sé tutti i connotati di un assassinio perseguito con un inusitato accanimento politico e ideologico. Nessuno può negare questa evidenza: è stato ucciso un bambino vivo, disabile grave, certo, ma vivo. La vita di una persona è sacra e appartiene solo a Dio e nessuna istituzione umana può arrogarsi il diritto di contraddire tale dignità. Alfie Evans aveva solo bisogno di sentire l’amore attorno a sé, l’amore che i suoi genitori, Tom e Kate, non hanno mai smesso di dargli ma che altri hanno misconosciuto e impedito loro di donare.

Nei giorni in cui si è pregato, protestato e pianto un terribile silenzio ha creato sconcerto e amarezza: quello della Chiesa inglese e di Buckingham Palace. Nessuna parola è stata spesa da parte di Elisabetta II in questa vicenda. Eppure i genitori di Alfie avevano chiesto esplicitamente la “...protezione della vita e della libertà del vostro suddito di ventitre mesi Alfie Evans”. Con tale atto gli Evans segnalarono alla sovrana che dei giudici - suoi collaboratori nell’amministrare la legge nel regno - stavano tradendo il piú nobile spirito della giustizia britannica. Elisabetta II, di fronte a questo gesto di fiducia e devozione, ha taciuto mostrando cosí tutta la fragilità e l’inconsistenza morale della sua dinastia, quella degli Hannover, che tre secoli fa venne messa sul trono di Londra da una aristocrazia faziosa che rifiutò i sovrani legittimi, i cattolici Stuart.

Nella vicenda di Alfie Evans colpisce e conforta la presenza di un sacerdote italiano, P. Gabriele Brusco, che liberamente e di sua iniziativa, coerente con la sua vocazione sacerdotale, si è recato in ospedale e ha testimoniato alla famiglia l’amore di Dio e il messaggio cristiano. In una omelia P. Gabriele si era appellato alla coscienza dei sanitari per evitare un gesto cosí grave come quello di mettere a morte un bambino. Le rimostranze del personale ospedaliero sono arrivate alla diocesi di Liverpool, il cui Vescovo anziché difendere il sacerdote lo ha diffidato costringendolo poi a lasciare anche l’Inghilterra.

Il caso ha messo a nudo il disastro di una Chiesa che accetta supinamente il ruolo di braccio spirituale del potere politico in un sistema che ha virato verso un nuovo totalitarismo; questo a tal punto che la conferenza episcopale inglese ha assunto una netta posizione a fianco dell’ospedale dopo l’udienza privata che Papa Bergoglio ha concesso al padre di Alfie. È un atteggiamento incomprensibile che fa nascere anche diversi sospetti sui reali motivi di tale posizione. L’unico vescovo inglese che ha pronunciato qualche parola in difesa della vita di Alfie e a sostegno della battaglia dei suoi coraggiosi genitori è stato mons. Philip Egan di Portsmouth, che il 23 aprile 2018 ha dichiarato: “Offriamo preghiere sincere per il piccolo Alfie Evans - ora cittadino italiano - e per i suoi coraggiosi genitori. Se c’è qualcosa che può essere fatto, che il Signore ci consenta con il suo amore e la sua grazia di farlo”. “Mi vergogno di essere un cattolico inglese”, cosí ha scritto invece Jean Pierre Casey, nipote del filosofo tedesco antinazista von Hildebrand (1889-1977), in una lettera aperta ai vescovi cattolici di Inghilterra e Galles, per il loro atteggiamento di pieno sostegno all’Alder Hey Hospital. Non c’è da meravigliarsi, pertanto, che i cattolici inglesi avvertano l’incoerenza dei loro Pastori e la deplorino pubblicamente, essendo essa un pubblico scandalo e un'offesa al Vangelo. Una cultura di morte intrinsecamente anti-umana e anti-cristiana è il filo rosso che unisce l’aprile 1968, quando si incominciarono a praticare i primi aborti legali nel Regno Unito, al 28 aprile 2018, la data in cui il martire innocente Alfie è stato sacrificato in nome dell'eugenetica. Che molti Pastori della Chiesa fatichino a ravvisarlo indica dolorosamente quanto sia seducente la disperata cultura del nulla.

 

 

12 marzo 2018

Oggetto: Circa l’immigrazione incontrollata in Italia e in Europa.

Da alcuni anni a questa parte, anche in seno alle istituzioni ecclesiastiche, si levano spesso voci, pure importanti, a sostegno dell’immigrazione. Tutto ciò nonostante che essa da tempo sia diventata un fenomeno non solo fuori controllo ma in molti casi alieno da quelle caratteristiche che la giustificherebbero, sia in termini umani che sociali e giuridici. L’Italia e l’Europa devono definire urgentemente la propria posizione dinanzi alle economie e alle politiche destabilizzatrici che sostengono l’obnubilazione della loro civiltà anche attraverso ondate migratorie e altre iniziative culturali volte a favorire un’islamizzazione artificiosa delle loro società. La situazione odierna giustifica ampiamente sia l’impiego deciso dello strumento militare, sia l’adozione di leggi speciali - anche in deroga ad alcune norme democratiche - per fermare e invertire un disastro umanitario che assume proporzioni sempre piú preoccupanti. Stupisce che pochi pastori, in seno alla Chiesa, sostengano l’urgenza di porre sotto controllo il fenomeno. Il doloroso sospetto è che dietro tanto silenzio si nasconda l’interesse per la propria carriera e non per il bene della Chiesa e del Paese. Se chiunque ha il diritto di chiedere aiuto bussando alle porte del Paese occorre ribadire con forza che nessuno ha il diritto di introdurvisi clandestinamente, mentendo sulla propria identità e provenienza e calpestando spesso le leggi piú elementari dell’ordine e della convivenza civile. Occultare o appoggiare il crimine dietro le parvenze della bontà e dell’umanità costituisce un delitto tanto piú grave quanto piú sono in gioco i valori fondanti della comunità nazionale ed ecclesiale; se poi a fare questo è un ecclesiastico, in qualunque dignità esso sia costituito, le sue responsabilità e le sue colpe sono incomparabilmente piú gravi.

 

 

10 marzo 2018

Oggetto: Elezioni politiche italiane 2018.

Le recenti elezioni politiche hanno posto in rilievo la delicatezza e la gravità della situazione in cui versa da tempo il Paese. La situazione di incertezza seguita alle elezioni è il frutto di una strategia perseguita da lungo tempo, soprattutto da parte dell’amministrazione americana che ha favorito la creazione del cosiddetto “Movimento 5 stelle”, al fine di influenzare la politica italiana verso esiti favorevoli al regime globalista e neoliberista. Esaurita la parabola politica dell’anomalo “fenomeno Renzi” occorreva dotarsi di uno strumento ancora piú docile e rispondente ai diktat di Washington, ciò che ha portato in Italia e in numerose altre nazioni al parto artificiale di movimenti ad hoc. La loro genesi e la loro parabola politica ed economica sono molto eloquenti sia quanto alle loro reali origini, sia quanto alle loro reali finalità. Il ruolo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come già quello di Giorgio Napolitano, appare purtroppo funzionale a questa politica di asservimento dei legittimi interessi nazionali. L’auspicio è che nelle prossime scelte politiche prevalga in coscienza il bene della Nazione contro quello di forze politiche ed economiche sempre piú estranee al Paese. Per quanto il Quirinale, fino ad oggi, non abbia fatto molto per meritare la fiducia dell’elettorato piú sensibile e attento, la speranza è che non voglia consegnare l’attuale esperienza repubblicana alla medesima indegnità che la storia ha constatato nella monarchia sabauda.

 

 

08 marzo 2018

Oggetto: Festa della donna.

L’8 marzo di ogni anno si replica la penosa consuetudine della cosiddetta “festa della donna”. A prescindere dalla menzogna giornalistica da cui è sorta, ormai ampiamente documentata, essa offre da tempo uno spettacolo di rara misantropia. La celebrazione, ridotta ad una sorta di ridicolo revanscismo femminista, appare spesso del tutto priva di attenzione alla reale situazione della donna, soprattutto al di fuori dei paesi occidentali. Mentre qualunque forma di contestazione nei confronti dell’uomo appare legittimata, poco male se - in Iran - una ragazza viene condannata a due anni di reclusione per aver tolto il velo per qualche minuto, la notizia non viene considerata degna di apparire sui media. Dinanzi al 60% delle bambine di origine maghrebina che in Italia non frequentano la scuola dell’obbligo ancora silenzio totale. Molto altro ci sarebbe da evidenziare, dalle spose bambine alle tratte delle schiave sessuali, dalla recrudescenza dell’infibulazione ad altri crimini molto diffusi nei paesi islamici, ma lo spazio non basterebbe. Lo stesso politicamente corretto che impone all’Occidente il disprezzo delle proprie tradizioni, impone il rispetto di quelle altrui, benché contrarie ai piú elementari diritti umani. Questa inerzia nel denunciare diviene cosí complicità: questo è ciò a cui si è ridotto il femminismo, ostile all’uomo e alla vita, dal concepimento fino alla fine.

 

 

08 marzo 2018

Oggetto: Il caso Alfie Evans. Dietro l’eutanasia la logica della paura.

La vicenda umana del bambino inglese di 22 mesi, Alfie Evans, affetto da una grave patologia neurodegenerativa, finora non ascrivibile precisamente a nessuna malattia descritta nella letteratura medica, sta suscitando preoccupazione e dibattito tra i cittadini di molti paesi. I genitori, Thomas Evans e Kate James, ultimamente domandano che questo bambino possa continuare a vivere i giorni che gli restano circondato da cure amorevoli ed essenziali che il personale sanitario ed essi stessi possono e devono offrirgli.

Di fronte alla prospettiva di abbandonare ogni accanimento terapeutico per abbracciare la dimensione della cura non terapeutica, si profilano due accezioni ben diverse di cure palliative. Una di esse è coerente con il prendersi cura del malato sino all’ultimo istante della sua vita. L’altra accezione, invece, sospende non solamente le terapie ma anche i supporti vitali indispensabili per la vita ed è del tutto inaccettabile, trattandosi di eutanasia, ossia di una prassi che è sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte, sotto le sembianze di un’azione pietosa che si giustificherebbe con la fine delle sofferenze. In realtà il gesto eutanasico mette la parola fine non tanto alle sofferenze quanto soprattutto alla persona. Le autentiche cure palliative uniscono al controllo dei sintomi (incluso quello del dolore, con una appropriata analgesia che può giungere, in alcuni casi, alla sedazione, quando ogni altro approccio antalgico risulta inefficace) la fornitura di un apporto nutrizionale adeguato e, ove richiesto dalla fisiopatologia respiratoria, anche ventilatorio.

Quanto chiesto dai medici inglesi e deciso dal giudice competente sembra andare nella direzione di una concezione delle cure palliative che invece è tutt’altra cosa. Il trattamento con analgesici e la sedazione profonda infatti verrebbero applicati per controllare i sintomi algici derivanti dalla sospensione dei supporti vitali (ventilazione e adeguata nutrizione). la suddetta sospensione pertanto costituirebbe la causa prossima del decesso anticipato del paziente, attraverso un atto eutanasico omissivo, ciò che non è mai lecito.

Sorprende e rattrista che nel verdetto della Corte di Giustizia londinese venga citato per esteso, a sostegno dell’eutanasia, un brano del Messaggio di Papa Francesco del 7 novembre 2017. In realtà in nessun passo del Messaggio o di altri testi di Papa Francesco e del Magistero cattolico precedente viene considerato uno scrupolo deprecabile il continuare a fornire al malato inguaribile il supporto fisiologico che gli consenta di vivere. Al contrario, un sostegno vitale non terapeutico - «...nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Risposta a quesiti della Conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali, 2007) - non può mai venire lecitamente interrotto. Già in altre occasioni il cardinal Elio Sgreccia aveva affermato che... «inquieta la leggerezza con cui si accetta il paradigma della qualità della vita, ovvero quel modello culturale che inclina a riconoscere la non dignità di alcune esistenze umane, completamente identificate e confuse con la patologia di cui sono portatrici o con le sofferenze che ad essa si accompagnano. Giammai un malato può essere ridotto alla sua patologia, giacché ogni essere umano non cessa, un solo istante e ad onta della sua condizione di malattia e/o di sofferenza, di essere un universo incommensurabile di senso che merita in ogni istante l’attenzione china di chi vuole incondizionatamente il suo bene e non si rassegna a considerare la sua come un’esistenza di serie B per il solo fatto di versare nel bisogno, nella necessità, nella sofferenza. Un’esistenza alla quale si farebbe un favore cancellandola definitivamente». Il Magistero della Chiesa ha sempre ribadito la cultura dell’accoglienza e della vita, di ogni vita umana che ha origine da Dio e che da Lui solo attende il suo pieno compimento riempiendo di significato ogni istante della vita terrena.

 

 

06 marzo 2018

Oggetto: Israele nega ancora il riconoscimento del genocidio armeno.

Il 14 febbraio 2018 la Knesset ha respinto un progetto di legge presentato dal partito Yesh Atid volto a far riconoscere lo sterminio dei cristiani armeni perpetrato da parte dell’impero ottomano tra il 1915 e il 1920. Il 26 aprile 2015 il presidente israeliano, Reuven Rivlin, aveva ospitato presso la residenza di Gerusalemme un evento commemorativo per ricordare i cento anni dagli stermini pianificati degli armeni avvenuti un secolo prima in Anatolia. Durante quella cerimonia, il presidente Rivlin aveva ricordato che il popolo armeno fu... «...la prima vittima dei moderni stermini di massa», anche se aveva evitato di usare la parola «genocidio» per non irritare la Turchia, non comprometterne i rapporti commerciali e non sminuire politicamente la Shoa ebraica, visto che per molti israeliani il riconoscimento del genocidio armeno finirebbe per marginalizzare la sua unicità. Emblematico il discorso che fece nel 2001 l’allora ministro degli esteri, Shimon Peres: «Niente è uguale all’olocausto ebraico. Ciò che è capitato agli armeni è una tragedia ma non un genocidio». È doveroso sottolineare che si tratta di una posizione ideologica e fondamentalmente razzista del tutto inaccettabile. L’olocausto ebraico non è né l’unico genocidio della storia umana, né il piú grave, dal momento che essa ha visto innumerevoli persecuzioni dei popoli cristiani in tutto il mondo e in tutte le epoche, inclusa quella odierna, di proporzioni incalcolabili. Ciò premesso, non ha senso stilare una classifica delle sofferenze umane per fini politici o ideologici, essendo ogni tragedia una profonda ferita per ogni essere umano al di là di qualsiasi distinzione di razza, religione e nazionalità. Ancora una volta l’odierno Israele deve ricordarsi che non può bastare a se stesso, né può rendere ragione da sé della propria storia ma ha il dovere di camminare nella solidarietà insieme a tutti gli altri popoli. Venir meno a questa solidarietà universale significa mettere in discussione il patrimonio imprescindibile della comune umanità che è tra i fondamenti essenziali di ogni pacifica convivenza.

 

 

01 marzo 2018

Oggetto: Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, ridicolizza la figura di Cristo.

Nel numero del 25 febbraio 2018 il disegnatore satirico Sergio Staino, ex direttore de L’Unità, ha pubblicato su Avvenire una ridicola sequenza di vignette dal titolo «Hello, Jesus!». A prescindere dalla totale mancanza di senso umoristico, non si capisce come in un tale quotidiano si possa accettare la riduzione del Signore ad una macchietta, sulla falsariga delle menzogne pseudo-letterarie di Dan Brown. Ora, se dal disegnatore in questione ci si può attendere questo e anche di peggio, non cosí da un giornale che dovrebbe essere un punto di riferimento a tutta prova per la stampa nazionale e per l’informazione cattolica. Le suddette scelte editoriali costringono a riconsiderare criticamente la posizione che tale quotidiano deve realmente assumere nella vita ecclesiale del nostro tempo, posizione che ogni giorno di piú - occorre tristemente sottolinearlo - si appresta a toccare il fondo.

 

 

09 febbraio 2018

Oggetto: Il silenzio mediatico sulle foibe.

