• ANNO 2021
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8 settembre 2021

Oggetto: Discorso del Presidente Mattarella all’università di Pavia.

Il discorso del Presidente Mattarella all’università di Pavia del 5 settembre c. a. si è rivelato profondamente allarmante, sia per le inesattezze, sia per la violenza discriminatoria di cui ha fatto oggetto i cittadini che decidono legittimamente di non farsi vaccinare.

Thomas Hobbes affermava che “...lo Stato conserva nei confronti di chi dissente il proprio diritto originario, cioè il diritto di guerra, come nei confronti di un nemico”. Nella storia dell’Italia unita, fin dagli inizi, lo Stato si è sempre posto come nemico del cittadino, sia con un fisco ingiusto e vessatorio (memorabile la tristemente famosa “tassa sul macinato”), sia con leggi inique e insensate che hanno compromesso irrimediabilmente il bene comune e lo stesso interesse nazionale.

Il discorso del Presidente Mattarella - come del resto quello del premier Draghi che sosteneva il rapporto tra il non vaccinarsi e il morire - ha costituito una vera e propria istigazione all’odio, una condanna senza appello dei cittadini che non vogliono vaccinarsi, additandoli come licenziosi e irresponsabili; una vera e propria attribuzione collettiva di colpa che è anche un voler a tutti i costi dare in pasto un nemico ad un’opinione pubblica, costantemente vessata dai mass-media.

È ormai indescrivibile lo squallore di un personaggio politico che, abusando del suo ruolo istituzionale, influenza pesantemente l’esito della campagna elettorale imponendo piú volte governi non eletti da nessuno all’intero Paese. Ancor piú indecente l’atteggiamento assunto di fronte alla corruzione della magistratura, come evidenziato dal “dossier Palamara”, magistratura di cui egli è il Capo, e di fronte alla quale ha sempre taciuto scandalosamente. Con tutto ciò, il Presidente accusa i cittadini di comportamenti violenti e minacciosi, quando in realtà sono le istituzioni statali, corrotte dalle multinazionali del farmaco, a minacciare quotidianamente chi non accetta la vaccinazione sperimentale, giungendo perfino a privare - con decreti criminali - del lavoro e dello stipendio intere categorie di persone.

A quale senso etico può fare appello un simile personaggio, ormai privo di ogni onorabilità morale e politica? Le parole arroganti e irrispettose di Mattarella segnano la parabola discendente di un’istituzione da lungo tempo macchiata dall’indegnità, dalla manifesta faziosità e dal tradimento. Quando personaggi di tal fatta parlano in questi termini attestano involontariamente la piena legittimità dei cittadini a protestare e a portare avanti una fiera disobbedienza civile.

 

 

25 agosto 2021

Oggetto: La crescente disumanità nell’etica medica al tempo del Covid-19.

È triste e doloroso constatare il grave decadimento che si è verificato in questi ultimi tempi nell’etica medica. È in corso un mutamento profondo, che potrebbe segnare la fine della medicina fondata sui principi umanitari e cristiani come li abbiamo conosciuti.

I segnali piú inquietanti vengono dalle dichiarazioni sempre piú spesso esternate dai medici in merito alle cure per le persone non vaccinate. Internet e i vari Social proliferano di interventi di medici e altro personale sanitario che pubblicano sui loro profili messaggi minacciosi, in cui dichiarano la loro volontà di non curare i cosiddetti No-Vax o di infierire su di loro procurando deliberatamente altre sofferenze. Si tratta certamente di cose meritevoli di denuncia, quanto meno agli Ordini professionali. Non è dato sapere se siano in corso dei procedimenti nei confronti di questi criminali, in ogni caso si tratta di un comportamento indegno di qualsiasi operatore sanitario.

La colpevolizzazione ad oltranza di un malato, o dei suoi congiunti, è qualcosa che non si è mai visto, si tratta di comportamenti inediti e riprovevoli. È già molto grave che si assista sempre piú ad una sorta di “Stato etico”, che pretende di entrare anche nella vita e nell’intimità di persone e famiglie, sotto il pretesto falso della sicurezza e della lotta all’evasione fiscale. Secondo la spietata logica che si sta affermando, chi sbaglia (ammesso e non sempre concesso che ciò sia vero) dovrebbe pagare e, per punizione, non avrebbe diritto all’assistenza medica. Ma quale sarebbe la colpa dei non vaccinati? Non essersi sottoposti ad una profilassi sperimentale? Essersi opposti all’arricchimento dell’industria farmaceutica? E ammesso e non concesso che non vaccinarsi sia una colpa, perché dovrebbe essere punita con sofferenze deliberatamente inflitte o addirittura con la morte?

Per quei sanitari abietti che si propongono di seguire una simile prassi, sicuramente ispirata dalle lobbies oggi al potere, la condanna viene da una storia di 2500 anni di arte medica, dal Giuramento di Ippocrate in poi. La storia della medicina non è soltanto una storia di invenzioni, di scoperte e di progressi scientifici, è anche e soprattutto la storia di uomini che hanno dedicato la propria vita a prendersi cura di chi soffre e che fin dall’antichità praticarono in modo eroico, fino alla santità, l’arte del guarire. E questo dagli inizi del cristianesimo fino al Medioevo, che inventò gli ospedali, passando per il Rinascimento e infine alla modernità, dove chi soffre ha bisogno anzitutto di una vera presenza umana accanto a sé.

Proprio dalla Chiesa, cosí come dagli Ordini professionali, dovrebbe venire una solenne condanna, e invece si assiste alla crescita voluta della cultura della divisione, dell’odio e della morte in modo del tutto indisturbato, a discapito delle radici profonde della Medicina; una disciplina intesa come farsi carico, con piena consapevolezza, della sofferenza che si incontra, della malattia e della morte, in tutte le circostanze, per tutte le persone di ogni età, etnia, e stato di vita. Senza tutto questo la scienza medica è destinata a scomparire per ridursi ad una professione qualsiasi dove tutto è determinato solo dal profitto. Esattamente la logica disumana dell’odierna industria del farmaco.

 

 

24 agosto 2021

Oggetto: In merito alla cosiddetta “pandemia Covid-19”.

Allora si trattava della “febbre suina” (2009-2010), che secondo i mass-media avrebbe dovuto causare milioni di vittime e per la quale gli Stati acquistarono dai colossi farmaceutici milioni di dosi di vaccini mai utilizzati perché poi rivelatisi inutili. Inutili per tutti, fuorché per coloro che li hanno venduti con enormi profitti.

Ci si dovrebbe chiedere come mai un virus influenzale che, secondo i dati recenti dell’OMS ha una mortalità (0,13%) di poco superiore a quella di una normale sindrome influenzale stagionale (0,10%), possa aver portato alla dichiarazione della pandemia e ad una serie di contromisure praticamente identiche in quasi tutti gli Stati europei e del continente americano.

Ci si dovrebbe chiedere anche la ragione per cui le cure per il Covid-19 siano generalmente screditate, minimizzate o proibite, mentre i vaccini sperimentali vengano considerati la soluzione piú efficace; nonostante che - secondo le dichiarazioni del Centers for Disease Control and Prevention statunitense - il virus non sia stato ancora isolato.

La gestione criminale della pandemia si rivela sempre piú un colossale insieme di tangenti e di truffe organizzate dai governi in combutta con le corporation farmaceutiche.

Appare nella sua sconcertante realtà un piano mondiale i cui artefici, creando un ingiustificato allarme sociale, usano il pretesto della pandemia per aggravare una drammatica crisi sociale ed economica globale e legittimare la drastica riduzione dei diritti umani di tutti i popoli.

In questo progetto il Covid-19 gioca un ruolo fondamentale, come alibi che giustifica - dinanzi al totem di una scienza prostituitasi agli interessi dell’élite, dopo aver abdicato alla sua missione di salvare vite umane - la privazione della libertà, l’intromissione violenta dei governi nella vita privata dei cittadini, l’instaurazione di un regime pseudo-sanitario in cui, contro ogni evidenza scientifica oggettiva, viene deciso dall’alto il numero di commensali, la distanza tra le persone, la possibilità di comprare, di vendere, di circolare e addirittura di pregare.

In molti luoghi, nel silenzio generalizzato della Gerarchia ecclesiastica, è stata imposta la chiusura delle chiese e la limitazione delle celebrazioni religiose, ma allo stesso tempo trattando come servizi essenziali tanti esercizi voluttuari. Sono i paradossi di un potere pervertito, gestito da persone moralmente corrotte al fine di tutelare solo gli interessi politici e finanziari delle élite. In verità mentre i piú facoltosi si stanno arricchendo sempre di piú, viene falciato via quel ceto medio che costituisce il tessuto sociale forte e l’anima stessa delle nazioni.