Il 10 febbraio di ogni anno l’Italia ricorda la tragedia delle foibe, un pezzo della sua storia da sempre poco amata da una parte dell’Italia ufficiale. Settant’anni fa, sul confine orientale, un piccolo pezzo d’Italia venne cancellato dalla carta geografica: oltre trecentomila italiani furono costretti a fuggire dalle loro case minacciati dal terrore comunista. Quella parte d’Italia che da tempo si allungava da Capodistria a Fiume, da Traú a Cattaro venne spazzata via. La pulizia etnica e ideologica scatenata da Tito (con l’assenso del PCI italiano e il silenzio degli anglo-americani) non risparmiò nessuno. Nel 1946 e per tanti anni ancora una parte dell’Italia si scagliò contro gli esuli giuliani che avevano osato lasciare il “paradiso comunista”. Trecentocinquantamila italiani che la sinistra italiana trattò come invasori e traditori. L’Unità, nell’edizione del 30 novembre 1946, scriveva: «Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già cosí scarsi». Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolse la dolorosa vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. È una ferita ancora aperta che solo il coraggio delle giovani generazioni può rievocare e contribuire a rimarginare a cominciare dal primo imprescindibile atto di giustizia: la memoria. Nel luglio 2010 ha avuto un grande significato politico e simbolico l’incontro a Trieste fra il presidente italiano Giorgio Napolitano, il presidente sloveno Danilo Türk e quello croato Ivo Josipović in occasione del concerto diretto dal maestro Riccardo Muti eseguito in Piazza Unità d’Italia da un’orchestra di musicisti dei tre paesi. Prima del concerto, come atto di reciproca riconciliazione i tre presidenti hanno deposto una corona di fronte alla lapide che ricorda l’incendio del Narodni Dom, la Casa del Popolo slovena, data alle fiamme nel 1920 dai nazionalisti italiani (poi confluiti nel fascismo), recandosi poi insieme a rendere omaggio al monumento che ricorda l’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. Nell’occasione, i due presidenti (italiano e croato) hanno ricordato sia la tragedia delle vittime del fascismo italiano, sia le vittime della folle vendetta delle autorità postbelliche dell’ex-Jugoslavia.

 

 

02 febbraio 2018 

Oggetto: Il regista Steven Spielberg sospende il film sul “caso Mortara”.

Il regista americano Steven Spielberg ha improvvisamente interrotto le riprese di un film sul noto caso di Edgardo Mortara, il bambino ebreo salvato da papa Pio IX che in seguito divenne cattolico. La trama proposta da Spielberg avrebbe seguito la tesi faziosa secondo la quale il piccolo Mortara, su ordine di Pio IX, a sette anni sarebbe stato strappato dalle braccia dei genitori ebrei, portato a Roma ed educato in collegi cattolici, imponendogli poi di diventare cristiano. Gli ambienti anticlericali e le comunità ebraiche ne fecero un caso clamoroso, a livello mondiale, per denunciare la disumanità della Chiesa. Sennonché nel 2004, Vittorio Messori, durante una ricerca negli archivi dei Chierici Regolari Lateranensi fece una scoperta imprevista: scoprí l’autobiografia che lo stesso Mortara scrisse nel 1888, quando aveva 37 anni. Stanco delle menzogne sul suo caso il padre Mortara raccontò la verità sulla sua vita: ne emerge uno straordinario profilo di quel Papa diffamato che, in realtà, fu per lui un padre, ma anche un’apologia della Chiesa cattolica, di cui volle divenire un monaco, instancabile nell’apostolato. Vittorio Messori ha pubblicato il testo per i tipi della Mondadori, con il titolo: “Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX” premettendo una ricca introduzione. Nonostante i tentativi di bloccarne la traduzione il volume è uscito anche negli USA col titolo “Kidnapped By The Vatican”, con l’introduzione di celebri storici statunitensi. Dopo la pubblicazione Steven Spielberg ha annunciato di avere sospeso i lavori per il film senza addurre alcuna motivazione credibile. L’auspicio è che la sospensione sia frutto di un serio ripensamento e non una banale attesa di “tempi migliori” per riproporre vecchie e nuove menzogne.

 

 

13 gennaio 2018

Oggetto: Lilianne Ploumen, politica abortista olandese, premiata con la medaglia di San Gregorio Magno dalla Santa Sede.

La notizia secondo la quale la Santa Sede ha conferito l’onorificenza pontificia dell’Ordine equestre di San Gregorio Magno all’ex ministro olandese per la cooperazione allo sviluppo, Lilianne Ploumen, nota attivista abortista e omosessualista, costituisce uno scandalo senza precedenti. L’onorificenza dovrebbe essere assegnata solo a personalità cattoliche che si sono distinte per il servizio offerto alla Chiesa, alla Santa Sede e alle comunità locali. Nel 2017 quando Donald Trump ripristinò la cosiddetta Mexico City Policy che bloccava i finanziamenti alle ONG pro-aborto, la Ploumen aveva deciso di istituire la ONG “She Decides” volta a sostenere economicamente le organizzazioni non governative abortiste, operanti a livello mondiale. Il curriculum della Ploumen attesta che dal 2004 al 2007 è stata direttrice dei programmi di Cordaid, la Caritas olandese, accusata di distribuire contraccettivi e fornire fondi a Planned Parenthood, multinazionale americana degli aborti. Viene da chiedersi come si possa qualificare tale persona come cattolica. In ogni caso, al di là delle autocertificazioni di cattolicità presentate dalla Ploumen, ciò che offende è il conferimento di una tale onorificenza da parte della Santa Sede ad una persona che combatte attivamente contro i principi non negoziabili difesi dalla Chiesa. La Ploumen ha chiaramente promosso politiche in netto contrasto con la dottrina, gli insegnamenti di Cristo e il vero bene della persona umana. Assegnare cosí un’onorificenza pontificia - oltre ad insultare coloro i quali realmente la meritano e che mai potranno fregiarsene - significa non solo disonorare il prestigio dell’Ordine cavalleresco di San Gregorio Magno, bensí violare anche la fede e la morale della Chiesa cattolica offendendo tutti i credenti. Stando ad un comunicato ufficiale vaticano l’onorificenza sarebbe stata consegnata alla Ploumen nel giugno scorso in occasione della “visita dei Reali olandesi al Santo Padre” e “risponde alla prassi diplomatica dello scambio di onorificenze fra Delegazioni in occasione di visite ufficiali di capi di Stato o di governo in Vaticano”. Tale onorificenza, conclude il comunicato, “non è quindi minimamente un placet alla politica in favore dell’aborto e del controllo delle nascite di cui si fa promotrice la signora Ploumen”. Evidente il tentativo di minimizzare l’accaduto, tuttavia tale risposta non può in alcun modo attenuare la gravità del gesto. Le onorificenze vengono sempre concesse ad personam e - si presuppone - dopo aver vagliato i “meriti” del candidato. Il valore sovversivo del gesto pertanto rimane in tutta la sua gravità ed urge ancor piú una profonda e decisa riforma dell’attuale curia, che dovrebbe andare ben al di là dei generici auspici espressi all’inizio dell’attuale pontificato.

 

 

 

 

 

• ANNO 2017
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27 dicembre 2017

Oggetto: Falsità in merito agli Acta Apostolicae Sedis.

Recentemente negli Acta Apostolicae Sedis (AAS) è stata pubblicata la lettera rivolta da papa Bergoglio ai Vescovi argentini in merito alla corretta interpretazione della Amoris laetitia. Da piú parti si è chiesto se tale pubblicazione costituisse la risposta ai dubia espressi da alcuni Cardinali e da ormai numerosi Vescovi e se fosse in ogni caso dottrinalmente vincolante. Anzitutto occorre precisare che non tutto ciò che viene pubblicato sugli AAS, per il solo fatto che è ivi pubblicato, acquisisce carattere di magistero infallibile, né comporta necessariamente l’assenso, soprattutto se sono in gioco questioni gravi in materia di fede e di morale. Si ribadisce pertanto in estrema sintesi l’immutabilità del magistero della Chiesa che, sempre e ovunque, ha insegnato la medesima dottrina sia in merito alla dignità dei sacramenti, sia in merito alla santità del matrimonio:

I. Per quanto riguarda la castità, il matrimonio e i diritti dei genitori: tutte le forme di convivenza more uxorio al di fuori di un matrimonio valido sono gravemente contrarie alla volontà di Dio. Il matrimonio e l’atto coniugale sono finalizzati alla procreazione e all’unione, ed ogni atto coniugale deve essere aperto al dono della vita. L’educazione sessuale è un diritto fondamentale e primario dei genitori, che deve essere sempre posta sotto la loro attenta guida.

II. Per quanto riguarda la convivenza, le unioni omosessuali e un nuovo matrimonio civile dopo il divorzio: le unioni irregolari non possono mai essere equiparate al matrimonio, né essere ritenute moralmente lecite o legalmente riconosciute. Esse contraddicono radicalmente al matrimonio cristiano e non possono esprimerlo, né parzialmente, né per analogia, e costituiscono un modo peccaminoso di vivere. Esse non possono essere consigliate come fossero un prudente e graduale adempimento della legge divina.

III. Per quanto riguarda la legge naturale e la coscienza individuale: una coscienza rettamente formata non potrà mai giungere alla conclusione che, dati i limiti della persona, la sua permanenza in una situazione oggettivamente peccaminosa può essere la migliore risposta al Vangelo, né che questa è ciò che Dio sta chiedendo ad essa. Non si possono considerare il sesto comandamento e l’indissolubilità del matrimonio solo come ideali da perseguire. Un autentico discernimento personale e pastorale non potrà mai portare i divorziati civilmente “risposati” a concludere che la loro unione adulterina può essere moralmente giustificata dalla “fedeltà” per il loro nuovo partner, oppure che sciogliere l’unione adulterina è impossibile, o che, cosí facendo, ci si espone a nuovi peccati. I divorziati civilmente “risposati” che non riescono a soddisfare l’obbligo grave di separarsi, sono moralmente obbligati a vivere come “fratello e sorella”, ad evitare lo scandalo e in particolare qualsiasi espressione d’intimità propria delle coppie sposate.

IV. Per quanto riguarda il discernimento, la responsabilità, lo stato di grazia e lo stato di peccato: i divorziati civilmente “risposati” che scelgono la loro situazione con piena conoscenza e consenso sono in stato di peccato grave, ciò che impedisce loro di vivere e crescere nella carità teologale. Non vi è alcuno stato intermedio tra l’essere in grazia di Dio o meno e l’autentica crescita spirituale esige l’abbandono di ogni situazione di peccato. La legge naturale e rivelata (dono e manifestazione dell’onniscienza divina), prevede in sé tutte le situazioni particolari, soprattutto quando si proibiscono azioni specifiche “intrinsecamente cattive”. La complessità delle situazioni e dei diversi gradi di responsabilità tra i casi non impedisce ai sacri pastori di concludere che le unioni irregolari costituiscono uno stato obiettivo di peccato grave manifesto e di presumere, in foro esterno, che chi versa in esse è privo della grazia santificante. Dal momento che l’uomo è dotato di libero arbitrio gli atti morali volontari devono essere imputati al suo autore e tale imputabilità si deve presumere.

V. Per quanto riguarda i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia: il confessore è tenuto ad ammonire i penitenti in materia di trasgressioni della legge di Dio, e di far sí che essi desiderino veramente l’assoluzione e il perdono divino, emendando cosí la loro vita. I divorziati civilmente “risposati” che rimangono nel loro stato oggettivo di adulterio non possono mai essere considerati dai confessori come se vivessero in uno stato oggettivo di grazia, dunque col diritto a ricevere l’assoluzione o ad essere ammessi alla Santa Eucaristia, a meno che esprimano la necessaria contrizione e decidano con fermezza di emendare la loro vita. Nessun discernimento responsabile può far sí che l’ammissione all’Eucaristia sia permessa ai divorziati civilmente “risposati” che vivono apertamente more uxorio, affermando che non esiste alcuna colpa cosí grave, dal momento che il loro stato esteriore di vita contraddice oggettivamente il carattere indissolubile del matrimonio cristiano. La certezza soggettiva in coscienza circa la nullità di un precedente matrimonio non è mai sufficiente, di per sé, a giustificare i divorziati civilmente “risposati” dal peccato materiale di adulterio, o a consentir loro di ignorare le conseguenze sacramentali del vivere come pubblici peccatori. Coloro che ricevono l’Eucaristia devono esserne degni, pertanto devono essere in stato di grazia; di conseguenza, i divorziati civilmente “risposati” che conducono uno stile di vita da pubblici peccatori commettono sacrilegio ricevendo indegnamente la Santa Comunione. Secondo la logica del Vangelo, coloro che muoiono in stato di peccato mortale, perciò senza essersi riconciliati con Dio, sono condannati all’inferno, alla pena eterna.

VI. Per quanto riguarda l’atteggiamento materno e pastorale della Chiesa: l’insegnamento chiaro della verità è un’eminente opera di carità e di misericordia spirituale. L’impossibilità di dare l’assoluzione e la Santa Comunione ai cattolici che persistono manifestamente in uno stato oggettivo di peccato grave rende ragione della cura materna della Chiesa, la quale non cessa mai di chiamare tutti a penitenza, essendo essa non proprietaria bensí fedele amministratrice dei Sacramenti.

VII. Per quanto riguarda la validità universale del costante Magistero della Chiesa: le questioni dottrinali, morali e pastorali riguardanti i sacramenti dell’Eucaristia, della Penitenza e del Matrimonio possono essere chiarite dal Magistero della Chiesa e, per loro stessa natura, precludono interpretazioni contraddittorie o conseguenze pratiche difformi dal costante insegnamento della Chiesa.

 

 

15 dicembre 2017

Oggetto: In merito alla legge sul biotestamento.

Il 14 dicembre u. s. il Senato della Repubblica Italiana ha approvato la cosiddetta legge sul biotestamento. Un provvedimento oltremodo grave che non riconosce adeguatamente il diritto dei medici all’obiezione di coscienza e, piú in generale, lascia prevalere il principio del favor mortis sul favor vitae aprendo, di fatto, all’eutanasia. Ancora una volta il mondo dinanzi al mistero della sofferenza umana cede alla tentazione della paura, ben lungi dal cercare una risposta nella fede cristiana, quella fede che sola redime il dolore umano aprendolo al dono di sé e al mistero della vita eterna. L’Arcivescovo di Trieste, S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi, nell’occasione ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Giovedí scorso14 dicembre il Parlamento italiano ha approvato la legge cosiddetta sulle DAT che apre all’eutanasia, persino in forme piú accentuate che in altri Paesi. Durante la fase della discussione in Parlamento e nel Paese anche io, come vescovo e come presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, ero intervenuto, insieme ad altri, come per esempio il Centro Studi Rosario Livatino, per mettere in evidenza la gravità del contenuto di questo testo di legge. Purtroppo ha prevalso un’ideologia libertaria e, in definitiva, nichilista, espressa in coscienza da tanti parlamentari. Cosí l’Italia va incontro ad un futuro buio fondato su una libertà estenuata e priva di speranza. Questa legge si aggiunge ad altre approvate in questa triste legislatura che hanno allontanato la nostra legislazione sulla vita e sulla famiglia dalla norma oggettiva della legge morale naturale che è inscritta nei nostri cuori, ma che spesso i piccoli o grandi interessi di parte e le deformazioni dell’intelligenza nascondono agli uomini. Coloro che con grande impegno stanno smantellando per via legislativa i principi della legge morale naturale, che per il credente è il linguaggio del Creatore, non sono però in grado di dirci con cosa intendano sostituirne gli effetti di coesione sociale in vista di fini comuni. La libertà intesa come autodeterminazione, che questa legge afferma ed assolutizza, non è in grado di tenere insieme niente e nessuno, nemmeno l’individuo con se stesso. Preoccupa molto che in questa legislatura leggi cosí negative siano state approvate in un contesto di notevole indifferenza. Esprimo il mio compiacimento e sostegno per tutti coloro che si sono mobilitati, con la parola, gli scritti ed anche con le manifestazioni esterne, per condurre questa lotta per il bene dell’uomo. Devo però anche constatare che molti altri avrebbero dovuto e potuto farlo. Questa mia osservazione vale anche per il mondo cattolico. Ampie sue componenti si sono sottratte all’impegno a difesa di valori cosí fondamentali per la dignità della persona, timorose, forse, di creare in questo modo muri piuttosto che ponti. Ma i ponti non fondati sulla verità non reggono. In momenti come questo può prevalere un sentimento di scoraggiamento. È comprensibile. Tutto si paga in questa vita e le pessime leggi approvate produrranno sofferenza e ingiustizia sulla carne delle persone. Si ha l’impressione di doversi ormai impegnare per ricostruire dalle basi un alfabeto che è stato disarticolato. Nel contempo, occorre anche ricordare che la storia rimane sempre aperta a nuovi percorsi e soluzioni e che nella storia ci si offrono sempre nuove possibilità di recupero e di riscatto. Recupero e riscatto che non ripagheranno, umanamente parlando, le ingiustizie provocate e subite, ma che permetteranno di non consentirne di nuove. Non dimentichiamo che c’è la storia, ma anche il Signore della storia. In Lui confidiamo per essere pronti alle nuove occasioni che Egli ci metterà davanti».

 

 

09 dicembre 2017

Oggetto: Avvenire, il prete-donna e il silenzio dei vescovi italiani.

L’8 dicembre u. s. in una rubrica sul quotidiano della C.E.I., Avvenire, l’articolista (purtroppo un prete) si è “immedesimato... in una donna” e, nel giorno dell’Immacolata Concezione, ha fatto una triste esaltazione dell’adulterio. Stupisce ogni giorno di piú quel che si pubblica su Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, nella generale indifferenza. Vedere che nel giorno della solennità dell’Immacolata si pubblica in una rubrica un testo che esalta l’adulterio genera disagio e profonda tristezza. Ancor piú difficile è spiegare a tanti fedeli come sia possibile che non ci sia alcuno che abbia il coraggio di dire basta, chiedendo conto ai responsabili di tale scempio della dottrina e del buon gusto. La vulgata corrente vuole che siano gli ipocriti e i farisei a puntare il dito, poiché si sentono giusti e vogliono condannare i peccatori, chiudendo loro la porta della misericordia. Ma questa è solo una vuota e ritrita menzogna. La distinzione vera non sta mai tra chi si sente “giusto” e gli “imperfetti”; la distinzione vera semmai è tra chi riconosce il proprio peccato e ne chiede perdono e chi invece ne fa addirittura un vanto; tra chi desidera emendare la propria vita alla sequela di Cristo e chi invece pretende di cambiare la Chiesa per poter continuare a fare quello che vuole pretendendo perfino approvazione e lode. Per questo è essenziale chiamare il bene e il male con il loro vero nome. Ad essere di ostacolo alla misericordia di Dio non sono quanti ricordano gli insegnamenti di Cristo, semmai quelli che abbandonano le persone al loro peccato in nome di una falsa misericordia che non conosce verità alcuna: questa non è la misericordia di Dio ma un raggiro che ha tutti i connotati del demoniaco.

 

 

2 ottobre 2017

Oggetto: Irriverenza nella Basilica di Bologna

Con profondo dolore si apprende della violazione della Basilica di San Petronio in Bologna. In occasione della visita papale è stato organizzato nell’edificio sacro un pranzo di 1400 coperti, inclusi i bagni chimici. L’idea di un pranzo in chiesa, che lascia oltremodo perplessi, purtroppo non costituisce una novità, dal momento che da anni si svolgono analoghe iniziative nella chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma. L’uno e l’altro caso non sono in alcun modo giustificabili, dal momento che in ambedue le città esistono strutture adeguate per simili iniziative, senza necessità di impegnare chiese e altri luoghi sacri. Il canone 1210 del Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione, e vietato qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo. L’Ordinario, però, per modo d’atto può permettere altri usi, purché non contrari alla santità del luogo». Il can. 1220 § 1 chiarisce che: «Tutti coloro cui spetta, abbiano cura che nella chiesa sia mantenuta quella pulizia e quel decoro che si addicono alla casa di Dio, e che sia tenuto lontano da esse tutto ciò che è alieno dalla santità del luogo». Se nei casi in questione forse non si può parlare di profanazione vera e propria (il can. 1211 infatti precisa che “i luoghi sacri sono profanati se in essi si compiono con scandalo azioni gravemente ingiuriose”) non si può tuttavia negare che tali fatti costituiscano una grave irriverenza, al limite della profanazione, dal momento che tali attività non si addicono affatto a luoghi sacri come una basilica. L’unica eccezione ammissibile si avrebbe solo in caso di gravi emergenze naturali e/o sociali, cosa che nel caso esaminato ovviamente è da escludere. La domanda è: come sia possibile organizzare simili iniziative e dove si intenda arrivare realmente con gesti cosí eclatanti, che contrastano in modo evidente con la santità dei luoghi preposti alla custodia della Ss.ma Eucaristia. L’impressione è che tali iniziative vengano organizzate con l’intento di creare volutamente artificiose divergenze fra le esigenze del culto divino e quelle della carità, ammesso e non concesso che un pasto “una tantum”, cosí pubblicizzato, abbia realmente a che fare con la carità e non con la promozione mediatica dei suoi sponsor.

 

 

24 settembre 2017

 Oggetto: Lettera pubblica di contestazione a papa Bergoglio

Con una lettera di 25 pagine, inviata al Papa lo scorso 11 agosto 2017, e che oggi è stata resa pubblica numerosi teologi, chierici e laici, contestano apertamente il suo magistero ponendone in rilievo alcuni aspetti ereticali. In essa si afferma che il Papa, nella sua esortazione apostolica Amoris laetitia (AL) e mediante altre parole, atti e omissioni ad essa collegate, ha sostenuto 7 posizioni eretiche, riguardanti il matrimonio, la vita morale e la ricezione dei sacramenti, favorendo la diffusione di queste opinioni erronee nella Chiesa Cattolica. La lettera, divulgata anche attraverso la rete telematica, si propone in modo rispettoso ma molto chiaro di porre in evidenza le responsabilità del pontefice circa le ambiguità dove si insinuano o si incoraggiano posizioni eretiche. L’accluso comunicato stampa afferma che esse... «...rendono chiaro, oltre ogni ragionevole dubbio, che questi [papa Bergoglio] desidera un’interpretazione dei suddetti passaggi da parte dei cattolici in un modo che, di fatto, è eretico». Nella lista di questi atti e omissioni al primo posto si indica la mancata risposta ai dubia che quattro cardinali (Walter Brandmuller, Raymond Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner) hanno rivolto al pontefice, oltre al fatto che egli ha anche evitato di incontrarli. Quindi si cita, tra gli altri, la risposta che il Papa ha dato alle linee guida dei vescovi della regione di Buenos Aires, linee guida che permettono, in certi casi, l’accesso all’eucaristia anche ai divorziati risposati conviventi more uxorio. «È stato dato scandalo alla Chiesa e al mondo, in materia di fede e di morale, mediante la pubblicazione di Amoris laetitia», si legge nel testo della lettera, «e mediante altri atti attraverso i quali Vostra Santità ha reso sufficientemente chiari la portata e il fine di questo documento... di conseguenza, si sono diffusi eresie e altri errori nella Chiesa; mentre alcuni vescovi e cardinali hanno continuato a difendere le verità divinamente rivelate circa il matrimonio, la legge morale e la recezione dei sacramenti, altri hanno negato queste verità e da Vostra Santità non hanno ricevuto un rimprovero ma un favore». La parte finale della lettera, con il titolo “Delucidazione”, espone due cause di questa crisi epocale. Una causa è il “modernismo”: teologicamente parlando esso sostiene di voler “adattare” la religione cattolica a tutte le conquiste dell’epoca moderna nel dominio della cultura e del progresso sociale. Tuttavia il modernismo, proprio per il fatto di prendere a strumento di ricerca scientifica nel campo del fenomeno religioso il metodo storico nato sotto il segno della critica razionalistica e dell’agnosticismo religioso, può portare anche fuori della tradizione cattolica, giungendo a posizioni critiche e speculative che negano il soprannaturale e la sua presenza nella storia. Per queste ragioni il modernismo venne condannato da Papa San Pio X nel 1907, riemergendo tuttavia durante la seconda metà di questo secolo, soprattutto nel periodo post-conciliare. La seconda causa della crisi è l’apparente influenza delle idee di Martin Lutero su Papa Bergoglio. La lettera mostra come Lutero abbia diffuso numerose concezioni erronee su matrimonio, divorzio, grazia, libero arbitrio e legge divina che di fatto corrispondono a quelle che il Papa ha promosso mediante parole, atti e omissioni. Lungi dal giudicare il grado di consapevolezza con il quale il Papa ha propagato le tesi sopra elencate i firmatari della lettera professano la loro lealtà alla Santa Chiesa Romana e insistono rispettosamente affinché egli le condanni come si conviene. Constatata la legittimità dell'atto e l'attendibilità delle affermazioni dei firmatari della suddetta lettera essa viene pubblicata nel presente sito al fine di favorirne la conoscenza in spirito di umiltà e di preghiera. L’auspicio è che tale grave situazione venga chiarita definitivamente e in tempi brevi al fine di evitare per quanto è possibile dolorose divisioni e incomprensioni all’interno del popolo di Dio.

 

 

24 settembre 2017

Oggetto: Incidente aereo a Terracina (LT)

In data odierna un velivolo Eurofighter del Reparto Sperimentale di Volo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare è precipitato nella fase finale del suo programma di volo. Si esprime profonda vicinanza e cordoglio alla famiglia ed alle persone piú care e vicine al pilota, cap. Gabriele Orlandi, assicurando il suffragio e la preghiera dovuti.

 

 

23 settembre 2017

Oggetto: In materia di Ius soli e immigrazione incontrollata

Suscita profonda indignazione la posizione assunta dal giornale della Conferenza Episcopale Italiana in materia di ius soli e immigrazione. Da tempo ormai il noto quotidiano assume posizioni politiche e ideologiche che appaiono sempre piú estranee al suo mandato, che è quello di diffondere la voce dell’episcopato cattolico italiano in quelle che sono le sue materie di competenza originarie. Non possono costituire giustificazione alcuna i ripetuti pronunciamenti da parte di papa Bergoglio, strumentalizzati volentieri da diverse parti politiche, dal momento che l’interesse sovrano dell’Italia deve prevalere su ogni indebita ingerenza di natura politica. In modo particolare non si comprende l’insistenza con cui - anche da una parte dell’episcopato nazionale - si tenta di imporre alla pubblica opinione (e non solo) sia lo ius soli, sia l’immigrazione, quasi fossero nell’interesse certo della nazione e della Chiesa italiana. Tutto ciò senza ascoltare le legittime preoccupazioni dell’opinione pubblica, specie in relazione all’immigrazione di cultura islamica. Sono preoccupazioni realistiche purtroppo e - soprattutto - degne di fede. È in ambito islamico, infatti, che si registra la presenza di un fortissimo vincolo familiare e di gruppo, anche a causa di un altrettanto forte vincolo religioso. Tale appartenenza, come è stato piú volte dimostrato, fa sí che individui e gruppi non tengano in alcun conto regole e principi che non emanino da fonti diverse. Tutto ciò costituisce un ostacolo a qualsiasi tentativo di integrazione, fatte salve alcune eccezioni che non costituiscono appunto la regola. La comunità nazionale ha il “buon diritto” di tutelare la propria identità culturale e religiosa senza che ciò conferisca a chiunque - senza eccezione alcuna - il diritto di rivolgere accuse infamanti di razzismo e di sciovinismo che servono solo a mascherare l’ideologia deformante di chi spesso se ne serve per scopi tutt’altro che nobili, come le recenti inchieste della Magistratura hanno dimostrato. La cittadinanza non è cosa di poco conto, essa implica l’amore per l’Italia come patria esclusiva; un privilegio che accorda dei diritti solo dopo aver adempiuto a dei doveri, a cominciare dalla conoscenza adeguata della lingua, dall’apprezzamento della cultura, dalla condivisione dei valori che sostanziano la nostra civiltà, dal rispetto delle leggi e dalla partecipazione attraverso lo studio e il lavoro alla costruzione di un futuro migliore per tutti. Chi sostiene che lo ius soli sarebbe una questione di “diritto negato” o non ha compreso i valori in questione o è in malafede. Considerato che una delle emergenze italiane è il tracollo demografico che si traduce in una popolazione sempre piú anziana, lo ius soli si prospetta come una tappa ulteriore della strategia mirante a compensare la minor presenza di giovani italiani con giovani stranieri. Una strategia già in atto sia con l’apertura irresponsabile e incontrollata delle frontiere, sia con l’accelerazione della concessione della cittadinanza sulla base della legge vigente, sia infine promuovendo il ricongiungimento familiare. La prospettiva nei prossimi decenni sarà la sostituzione della popolazione italiana con una popolazione frammentata e divisa, sempre piú aliena dalle radici cristiane, sempre piú fagocitata dall’ideologia materialista del globalismo e dalla tirannia anti-umana dell’islam. In tale ottica non solo la cittadinanza dovrebbe essere revocabile ma dovrebbe essere soggetta ad attenta valutazione anche la doppia cittadinanza. Colmare il deficit demografico che affligge l’Italia significa anzitutto promuovere la natalità degli italiani autoctoni, aiutando in tutti i modi le famiglie e i giovani italiani e favorendo il rimpatrio degli italiani emigrati. L’obiettivo non può che essere la rigenerazione della nostra popolazione e la salvaguardia della nostra civiltà. L’Italia, in particolare, si trova al centro del Mediterraneo e in esso deve mantenere una posizione di forza, sia in termini politici, economici e culturali, sia militari, ciò che comporta anche un severo controllo delle frontiere. L’immigrazione verso l’intera Europa consta ormai di numeri insostenibili. Chi vi entra, chiunque sia, ha il dovere di esibire documenti regolari, identità certa e motivazioni legittime, inclusi i profughi per ragioni umanitarie. I clandestini che entrano in un Paese illegalmente devono essere espulsi senza eccezioni. Quale ragione infatti giustifica un ingresso illegale là dove vige uno Stato di diritto? Solo una ragione disonesta può spiegare un ingresso clandestino! Occorre però anche chiarire chi sono i responsabili di questa situazione senza precedenti. Lo è la gran parte della classe dirigente attuale, la peggiore mai vista dai tempi della Seconda guerra mondiale, sia per mancanza di cultura, sia per immoralità. Una classe dirigente che ha preso in mano le redini della politica europea grazie alle lobby culturali, politiche e finanziarie quanto mai aliene dai processi democratici. L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi. Ciò ha causato in tutto l’Occidente la dissoluzione della classe media, l’erosione costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo. Non è un caso che tutto ciò vada di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente, attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e di revisioni costituzionali imposte dai poteri finanziari. Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici, imporre legislazioni piú autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un appiattimento della stratificazione sociale per consegnare potere e ricchezza in mano alle élite. Per queste ragioni oggi la difesa delle radici culturali e religiose e della legittima sovranità nazionale costituisce un obiettivo di primario interesse per qualsiasi cittadino e credente, giusto in antitesi ad una “predicazione” laica e pseudo-religiosa al servizio del pensiero unico e del globalismo economico.

 

 

03 maggio 2017

Oggetto: Il francescanesimo e la questione laicale.

Lo scorso 10 aprile 2017 i Ministri Generali di 3 delle 4 antiche Famiglie Francescane hanno rilasciato un’intervista a Radio Vaticana rivelando che nei loro Ordini è in atto un processo guidato dalle rispettive gerarchie che punta: 1) a permettere ai frati laici (professi di voti, ma non sacerdoti né diaconi) di accedere agli uffici di governo; 2) a realizzare l’unificazione dei 4 grandi Ordini (O.F.M., OFMConv., OFMCap., T.O.R.) in un’unica entità. Sarebbe interessante sapere se tale progetto non susciti una serie di perplessità di natura giuridica, storica, spirituale, etc... considerata l’entità della questione e dei valori in gioco. Dal punto di vista storico, nel 1241 sotto il generalato di Aimone da Faversham, comincia la clericalizzazione dell’Ordine minoritico: l’Ordine e la Santa Sede vogliono che le cariche di governo siano affidate solo ai chierici, ossia ai frati ordinati in sacris. Si cercò cosí di evitare alcuni abusi addebitati al primo generale, Fra’ Elia, accusato tra l’altro di aver scelto come superiori i frati laici in quanto illetterati e perciò piú manipolabili. Nel movimento francescano dell’Osservanza, nel ‘400, solo per pochi anni venne consentito ai frati laici l’accesso ad alcune cariche di governo. I Cappuccini, nati nel ‘500, ripresero il medesimo uso nonostante il can. IV della sessione 22a del Concilio di Trento (17-09-1562), ottenendo nel 1566 una dispensa da papa Pio V. Nonostante ciò, dal 1605 anche l’Ordine Cappuccino vide una crescente clericalizzazione. Nel 1646, il cappuccino P. Paulino da Bouvvais difende ancora l’accesso dei frati laici al governo dell’Ordine. Tra i Frati Minori Osservanti Riformati (almeno nel XVII sec.) i frati laici poterono essere nominati superiori in alcuni eremi. Cosí, a parte le suddette eccezioni, negli Ordini francescani le cariche di governo rimasero riservate, fino ad oggi, ai frati chierici. Come la Chiesa, anche gli Ordini Francescani da secoli sono guidati da coloro che in virtú del sacramento dell’Ordine sono resi conformi a Cristo Servo e Pastore. La domanda che sorge spontanea è come mai oggi vi sia cosí tanto interesse nel voler destinare i frati laici alle cariche di governo. Tale tendenza inoltre si accompagna ad un altro uso, quello di rinunciare al titolo di “padre” anche da parte dei sacerdoti, per mettere in evidenza il titolo di “fratello” (nella forma contratta ovviamente: fra’, frate). In un’epoca caratterizzata dal rifiuto del padre e delle responsabilità della paternità questo fatto la dice lunga in merito ai rischi simbolici ma anche drammaticamente reali di questa “moda” odierna, ampiamente e acriticamente avallata dalle gerarchie religiose. Essa meriterebbe uno studio approfondito, sia dal punto di vista giuridico, sia soprattutto dal punto di vista psicologico e sociologico, considerata anche la sua incredibile e perdurante intempestività.