Questa pandemia, voluta dall’élite globalista, rappresenta l’ultimo atto con la quale creare una massa informe e anonima di schiavi, confinati in casa, minacciati da una serie infinita di pandemie progettate da chi ha già pronto il “miracoloso vaccino”. Proprio in questi giorni, con la sincronia di un piano orchestrato nei minimi particolari, da piú parti si va teorizzando l’imposizione del vaccino, del quale peraltro non si conosce la reale efficacia né le conseguenze che esso potrà avere, specie a lungo termine. A quest’obbligo dovrebbe accompagnarsi anche una sorta di “passaporto sanitario”, in modo che quanti ne sono provvisti possano muoversi senza limitazioni, mentre coloro che lo rifiutano non dovrebbero poter usare i mezzi di trasporto, frequentare ristoranti e locali pubblici, scuole e uffici. Che questo rappresenti una gravissima e intollerabile violazione delle libertà dell’individuo per i governanti non pare costituire un problema: essi non esitano ad esautorare i Parlamenti per imporre le loro norme tiranniche, sapendo che il loro potere sussiste finché obbediscono all’agenda globalista, fatta propria dalle istituzioni internazionali come l’Unione Europea, l’OMS, l’ONU e altre ancora.

Di fronte ai casi sempre piú numerosi di reazioni avverse da vaccino anti-Covid-19 i mass-media sono pronti a recitare la frottola secondo la quale “i benefici supererebbero i rischi”. È falso: il principio di proporzionalità si riferisce alle singole persone e non alla popolazione in generale. L’individuo non è parte, ma persona; è un obbrobrio immorale ritenere che se la collettività ne trae giovamento, allora il singolo può anche rischiare di morire. L’unica logica moralmente ammissibile è quella di valutare che gli eventuali effetti avversi del vaccino sulla persona concreta risulterebbero di lieve entità e transitori. Il bene della persona non è sacrificabile sull’altare della collettività. Se è lecito chiedere al singolo una quota di sacrificio o di rischio per il bene di tutta quella società di cui ognuno è membro; tuttavia non si può applicare il concetto di “parte” e “tutto” rispettivamente alla persona singola e alla società: nella persona singola c’è il valore globale e il motivo fondamentale dell’esistenza stessa della società. Salvo il caso della legittima difesa, non si può mai quindi esporre al rischio di morte il singolo per il vantaggio della società.

Sarebbe ora che anche la Congregazione per la Dottrina della Fede prendesse posizione contro il sempre piú diffuso modo di intendere il principio del rapporto rischi/benefici. Già ora una parte della gerarchia è allo sbando con vescovi e sacerdoti che di loro iniziativa si inventano inesistenti obblighi vaccinali, condizionando al loro adempimento perfino l’amministrazione dei sacramenti e dei servizi religiosi. Il rischio è che di questo passo si giunga a reati canonici ancora piú gravi. Occorre precisare poi che buona parte di quelli che vanno a vaccinarsi, piú o meno costretto, non è un malato terminale, bensí una persona sostanzialmente sana, che molto spesso non ha mai avuto nemmeno un’influenza. Il principio del rapporto rischio/beneficio nel caso della vaccinazione deve essere citato con estrema prudenza, poiché si tratta di persone sane, almeno nei confronti di quella malattia contro cui si subisce l’inoculazione. Inoltre, non si può far finta che non esistano cure ormai ben note e collaudate con ottimi risultati. Chi afferma il contrario si basa su un protocollo immorale e criminale come quello del Ministero della Sanità italiano che risponde al criterio “paracetamolo e vigile attesa”.

Ormai appare chiaro che le persone dietro a questa frode globale sono sempre le stesse e sempre asservite alle stesse ideologie. Persone corrotte nell’intelletto e nella coscienza, perché si sono rese schiave di un’ideologia di morte anti-umana e anti-cristiana, nella quale vorrebbero trascinare l’intera umanità in un baratro di morte e di disperazione. È il nuovo progressismo, quello dei miliardari tecnocratici, che hanno come utopia l’ascesa al trans-umano e il superamento di ogni limite di natura.

L’ideologia dell’uomo trans-umano nega ogni limite, nell’arrogante convinzione di poter dominare le forze della natura, assoggettandole alla propria ansia feroce di onnipotenza che non conosce nulla di sacro e di inviolabile. Non c’è una sola briciola di cristianesimo e di umanesimo, nel sistema che stanno instaurando poiché per essi l’essere umano è solo materia bruta da modellare con le possibilità tecniche del momento; non vi è dunque traccia di alcuna dimensione spirituale ed esistenziale, nessuno scrupolo morale o etico.

Il distanziamento sociale non è il mezzo per fermare la pandemia ma la pandemia è diventata il pretesto per imporre il distanziamento sociale, per imporre la digitalizzazione forzata della società, per rendere impossibile la partecipazione politica attiva dei cittadini e per cancellare la democrazia.

La chiusura delle scuole e delle Università, di musei, teatri, cinema, biblioteche non è un mezzo per combattere la pandemia, ma è diventata uno strumento per distruggere la cultura e la possibilità che di essa vi sia una piena fruizione sociale.

La chiusura di tanti altri luoghi pubblici e di incontro non è un mezzo per combattere la pandemia, ma è diventato uno strumento per impedire ogni socialità.

È di questi giorni la notizia che la Pfizer ha accettato di pagare un totale di 60,2 milioni di dollari in sanzioni per risolvere le documentate accuse di corruzione. L’Italia non è stato l’unico paese in cui Pfizer è stata accusata di corrompere medici e funzionari locali. “Pfizer ha preso delle scorciatoie per incrementare il suo business in diversi paesi eurasiatici, corrompendo funzionari governativi in Bulgaria, Croazia, Kazakistan e Russia per milioni di dollari”, come affermato dal Vice procuratore generale della divisione penale del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. “Pfizer H.C.P. ha ammesso che tra il 1997 e il 2006, ha pagato piú di 2 milioni di dollari di tangenti a funzionari governativi in Bulgaria, Croazia, Kazakistan e Russia”, nota un comunicato stampa rilasciato dal medesimo Dipartimento di Giustizia; “Pfizer H.C.P. ha anche ammesso di aver realizzato piú di 7 milioni di dollari di profitti come risultato delle tangenti”.

Alla luce di cosí tanta corruzione è chiaro che molti degli strumenti messi in campo per combattere la pandemia non si propongono tanto di salvare vite umane quanto di imporre, attraverso il terrore, questa ideologia disumana e anti-cristiana che intende abolire millenni di civiltà occidentale e ci proietta in una nuova barbarie senza precedenti. Combattere tutto questo, con tutti i mezzi a disposizione, è un dovere morale che compete ad ogni uomo di buona volontà.

 

 

20 agosto 2020

Oggetto: Il fenomeno dei “rave party”.

I rave party, alla lettera “feste del delirio”, sono manifestazioni musicali autogestite dall’accesso libero, caratterizzate da ritmi incalzanti, tesi ad abbattere le difese cerebrali e culturali dei presenti, nonché da bizzarrie di ogni genere ed effetti psichedelici. Si tratta di manifestazioni in contrasto con l’ordinata convivenza civile che portano con sé illeciti civili, amministrativi e penali, invasione di proprietà altrui, disturbo della quiete pubblica, danni a persone e cose, compravendita e consumo di sostanze stupefacenti, stupri, risse e autolesionismo nella piú sconcertante indifferenza e promiscuità. Sarebbe riduttivo tuttavia trattare questi fenomeni come una mera questione di ordine pubblico.

Si tratta di eventi che le pubbliche autorità spesso fingono di deprecare, ma che al contrario vengono tollerati se non tacitamente approvati. Singolare il fatto che anche in epoca di lockdown e green pass, con uno Stato pronto a mobilitare droni, elicotteri e forze di polizia contro qualche runner isolato, mobilitazioni del genere sfuggano ad ogni previsione e controllo. In questi giorni, i media ci informano dell’enorme numero di controlli a carico di cittadini, turisti e commercianti per scoprire e sanzionare cittadini senza mascherina, davanti ad un caffè o sprovvisti del noto lasciapassare. La sproporzione è fin troppo evidente. La verità è che il potere non solo è intrinsecamente malvagio, forte con i deboli e le persone oneste, quanto debole, vigliacco e permissivo con i criminali e gli incivili, ma è connivente, complice attivo e sfruttatore finale del degrado.

È evidente che se certe cose accadono, nonostante tutto, è perché le pubbliche autorità vogliono o accettano queste situazioni, ossia, avere masse giovanili manipolate e manipolabili; un vero vantaggio strategico per una politica e un’economia che della manipolazione del consenso hanno fatto la loro arte. Cosa succederà quando i reduci dei rave party diventati adulti, dovranno assumersi la responsabilità di essere padri, madri e membri attivi della società? È il potere che in sessant’anni di distruzione programmata della cultura, della morale e dell’etica ci ha portati al livello in cui ci troviamo, fino a renderci succubi della paura di un virus e schiavi di fenomeni che i nostri padri non avrebbero esitato ad etichettare come follia.

Purtroppo siamo davanti al fallimento colossale, umanamente irrecuperabile, del modello civile, sociale ed economico diffuso a partire dagli anni Sessanta; una commistione velenosa fra il neoliberismo e il marxismo depurato dalla giustizia sociale, coltivato in Europa dalla scuola di Francoforte, poi trapiantato in America, e da lí esportato ovunque sull’onda dell’american way of life. Da quegli anni, anche per timore delle generazioni che si stavano avvicinando al marxismo poiché disprezzavano il deserto morale, l’ipocrisia, il tornaconto e il profitto, unici valori ammessi dalle classi allora dominanti, il potere ha finto di accogliere le istanze della contro cultura avanzante, l’ha assorbita e manipolata scatenando la “rivoluzione sessuale” e la droga ad uso di generazioni sempre piú scientemente diseducate. La sottocultura giovanile di allora venne elevata a cultura di massa. La Woodstock del 1969, con le sue giornate di “pace, amore e musica”, il festival dei “figli dei fiori” accompagnato dalle droghe e dall’LSD diffuso dai cattivi maestri al servizio dell’intelligence occidentale, fu il modello di innumerevoli rave party in tutto il mondo.

Da allora cambiò la musica di massa, ma cambiò soprattutto il costume: meglio rendere inoffensive generazioni intere spezzando il filo con la famiglia e la comunità (da cui l’odio per il padre e per l’autorità), promuovendo un individualismo esasperato in cui ogni capriccio diventa desiderio, ogni desiderio diritto e poi obbligo, pena l’esclusione sociale.

Oggi il frutto dell’albero coltivato in quegli anni è giunto a maturazione, con le sue avanguardie giovanili, orientate dall’alto dai burattinai e, in basso, abbandonate da un potere tanto tollerante quanto inflessibile con i cittadini onesti; è il moderno corrispettivo del “panem et circenses” degli antichi romani. Il mondo in cui oggi ci troviamo a vivere è ben descritto nello squallido testo di Imagine, la triste canzone cult di John Lennon, vera e propria colonna sonora di mezzo secolo di dissoluzione dove una rovinosa decadenza viene apostrofata come libertà e liberazione. Ma occorre ragionare senza fermarsi alle apparenze: è facile condannare i deliri rave; ben piú difficile attaccare alla radice il sistema che li ha prodotti e di cui i giovani sono spesso vittime inconsapevoli.

Urge reagire creando personalità consapevoli, veri alternativi, membri attivi di un nuovo monachesimo, fuochi di rivolta ideale, di luce spirituale e di integrità morale, come nel Medioevo, allorché dopo il crollo dell’impero romano, nel mezzo del tracollo demografico, civile ed economico, il grande Benedetto da Norcia recuperò la sapienza antica e formò le generazioni che avrebbero poi ricostruito l’Europa cristiana, nel lavoro e nella spiritualità, unici semi di vero e duraturo progresso.

 

 

19 agosto 2021

Oggetto: La politica estera USA e l’odierna alleanza atlantica.

La vergognosa fuga notturna dell’esercito USA dall’Afghanistan pone diversi e gravi interrogativi. Il governo USA, con tale scelta unilaterale, ha completamente ignorato gli altri attori della vicenda, a cominciare dai suoi alleati della NATO. Si tratta di Paesi che hanno sopportato perdite umane e costi economici rilevanti per stare al fianco degli Stati Uniti in quella che fondamentalmente è stata solo una loro guerra. Gli stessi interrogativi ora affliggeranno i governi di altri Paesi, come l’Ucraina, la Polonia, i Paesi baltici e Israele che hanno visto, una volta di piú, come gli alleati degli Stati Uniti sono stati abbandonati a se stessi.

L’America oggi non si percepisce nemmeno più come un impero, il suo modello non è affatto l'antica Roma, ma un'anonima plutocrazia di bande criminali in competizione con i mezzi più luridi. Non c'è più l’ambizione di essere impero, non per niente accetta persino che il proprio Presidente sia sconfitto in Afghanistan in modo vistosamente vergognoso. Ma il suo scopo non è quello elevare archi di trionfo, semmai quello di dominare il mondo nell’ombra e accumulare più ricchezze possibili. Questa è l'essenza giudaica o calvinista del vero american dream.

Chi oggi sostiene una politica ostile e immotivata contro la Federazione Russa, anche a costo di scatenare un conflitto su scala globale, dovrebbe chiedersi cosa potrebbe succedere in un futuro prossimo quando Washington non solo li abbandonerà, ma non li aiuterà nemmeno a difendersi per non rendere conto dei propri crimini. L’indegnità degli USA come alleato dovrebbe mettere in allarme non solo l’Europa, ma anche chi sostiene un’entità ormai obsoleta e pericolosa come la NATO che andrebbe radicalmente riformata e allargata a tutti i Paesi dell’Est Europa, Russia inclusa.

Di recente Stoltenberg, lo sciagurato segretario generale dell’alleanza atlantica, ha ribadito la necessità di trattare da nemica la Federazione Russa e l’Europa ha aderito acriticamente a sanzioni tanto stolte quanto pericolose per la pace mondiale. Non contento di tale risultato Stoltenberg ha dato pure lezioni sulla prossima guerra americana contro la Cina, mentre Israele e le sue lobbies, dopo aver dissanguato mortalmente l’America, cominciano a salire alla chetichella sul carro cinese.

Purtroppo questa Unione Europea è talmente abituata a poggiare sull’indegno alleato, che non è capace neppure di elaborare una politica internazionale tale da perseguire i suoi interessi concreti, ossia integrare pienamente la Russia e attuare una politica prudente con Pechino, esigendo una transizione verso la libertà, la democrazia e i diritti umani.

In questo squallido scenario c’è qualcosa di ancor piú meschino, ed è la politica italiana, rappresentata dal succube presidente del Consiglio Draghi, l’ultimo dei coatti leaders europei, che poche settimane fa, durante il vertice NATO, ha cantato le lodi dell’Alleanza come... “la piú potente e vincente della storia”, con la quale “occorrerà fronteggiare chi non condivide i nostri valori”, alludendo a Russia e Cina. Il futuro prossimo rivelerà tutto il vuoto e l’inconsistenza di parole cosí stolte, come oggi la tragedia dell’Afghanistan rivela il vuoto e l’inconsistenza delle guerre volute da Washington e Tel Aviv, nel segno di un Occidente sempre piú disumano e anti-cristiano.

 

 

10 agosto 2021

Oggetto: In merito all’immoralità del cosiddetto “Green pass”.

Al 31 dicembre 2021 saranno quasi due anni di stato di emergenza, con possibilità di ulteriore estensione. La storia insegna che Hitler non abrogò mai la costituzione della Repubblica di Weimar ma la accantonò dichiarando, poco dopo la nomina a cancelliere avvenuta con regolari elezioni, uno stato di emergenza che durò fino alla caduta del Terzo Reich. Il resto della tragica storia è noto.

Ora, nel mezzo di una campagna vaccinale sperimentale anti-Covid-19 e che non può essere imposta alla popolazione senza violare le leggi nazionali e internazionali, viene introdotto l’obbligo di un documento ufficiale (Green pass) per poter entrare nei locali e usufruire dei mezzi pubblici, a patto di essere vaccinati o negativi ad un tampone Covid-19, valido per poche ore.

Tale prassi gravemente discriminatoria è contraria al regolamento europeo che l’Italia ha sottoscritto ma, evidentemente, la cosa non costituisce un problema per questo Governo indegno che lo ha concepito; il tutto nel mutismo vergognoso della piú vacua Presidenza della Repubblica che, in questo periodo anomalo, non ha mai trovato nulla da eccepire. Non solo, alcuni chiedono di impedire ai non vaccinati di poter entrare nei negozi e nei posti di lavoro, cosa che per alcune categorie di persone già si è avverata.