Dopo aver esaminato diverse tesi sorge il sospetto che la risposta sia da ricercarsi in parte nel ritorno dello “spirito” di Paul Sabatier (1858-1928) piuttosto che nella ricerca dello “spirito delle origini”, cosí in voga oggi fra tanti autori. Sabatier fu un pastore calvinista, uno dei tanti esponenti del modernismo europeo di fine Ottocento e inizio Novecento, notoriamente filo-massone. Il suo libro intitolato Saint François d’Assise (1893-1894) all’epoca fece scalpore. In esso si presentava un Francesco a immagine e somiglianza del Sabatier e delle sue convinzioni. Il libro ovviamente finí nell’Indice dei Libri Proibiti, mentre i cultori dell’epoca al contrario ne esaltavano i pretesi contenuti rivoluzionari. Sabatier inventò un Francesco che sognava di creare una fraternità laicale ma venne costretto, controvoglia, dalla Curia Romana a fondare un Ordine religioso clericale e ad accettare il diaconato. Secondo tale tesi gli agiografi, come san Bonaventura e il beato Tommaso da Celano, avrebbero deformato la figura del Santo secondo i progetti curiali. All’inizio il mondo francescano reagí compatto contro le tesi di Sabatier, anche se qualche critica anti-bonaventuriana venne condivisa da alcuni ambienti minoritici. Dopo il Concilio Vaticano II invece, lo spirito di Sabatier ricomparve rinvigorito proprio all’interno delle famiglie francescane. Interessanti al riguardo le memorie del beato Gabriele Allegra O.F.M. (1907-1976), il quale criticò la corrente de-clericalizzante e sabatieriana del suo Ordine. Le medesime critiche le ritroviamo negli studi di P. Giuseppe Buffon O.F.M. sul neosabatierianesimo penetrato nell’Ordine. Ai nostri giorni, Sabatier è stato definito dagli studiosi laicisti nientemeno che il “padre della moderna storiografia francescana”. Posizioni di stampo sabatieriano o simili sono condivise anche da altri studiosi francescani come Esser, De Beer, Matura, etc... secondo i quali da oltre sette secoli e mezzo il francescanesimo sarebbe inficiato dal clericalismo, dal monasticismo e dal giuridismo. Altri studiosi, come P. Andrea Boni (O.F.M.), sostengono che Francesco d’Assisi non fosse diacono né avesse ricevuto alcuna tonsura clericale quando nel 1209 papa Innocenzo III approvò oralmente la prima Regola.

Lo studio critico delle fonti attesta da piú parti che san Francesco fu diacono, pertanto la tesi di una “tonsura laicale” non regge. È certo che con l’approvazione di papa Innocenzo III e il conferimento delle tonsure (clericali) l’Ordine dei Minori nacque de facto come clericale, pur non essendo un Ordine esclusivamente clericale dal momento che ammetteva nelle sue fila anche i laici. Ciò detto appare chiaro che anche i primi dodici frati minori, incluso Francesco, furono giuridicamente “integrati” nel clero romano, ciò che consentí loro un’amplissima libertà di predicazione. È vero che nei primi decenni dell’Ordine minoritico anche dei laici ebbero cariche di governo ma in seguito la prassi ecclesiale e l’esperienza riservarono ai frati chierici tali compiti.

Quanto all’unificazione, ci si può chiedere se si tratterebbe di un reale progresso nello Spirito Santo oppure se sarebbe solo una strategia umana dinanzi al calo numerico dei membri e ai conseguenti problemi amministrativi ed economici. Il rischio infatti è quello di soffocare l’azione dello Spirito Santo. La storia del francescanesimo mostra che le unioni sono non di rado frutto di una visione umana delle cose (si pensi alla nota e sofferta Unione Leoniana del 1897), mentre lo Spirito Santo suscita sempre nuove vocazioni con un rinnovato anelito alla preghiera, all’austerità, al recupero della pietas franciscana e alla missione, anche in contesti del tutto nuovi e insperati, esattamente ciò di cui oggi la Chiesa e il mondo hanno piú bisogno.

 

 

08 aprile 2017

Oggetto: Attacco USA alla Siria in data odierna

La coralità con cui numerosi personaggi politici e i mass media statunitensi ed europei stanno accusando il governo siriano di aver usato armi chimiche contro civili inermi rende evidente l’adozione della menzogna quale strumento politico. Dati i precedenti ci si trova dinanzi ad un evidente false flag (l’esercito siriano non possiede armi chimiche in quanto completamente distrutte nel 2016 sotto la sovrintendenza dell’OPAC). Siamo da lungo tempo giunti alla dittatura della menzogna, al totalitarismo della menzogna, una dittatura che - come molte altre in questi ultimi anni - si presta esclusivamente alla logica della guerra. Le stesse menzogne che hanno reso possibile la guerra in Iraq, in Afghanistan e nei paesi funestati dalle cosiddette “rivoluzioni colorate”, eventi tutti che sottostanno alla medesima regia.

Il pretesto dei “gas nervini” comparve già nel 2013, quando gli USA accusarono il governo siriano di aver “superato la linea rossa” invocando l’intervento armato con l’appoggio della comunità internazionale. Allora fu la proposta congiunta del presidente russo Putin e di Assad, di porre sotto controllo ONU le riserve di armi chimiche, a disinnescare l’imminente attacco. Le inchieste della Commissione ONU per la violazione dei diritti umani dimostrarono che ad usare il Sarin furono i terroristi anti-governativi.

Per questo, la ripetizione delle identiche menzogne, con le stesse accuse lanciate senza prove, la stessa finta e corale indignazione mediatica internazionale, suscitano sdegno. Le falsità ripetute senza vergogna, senza la minima preoccupazione di essere smentiti dai fatti evidenti suggeriscono che i molteplici attori siano parte di unico progetto dove tutto è concertato, inclusi i delitti senza scrupoli e le stragi degli innocenti, anche a rischio di un conflitto termonucleare globale. Resta una sola domanda: quanto potrà durare la pace?

L’unica via percorribile, in una logica di verità è... “il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: - come disse Aleksandr Solgenicyn - che non domini per opera nostra”.

 

 

22 marzo 2017

Oggetto: In merito alla cosiddetta “scuola di Bologna”

In questi ultimi anni si assiste ad un continuo aggravamento della situazione ecclesiale, sia nella comunità italiana, sia all’estero. Chiunque osi ribadire le verità di fede che la Chiesa ha sempre annunciato, finisce nel mirino dei mass-media laici e - in alcuni casi - perfino religiosi. Fioccano così reiterate proteste e altre iniziative provocatorie contro chiunque affermi la centralità della dottrina nell’appartenenza alla Chiesa.

Ultimamente si assiste, ad esempio, a continue e impunite esternazioni imbarazzanti contro i cardinali che hanno firmato i Dubia sul documento pontificio Amoris Laetitia, anche ad opera di persone ritenute vicine al Papa. È il caso presentato nei giorni scorsi da alcuni vaticanisti che hanno pubblicato alcuni stralci degli interventi del vescovo mons. Bruno Forte e dello storico della Chiesa Alberto Melloni, lo scorso 9 marzo 2017 a Roma, in occasione di una conferenza. Se mons. Forte ha indicato i seminatori di dubbi quale causa di «insicurezze e divisioni tra i cattolici e non solo», il Melloni ha puntato sulla derisione dei suddetti cardinali con battute ridicole e niente affatto umoristiche. Non meno gravi le affermazioni del 25 febbraio u. s. di don Vinicio Albanesi, fondatore della comunità di Capodarco, ricevuto in udienza con la sua comunità. Desta meraviglia che si possano criticare pubblicamente dei cardinali davanti al Papa, senza che ciò susciti alcuna reazione.

Se ai legittimi Dubia non arrivano risposte in compenso arrivano insulti a chi li ha formulati, accuse di disobbedienza e di ostilità nei confronti del Papa.

Quanto a disordine e confusione ecclesiale la cosiddetta “scuola di Bologna” ha sempre avuto serie responsabilità, soprattutto per quanto concerne una visione falsata del Concilio Vaticano II, responsabilità condivise dal suo principale rappresentante, Alberto Melloni. Occorre chiarire che il Melloni oggi “papista” è il medesimo firmatario di un documento di aperta contestazione contro Giovanni Paolo II.

Nell’anno 1989 teologi e intellettuali di sinistra, non potendo sopportare un’interpretazione del Concilio Vaticano II che non andasse nel senso di una rottura con la Chiesa precedente e della fondazione di una nuova Chiesa, contestarono duramente il Pontefice. Dopo un durissimo testo del teologo moralista Bernard Haring che criticava il Papa in materia di morale sessuale, nel gennaio 1989 esce la cosiddetta “Dichiarazione di Colonia”, un attacco frontale firmato da 162 teologi di lingua tedesca. La medesima iniziativa venne poi replicata in Olanda, Spagna, Francia, Belgio e in altri paesi. In maggio seguí la cosiddetta “Lettera ai cristiani” di 63 teologi italiani, che non si riconoscevano nel Magistero di Giovanni Paolo II. Alberto Melloni comparve tra i firmatari insieme ai suoi soci della “scuola di Bologna”, con il fondatore, Giuseppe Alberigo, in testa. Non mancarono il responsabile della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, e il vescovo mons. Franco Giulio Brambilla. Stranamente molti di costoro sono fra gli attuali “papisti”, censori e fustigatori di quanti ricordano giustamente che esiste solo la Chiesa di Cristo, una, cattolica e apostolica.

È la prova che le posizioni di costoro non hanno nulla a che vedere con l’amore per la Chiesa e con l’unità intorno al Papa ma solo con un’ideologia che vuole distruggere l’autentica Tradizione della Chiesa insieme al suo Magistero. È ora che la Chiesa condanni definitivamente queste “cattive scuole”, liberando l’orizzonte ecclesiale da un pensiero che da tempo si è rivelato ampiamente nefasto.

 

 

 

 

 

• ANNO 2016
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15 novembre 2016

Oggetto: In merito alle celebrazioni del 5° centenario della riforma luterana

La visita del Papa in Svezia, dove il 31 ottobre 2016 si celebreranno i 500 anni della riforma luterana, ha suscitato numerose critiche e perplessità nella stampa cattolica. Perplessità del tutto condivisibili in ragione dei fatti storici e delle evidenze teologiche. Il giornalista Vittorio Messori ha scritto:

«Il papa ha deciso di recarsi questo autunno in Svezia per commemorare il mezzo millennio dall’inizio della riforma di Lutero. A Lund, l’antica città universitaria, si incontrerà con i vertici di quel poco che resta della comunità luterana e faranno festa insieme. Francesco piú volte (anche per sua stessa ammissione) ha mostrato di non conoscere a fondo molti aspetti della storia della Chiesa. Non si può sapere tutto: è un limite che vale anche per i papi. Bergoglio ha comunque a disposizione fior di specialisti che potrebbero ricordargli quanto cosí sintetizzò Henri Pirenne, uno dei maggiori storici del secolo scorso: “Il luteranesimo, in gran parte dei Paesi che lo accettarono, fu imposto con la forza dai principi e dai nobili che concupivano i beni della Chiesa e non parve loro vero di poterli sequestrare. La convinzione religiosa ha avuto un ruolo assai modesto nella espansione della nuova fede. Gli adepti sinceri, convinti e disinteressati, almeno all’inizio erano assai pochi. Imposto d’autorità e accettato per obbedienza esso ha proceduto per annessione, spesso forzata”. Proprio in Svezia, dove andrà Francesco, commosso di potere solennizzare i 500 anni dell’inizio della Riforma assieme ai fratelli protestanti, proprio in Svezia, violenza e cinismo regi raggiunsero il massimo. Il fondatore della nuova dinastia scandinava, Gustavo I Wasa, ben lontano da preoccupazioni religiose, per mero interesse economico e politico vide nel luteranesimo un modo per riempire le casse vuote dello Stato e per legare a sé la nobiltà, suddividendo tra loro il bottino costituito dalle proprietà della Chiesa. Il popolo ne fu indignato e piú volte insorse, ma fu schiacciato da Gustavo. I suoi successori furono costretti, dal malcontento della gente nei confronti della nuova fede imposta manu militari, a tollerare almeno che restassero aperti alcuni santuari mariani. Proprio a Lund, dove Francesco si recherà, tutte le chiese furono rase al suolo, tranne la cattedrale, pur ovviamente denudata di ogni decorazione, all’uso riformato. Le pietre degli edifici cattolici abbattuti furono impiegate per la fortificazioni e la cinta muraria della città. Insomma, per dirla chiara: è difficile capire che cosa ci sia, in Svezia da onorare e da festeggiare per un cattolico. Ma, forse, il vescovo di Roma vorrà spiegarcelo, nel suo soggiorno scandinavo».

 

 

31 maggio 2016

Oggetto: Circa l’apostolato fra gli ebrei

Pochi giorni fa il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha tenuto una conferenza a Cambridge, nel Regno Unito, dove avrebbe affermato che il dovere di evangelizzare vige nei confronti di tutti i non cristiani, musulmani inclusi, ad eccezione degli ebrei; ciò perché i cristiani riconoscerebbero il patto stipulato da Dio con il popolo ebraico, cosa che non si può applicare all’Islam. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi avrebbe considerato tale affermazione una manipolazione delle parole del cardinal Koch, mettendo in rilievo come alcuni titoli di giornale non corrispondessero al contenuto.

Di fronte a queste ed altre affermazioni prive di senso alcuno occorre ribadire che tutti i documenti del Magistero dedicati alla missione mai parlano di esclusione di qualcuno o di gruppi particolari dall’evangelizzazione. Il decreto conciliare Ad Gentes (1965) sostiene che: «La ragione dell’attività missionaria discende dalla volontà di Dio, il quale “vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Vi è infatti un solo Dio, ed un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesú Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm 2,4-6), “e non esiste in nessun altro salvezza” (At 4,12). È dunque necessario che tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il battesimo» (AG, n. 7).

La realtà odierna, anche in certe frange del mondo ecclesiale, è quella delineata dalla Redemptoris Missio, la quale spiega chiaramente la radice profonda di quei pronunciamenti contrari alla fede cattolica: «La mentalità indifferentista, largamente diffusa, purtroppo, anche tra cristiani, spesso radicata in visioni teologiche non corrette e improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che “una religione vale l’altra”» (RM, n. 36). È dunque evidente che alla luce del Magistero autentico della Chiesa qualunque pronunciamento contrario, circa la liceità dell'evangelizzazione presso il popolo ebraico, per quanto autorevole appaia, non è valido, né può essere recepito in alcun modo.

 

 

09 giugno 2016

Oggetto: Sui cosiddetti “reati di opinione”

Con il via libera ieri da parte della Camera dei deputati d’ora in poi rischia la reclusione da 2 a 6 anni chi incita all’odio razziale che si fonda “in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra”. Plaude la comunità ebraica che parla di giornata memorabile, mentre tra gli intellettuali resta il timore che il provvedimento possa compromettere la discussione sulla verità storica. Con tali norme l’Italia si allinea senza criterio ad altri paesi europei dove sono già in vigore norme liberticide che hanno posto in essere l’abominio giuridico del “reato di opinione”. I reati di opinione sono una aberrazione gravissima in una democrazia degna di definirsi tale.

Il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna ha affermato che: «...con il via libera al DDL sul negazionismo che introduce una aggravante di pena per chiunque si renda responsabile di propaganda all’odio e di negazionismo della Shoah l’Italia scrive infatti una pagina storica della sua recente vicenda parlamentare e dota il legislatore di un nuovo fondamentale strumento nella lotta ai professionisti della menzogna tutelando al tempo stesso, con chiarezza, principi irrinunciabili quali la libertà di opinione e di ricerca».

Giancarlo Cerrelli, consigliere centrale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, ha chiarito che il negazionismo vada sí contrastato ma con la ricerca storica e scientifica, non con gli strumenti legali. Il fatto che un’opinione diventi reato è un’aggravante innestata sulla legge Mancino-Reale, che diventa oltremodo pericolosa. Il rischio è che anche la diffusione di idee buone e vere, un domani possa essere punita. Una legge di questo tipo potrebbe essere innanzitutto il presupposto di altre leggi. Si assiste oggi ad una sorta di “pedagogia di Stato” che presume indicarci ciò che dobbiamo pensare e ciò che non dobbiamo pensare, pena il carcere. Quanto all’antisemitismo vi sono già leggi in vigore che puniscono adeguatamente il reato.