Non si vede alcuna logica nell’insistere su un vaccino che non protegge realmente, che non di rado uccide e i cui effetti collaterali a lungo termine non sono noti e che potrebbero essere anche tragici. L’unica logica evidente è quella dei profitti che arricchiscono le multinazionali farmaceutiche. Ma la logica non interessa a chi controlla le informazioni e di sicuro non interessa a chi vuole arricchirsi alle spalle altrui e a quelli che sognano di voler riscrivere la società occidentale se non addirittura quella mondiale. In nessuna epoca storica, neppure nelle piú gravi, è mai stato usato lo strumento del lasciapassare, unica eccezione quella dell’ausweis delle ignobili dittature del secolo scorso. Chi sono coloro che impongono il Green pass, ignorando ipocritamente quei regolamenti europei finora sempre osannati?

Sono gli stessi che negli ultimi 20 anni hanno propagandato l’euro come la soluzione a tutti i problemi economici; quelli che hanno voluto le “riforme del lavoro” per dare piú opportunità a tutti; quelli che hanno voluto le “riforme delle pensioni” perché avrebbero assicurato un futuro migliore a tutti; quelli che hanno attuato le “riforme della scuola” perché avrebbero permesso di studiare meglio; quelli che hanno voluto le “riforme della giustizia” perché avrebbero tutelato gli innocenti e garantito una pena equa ai colpevoli; quelli che hanno attuato le “riforme della sanità” perché avrebbero permesso di risparmiare denaro eliminando gli sprechi e fornendo cure migliori.

La realtà invece è sotto gli occhi di tutti ed è ben diversa: l’euro ha affossato la nostra economia. I nostri lavoratori sono stati ridotti a schiavi, meno importanti di una macchina e comunque prigionieri di padroni senza scrupoli e di contratti a scadenza. La scuola è quasi esclusivamente in mano alle donne, effeminata e incapace di offrire una visione anche virile del mondo; con programmi scolastici ormai ridicoli che hanno generato solo sottocultura. L’età della pensione si allontana sempre piú ottenendo l’effetto paradossale che i vecchi continuano ad occupare i posti di lavoro che i giovani non riescono ad avere, privati irrimediabilmente della possibilità di costruirsi un futuro. La sanità pubblica è stata ridotta ad un sistema corrotto dove ognuno vuole la sua parte per gestire le proprie clientele politiche. La giustizia, da tempo amministrata con criteri politici e ideologici, è la concausa dei problemi che accrescono il disordine e il malessere sociale e non la soluzione.

Ultimo atto di un governo, mai votato da nessuno, è l’introduzione di un lasciapassare discriminatorio, che favorisce criminalmente la divisione sociale e che non trova giustificazione in nessun principio etico e giuridico. Tutto questo con il plauso di quelle forze politiche che hanno sempre parlato di democrazia, di libertà e di antifascismo. Le radici del male sono spesso profonde e ben nascoste, ma il ricordare è una delle nostre armi, oltre a resistere ad oltranza a chi vuole privarci della dignità e della libertà.

 

 

22 luglio 2021

Oggetto: Introduzione del cosiddetto “Green pass”.

Oggi 22 luglio 2021, in nome di uno stato di eccezione - l’emergenza Covid-19 - allo scopo enfatizzata è stato introdotto il cosiddetto “Green pass”. Giova ricordare che Draghi fu colui che, nel 1992, sul panfilo reale inglese Britannia, contribuí a svendere il nostro patrimonio pubblico alle banche d’affari anglo-americane. Da lí inizio la sua carriera che da direttore generale del Tesoro lo portò fino alla Banca Centrale Europea per il tramite di Goldman Sachs e poi di Bankitalia. Mentre questo indegno governo giustifica la dittatura sanitaria con la menzogna, finge di non sapere quale realtà stia dietro la pandemia e l’odierno mercato vaccinale sperimentale.

Ancora piú grave, per certi versi, l’atteggiamento scellerato della Confindustria che, per bocca della sua presidentessa Francesca Mariotti, auspica la privazione del lavoro e dello stipendio a chi rifiuta il vaccino.

Imperdonabile il silenzio delle odierne gerarchie ecclesiastiche, eccettuate le figure isolate di quei vescovi e sacerdoti che nel loro ambito lottano coraggiosamente per la verità. Nel panorama italiano, fra gli intellettuali, solo i filosofi Massimo Cacciari e Giorgio Agamben hanno pubblicamente espresso la loro indignazione con parole chiare e inequivocabili:

«La discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica. Lo si sta affrontando, con il cosiddetto green pass, con inconsapevole leggerezza. Ogni regime dispotico ha sempre operato attraverso pratiche di discriminazione, all’inizio magari contenute e poi dilaganti. Non a caso in Cina dichiarano di voler continuare con tracciamenti e controlli anche al termine della pandemia. E varrà la pena ricordare il “passaporto interno” che per ogni spostamento dovevano esibire alle autorità i cittadini dell’Unione Sovietica. Quando poi un esponente politico giunge a rivolgersi a chi non si vaccina usando un gergo fascista come ‘li purgheremo con il green pass’ c’è davvero da temere di essere già oltre ogni garanzia costituzionale. Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica. Nessuno invita a non vaccinarsi! Una cosa è sostenere l’utilità, comunque, del vaccino, altra, completamente diversa, tacere del fatto che ci troviamo tuttora in una fase di ‘sperimentazione di massa’ e che su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico è del tutto aperto. La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: “È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, anche di quelle che hanno scelto di non essere vaccinate”. E come potrebbe essere altrimenti? Il vaccinato non solo può contagiare, ma può ancora ammalarsi: in Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose. In Israele si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto. Le stesse case farmaceutiche hanno ufficialmente dichiarato che non è possibile prevedere i danni a lungo periodo del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di genotossicità e di cancerogenicità. ‘Nature’ ha calcolato che sarà comunque fisiologico che un 15% della popolazione non assuma il vaccino. Dovremo dunque stare col pass fino a quando?”. Tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie. Paradossalmente, quelli ‘abilitati’ dal green pass piú ancora dei non vaccinati (che una propaganda di regime vorrebbe far passare per ‘nemici della scienza’ e magari fautori di pratiche magiche), dal momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi. Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire».

 

 

17 luglio 2021 

Oggetto: In merito all’abrogazione del m. p. “Summorum Pontificum”.

Il nuovo motu proprio di papa Bergoglio, Traditionis Custodes, presentato ieri, impone di nuovo il divieto di celebrare la S. Messa secondo il rito di San Pio V. Come rilevato da altri commentatori il titolo appare un incredibile capolavoro di ipocrisia, dal momento che il motu proprio tutto raccomanda e promette fuorché custodire la plurisecolare tradizione del Rito romano.

Mentre il motu proprio Summorum Pontificum esprimeva il riconoscimento della legittimità e bellezza di quell’antica e venerabile forma liturgica, come anche il profondo rispetto per quanti, sacerdoti e fedeli, trovavano in essa nutrimento per la propria vita cristiana, il motu proprio bergogliano nega qualsiasi valore agli antichi testi liturgici quale espressione della lex orandi del Rito romano.

È questo - in breve - il senso delle decisioni prese con il citato motu proprio, che trovano la loro anima nella convinzione espressa dal Papa, totalmente incongruente rispetto alla realtà, secondo la quale i suoi predecessori avrebbero semplicemente “inteso ‘facilitare la comunione ecclesiale a quei cattolici che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche’ e non ad altri”. La citazione interna è tratta dal motu proprio Ecclesia Dei del 1988 e ad essa il Papa ha ritenuto di dover aggiungere quel “e non ad altri”, che va nella direzione diametralmente opposta rispetto al motu proprio Summorum Pontificum.

La direzione intrapresa è quella del ritorno ad un regime d’indulto, nel quale sacerdoti e fedeli devono praticamente essere controllati e tollerati. L’esclusiva competenza torna infatti nelle mani dei Vescovi, i quali potranno eventualmente sopprimere i centri dove si celebra in rito antico, ma non potranno invece erigerne di nuovi. Infatti, nell’art. 3 § 6 si precisa che il vescovo “avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi”. I gruppi già esistenti, invece, saranno passati al vaglio per accertarsi che “non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici”.

Risulta evidente che il motu proprio e l’acclusa lettera rivelano un malcelato disprezzo verso i fedeli legati alla liturgia antica: a loro e a nessun altro, infatti, viene chiesta la “prova di fedeltà” alla Chiesa; loro e nessun altro devono essere relegati lontano dalle parrocchie; a loro e a nessun altro viene impedito di crescere attuando cosí una vera e propria ghettizzazione.

Mentre Benedetto XVI ha lavorato instancabilmente, sopportando forti resistenze, perché nella Chiesa non si creasse una rottura interna per ciò che era sacro per le antiche generazioni, papa Bergoglio taglia qualsiasi ponte con quell’eredità, senza alcun riguardo umano e pastorale.

Da segnalare la presa di posizione del prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Gerhard Ludwig Müller, secondo cui con il Traditionis custodes «invece di apprezzare l’odore delle pecore, il pastore qui le colpisce duramente con il suo bastone». Il Cardinale poi, ha criticato la lettera indirizzata ai vescovi che, a suo parere, anziché una «presentazione di opinioni soggettive» avrebbe dovuto contenere «un’argomentazione teologica stringente e logicamente comprensibile» dal momento che «l’autorità papale non consiste nel pretendere superficialmente dai fedeli la mera obbedienza, cioè una sottomissione formale della volontà, ma, molto piú essenzialmente, nel permettere anche ai fedeli di essere convinti con il consenso della mente». Il Cardinale inoltre, ha fatto notare la differenza di trattamento rispetto a quanto avviene in Germania dove i pilastri della dottrina cattolica vengono... «ereticamente negati in aperta contraddizione con il Vaticano II dalla maggioranza dei tedeschi, vescovi e funzionari laici». È evidente una... «sproporzione tra la risposta relativamente modesta ai massicci attacchi all’unità della Chiesa nel Cammino sinodale tedesco (cosí come in altre pseudo-riforme) e la dura disciplina per la minoranza che segue l’antico Messale». Il Cardinal Müller ha ricordato inoltre che «le disposizioni del Traditionis Custodes sono di natura disciplinare, non dogmatica e possono essere nuovamente modificate da qualsiasi futuro papa», augurandosi che i vescovi non siano indotti «dalla tentazione di agire in modo autoritario» e che la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e quella per il Culto divino «con la loro nuova autorità non siano inebriate di potere e pensino di dover condurre una campagna di distruzione contro le comunità che celebrano secondo il Messale del 1962, nella stolta convinzione che cosí facendo rendano un servizio alla Chiesa e promuovano il Vaticano II».

Oggi sarebbe doveroso ammettere sinceramente che la continua diffusione della Messa tridentina denuncia in modo chiaro il fallimento del progetto tutto umano di riforma post-conciliare. Invece di punire i cosiddetti “tradizionalisti” sarebbe il caso di punire coloro che hanno tradito la Sacrosanctum Concilium, che urgeva ben altre riforme rispetto agli spettacoli indecorosi che non di rado vediamo nelle nostre chiese, chiese che si svuotano sempre piú, in un processo che appare inarrestabile. Solo con il ritorno ad un autentico culto divino sarà possibile invertire questo processo di decadenza che miete ogni giorno sempre piú vittime.

 

 

8 luglio 2021

Oggetto: Il Canada, le scuole per indigeni e la Chiesa capro espiatorio.

In Canada si sta consumando da tempo uno scontro tra lo Stato e la Chiesa, uno scontro acceso da personalità e forze politiche tutt’altro che limpide, e fortemente anticristiane. Già a fine maggio del c.a., numerosi resti di bambini nativi erano stati trovati sepolti in una fossa comune, nel terreno appartenente a una vecchia scuola cattolica di Kamloops, nella Columbia Britannica. La scuola era uno dei tanti collegi istituiti nel XIX secolo per l’educazione dei piccoli nativi. Non a caso, in concomitanza con la Giornata nazionale delle popolazioni indigene, celebratasi in Canada lo scorso 21 giugno, erano andate in fiamme due chiese; in seguito, nell’arco di un mese, si sono verificati una ventina tra incendi e gravi atti vandalici contro le chiese, in gran parte cattoliche.

Il 23 giugno, presso l’ex Marieval Indian Residential School, nella provincia del Saskatchewan sono state trovate circa 750 tombe anonime. Immediati gli attacchi alla Chiesa cattolica da cui si pretendono le scuse formali per il ruolo che avrebbe avuto nel sistema delle scuole residenziali. Un sistema in realtà approntato a suo tempo proprio dal Governo canadese. Il “genocidio culturale” dei nativi locali è stato riconosciuto nel 2015 dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, secondo le cui stime sarebbero circa 6000 i bambini morti in queste scuole. I piccoli allievi delle scuole cattoliche o di altre denominazioni cristiane, affermano gli accusatori, venivano tenuti in condizioni igienico-sanitarie spaventose, maltrattati, soggetti all’inculturazione forzata e perfino ad abusi. Il premier canadese Justin Trudeau, fin dal suo insediamento, nel 2015, ha preteso le scuse formali da parte di papa Francesco. Ma è soltanto la Chiesa a dover rendere conto? La realtà dei fatti è ben piú complessa. Le scuole sopra citate non sono scuole cattoliche tout court, erano denominate scuole di assimilazione: a partire dal 1863, gli istituti, gestiti da cattolici o da membri di altre confessioni cristiane, furono destinati all’inculturazione di circa 150.000 bambini indigeni. Buona parte dei piccoli allievi vennero sottratti alle famiglie, in nome di un progetto di stampo colonialista, il cui primo impulso venne dal Governo canadese. Sedici diocesi parteciparono al progetto e solo circa il 60-70% delle scuole di assimilazione erano gestite da cattolici. L’ultima scuola residenziale chiuse nel 1998.

Come noto i nativi, a contatto con gli occidentali e le malattie esantematiche da loro importate non avevano quasi resistenza immunitaria e soccombevano in gran numero a scarlattina, morbillo, influenza, vaiolo e TBC. I cimiteri e i piccoli corpi in Canada sono vittime non “di abusi”, ma di malattie ed epidemie. Per quanto possano esservi stati episodi di violenza, secondo alcune ricostruzioni, molti bambini in realtà morirono di fame, di freddo o - come già detto - di malattie, soprattutto per colpa dell’inefficienza del governo, che non forniva sufficienti aiuti a queste scuole.

A dispetto dei suoi proclami ipocriti e nonostante la promessa di una riconciliazione nei confronti degli autoctoni, nei primi anni del suo mandato, il premier Trudeau impiegò quasi 100 milioni di dollari per combattere in tribunale le organizzazioni dei nativi canadesi, denominatesi “Prime Nazioni”. Oggi, il governo Trudeau intende scaricare tutta la colpa del genocidio culturale sulla Chiesa cattolica, quando, in realtà, le scuole incriminate furono coinvolte in un progetto di matrice eminentemente governativa, finanziato dallo Stato canadese. Perché il silenzio sulle responsabilità dello Stato è ancora assordante? La grande menzogna delle “tombe senza nome” è servita per scatenare la violenza contro le chiese cattoliche in Canada, giustificando (anche da parte del governo Trudeau) i vandalismi e il loro incendio. Il presidente della Conferenza episcopale canadese, monsignor Richard Gagnon, arcivescovo di Winnipeg, ha affermato chiaramente che c’è una persecuzione in corso e che il ruolo della Chiesa, in questa vicenda, è stato infangato da numerose esagerazioni e idee false. Una tristissima storia, in cui fa comodo a molti che sul banco degli accusati sieda sempre e solo un soggetto: la Chiesa cattolica.

 

 

4 luglio 2021

Oggetto: I cento anni di storia del Partito Comunista Cinese.

Le parole pronunciate dal presidente cinese Xi Jinping, il 1° luglio u. s., pur facendo la tara per la retorica della celebrazione, riflettono un progetto politico e militare di egemonia nella regione e nel mondo. Ma a dover preoccupare, ancor piú dell’aggressività della Cina deve essere la debolezza delle leadership occidentali, fra le quali si nota una certa empatia per il regime cinese, considerato un modello che coniuga libertà economica e dirigismo sociale e politico.

Non è un segreto che negli ultimi decenni a questa considerazione si sia aggiunto anche un certo spirito di emulazione poiché la democrazia viene sempre piú vista come uno scomodo impaccio per raggiungere obiettivi politici e ideologici sempre piú discutibili. L’insopportabile deriva totalitaria a cui stiamo assistendo in Occidente, infatti, non è certo casuale.