Sulla stessa legge Mancino-Reale è stata innestata la legge anti-omofobia, che è stata approvata dalla Camera e che è ancora in Senato, legge gravissima anche per il fatto che impone di pensare alle unioni omosessuali, al matrimonio omosessuale, all’adozione omosessuale in un certo modo, pena il carcere.

È inaccettabile, per uno Stato di diritto, che qualcuno possa essere perseguito penalmente per il solo fatto di aver espresso le proprie opinioni, la propria posizione politica, ideologica, religiosa, per quanto poco condivisibile essa possa apparire o per quanto possa contrastare con gli stessi princípi costituzionali. I reati d’opinione sono sempre il parto di un’ideologia autoritaria. Abrogarli non significa, ovviamente, smettere di lottare contro le forme di discriminazione razziale o di giustificazione del genocidio nazista o di altri crimini contro l’umanità, tuttavia se in questa vicenda odierna c’è un crimine certo questo è proprio la negazione della libertà di opinione.

Il progetto di legge che punisce, oltre a chi nega la Shoah, anche coloro che negano altri “genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, ha una matrice evidentemente illiberale, poiché inventa un reato di opinione, mette alla gogna l’analisi storica, la reputa passibile di punizione, crea un pensiero unico o una “verità storica di Stato”, come l’hanno definita alcuni studiosi, che inibisce il dibattito democratico e propone un’interpretazione univoca su fatti del passato spesso controversi.

Un’opinione non può mai comportare una sanzione penale o la messa fuori legge dei libri che la sostengono. Oltre a questo, bandendo dalla circolazione i libri negazionisti, si ripristinerebbe quell’odiosa pratica censoria che è propria dei totalitarismi e dei regimi illiberali. Il pericolo inoltre è che simili iniziative si ritorcano contro gli stessi ebrei, rendendo “martiri della libertà e del pensiero” studiosi e personaggi che - se colpevoli - meriterebbero come condanna il silenzio delle accademie, l’indifferenza del mondo della cultura e il mancato acquisto dei loro libri.

Piú in generale la prospettiva è che si generi quella che Adorno e Horkheimer avrebbero definito “dialettica dell’Illuminismo”: proprio l’eccesso della retorica dei diritti finisce per determinare esiti illiberali, che negano i diritti stessi.

 

 

23 maggio 2016

Oggetto: Decesso del radicale Marco Pannella

In occasione del decesso del leader radicale è stata registrata una serie di sconcertanti valutazioni anche da parte di alte gerarchie ecclesiastiche. In esse appare una certa confusione tra la pietà religiosa, dovuta ad ogni defunto, e il giudizio su quanto da esso realizzato in vita. Ciò che in questi giorni è stato detto e scritto da alcuni laici ed ecclesiastici circa l’attività politica e sociale di Marco Pannella è oggettivamente uno scandalo, che ripugna alla coscienza di ogni cristiano e di ogni uomo di buona volontà. Inaccettabili i commenti di alcuni vescovi e perfino esponenti vaticani che hanno affermato che il leader radicale... «lascia una bella eredità dal punto di vista umano e spirituale per la franchezza dei rapporti, la libertà d’espressione e soprattutto per la dedizione totalmente disinteressata alle cause nobili... non cercava il proprio interesse ma era attento ai problemi delle persone piú deboli». Contraccezione, divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia, droghe libere, sperimentazione sugli embrioni e altro ancora possono essere definite cause nobili o non forse gravissimi attentati alla vita e alla dignità umana?

La distruzione della famiglia e il disprezzo della vita umana, soprattutto nascente, perseguiti tenacemente per sessanta anni, dimostrano la volontà di sovvertire ogni ordine morale ed etico e sono concause dell’attuale crisi morale, sociale ed economica nella quale versiamo. A quanti affermano che il leader politico si sia battuto anche per la situazione critica esistente delle carceri italiane, per alcune minoranze religiose perseguitate e per la fame nel mondo occorre replicare che in ultima analisi quelle del Partito Radicale sono state sempre e solo denunce, al fine di reclamare l’intervento dello Stato o della comunità internazionale. In molti paesi i cristiani hanno affrontato e affrontano il martirio per testimoniare il Vangelo e difendere la dignità dell’uomo con gesti e iniziative dirette e concrete e non solo con campagne politiche. Questa vicenda pone in evidenza una volta di piú che occorre valutare con molta cautela i pronunciamenti personali, specie se estemporanei, anche di esponenti ecclesiastici, su fatti di grande rilievo mediatico e politico, soprattutto se legati a tematiche di profondo interesse morale ed etico. Fatto salvo il dovere del suffragio, dovuto a tutti, appare doveroso prendere le opportune distanze da tutte le valutazioni inopportune espresse sul leader politico in questione. Il netto e inequivocabile distacco, in questo caso, è un atto doveroso anche nei confronti di tutte quelle persone, la maggioranza, che esigono chiarezza e trasparenza, soprattutto in materie così gravi come quelle della fede e della morale.

 

 

 

 

 

• ANNO 2015
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16 novembre 2015

Oggetto: Attentati terroristici a Parigi

Nuovo inesprimibile sdegno e profondo senso di stanchezza alla notizia degli attentati verificatisi a Parigi il 14 novembre 2015. Stanchezza per il ripetersi di delitti sempre piú controversi e sempre piú efferati, a spese d’innumerevoli vite innocenti. Sdegno di fronte alle responsabilità di tanti paesi occidentali che lungi dal combattere risolutamente l’estremismo islamico lo strumentalizzano a fini politici; fini ben noti a quegli stessi vertici che si rincorrono oggi nei mass media con discorsi tanto superficiali e velleitari, quanto privi di reale contenuto. Di fronte a tanta bassezza, a tanto orrore morale, a tanti governi coinvolti in giochi sporchi con formazioni criminali sempre piú prive di scrupoli, mai realmente delegittimate e proscritte, come non pensare ad una diffusa e trasversale intesa criminale?

Le false “guerre al terrorismo”, le menzognere “esportazioni di democrazia”, piú volte proclamate sulla base di prove false, in questi ultimi anni hanno provocato decine di milioni di morti fra Iraq, Afghanistan, Pakistan, Georgia, Libia, Ucraina e Siria, senza aver portato ad alcun risultato politico costruttivo e meno che mai alla pace e alla stabilità di popoli e nazioni. Si tratta d’imposture che ne mascherano altre, quelle delle alleanze tra i paesi occidentali e i patrocinatori finanziari dell’odierno ordine mondiale. Frattanto migliaia e migliaia di cristiani orientali vengono perseguitati e uccisi in modo disumano nel piú totale disinteresse della comunità internazionale. I principi di umanità e del diritto internazionale esigerebbero che l’intera classe politica ed economica coinvolta in questi conflitti sia portata dinanzi ad un tribunale penale internazionale e giudicata con la massima severità per i peggiori crimini commessi in questo scorcio di secolo; crimini che ogni giorno di più avvicinano il genere umano ad un nuovo conflitto su scala globale.

L'ISIS è il primo movimento terrorista a controllare un vasto territorio comprendente vari milioni di abitanti. Un territorio illegalmente amministrato che dispone d’introiti immensi, di un notevole equipaggiamento bellico, anche pesante e sofisticato, gestito da militari professionisti. Chi ha creato questo abominio che mantiene intatta, ancora oggi, dopo cosí tanti crimini, la libertà di commercio? Dove sono le sanzioni internazionali, cosí prontamente e ipocritamente applicate invece alla Federazione Russa? Perché numerosi paesi occidentali, USA e Turchia in testa, sono piú interessati alla destituzione del legittimo governo siriano che a fermare per sempre questo ignobile Daesh? Per queste ragioni si deve prendere atto che l’unica forza responsabile e credibile nella regione medio-orientale oggi sia rappresentata dalla Russia di Vladimir Putin, non a caso osteggiata dai media occidentali e recentemente aggredita da una serie d’infami attentati.

Occorre respingere con estrema decisione il meschino baratto proposto piú volte da tante forze politiche fra la restrizione delle libertà individuali e una maggior sicurezza che si rivelerebbe poi del tutto illusoria. Per combattere il crimine politico non servono leggi speciali, sono sufficienti quelle ordinarie a patto che le istituzioni preposte funzionino nel rispetto dei principi costituzionali e del diritto internazionale: servizi d’intelligence, organi di polizia giudiziaria e magistratura in primo luogo. Purtroppo spesso è dato di osservare una classe dirigente, sostenuta da intere lobbies culturali ed economiche, che neutralizzano le difese italiane ed europee con norme e interpretazioni permissive e criminogene, con sentenze giudiziarie che introducono le “attenuanti culturali” per giustificare i reati commessi da extracomunitari, perfino quando questi dichiarano pubblicamente di non volersi integrare nella stessa nazione che li ha benevolmente accolti. La legittimazione anche solo parziale della sharia islamica nei tribunali inglesi e tedeschi costituisce un esempio evidente di questo tradimento della legalità e della suprema civiltà giuridica europea.

Davanti a tanti crimini e a tanta consapevole connivenza si avvicina il limite oltre il quale diventerà inevitabile l’impiego dello strumento militare non solo per combattere un’invasione sempre piú prepotente del territorio nazionale ed europeo, ma anche per espellere quanti vi si sono introdotti illegalmente e tutelare così l’ordine sociale. I Paesi europei sembrano destinati a scoprire in modo drammatico quanto la cura sia piú dolorosa di qualsiasi saggia prevenzione; una politica mai attuata da alcun governo, in nome di un "buonismo" privo di qualsiasi fondamento morale e razionale. Combattere il terrorismo politico, il revanscismo islamista e i suoi numerosi complici occidentali, che mettono a rischio la libertà e la dignità di tutti è un dovere, ed è una guerra che può essere combattuta solo con un agire sempre piú rigoroso e coerente con le radici originarie della storia e della civiltà europea.

 

 

6 novembre 2015

Oggetto: Lancio di due libri relativi alle finanze Vaticane

L’operazione di lancio dei due libri di Gianluigi Nuzzi (Via Crucis) ed Emiliano Fittipaldi (Avarizia) relativi alle finanze in Vaticano, sostenuta dal mediocre “cartello” della stampa italiana, oltre che una grave menzogna si rivela una bassa operazione mediatica caratterizzata da singolare ipocrisia. È sufficiente mettere in rilievo la tempistica, la successione degli eventi provocati, e la loro coordinazione, per intuire una concorde operazione a piú mani. L’immagine che con essa si intende veicolare - come altre spregevoli operazioni già viste - sarebbe quella di una Chiesa corrotta, legata ai dogmi e al passato, contro cui combatterebbe quale solitario e incompreso protagonista papa Bergoglio, unico fautore delle vere riforme. Significativo al riguardo quanto affermato in data 5 novembre u. s. da S. E. il cardinal Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, a margine del convegno «Un nuovo umanesimo» organizzato dalla parrocchia dell’Ospedale Giannina Gaslini di Genova in occasione dei 20 anni dell’enciclica “Evangelium Vitae” di papa Giovanni Paolo II: «Non ho alcuna preoccupazione circa l’eventuale intenzione, che se esiste è diabolica, di dare l’idea di una divisione, di una distanza del Papa rispetto al resto della Chiesa, ai suoi collaboratori e ai corpi episcopali... Francesco, - ha ribadito il Cardinale - non è assolutamente solo, è circondato e sostenuto cordialmente, affettuosamente, lealmente da tutti i vescovi. Per questo non ho nessuna preoccupazione circa questa immagine di divisione che si vuole accreditare presso l’opinione pubblica per creare ulteriore disorientamento... È una grande amarezza per il dolore che sicuramente ha recato e reca al Santo Padre e per il cattivo esempio, lo scandalo, posto che tutto quanto sia vero, documentato e documentabile». Le parole del Cardinal Bagnasco smentiscono nettamente anche quelle a dir poco intempestive di monsignor Nunzio Galantino, che pochi giorni prima aveva dichiarato: «Sicuramente a qualcuno sta facendo paura il processo di rinnovamento che papa Francesco sta portando avanti».

Nei libri in oggetto, il capitolo riguardante il cardinal Pell è forse il piú delicato. Il Portavoce della Segreteria per l’Economia, guidata dal Cardinale, parla di “affermazioni false e ingannevoli” e precisa che nel 2014 le spese sono state inferiori a quanto previsto in bilancio e che per il 2015 la Segreteria è l’unico dipartimento vaticano ad aver presentato un bilancio ridotto rispetto all’anno precedente. Oltre a questo, le valutazioni sul bilancio della Segreteria per l’Economia erano contenute in un comunicato diffuso nei primi mesi del 2015, ma di questo nei libri in oggetto non v’è alcuna traccia: un’assenza a dir poco sospetta.

Forse piú ancora della menzogna è insopportabile l’ipocrisia: tanti, per esempio, hanno manifestato stupore per l’arresto della Chaouqui e per la sua disinvoltura nel far circolare notizie, anche false, cosa invece ben nota da tempo. Nessuno, a parte il giornalista Sandro Magister, ha avuto il coraggio di chiedere pubblicamente come mai una persona accompagnata da tale fama fosse stata assegnata ad un ufficio cosí delicato della Santa Sede. A dire il vero non è la prima volta che il noto vaticanista muove tali documentati rilievi alle nomine di papa Bergoglio. Rilievi puntualmente ignorati e puntualmente dimostratisi veri. E non è ipocrisia quella di chi scrive libri in cui si fa finta di scandalizzarsi delle spese della Curia vaticana, sapendo di poterne cosí ricavare cospicui guadagni? Ancor peggiore è l’ipocrisia di chi usa un finto scandalo (le notizie riportate nei libri erano in gran parte già note) per ricavarne vantaggi in un periodo conflittuale che ha come oggetto non l’economia ma la natura e la missione stessa della Chiesa.

Tutto ciò non toglie che l’uso disinvolto del denaro e la mancanza di trasparenza - benché già noti - costituiscano sempre uno scandalo, anche se si deve riconoscere che già da anni è in atto un processo di rinnovamento e trasparenza iniziato con Papa Benedetto XVI. Il vero scandalo tuttavia sarebbe una Chiesa che decidesse di cambiare il depositum fidei, ossia ciò che Cristo ha annunciato e gli apostoli hanno tramandato, cosa mai accaduta neppure in epoche ben piú difficili. Questo è proprio ciò che alcune lobbies stanno tentando di fare, approfittando - e anche fomentando - polveroni sul nulla come quelli fin qui visti.

 

 

3 novembre 2015

Oggetto: Arresto in Vaticano di alcuni membri della Commissione referente sulle attività economiche della Santa Sede

L’arresto in Vaticano di monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e della sig.ra Francesca Immacolata Chaouqui, accusati di aver passato ad alcuni giornalisti documenti riservati riguardanti le finanze vaticane, è fonte di nuovo dispiacere e disagio. Ancora una volta, persone chiamate a servire il Papa, hanno tradito la sua fiducia pur essendo state scelte direttamente dalla sua persona. Non è un danno per il solo Vaticano ma una ferita inferta a tutta la Chiesa, a chiunque ne abbia a cuore la sua dignità e la sua missione apostolica. Non c’è nulla che giustifichi tali azioni, anche se qualcuno pensasse di fare in tal modo il bene del Papa o della Chiesa. Da piú parti la stampa nazionale e internazionale ha rilevato che sulla sig.ra Chaouqui le obiezioni si sprecassero già all’epoca della sua nomina, nell’estate 2013, ma il Papa procedette ugualmente alle designazioni. Nota per essere la fonte di alcuni scoop del quotidiano Repubblica e anche di interviste anonime, poco prima del conclave che elesse papa Bergoglio, la Chaouqui vantava la sua amicizia con giornalisti come Gianluigi Nuzzi, oltre che risultare tra le fonti di alcuni siti Web scandalistici ostili alla Chiesa.

Ciò detto, ci sono alcuni fatti che vale la pena mettere in rilievo. Alcune testate giornalistiche hanno criticato la modalità delle nomine, anche quelle episcopali, spesso usata in questo pontificato. È vero che l’iter ordinario per le nomine potrebbe risultare lungo e farraginoso, ma è altrettanto vero che le scelte fatte sulla base di intuizioni o di segnalazioni informali, al di fuori di severi e documentati processi di selezione, comportano altrettanti rischi, se non peggiori. È proprio il caso della sig.ra Chaouqui, nominata a sorpresa nella commissione incaricata di studiare la riforma del sistema economico-finanziario della Santa Sede e già impiegata nella Ernst & Young, società di consulenza e revisione contabile ingaggiata nello stesso anno (2013) dalla Santa Sede.

Quanto sta avvenendo in questi giorni semina confusione e spesso gli unici a soffrirne sono proprio coloro che desiderano chiarezza e verità. Anche le interpretazioni mediatiche di casi come questo sono non di rado tendenziose e motivate da interessi ben diversi da quelli del vero bene della Chiesa.