Dall’ascendente che esercita la Cina comunista non è esente l’attuale diplomazia vaticana, ingenua se non irresponsabile nel ritenere che la dirigenza comunista possa realmente riconoscere pari dignità alla Santa Sede. Nei fatti i cattolici cinesi stanno pagando a carissimo prezzo il pessimo accordo sino-vaticano voluto da papa Bergoglio e aspramente criticato dal benemerito Cardinal Zen.

Il bilancio reale di questo infelice centenario lo ha dato l’analista Steven Mosher, affermando che il Partito Comunista Cinese è... “la piú grande macchina di morte della storia umana”. Dai milioni di morti della guerra civile cinese (1927-1949), si prosegue con le purghe finalizzate ad eliminare ogni opposizione interna e neutralizzare le varie minoranze etniche e religiose, politica che dura tuttora. Mosher stima circa 80 milioni di morti (senza contare gli internati nei campi di rieducazione); a questo si deve aggiungere il folle piano economico maoista noto come “Grande balzo in avanti” che, tra il 1958 e il 1962, provocò la morte per fame di decine di milioni di persone (dai 30 ai 45, a seconda delle stime); non ultime le vittime della “Rivoluzione culturale” (1968-1978) che alle perdite umane ha aggiunto la distruzione di tanta cultura cinese.

Al bilancio sopra citato vanno aggiunte le vittime della “politica del figlio unico”, varata nel 1979 che solo in anni recenti, visti i risultati catastrofici, è stata revocata. La ferocia con cui è stata imposta - compresi gli aborti forzati al nono mese e i bambini uccisi - ha provocato altri 400 milioni di morti (400 milioni di nascite mancate, secondo il linguaggio governativo ufficiale). Questa è la realtà di un Partito Comunista, e quindi di un governo, che è responsabile di oltre 500 milioni di morti, senza calcolare ancora i danni conseguenti al Coronavirus.

Rivendicare con orgoglio una simile storia equivale a dichiararsi corresponsabili dei piú grandi crimini della storia umana. La comunità internazionale farebbe bene ad accantonare gli interessi politico-economici e ad esigere giustizia dalla dirigenza del Partito Comunista Cinese per crimini contro l’umanità. Solo la cecità dell’odierno Occidente, di fronte ad un simile e sfrontato totalitarismo assassino, gareggia in orrore con una cosí grande tragedia.

 

 

30 giugno 2021

Oggetto: Analisi odierna del capo della diplomazia russa Sergej Viktorovič Lavrov.

Una offensiva è in corso contro i fondamenti di tutte le religioni del mondo e il codice genetico delle civiltà, con l’obiettivo di abbattere tutti gli ostacoli sulla via del liberismo”. A denunciarlo apertamente è Sergej Viktorovič Lavrov, ministro degli esteri della Federazione Russa. In un articolo pubblicato il 28 giugno sulla rivista russa di analisi delle relazioni internazionali Russia in Global Affairs, Lavrov analizza a lungo l’atteggiamento e le ambizioni dei paesi occidentali in materia di relazioni e organizzazioni internazionali, con gli Stati Uniti e l’Unione Europea in testa.

Lavrov deplora la graduale sostituzione del diritto internazionale con “regole” decretate dagli occidentali, che portano ad una politica di “due pesi e due misure” che si evolve secondo i loro interessi. Questo processo si manifesta come un attacco non solo al diritto internazionale ma anche alla “natura umana”, con ideologie come il Gender. Perfino i tentativi di politici “sani” di proteggere i bambini dalla “propaganda LGBT aggressiva vengono accolti con proteste anche violente sotto le ipocrite apparenze di una “politica illuminata”. Evocando un’”offensiva in corso contro i fondamenti di tutte le religioni del mondo” e persino contro “il codice genetico delle principali civiltà del pianeta”, il ministro russo reputa che gli Stati Uniti abbiano preso “la guida di una palese ingerenza dello Stato negli affari della Chiesa, cercando apertamente di dividere l’ortodossia mondiale, i cui valori sono percepiti come un potente ostacolo spirituale sul cammino costituito dalla concezione liberale della permissività illimitata”.

La presa di posizione russa di fronte alle recenti opinioni assunte da molti paesi membri dell’UE, che hanno criminalizzato la legge ungherese che vieta molto opportunamente la promozione dell’omosessualità tra i minori, è molto chiara. 17 Stati membri, tra cui Francia, Germania, Paesi Bassi, Italia e Belgio, hanno inviato una lettera al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per segnalare “le minacce ai diritti fondamentali e in particolare al principio di non discriminazione in base all’orientamento sessuale”. Il 23 giugno, il presidente della Commissione UE ha perfino osato definire “vergognosa” la legittima normativa ungherese.

Come sottolineato da Sergei Lavrov è paradossale che tutti i leader religiosi e i rappresentanti di quasi tutte le fedi rimangano completamente muti, se non sottomessi alla propaganda universale; c’è da credere che siano stati tutti comprati o ridotti al silenzio. Se la guerra virulenta alla religione risale all’Illuminismo Lavrov denuncia l’estremismo che la fase attuale ha assunto: “la guerra in corso contro il genoma umano, contro ogni etica e contro la natura, che alla fine mirano non meno alla distruzione delle nazioni, anzi dell’uomo come essere intelligente”.

Oggi, istituzioni come l’Unione Europea e tante altre, incluso il Deep State USA, in obbedienza ai gruppi di influenza riuniti nel World Economic Forum, sventolano la bandiera arcobaleno, mentre degradano la specie umana cercando di imporre nuove forme di procreazione e di eugenetica. La Russia si colloca cosí, insieme a poche altre esemplari nazioni sovrane, contro l’odierna impostura mondiale, a favore della Verità, per amore dell’uomo integrale e contro il presuntuoso transumanesimo anti-cristiano.

 

 

24 giugno 2021

Oggetto: La Chiesa Cattolica difende la libertà degli italiani.

Di recente la Santa Sede con atto diplomatico formale ha segnalato al Governo italiano che il disegno di legge Zan, recante “misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”, attualmente sotto esame parlamentare, violerebbe il Concordato del 1984 fra lo Stato e la Chiesa Cattolica sul tema della libertà, una libertà che appartiene a tutti gli italiani. In particolare la nota diplomatica vaticana richiama l’attenzione del Governo sull’articolo 2, commi 1 e 3, del Concordato. Il comma 1 recita: “La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica”. Il comma 3 afferma: “È garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

La Santa Sede ha voluto porre all’attenzione del Governo italiano il problema della libertà religiosa, della libertà educativa e della libertà d’opinione, in particolare per gli articoli 1 (identità di genere), 4 (libertà d’opinione), 7 (istituzione della Giornata nazionale sui temi Lgbt) e 8 (la “strategia nazionale” riguardante pure le scuole cattoliche). Il testo del decreto, infatti, non riguarda assolutamente violenze o discriminazioni, ma si prefigge l’obiettivo di colpire penalmente chi intende esprimere un’opinione o si opponga all’indottrinamento e alla ideologia LGBT.

Irresponsabile l’atteggiamento delle Sinistre che si sono opposte con arroganza e sicumera ad ogni tipo di confronto, non soltanto con la opposizione parlamentare e la società civile, ma anche con le associazioni femminili, che attraverso l’imposizione del gender vedono messi a rischio molti diritti.

Risulta evidente che lo Stato non può chiedere alla Chiesa e ai singoli pastori e fedeli, genitori, educatori o insegnanti cristiani di abbandonare la prospettiva antropologica fondata secondo realtà e ragione, alla luce della Rivelazione, che della realtà svela il senso ultimo fino ad abbracciare l’Eterno. Una legge umana non può chiedere questa rinuncia culturale e religiosa poiché questa Verità divina non è “disponibile”, ossia non rientra tra le idee costruite dall’uomo nel tempo, né tra i pensieri consuetudinari o le teorie datate, che la Chiesa e i credenti possono gettarsi alle spalle per ossequiare una improvvisata norma di legge.

 

 

17 giugno 2021

Oggetto: Gli stereotipi della cultura di sinistra e i suoi padroni globalisti.

Da tempo gli stereotipi della cosiddetta “cultura di sinistra” hanno additato la figura del padre, dell’uomo bianco occidentale, del maschio in genere, come unico responsabile di tutti i mali del mondo: guerre, inquinamento, violenze contro le donne e gli omosessuali, povertà del terzo mondo, razzismo, etc... In realtà i responsabili di questi mali fanno parte delle stesse lobbies che puntano il dito contro l’uomo bianco occidentale, specie se maschio. È ben nota la massima di Mao Tse-tung che sosteneva: “Rendi gli uomini mezze donne e le donne mezzi uomini, cosí governerai facilmente su mezze cose”. I giochi di parole e lo sconvolgimento del reale sono la specialità della cultura progressista. Ma l’inquinamento non è causato dall’uomo, ma da uomini e donne che, gestendo le multinazionali, producono e commerciano prodotti inquinanti. Le violenze contro le donne e le minoranze non sono causate dell’uomo tout court, ma dai media e dalle multinazionali che creano e sostengono dottrine divisive: donna contro uomo, nero contro bianco, figli contro genitori, omosessuali contro etero e viceversa... Attraverso i media, la scuola, le statistiche pilotate e una falsa sociologia il progressismo ha profuso menzogne tali da creare ingiustizie, odio e classismo sempre piú distruttivi. A causa delle politiche divisive esistono - ma non se ne parla - anche le violenze contro gli uomini divorziati, costretti a lasciare figli, case e parte del proprio salario alle mogli, costringendoli spesso a una vita grama che non di rado porta alla depressione e al suicidio.

Le guerre sono innescate dalle stesse lobbies criminali e criminogene che sono all’origine della povertà dei paesi del terzo mondo, appesantito oltremodo dalla cultura tribale, dalla corruzione endemica e dai governi che svendono le ricchezze naturali speculandoci oltre ogni limite. Quanto al razzismo è sempre esistito, in tutte le culture, a partire da quelle tribali africane e islamiche. In Asia e Africa tutt’oggi ci sono moltitudini di schiavi, inclusi i bambini; un razzismo indotto anche da una immigrazione coatta che mette in crisi l’economia familiare e la sicurezza locale. Ma per quale motivo l’Occidente è da sempre nel mirino della cultura progressista? Il fatto è che la colonna portante dell’etica occidentale è il cristianesimo, il quale ha accolto gli aspetti umani delle civiltà Greca e Romana. È proprio quello cristiano il nucleo fondante oggetto dell’odio di sinistra; un fondamento che delegittima radicalmente e senza possibilità di compromesso i centri di potere ideologici, politici ed economici, ossia le lobbies miliardarie, che pretendono di controllare il mondo e di dettarne l’agenda. Come diceva l’antico adagio latino: Veritas odium parit.

 

 

14 febbraio 2021

Oggetto: S. E. Mons. A. Schneider in merito all’odierna pastorale.

In merito all’odierna pastorale meritano rilievo le osservazioni critiche di S. E. Mons. Schneider, il quale di recente, nel libro “Christus vincit” (edito per i tipi di Fede e Cultura), scrive: “L’intera crisi nella Chiesa, cosí come si vede dopo il Concilio, si è manifestata in un’incredibile inflazione di frenetica attività umana per riempire il vuoto o il vacuum di preghiera e adorazione, per riempire il vuoto creato dall’abbandono del soprannaturale... ci si prodiga in sforzi per colmarlo, per esempio, nei continui raduni e incontri ecclesiali a vari livelli e in varie modalità, sinodi continui. Si tratta spesso di un affaccendarsi indossando una maschera di devozione. È uno spreco di denaro, uno spreco di tempo che si potrebbe impiegare per la preghiera e per l’evangelizzazione diretta...”.

Purtroppo da decenni nella Chiesa odierna si assiste ad un orizzontalismo dilagante che si riflette in modo disastroso sia nella vita liturgica, sia nella pastorale... L’amore di Dio e dei fratelli viene rimpiazzato dal dovere di “fare (o costruire) fraternità” che in realtà non ha nulla di cristiano; la carità teologale viene sostituita dal dovere umano dell’accoglienza che, ancora una volta, non ha nulla di cristiano. La Chiesa non è frutto della sua capacità auto-organizzativa, ma è convocata e radunata dallo Spirito Santo, in una dimensione pertanto soprannaturale prima ancora che umana. Solo con il ritorno ad un autentico culto divino sarà possibile invertire il processo di decadenza a cui oggi assistiamo e che miete ogni giorno sempre piú vittime.

 

 

18 gennaio 2021

Oggetto: Su Chiara Lubich e il movimento dei focolarini.

La vita di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolarini, è sempre apparsa nei media come una vita di escalation paragonabile a quella dei grandi manager, spesso condotta all’insegna del successo, dell’applauso, dell’ammirazione, delle immense folle di ogni razza, popolo e religione; una vita davanti alla quale si inchinano come figli spirituali e devoti, non solo comuni laici, ma anche ecclesiastici ed atei, dichiarandosi discepoli di una donna forse piú unica che rara, a tal punto che è doveroso fermarsi per riflettere ed esprimere qualche perplessità.

Dove si possono riscontrare i precedenti di questa spiritualità cosí magnificata che non ha quasi mai trovato alcun contraddittorio o alcuna aperta contestazione? Difficile trovare modelli analoghi, almeno in ambito genuinamente cattolico. Le grandi figure femminili nella storia della Chiesa sono segnate tutte dalla presenza della croce, dalle prove anche esterne della vita, da una umiltà straordinaria che non si manifesta nella vicenda della Lubich. Si assiste ad un modello di “spiritualità di successo” che appare livellare tutte le differenze, in modo da piacere a tutti, non dispiacere a nessuno, e che pare privilegiare l’unità rispetto ad altri valori, anche preponderanti.

Indubbiamente l’unità è importante, riconoscersi uniti, tutti fratelli è un bene, il problema è che nelle mariapoli focolarine si omologano i carismi e le ben piú profonde differenze dottrinali, teologiche e dogmatiche che distinguono, per esempio, un cattolico da un luterano, oppure un cattolico da un mussulmano. Tutto viene livellato in questa sorta di spiritualità pluri-ecumenica, dove tutti possono far parte dello stessa comunità che annulla le differenze specifiche ma essenziali che rendono critica la tanto proclamata “unità” voluta dalla Lubich: “Che si vogliano bene in cuor loro, che siano uniti dall’amore”, come se l’amore potesse prescindere indefinitamente dalla verità. Un proclamato “amore” sufficiente, in queste adunanze, per rendere degni i partecipanti di ricevere l’Eucaristia, senza distinzione alcuna, ma lasciando liberi tutti di continuare a professare la fede nel proprio credo. Solo una differenza specifica permane indiscussa e indiscutibile, quella di genere, di matrice larvatamente femminista, dal momento che solo una donna, per statuto, può presiedere al movimento focolarino, con buona pace del profetico Gal 3,22-29.

Questa tuttavia non può essere né vera unità (tanto meno cattolica, dal momento che non viene dalla Verità che è Cristo), né vera comunione, poiché non è basata su un solo Spirito, un solo battesimo e una sola fede; appare semmai un costrutto determinato dalla sola volontà e dalla sola ragione umana, quale ideologia intrinsecamente laica ed ecumenista, che forse sarebbe piú opportuno definire “irenismo”. Se tale è la natura intima di tale movimento non v’è alcun dubbio che esso non possa esistere nell’orizzonte di una spiritualità genuinamente cattolica.

 

 

12 gennaio 2021

Oggetto: Erronea modifica del canone 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

La grave decisione di papa Bergoglio di modificare, con il motu proprio Spiritus Domini, il canone 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico, desta numerosi interrogativi e non poche preoccupazioni. La versione precedente del canone limitava ai soli uomini la possibilità di essere istituiti lettori o accoliti; la nuova versione invece indica in tutti i fedeli “laici che abbiano l’età e le doti determinate con decreto dalla Conferenza Episcopale”, senza esclusione delle donne, di poter assumere stabilmente questi ministeri.

Alcuni commentatori hanno espresso il timore che tale modifica sia una sorta di “concessione ecumenica” al sacerdozio femminile delle comunità ecclesiali protestanti, oppure, un ulteriore passo - secondo i principi della finestra di Overton -, per arrivarvi gradualmente.