 

 

27 ottobre 2015

Oggetto: Amnesty International

L’organizzazione Amnesty International, fondata da due cattolici, l’irlandese Sean MacBride e l’avvocato inglese Peter Benenson, ebreo, convertito alla fede cattolica nel 1958, purtroppo non appare da tempo piú fedele allo spirito dei suoi fondatori. Essi crearono l’associazione allo scopo di combattere i crimini perpetrati dalle dittature comuniste in tutto il mondo. Cosí gli esponenti di Amnesty International denunciarono coraggiosamente torture, genocidi e oppressioni di ogni genere, vincendo spesso significative battaglie umanitarie. Purtroppo Amnesty, con il passare del tempo, è scivolata sempre piú su questioni politiche come i “diritti delle donne”, la “salute riproduttiva” e sui programmi sempre piú eterodossi dell’ONU e di altre agenzie non governative, non di rado ostili ai principi del Vangelo e al magistero della Chiesa. Nel 2007 Amnesty si è schierata apertamente a favore dell’aborto e nel 2013 ne ha chiesto la depenalizzazione in Irlanda. Oggi Amnesty International appoggia i presunti “diritti Lgbt”, giungendo a chiedere la depenalizzazione della prostituzione, purché esercitata da maggiorenni (un limite variabile a seconda dei Paesi). Per Amnesty la deriva sempre piú spinta nel politicamente corretto non pare avere piú limiti, ciò che impone di sottoporre ad un severo spirito critico tutte le sue iniziative. Per queste ragioni la Chiesa Cattolica, fin dal 2007, si è dissociata, avvertendo i fedeli che non è piú opportuno offrire appoggi e contributi incondizionati. Per le ragioni suddette, per la carenza di trasparenza nei rapporti umanitari e nelle fonti di finanziamento, inoltre per la sempre maggiore dipendenza dalle discutibili politiche estere di alcuni Paesi, nel presente sito è stato cancellato ogni link ed è stata interrotta qualsiasi forma di collaborazione.

 

 

27 ottobre 2015

Oggetto: Circa le conclusioni del Sinodo 2015

Molteplici e discordi le reazioni a Sinodo concluso. Una parte della stampa, specie quella laica italiana, ha tentato di appoggiare una lettura falsa e progressista dei lavori sinodali; un’altra parte della stampa, specie all’estero, ne ha tratto conclusioni ben diverse e decisamente più schiette. Il 23 ottobre scorso, sul sito del Washington Post, è apparso un articolo dal titolo: “Il Sinodo è stato una farsa. I leader cattolici fedeli (alla dottrina) dovrebbero abbandonare l’aula sinodale. La Chiesa sta facendo una svolta pericolosa verso l’eresia nelle sue posizioni sul divorzio e l’omosessualità” (The synod has been a sham. Faithful Catholic leaders should walk out. The church is making a dangerous turn toward heresy in its positions on divorce and homosexuality). Un editoriale del 18 ottobre, nel sito del New York Times, è stato pubblicato con il titolo: “Il complotto per cambiare il cattolicesimo” (The Plot to Change Catholicism). Durissime le affermazioni dell’editorialista: “...in questo momento il primo cospiratore è il papa stesso. Lo scopo di Francesco è semplice: egli favorisce la proposta dei cardinali liberal... un cambiamento di dottrina” (And right now the chief plotter is the pope himself. Francis’s purpose is simple: He favors the proposal, put forward by the church’s liberal cardinals, that would allow divorced and remarried Catholics to receive communion without having their first marriage declared null). Stupisce che la stampa laica tragga simili conclusioni e si inoltri su affermazioni di tale portata, quasi a voler difendere non le tesi dei progressisti, come accade spesso, ma l’essenza della dottrina cattolica.

Il cardinale Raymond Leo Burke, patrono dei Cavalieri di Malta, ed ex Prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica, il 26 ottobre scorso ha inviato al National Catholic Register alcune considerazioni sulla relazione finale del Sinodo, di indubbio interesse (Final Report Lacks Clarity on Indissolubility of Marriage), di seguito tradotte:

«L’intero documento richiede uno studio attento, per capire esattamente quale suggerimento si stia offrendo al Santo Padre, in accordo con la natura del Sinodo, “nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica” (can. 342). La sezione intitolata “Discernimento e integrazione” (paragrafi 84-86), è comunque di immediata preoccupazione, a motivo della mancanza di chiarezza in una importante questione di fede: l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, che la fede e la ragione insegnano a tutti gli uomini.

Prima di tutto, il termine “integrazione”, è un termine mondano, teologicamente ambiguo. Non vedo come possa essere “la chiave dell’accompagnamento pastorale di coloro che vivono in unioni matrimoniali irregolari”. La chiave interpretativa della loro cura pastorale dev’essere la comunione fondata sulla verità del matrimonio in Cristo, che dev’essere onorato e messo in pratica, anche se uno dei due coniugi è stato abbandonato attraverso il peccato dell’altro. La grazia del Sacramento del Matrimonio rafforza il coniuge abbandonato per vivere fedelmente il vincolo matrimoniale, continuando a cercare la salvezza del coniuge che ha abbandonato l’unione matrimoniale. Ho conosciuto dalla mia infanzia e continuo ad incontrare fedeli cattolici il cui matrimonio è stato in qualche modo interrotto, ma che, credendo nella grazia del Sacramento, continuano a vivere nella fedeltà al loro matrimonio. Essi guardano alla Chiesa per un accompagnamento che li aiuti a restare fedeli alla verità della Chiesa nella loro vita.

In secondo luogo, la citazione dal n. 84 di Familiaris Consortio è fuorviante. All’epoca del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia del 1980, come nel corso della storia della Chiesa, ci sono sempre state pressioni per accettare il divorzio, a causa delle situazioni dolorose di coloro che vivono in situazioni irregolari, cioè di coloro la cui vita non è in accordo con la verità di Cristo sul matrimonio, verità che egli ha proclamato nei Vangeli (Mt 19, 3-12; Mc 10, 2-12). Mentre nel n. 84 il Papa San Giovanni Paolo II riconosce le differenti situazioni di coloro che vivono in unioni irregolari e spinge i pastori e l’intera comunità ad aiutarli come veri fratelli e sorelle in Cristo in virtú del Battesimo, cosí conclude: “la Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. Quindi spiega la ragione di questa prassi: “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”. Il Papa fa notare correttamente che una prassi differente indurrebbe i fedeli “in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio”.

In terzo luogo, la citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1735) sull’imputabilità dev’essere interpretato nel senso della libertà che “rende l’uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari” (CCC, n. 1734). L’esclusione dai sacramenti di coloro che vivono in situazioni irregolari non costituisce un giudizio circa la loro responsabilità per la rottura del vincolo matrimoniale, al quale sono legati. È piuttosto il riconoscimento oggettivo di questo legame. La Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 giugno 2000, che pure viene citata, è in totale accordo con l’insegnamento e la prassi costante della Chiesa a riguardo, citando il n. 84 di Familiaris Consortio. Questa Dichiarazione chiarifica la finalità del colloquio con un sacerdote in foro interno, che è, secondo le parole del Papa San Giovanni Paolo II, “una forma di vita non piú in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio” (Familiaris Consortio, n. 84). La disciplina della Chiesa provvede ad una continua assistenza pastorale per coloro che vivono in unioni irregolari e che “per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione” cosí che possano vivere in piena continenza, nella fedeltà alla verità di Cristo (Familiaris Consortio, n. 84)».

 

 

19 ottobre 2015

Oggetto: In merito alla proclamata profanazione dell’Eucaristia e a presunti complotti nei lavori sinodali

Avrebbe suscitato "molta commozione" - a detta dei mass-media - la profanazione dell’Eucaristia compiuta da un ragazzo che, ricevuta l’ostia consacrata, l’avrebbe spezzata a metà consegnandola in parte al padre divorziato e risposato. Ammesso che la notizia sia vera, stupisce alquanto che essa sia stata portata ad esempio da uno dei padri sinodali. Nessun giornale naturalmente riporta il dolore che avrà afflitto la maggioranza dei suddetti padri dinanzi ad un gesto che offende il Santissimo Corpo e Sangue del Signore. Il fatto che un bambino (non adeguatamente preparato e probabilmente condizionato da qualche adulto) lo abbia fatto non costituisce certo un episodio da portare quale esempio. Sicuramente ai piú è sfuggito il fatto che non solo i divorziati risposati, ma qualsiasi fedele che non si sia prima accostato al sacramento della Confessione, può ricevere l’Eucarestia. Tutti i fedeli sono nelle medesime condizioni e a tutti sono richieste le medesime disposizioni prima di ricevere la Comunione. Nessuno escluso.

Perciò lungi dal celebrare l’episodio, descritto come “molto commovente”, lo si dovrebbe considerare solo un doloroso equivoco. È inaccettabile che si sia menzionato in un Sinodo sulla famiglia un tale fatto tanto da riportarlo in una conferenza stampa, sí da “orientare emotivamente” l’opinione pubblica a favore delle tesi eterodosse di alcuni esponenti del clero. È un fatto che suscita sdegno e riporta alla memoria le parole di S. S. Benedetto XVI: «Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del Suo Corpo e del Suo Sangue, è certamente il piú grande dolore del Redentore». Di fronte a questo e ad altri gesti mediatici sorge il dubbio che il Sinodo che Papa Benedetto XVI aveva convocato per difendere la famiglia, sia diventato un luogo di esaltazione dei divorziati risposati. Il cardinal Timothy Dolan, arcivescovo di New York, ha affermato che nel Sinodo c’è accoglienza per tutti tranne che per le famiglie normali che cercano - spesso eroicamente - di vivere alla luce degli insegnamenti del Vangelo (cosí come sono assenti coloro che - dopo la separazione - vivono in castità in obbedienza al Signore, anch’essi con vero eroismo). Se in tutta questa vicenda appare una cospirazione è certamente quella contro la famiglia, non certo quella dei numerosi cardinali e vescovi che difendono e riaffermano la fede cattolica.

 

 

19 ottobre 2015

Oggetto: Circa l'intervento di monsignor Tomasz Peta, arcivescovo di Astana, in Kazakistan, al Sinodo sulla famiglia

Si è rivelato di particolare vigore l’intervento di S. E. monsignor Tomasz Peta, arcivescovo di Astana, circa le tensioni emerse nell’assemblea sinodale:

«Il Beato Paolo VI disse nel 1972: ‘Da qualche fessura, il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio’. Sono convinto che queste parole del santo pontefice, l’autore dell’Humanae vitae, furono profetiche. Durante il Sinodo dello scorso anno, ‘il fumo di Satana’ stava cercando di entrare nell’aula di Paolo VI». Il Presule ha elencato tre questioni che affliggono il Sinodo, compromettendone le dinamiche interne, e dalle quali egli ritiene di dover mettere in guardia l’intera assise:

«1) La proposta di ammettere alla sacra Comunione chi è divorziato e vive in una nuova unione civile;

2) L’affermazione che la convivenza è un’unione che può avere in se stessa alcuni valori;

3) La perorazione dell’omosessualità come qualcosa che è presumibilmente normale».

Occorre rammentare che proprio questi tre punti erano stati respinti dall’assemblea sinodale, nel 2014, ma sono stato reinseriti da Papa Bergoglio nell’Instrumentum laboris del Sinodo.

Monsignor Tomasz Peta ha evidenziato il fatto che si è ricominciato «a portare avanti idee che contraddicono la Tradizione bimillenaria della Chiesa, radicata nel Verbo eterno di Dio» e «purtroppo, si può ancora percepire l’odore di questo ‘fumo infernale’ in alcuni passi dell’Instrumentum laboris e anche negli interventi di alcuni padri al Sinodo di quest’anno». L’arcivescovo kazako ha concluso: «...il compito principale di un Sinodo consiste nella indicazione del matrimonio e della famiglia secondo il Vangelo e l’insegnamento del nostro Salvatore. A nessuno è consentito distruggerne il fondamento».

 

 

19 ottobre 2015

Oggetto: Sulle affermazioni pubbliche di mons. Krzysztof Charamsa, ex officiale della CDF

Destano profondo dispiacere le affermazioni pubbliche di mons. Krzysztof Charamsa, ex officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, in merito alla sua situazione personale, in aperto contrasto con la morale cristiana, il magistero e la disciplina ecclesiastica. Il comportamento in questione appare ancora più grave se si considera la totale mancanza di sensibilità umana e pastorale nei confronti di tutte quelle persone che soffrono e lottano, anche coraggiosamente, per condurre una vita cristiana esemplare nonostante le proprie problematiche umane e affettive. A tali persone va senza alcun dubbio tutto l'incoraggiamento e la stima possibile, non altrettanto può dirsi del gesto del sopra citato prelato che, pur conoscendo pienamente i propri doveri, ha mancato così gravemente - e pubblicamente - ai suoi obblighi di fedeltà, lealtà e sincerità nei confronti di tutta la comunità ecclesiale. Tale esternazione inoltre appare quanto mai sospetta, sia circa i modi, sia quanto alla tempistica, considerata la prossimità del Sinodo sulla famiglia. Tutto ciò impone una netta presa di posizione e una totale riprovazione delle affermazioni della persona in oggetto; affermazioni che non meritano di essere approvate o anche solo accolte a nessun titolo.

Per tali ragioni non appare accettabile neppure il commento apparso sul quotidiano della CEI, Avvenire, del 3 ottobre 2015, a firma di Don Mauro Cozzoli, Ordinario di Teologia Morale nella Pontificia Università Laretanense: «Ciò che stupisce nell’intervista non è la dichiarazione di omosessualità del soggetto, ma il carattere rivendicativo della stessa, elevata a bandiera della causa omosessuale. In fondo, non è un problema un prete omosessuale. Vi sono, conosco anzi, dei preti omosessuali che non hanno bisogno (come tanti omosessuali peraltro) di esibire la propria omosessualità, perché serenamente riconciliati con essa. Preti che vivono con libertà la propria verginità. Questo per dire appunto che il problema non è l’omosessualità». Infatti, stando alla Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica, del 4 novembre 2005, circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri: “[...] la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay” (§ 2).

Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la tendenza omosessuale in sé come “oggettivamente disordinata”: come può dunque l'omosessualità non essere un problema, tanto più in un ministro ordinato? Il portavoce della Santa Sede ha dichiarato che «Monsignor Charamsa non potrà continuare a svolgere i compiti precedenti presso la Congregazione per la dottrina della fede e le università pontificie, mentre gli altri aspetti della sua situazione sono di competenza del suo Ordinario diocesano... La scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia del sinodo appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l'assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica». Pare evidente che esistano gruppi di potere - anche all'interno della Chiesa - che tentano di minarne la credibilità riducendone la portata sul mondo e sulla storia; facendo apparire la fede come una forma di ipocrisia che oscura l'umanità e che, per esistere, ha bisogno di essere aggiornata, ossia ridotta, svuotata, come inutile orpello, e non più messaggera di Cristo e del suo Vangelo. Il fondo di questa storia, tuttavia, è ancora più doloroso. Il vero dramma del sig. Krzysztof Charamsa, infatti, non è quello di essere omosessuale, ma di portare l'attacco al cristianesimo laddove lo aveva portato intenzionalmente lo "scandalo pedofilia" e i suoi gestori politico-mediatici, ossia al sacerdozio cattolico.

 

 

22 giugno 2015

Oggetto: Visita di Papa Francesco al tempio valdese di Torino

La richiesta di perdono del 22 giugno 2015 di Papa Francesco ai Valdesi, nel loro tempio di Torino, non può non suscitare alcune doverose reazioni critiche. Il dialogo avviato con il Concilio Vaticano II ha innescato una serie di problematiche che talvolta hanno destato sconcerto fra i fedeli e ferito oggettivamente sia il Vicario di Cristo che la Chiesa. La stessa Congregazione per la dottrina della fede a tutela del ministero e della figura del Vescovo di Roma scrisse: «Le richieste di perdono fatte dal Vescovo di Roma in questo spirito di autenticità e di gratuità hanno suscitato reazioni diverse: la fiducia incondizionata che il Papa ha dimostrato di avere nella forza della Verità ha incontrato un’accoglienza generalmente favorevole, all’interno e all’esterno della comunità ecclesiale. Non pochi hanno sottolineato l’accresciuta credibilità dei pronunciamenti ecclesiali, conseguente a questo comportamento. Non sono però mancate alcune riserve, espressione soprattutto del disagio legato a particolari contesti storici e culturali, nei quali la semplice ammissione di colpe commesse dai figli della Chiesa può assumere il significato di un cedimento di fronte alle accuse di chi è pregiudizialmente ostile ad essa. Fra consenso e disagio, si avverte il bisogno di una riflessione, che chiarisca le ragioni, le condizioni e l’esatta configurazione delle richieste di perdono relative alle colpe del passato» (cfr. COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Memoria e riconciliazione: La Chiesa e le colpe del passato, 7 marzo 2000). Quanto ai frutti di tali dialoghi e richieste di perdono raramente è dato di vedere una sia pur vaga corrispondenza da parte degli interlocutori. Purtroppo non si è mai notata conversione alcuna, bensí rinnovata volontà di persistere negli errori a dispetto della ragione e della fede perenne e universale della Chiesa. Non a caso, infatti, il moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini, durante il suo discorso ha messo in campo alcune questioni aperte in materia di ecclesiologia e di comunione eucaristica auspicando che in occasione dei 500 anni della Riforma protestante esse siano definitivamente superate. Occorre rilevare tuttavia che allo stato attuale nessun cambiamento è possibile in merito alle valutazioni teologiche circa la comunità valdese che non può in alcun modo essere definita “chiesa”. Allora come oggi restano valide le constatazioni concrete e chiarissime che il santo sacerdote Giovanni Bosco fece in merito a tale congregazione: «...una religione che lascia libertà a ciascuno di credere quel che piú gli aggrada, e nel modo che gli pare di leggere nella Sacra Scrittura; una chiesa, che è una società senza presidente, un corpo senza capo, chiesa che non ha vescovi, non sacerdoti, non altare, non sacrificio; una chiesa che si associa con tutte le stravaganze delle varie sette protestanti, ciascuna delle quali professa piú articoli, che sono negati dalle altre; una chiesa di cui non mai si parlò ne’ dodici primi secoli del cristianesimo, e che non può mostrare un “solo” di sua credenza, che valga a contare li suoi predecessori, fino agli Apostoli; né può mostrare un “uomo solo” che abbia professato la medesima sua dottrina prima di Pietro Valdo; una Chiesa che s’intitola universale e non forma che 22 mila persone; e quindi il confrontarla colla Chiesa Cattolica, che fu in ogni tempo Una, Santa, Cattolica, Apostolica, che parte dal regnante Pio IX e ascende da un Papa all’altro fino a S. Pietro stabilito da Gesú Cristo a governarla ed essere Vicario di lui in terra: Chiesa che in ogni tempo praticò sempre i medesimi Sacramenti, il medesimo culto, ebbe sempre i suoi pastori, gli uni successori degli altri, ma sempre uniti al Romano Pontefice, i quali praticarono sempre la medesima fede, la medesima legge, il medesimo Vangelo, adorando un solo vero Dio; il fare questo confronto, dico, deve naturalmente persuadere ogni uomo ragionevole e non guidato dalle passioni, a dare un pronto abbandono a qualsiasi setta, per rientrare nell’arca di salute, nell’ovile di Gesú Cristo, la Chiesa Cattolica» (cfr. BOSCO G., Letture cattoliche. Conversione di una valdese, Torino, 1854, 103-104). Occorre ricordare che i valdesi attentarono piú volte alla vita di Don Bosco pur senza esito. Altri omicidi, purtroppo riusciti, furono quelli del beato Pietro da Ruffia O.P. (1320-1365), pugnalato dai valdesi il 2 febbraio 1365 e quello del beato Antonio Pavoni (1325-1374) che con il suo apostolato ottenne innumerevoli conversioni. La domenica del 9 aprile 1374, durante la celebrazione della Santa Messa a Bricherasio (TO), venne assalito e fu orribilmente massacrato. Sarebbe di particolare interesse sapere quando la comunità valdese chiederà perdono di questi e di altri simili fatti, ma soprattutto, quando - seguendo proprio il suo fondatore, Valdo - si convertirà e farà ritorno alla fede e all’unità cattolica?

 

 

05 febbraio 2015

Oggetto: In merito all'intervento del Cardinal Lorenzo Baldisseri alla conferenza internazionale, organizzata dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, dal 22 al 24 gennaio 2015, circa il prossimo Sinodo (ottobre 2015)

Alla conferenza internazionale, organizzata dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, dal 22 al 24 gennaio 2015 è intervenuto il Cardinal Lorenzo Baldisseri, organizzatore del prossimo Sinodo sulla Famiglia (ottobre 2015). La conferenza mirava a fornire l’opportunità a numerosi gruppi di laici di assistere il Pontificio Consiglio per la Famiglia nel fornire suggerimenti per il Sinodo.

In tale occasione il Cardinale avrebbe difeso il diritto del Card. Walter Kasper di asserire che... “i divorziati ricongiuntisi in unioni non riconosciute dalla Chiesa dovrebbero avere il permesso di ricevere la Santa Comunione”. Inoltre egli avrebbe comunicato ai partecipanti alla suddetta conferenza che... “non dovremmo essere “scioccati” dai teologi che contraddicono l’insegnamento della Chiesa” sostenendo che... “i dogmi possono evolvere” e che... “sarebbe inutile tenere un Sinodo semplicemente per ripetere quello che è sempre stato sostenuto”. Oltre alle affermazioni di cui sopra, già gravi, egli avrebbe suggerito che, “per il semplice fatto di esser stato posto 2.000 anni fa, non significa che un paradigma non possa esser messo in discussione”.

A tali inaccettabili asserzioni occorre replicare con il massimo rigore che l’insegnamento della Chiesa circa l’indissolubilità del matrimonio è fondato sulle parole di Gesú Cristo; parole che, al di là della distanza temporale, per i credenti, e perfino per moltissimi non cattolici, costituiscono l’immutabile volontà di Dio.

Tali posizioni, del tutto estranee al sensus fidelium, oltretutto distraggono dal denunciare mali gravissimi come l’aborto, l’eutanasia e gli attacchi ai diritti genitoriali, questioni chiave omesse dalla relazione finale sul Sinodo. Una Relatio in cui si notano anche troppe proposizioni assolutamente non condivisibili. In essa risaltano asserzioni come:

«Nell’approfondire la terza parte della Relatio Synodi, è importante lasciarsi guidare dalla svolta pastorale che il Sinodo Straordinario ha iniziato a delineare, radicandosi nel Vaticano II e nel magistero di Papa Francesco»,

oppure:

«È necessario far di tutto perché non si ricominci da zero, ma si assuma il cammino già fatto nel Sinodo Straordinario come punto di partenza».

Con tali proposizioni sembra che si intenda attribuire ad un semplice Sinodo, ancora neppur concluso, un valore di “punto di partenza” a dir poco spropositato. Le fonti di partenza magisteriali sono, come ampiamente noto, ben altre che quelle di un Sinodo. Il Magistero della Chiesa inoltre non si radica sic et simpliciter nel Vaticano II o nel magistero dell’ultimo Pontefice ma nell'intero depositum fidei. Tali premesse sono inammissibili e meritano di essere censurate con particolare severità.

Il punto su cui il Sinodo si è in parte arenato è il contrasto tra chi pretende di dissociare la dottrina dalla prassi cristiana e chi, come il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Gerhard Ludwig Müller (e la maggior parte degli altri Pastori), ribadisce che... «non c’è la verità senza la vita e non c’è vita senza verità» (cfr. GERHARD LUDWIG MÜLLER, Discorso alla Radio Vaticana, 2 dicembre 2014).

 

 

04 febbraio 2015

Oggetto: Sulla elezione del nuovo Presidente della Repubblica Italiana

Il 31 gennaio 2015 l’on. Sergio Mattarella diviene il XII Presidente della Repubblica italiana. La sua elezione - voluta da un Parlamento che egli stesso, insieme ai suoi colleghi della Corte Costituzionale, ha dichiarato essere stato eletto con una legge incostituzionale - segna l’epilogo di un “cattolicesimo” cosiddetto “democratico” o “di sinistra” di cui egli è un esponente di rilievo. Un “cattolicesimo” descritto da Antonio Gramsci con parole eloquenti: «Il cattolicesimo democratico fa’ ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida [...]. I popolari stanno ai socialisti come Kerensky a Lenin» (cfr. GRAMSCI A., I popolari, in “L’ordine nuovo. 1919-1920", Einaudi, Torino 1954, 286). Esso raccoglie l’eredità della parte peggiore della Democrazia cristiana, quella cosiddetta “cattocomunista”, gravemente colpevole non solo di aver portato una sinistra sempre piú radicale al potere, ma soprattutto di aver pesantemente contribuito al processo di scristianizzazione dell’Italia.

Con questa elezione si affina un processo di vanificazione della presenza dei cattolici nella vita pubblica del Paese, che paradossalmente va di pari passo con l’affermarsi, ai piú alti livelli, di personalità di matrice indifferente, quando non apertamente ostile, alle nostre radici culturali cristiane; un processo già ampiamente favorito dal predecessore, Giorgio Napolitano, caratterizzato oltretutto da una prassi etica e politica tutt'altro che equa ed imparziale. Il messaggio di insediamento con cui il nuovo Presidente ha dato inizio al proprio mandato è stato sintomatico, soprattutto nell’approccio alle questioni etiche. Da una parte l’auspicio di un maggior sostegno alla famiglia, definita «risorsa della società»; dall’altra, la declinazione del concetto di libertà... «come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva», che appare come un’apertura alle coppie di fatto e ad altre forme di famiglia diverse da quella naturale; locuzione immediatamente colta, infatti, dai promotori dei disegni di legge sulle unioni civili e sul divorzio breve, attualmente all’esame del Parlamento, come un autorevole incoraggiamento alle loro iniziative.

Il nuovo Capo dello Stato ha indicato quelli che saranno i due punti chiave del suo settennato: la difesa dell’unità nazionale e della Costituzione italiana; la coltivazione dell’ideale europeista, nella speranza che l’Unione si consolidi anche sul piano strettamente politico, e non solo monetario; un obiettivo di ben difficile realizzazione, specie per la debolezza sistemica della leadership italiana. Il timore è che anche in questo caso, come per i suoi numerosi predecessori cosiddetti “cattolici”, la prassi politica finisca con il prevalere sui principi non negoziabili della morale e dell’etica. Il futuro prossimo chiarirà inequivocabilmente questi e numerosi altri interrogativi.

 

 

02 febbraio 2015

Oggetto: Notizie infondate circa il ministero dei Cappellani Militari

In questi ultimi mesi, piú volte, sono apparse sulla stampa e in alcuni programmi televisivi scandalistici alcune notizie parziali e tendenziose in merito al ministero dei Cappellani Militari. Nei casi suddetti un secolo di storia (a dir poco) è stato liquidato in poche battute sulla base di considerazioni approssimative e superficiali. Battute spesso false e fuorvianti, volte ad ingannare l’opinione pubblica sulla reale posizione e sul ministero dei Cappellani Militari, dipinti quali detentori di privilegi da una demagogia populista che critica gradi e trattamento economico come indebiti, pur ignorando totalmente sia la carriera formativa, sia quella professionale del singolo individuo. Inqualificabili il silenzio e l'inerzia dei vertici politici.

Come sottolineato dal I Sinodo dell’Ordinariato Militare il servizio specifico del Cappellano Militare presenta le seguenti caratteristiche: «stato di sacerdote cattolico e complesso dei diritti-doveri inerenti al grado di cappellano militare; assimilazione di rango ai diversi gradi militari; incompatibilità di qualsiasi occupazione o attività che esuli dai compiti di cappellano militare in servizio permanente; presenza continua e condivisione della vita dei militari; esigenza di frequente mobilità» (I Sinodo della Chiesa Ordinariato Militare in Italia, n. 482).

Rinunciare alla condizione militare equivale a precludere in maniera significativa e determinante un’efficace azione pastorale all’interno delle FF. AA., questo sia in patria, sia a maggior ragione all’estero, nelle zone di guerra. Arreca particolare dolore poi sapere che dietro tali notizie, non di rado, si nascondono forze politiche, appoggiate anche da singole personalità ecclesiastiche, che hanno fatto dell’ostilità alle istituzioni cattoliche, a tutti i livelli, la loro missione.

La Chiesa militare ha offerto tanti splendidi esempi di eroismo e di santità che il mondo intero ammira: Papa Roncalli, Don Gnocchi, Padre Brevi, Monsignor Facibeni e tanti altri ancora. È piú che mai essenziale oggi camminare dietro il loro esempio, senza cedere in alcun punto, né quanto alla fedeltà al Vangelo e al Magistero della Chiesa, né quanto alla fedeltà alla condizione di militari e di servitori dello Stato, a dispetto di quelle forze che hanno spesso dimostrato di voler dissolvere il tessuto sociale e culturale del nostro Paese.

 

 

12 gennaio 2015

Oggetto: In merito all'attentato terroristico in Francia e alla satira anti-religiosa

Il controverso attentato posto in atto da alcuni terroristi islamici presso la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a Parigi, induce ad esprimere alcune doverose considerazioni. Il terrorismo, di qualunque matrice esso sia, va sempre fermamente condannato. L’azione terroristica, per sua natura, è una forma di violenza nei confronti di persone innocenti e pertanto radicalmente ripugnante. Le idee e le motivazioni di chi le compie non potranno mai costituire una giustificazione valida. L'attentato nella sua dinamica contraddice le più elementari regole di intelligence e, per alcuni elementi, è assimilabile ad altri eventi tragici e maldestri già visti in questi ultimi anni.

Qualunque sia la sua matrice la condanna non può che essere decisa e senza appello; condanna ancor più grave qualora si tratti di un attentato false flag, una tipologia di crimini pianificati da organizzazioni governative spregiudicate, già visti in numerose altre occasioni in questi ultimi anni.

Assodato quanto sopra non è possibile tuttavia aderire allo slogan che in questi giorni è stato adoperato nelle piazze e sui mass-media: Je suis Charlie. Difendere la libertà di espressione è doveroso ma è altrettanto doveroso prendere le distanze dall’ideologia di “Charlie”, ossia l’ideologia della denigrazione e dello svuotamento contenutistico della libertà di critica. Il pensiero critico è importante ma non può prescindere dalle regole della morale e dell’etica. Il giornale Charlie Hebdo, in passato, ha piú volte manifestato un’ideologia dissacratoria di ogni senso, con pesantissime aggressioni anche contro la fede cattolica. Aggressioni che sono oltraggio, sacrilegio, offesa dei sentimenti piú profondi di interi popoli ed evocazione del loro lato piú oscuro e finanche omicida, come questa triste vicenda mostra molto chiaramente.

La satira senza l’intelligenza scade nella volgarità, diviene fanatismo dissimulato: non c'è piú l’intento di ridere del mondo ma di rovesciarlo per dominarlo, distruggendo e delegittimando radicalmente gli avversari. La satira di Charlie Hebdo non era piú neppure umoristica, era uno strumento politico che non aggrediva solo l’idea ma chi ne era portatore, la sua intimità, i suoi pensieri piú profondi, i suoi convincimenti piú sacri, le sue passioni piú alte. Non a caso essa mirava di proposito alle immagini piú sante e venerabili per l’uomo e in un impeto iconoclasta le profanava nel modo piú volgare con sadica esaltazione. È al sacro che Charlie Hebdo mirava, in nome del “niente è sacro”, tutto per loro poteva e doveva essere profanato, andando a toccare le corde piú profonde dell’uomo. Purtroppo si può uccidere anche con le parole, anche con la carta stampata e non solo moralmente. La libertà non può prescindere dalla verità e dalla giustizia e i diritti non possono prescindere dai doveri. La libertà di espressione non può mai scadere nel “diritto all’offesa”, anche solo verbale. Non è possibile difendere una libertà anarchica e nichilista. La satira è un linguaggio da sempre presente, fin dall’antichità, e può essere compresa solo da chi sa che l’integralismo è figlio della paura dell’altro o di un narcisismo sterile e aggressivo: una satira corretta sdrammatizza e offre un sorriso liberatorio a tutti.

Oggi, in Francia e anche in Italia, la libertà di espressione e di parola viene paradossalmente negata a chi difende in pubblico la famiglia nata dall’unione tra uomo e donna ed esprime pacificamente la propria convinzione che non sia giusto il riconoscimento delle coppie omosessuali e la loro pretesa di filiazione tramite la fecondazione eterologa. La società francese che oggi, giustamente, difende la libertà di espressione, deve fare fino in fondo i conti con il suo concetto di libertà. Ma non è solo la Francia, oggi, è l’intera Europa a volere la desacralizzazione della famiglia, equiparandovi qualsiasi stravaganza, dando il diritto a definirsi come tale a qualsiasi agglomerato umano. Un’Europa che separa uomini da donne e genitori da figli e che diventa l’Europa delle solitudini, lasciando il singolo dinanzi al vuoto, senza piú legami, solo, davanti ad un'astrazione smisurata e grigia che toglie il respiro e disorienta: un anonimo governo transnazionale privo di valori e di identità.

Quell’immigrazione islamica che oggi ci pone dinanzi a numerosi e gravi interrogativi è stata voluta e appoggiata dai poteri forti europei come alleato e agente della secolarizzazione, che ha come prima tappa l’obnubilamento di ogni reminiscenza cristiana nel nostro continente e la sua riduzione a laboratorio multietnico e multireligioso fine a se stesso. Un’immigrazione tuttavia che non solo non potrà essere ingenuamente strumentalizzata ma che alla fine chiederà conto all’intera Europa della sua inconsistenza etica, sociale e politica. Se la nostra società vuole contrastare tutto ciò non può fondarsi semplicemente su un concetto astratto e ideologico di libertà di espressione. Un concetto vuoto e puramente critico non è in grado di sostenere una vita pensata e vissuta insieme. L’Europa deve riprendere seriamente la sua identità annebbiata da un secolarismo e da un relativismo che la corrodono e la indeboliscono dal di dentro. L’Europa, che fu patria dei diritti umani, non può non farsi carico dell’educare ad una integrazione che liberi da rigidità integraliste ed esiga rispetto per il patrimonio dei suoi popoli: è la persona umana ultimamente, con i suoi doveri e i suoi diritti che deve essere al centro dell’attenzione culturale, sociale, politica e religiosa. Esso è un patrimonio che postula una risposta ferma anche a coloro che in nome di una morbosa e falsa laicità attentano costantemente alle fondamenta dell’anima dell’Europa che sono i valori contenuti nell’antropologia cristiana.

Questa Europa appare sempre piú incapace di dare risposte culturali, economiche e politiche al fanatismo islamico. La satira, a parte i proclami di pochi intellettuali isolati, costituisce la sua pressoché unica e debole replica. È una facile profezia: se il fanatismo radical laicista sarà l’unica risposta al fanatismo islamico ci attendono giorni ben peggiori. La sfida del mondo islamico infatti richiede ragione e sapienza e potrà essere vinta solo da un rigore etico e morale nettamente superiore.

 

 

 

 

 

• ANNO 2014
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28 novembre 2014

Oggetto: Affermazioni pubbliche di un esponente del clero diocesano di Milano

In alcune puntate di una nota trasmissione televisiva a carattere religioso (A Sua Immagine, di Rai1) sono stati invitati a partecipare alcuni personaggi, alcuni dei quali sacerdoti, come don Luigi Ciotti, don Gino Rigoldi, don Maurizio Patriciello, don Vinicio Albanesi. A presentare la nuova stagione del suddetto programma (novembre 2014), è stato invitato anche il segretario generale della CEI S. E. Mons. Nunzio Galantino, che ha affermato che la nuova stagione è il frutto di un «...gioco di squadra tra la Rai e la CEI... [che avrebbero] gli stessi obiettivi... [e per raggiungerli mettono in campo] ...una bella squadra, che si presenta da sola e che traduce in immagini e fatti quello che ci chiede papa Francesco, di essere una Chiesa in uscita. E qui abbiamo dei “preti di strada”, che hanno fatto cioè della strada la loro università, e alla quale hanno dato molto... è un modo - afferma il Prelato - con cui la Chiesa vuole dirvi grazie: per aver resistito alle nostre resistenze e per aver accettato questa sfida che ci mette tutti in gioco». Provoca profondo dolore e sconcerto tuttavia che in una trasmissione si siano udite affermazioni gravemente contrarie alla fede e alla morale cattolica, riportate e criticate anche da alcune testate giornalistiche insieme a numerosi siti Internet.

Si tratta di affermazioni come quelle che seguono, attribuibili in particolare a don G. Rigoldi:

«Se un giovane mi dice che domenica non è andato a messa, o che ha fatto sesso fuori dalle regole o che ha visto qualche (film strano) in TV... questi sono cattivi comportamenti ma non sono peccati, non tradiscono il Vangelo... Dio non si - omissis - per queste piccolezze. E a volte anche noi preti, facciamo queste cose qui... Il sacramento della confessione va cambiato»;

asserzioni gravi confermate anche dai video diffusi on line dai quali si evince purtroppo che le frasi suddette non sono esagerazioni giornalistiche ma dichiarazioni da addebitare ad un sacerdote cattolico che si è presentato al pubblico in veste ufficiale.

Quanto sopra richiede una doverosa riprovazione oltre che un netto distacco circa la forma e soprattutto circa i contenuti. L’auspicio è che le competenti Autorità Ecclesiastiche intervengano con il necessario rigore al fine di chiarire ed evitare per il futuro tali equivoci. Se infatti la vigilanza sulla propria porzione di gregge spetta ad ogni Pastore della Chiesa, la vigilanza sulle diocesi e sulla Chiesa universale è competenza dei rispettivi Vescovi e della Santa Sede, da cui si attendono con tempestività interventi autorevoli e decisivi in tal senso.

 

 

21 novembre 2014

Oggetto: Circa le offerte nelle parrocchie italiane

In merito alle notizie approssimative apparse sulla stampa il 21 novembre 2014, circa i “sacramenti a pagamento”, è doveroso precisare che nella Cappellania Militare qualunque ministero viene svolto sempre e solo a titolo gratuito. Il rilascio dei certificati ecclesiastici ai legittimi richiedenti è altresí del tutto gratuito, anche per l’invio a domicilio. È importante tuttavia ricordare che per molte parrocchie civili le offerte sono spesso una fonte vitale di sostentamento, come pure per i monasteri e i conventi degli istituti di vita consacrata, che svolgono una preziosa opera di fede, di cultura e di carità. Ogni facile generalizzazione in merito, da chiunque provenga, è discutibile e priva di fondamento. Sostenere le necessità della Chiesa è un gesto importante ed è uno dei principali doveri cristiani, oltre a quelli del culto, dell’apostolato e delle opere di misericordia materiale e spirituale.

 

 

10 ottobre 2014

Oggetto: Nomina del nuovo Ordinario Militare per l'Italia

Il 10 ottobre 2013, S. S. Papa Francesco, ha nominato Arcivescovo Ordinario Militare per l'Italia. S. E. Monsignor Santo Marcianò, già Arcivescovo di Rossano-Cariati. Mentre ringraziamo il Santo Padre per il dono di un nuovo Pastore alla Chiesa Militare italiana, auguriamo al nuovo Vescovo il coraggio e la forza necessaria per dare nuovo impulso a questa grande comunità che opera instancabilmente per la sicurezza e la serenità di tutto il Paese.

 

 

02 luglio 2014

Oggetto: ONG "Save the Children"

In data odierna è stato cancellato ogni link e sospeso ogni supporto all'ONG "Save the Children". La decisione è stata presa dopo che aborto, pianificazione familiare ed eutanasia infantile sono entrati a far parte del suo programma d'azione in collaborazione con l'organizzazione "Planned Parenthood". La questione è stata sollevata da molti enti, tra cui l'associazione pro-life americana "Life Decision International" e la britannica "Catholic Action UK" che oltre a denunciare l'operato di "Save the Children" chiedono a tutte le persone che credono nel valore della vita di astenersi da qualsiasi forma di supporto a questa ONG. Il suo sito Web italiano non è scevro da concetti antinatalisti, frutto della più retriva cultura neomalthusiana. "Save the Children" sostiene inoltre l'eutanasia infantile: in Scozia, nell'ambito del dibattito preparatorio alla discussione di un relativo disegno di legge, tramite il comitato "Together", essa chiede al Parlamento scozzese di introdurre l'eutanasia anche per i minori, inclusi i bambini, sull'improponibile modello belga.

 

 

21 maggio 2014

Oggetto: Intervista a S. E. Mons. N. Galantino

È con vivo dispiacere che si apprende dell'intervista rilasciata dal Segretario della CEI, S. E. Mons. Nunzio Galantino, pubblicata su la Nazione del 12 maggio 2014 e su altri quotidiani, di cui si riporta un brano: «Pensiamo alla sacralità della vita. In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro» (corsivi propri). L'intervista ha suscitato stupore e reazioni negative in tutto il mondo, con repliche puntuali e del tutto comprensibili anche da parte del laicato cattolico. Pur essendo, la suddetta intervista, un'opinione puramente personale, è doveroso sottolineare il fatto che la preghiera non è mai inutile o fuori luogo, soprattutto dinanzi all'enormità di delitti come quelli dell'aborto e dell'eutanasia. Non si può poi non rilevare il fatto che ogni ministro sacro, in qualsiasi dignità sia costituito, è tenuto ad esprimere non il proprio parere personale, del tutto secondario, quanto il pensiero di Cristo e il Magistero della Chiesa, tanto più su questioni di così grande rilievo dove più che mai si è chiamati a confermare i fratelli nella fede.

 

 

 

 

 

• ANNO 2013
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23 novembre 2013

Oggetto: Onorificenza PUL al Pres. Giorgio Napolitano

Alcuni giornalisti hanno commentato l'onorificenza concessa dalla Pontificia Università Lateranense al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, recatosi colà in visita il 21 novembre 2013. Di seguito alcuni stralci comparsi su Internet e riportati in diversi siti:

"Giovedì 21 novembre... Napolitano si è recato in visita alla Lateranense, "l’Università del Papa", accolto dal vicario di Roma cardinale Agostino Vallini e dal rettore dell’Ateneo monsignor Enrico dal Covolo. Grande cordialità... poi ecco il conferimento della Medaglia d’onore dell’Università... poi ecco la motivazione: "Per il generoso impegno nella promozione dei diritti della persona; per la passione educativa nei confronti delle nuove generazioni, speranza e garanzia di una società rispettosa dei principi democratici incardinati nella Costituzione della Repubblica Italiana; per la coerente testimonianza di vita, che invita gli studenti all'impegno quotidiano e alle competenze indispensabili per valorizzare, nel dialogo sincero, le differenze di cultura, di nazionalità, di razza, di religione"... escludendo la possibilità di un caso di omonimia, proprio non capiamo.

“Generoso impegno nella promozione dei diritti della persona”, dice la Lateranense: ma non stiamo parlando di quel Napolitano che, come dirigente del Partito Comunista, ha per decenni apertamente sostenuto la repressione di tanti popoli sotto il regime sovietico? Che ha teorizzato la necessità dell’intervento dei carri armati sovietici in Ungheria nel 1956, senza aver mai fatto cenno a una qualsiasi forma di pentimento? E ancora: non è lo stesso Napolitano che dal caso Welby (2006) in poi non ha perso occasione per fare pressioni a favore di una legge pro-eutanasia? Il cui intervento - fuori dai binari concessigli dalla Costituzione - è stato decisivo per uccidere Eluana Englaro? ... Non ci risulta che Napolitano si sia mai pentito di quella decisione, né ci risulta che la Chiesa abbia cambiato il suo insegnamento sul valore sacro della vita, sul primato della persona e sulla libertà.

Andiamo avanti: «Passione educativa nei confronti delle nuove generazioni». Non c’è dubbio che abbia passione educativa, ma bisogna vedere i contenuti di questa educazione. Se guardiamo all’esempio personale c’è da imparare il trasformismo e l’opportunismo, se guardiamo a ciò che afferma è un maestro di relativismo. Aperto a tutto ciò che va nella “giusta” direzione, verso cui guida il Parlamento. Non a caso ha sostenuto apertamente il varo di una legge contro l’omofobia, né è un caso che l’elezione per il secondo mandato sia stata salutata con grande soddisfazione anche dalle associazioni LGBT, che lo ricordano come "il primo presidente della Repubblica ad aver aperto le porte del Quirinale alle associazioni gay, lesbiche e trans il 17 maggio 2010".

"Speranza e garanzia di una società rispettosa dei principi democratici». Ma come? Sarà pure la nostra classe politica ridotta male, ma come si fa a indicare come garante della democrazia uno che ha costruito la sua carriera politica a servizio del più grande impero totalitario, e contro gli interessi dell’Italia? Fino al crollo del Muro di Berlino ha giustificato il soffocamento di tutti i popoli che anelavano alla democrazia, e ora - senza neanche un cenno di autocritica (tra i comunisti non si usa la parola pentimento) - dobbiamo acclamarlo come speranza e garanzia della democrazia?

"Coerente testimonianza di vita": su questo in effetti si può anche concordare. Napolitano è sempre stato un coerente uomo di potere, sempre in sella: stalinista con Stalin, brezneviano con Breznev, riformista con Gorbaciov, poi si è messo in proprio. La caduta del Muro di Berlino gli ha aperto le porte: presidente della Camera nel 1992, ministro dell’Interno con Prodi, senatore a vita con Ciampi e infine presidente della Repubblica dal 2006, carica che ha interpretato da coerente comunista interventista. Un bell’insegnamento sicuro per le nuove generazioni. Ma il vero punto è: perché una Università pontificia, addirittura l’Università del Papa, sente l’irrefrenabile bisogno di dare la massima onorificenza a siffatto personaggio"?

Preso atto di queste e di altre documentate e puntuali critiche, che non è possibile disattendere in alcun modo, si auspica che l'evento resti un caso del tutto isolato, soprattutto considerando il disorientamento che tali atti possono indurre nella pubblica opinione, specie tra i fedeli.

 

 

14 ottobre 2013

Oggetto: Esequie del Sig. Erich Priebke

Ha suscitato forti polemiche la richiesta di celebrare le esequie cattoliche per l’ex ufficiale delle SS Erich Priebke. Se è doveroso evitare ogni strumentalizzazione politica, insieme ad eventuali disordini e scandali, non lo è meno il dare dignitosa sepoltura a qualsiasi persona e ancor piú l’assicurare le consuete preghiere di suffragio a chiunque ne faccia legittima richiesta. Seppellire i morti rientra fra le principali opere di misericordia del cristiano, dovere che in passato è stato assicurato con encomiabile zelo anche in circostanze ben piú gravi di quelle presenti. È doloroso constatare che se il caso poteva rendere opportuna la celebrazione delle esequie in forma strettamente privata non altrettanto opportuna è stata la sua gestione mediatica, tutt’altro che animata da spirito umano e cristiano. Sono e restano esecrabili e incivili i gesti oltraggiosi fatti pubblicamente contro una salma, né possono essere giustificati da ragioni di alcun genere. Resta sempre immutato poi il dovere di sottrarre la celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali da ingerenze e valutazioni di ordine politico e ideologico.

 

 

23 maggio 2013

Oggetto: Esequie Don Andrea Gallo

In data odierna si sono tenuti i funerali di don Andrea Gallo, presbitero della diocesi di Genova. Figura controversa, sempre acclamato dalla stampa laica e anticattolica, è stato autore di diverse iniziative, non di rado platealmente opposte a quelle del Magistero della Chiesa e non consone al suo stato. Puntuali e decise le critiche avanzate da laici e giornalisti più attenti ai fatti concreti che alle posizioni ideologiche. Di seguito alcuni stralci:

...alla morte di don Gallo abbiamo letto comunicati - e ascoltato l’omelia al funerale - in cui si celebra il prete “di strada” come un esempio più che positivo di sacerdozio vissuto, come se aprire la casa a poveri, trans e prostitute bastasse in sé per essere santi. In altre parole, a sentire il cardinale Bagnasco e il cardinale Tarcisio Bertone, predecessore di Bagnasco a Genova e attuale segretario di Stato vaticano [2013], si fa fatica a cogliere una differenza tra Madre Teresa di Calcutta e don Gallo, o anche tra quest’ultimo e don Oreste Benzi. Eppure una differenza c’è: anche don Benzi accoglieva le prostitute e apriva la casa agli ultimi, anche madre Teresa raccoglieva per strada gli scarti della società (e non c’è neanche paragone tra Calcutta e Genova), ma il desiderio, la missione era quella di elevare tutti a Dio, non di abbassare Dio alla misura dell’uomo. Per questo madre Teresa e don Benzi, tanto per fare un esempio, non avrebbero mai accompagnato una povera ragazza ad abortire: erano convinti che l’aborto fosse il peggior crimine che si potesse commettere. Un peccatore, consapevole di esserlo, ha bisogno di un Dio misericordioso non di un Dio complice: abbiamo bisogno di un Dio che è più grande di ogni peccato che possiamo commettere, e ci dice “Và, sei perdonato, non peccare più, un’altra vita è possibile”.

Fatto salvo il dovere del suffragio, dovuto a tutti, e tralasciati, per brevità, molti altri fatti e considerazioni; appare doveroso prendere le opportune distanze, soprattutto dall'immagine mediatica creata ad arte intorno alla vicenda di Don Gallo. Il netto e inequivocabile distacco, in questo caso, è un atto doveroso anche nei confronti di tutte quelle persone, la maggioranza, che esigono chiarezza e trasparenza, soprattutto in materie così gravi come quelle della fede e della morale. Fede e morale che non sono mai in contraddizione con l'autentica carità, bensì ne costituiscono sempre l'indispensabile premessa.