Storicamente parlando la fine dei cosiddetti “Ordini minori” iniziò nel 1972, allorché Paolo VI, con il motu proprio Ministeria quaedam, stabilí che, “poiché gli ordini minori non sono rimasti sempre gli stessi e numerosi uffici ad essi connessi, come accade anche oggi, sono stati esercitati anche da laici, sembra opportuno rivedere tale prassi ed adattarla alle odierne esigenze, in modo che gli elementi che son caduti in disuso in quei ministeri, siano eliminati; quelli che si rivelano utili, siano mantenuti; quelli che sono necessari, vengano definiti”. Vennero cosí aboliti l’Ostiariato, l’Esorcistato e il Suddiaconato. Il Lettorato e l’Accolitato invece vennero mantenuti, non piú come Ordini minori, propedeutici all’Ordinazione diaconale e poi presbiterale, ma come “ministeri istituiti”, a cui ogni fedele laico maschio debitamente disposto poteva accedere.

Nell’Alto Medioevo lo status di chierico, e dunque l’accesso a questi ministeri, non era riservato a quanti avevano intrapreso il cammino verso il sacerdozio. Fu il Concilio di Trento, nella sua XXIII Sessione, a disporre che questi ministeri divenissero “Ordini minori”. Quello che preme sottolineare è che tali ministeri sono sempre stati conferiti ai soli uomini. La motivazione di questa elezione viene spiegata da san Tommaso d’Aquino (Super Sent., lib. 4 d. 24 q. 2 a. 1 qc. 2 ad 2). Gli Ordini minori emanano dall’Ordine diaconale, come rivoli d’acqua dalla loro fonte, sebbene distinti da esso. Era dunque naturale che i candidati a tali “ordini” dovessero essere di sesso maschile e, di preferenza, candidati celibi. Il motu proprio papale appare pertanto come un unicum nella storia di tali ordini.

Aprendo questi ministeri al sesso femminile, o si è fatta un’operazione superficiale, che ha ignorato questa importante connessione (o l’ha ritenuta grossolanamente superflua), oppure la si conosceva bene e la si è portata avanti per ragioni ideologiche. Si fa veramente fatica a comprendere come papa Bergoglio possa affermare che “una consolidata prassi nella Chiesa latina ha confermato, infatti, come tali ministeri laicali, essendo basati sul sacramento del Battesimo, possono essere affidati a tutti i fedeli, che risultino idonei, di sesso maschile o femminile, secondo quanto già implicitamente previsto dal can. 230 § 2”. Si tratta di un’affermazione palesemente scorretta: il canone menzionato era infatti preceduto dal § 1, il quale esplicitava che i candidati al ministero stabile dovevano essere i soli “laici di sesso maschile (viri laici)”, da alcune correnti ideologiche considerato un relitto di un passato clericale e maschilista. La verità è che non esiste alcuna prassi nella Chiesa del conferimento di tali ministeri istituiti a donne; il Papa ha usato la discutibile usanza delle “chierichette” e delle lettrici temporanee compromettendo cosí l’immagine del diaconato maschile.

A partire dai primi secoli, per quasi millesettecento anni, la Chiesa ha ininterrottamente designato i ministri liturgici inferiori al diaconato con il termine “ordines”. Questa tradizione è durata fino al motu proprio di Papa Paolo VI Ministeria Quaedam dell’anno 1972, con il quale furono aboliti gli ordini minori ed il suddiaconato e, al loro posto, vennero creati i “ministeri” del lettorato e dell’accolitato per promuovere la partecipazione attiva dei fedeli laici nella liturgia, nonostante che tale posizione non avesse alcun fondamento nei testi del Concilio Vaticano II. In seguito i servizi di lettore e di accolito hanno ricevuto la qualifica di “ministeri laicali” come mezzo di partecipazione attiva dei fedeli laici nella liturgia. Non solo, tale posizione favorí l’idea che il servizio liturgico di lettore e di accolito sarebbe un’espressione propria del “sacerdozio comune” dei laici, cancellando cosí ogni rapporto con il diaconato quale loro fonte: si attuò cosí un vero e proprio rovesciamento nella loro comprensione teologica dal quale discende l’errore odierno. Solo assumendo tale errore come verità non si può addurre un motivo convincente per escludere le donne dal servizio ufficiale di lettore e di accolito.

Quando, il 15 marzo 1994, la Congregazione per il Culto Divino permise, con una lettera circolare, l’accesso delle ragazze al servizio dell’altare, dovette chiarire che “i predetti servizi liturgici dei laici sono compiuti “ex temporanea deputatione” a giudizio del vescovo, senza alcun diritto a svolgerli da parte dei laici, uomini o donne che siano”. La connotazione della temporaneità del servizio liturgico, che richiama espressamente il can. 230 § 2, venne sottolineata proprio per chiarire che la concessione non poteva riguardare i ministeri istituiti, i quali sono per loro natura stabili. All’epoca era ancora chiaro che il sesso maschile, per i candidati a tali ministeri stabili, fosse una condizione necessaria, affinché il segno fosse espresso nella sua verità.

La suddetta circolare, tuttavia, creava già di fatto un conflitto: se da un lato salvaguardava il ministero istituito, dall’altro apriva ad una prassi che contraddiceva la tradizione liturgica della Chiesa e indeboliva, fino a sfigurarlo, il segno. Con un gesto di grave e palese rottura con l’ininterrotta ed universale tradizione della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, Papa Bergoglio con il motu proprio Spiritus Domini del 10 gennaio 2021 ha modificato il can. 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico, permettendo l’accesso delle persone di sesso femminile al ministero istituito del lettorato e dell’accolitato.

Come già visto l’argomentazione teologica secondo la quale il servizio di lettore ed accolito sarebbe proprio del sacerdozio comune dei laici contraddice il principio divinamente stabilito già nell’Antico Testamento, ossia che per svolgere un qualsiasi servizio nel culto pubblico era necessario che i ministri ricevessero una designazione sacra. Gli Apostoli hanno conservato questo principio stabilendo per divina rivelazione l’ordine dei diaconi in analogia ai leviti veterotestamentari. La Chiesa dei primi secoli e poi tutta l’ininterrotta tradizione hanno conservato questo principio teologico del culto Divino, che afferma come per compiere qualsiasi servizio all’altare o nel culto pubblico sia necessario appartenere all’ordine dei ministri, designati per tali funzioni con uno speciale rito, chiamato “ordinazione”. Per questa ragione la Chiesa, già a partire del II secolo, ha cominciato a distribuire i vari compiti liturgici del diacono, cioè del levita neotestamentario, a vari ministri o ordini inferiori. L’ammissione al servizio liturgico senza aver ricevuto un ordine minore era considerata sempre come un’eccezione. In qualità di supplenti degli ordini minori potevano servire all’altare persone di sesso maschile adulti o fanciulli. Il sesso maschile sostituiva in questi casi in un certo modo l’ordinazione minore non sacramentale, giacché il servizio diaconale e tutti gli altri servizi inferiori, che erano inclusi nel diaconato, non erano servizi sacerdotali. Il sesso maschile era però necessario poiché, mancando l’ordinazione minore, era al livello del simbolo l’ultimo legame che legava i ministri liturgici inferiori e di supplenza con il diaconato. Con altre parole i ministri liturgici inferiori erano connessi con il principio del servizio liturgico levitico, il quale a sua volta era strettamente ordinato al sacerdozio e allo stesso tempo a questo subordinato e riservato per divina disposizione al sesso maschile nell’Antica Alleanza. Di fatto Gesú Cristo era propriamente il “diacono” e “ministro” di tutti i servizi del culto pubblico della Nuova Alleanza ed era di sesso maschile. Per questa ragione l’universale ed ininterrotta tradizione bimillenaria della Chiesa sia in Oriente che in Occidente ha riservato il ministero del servizio liturgico pubblico al sesso maschile nell’ordine sacramentale dell’episcopato, presbiterato e diaconato e altresí negli ordini minori ossia nei ministeri inferiori come p.e. del lettorato e dell’accolitato.

Il sesso femminile trova il suo modello di ministero e servizio nella beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, che designava se stessa con la parola ancella, ancilla (lat.), il termine doúle (grec.) è l’equivalente del maschile diákonos. È significativo dunque che Maria non si sia definita “diákona” del Signore ma “ancilla”.

Il motu proprio Spiritus Domini del 10 gennaio 2021 costituisce un grave vulnus nella disciplina della Chiesa e pertanto deve essere immediatamente abrogato ripristinando integralmente la corretta teologia dei ministeri in ordine al diaconato, nel rispetto della perenne ed universale tradizione della Chiesa.

 

 

 

 

 

• ANNO 2020
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4 dicembre 2020

Oggetto: Decesso dell’ex presidente della Repubblica francese Valéry Giscard d’Estaing.

L’ex presidente della Repubblica francese Valéry Giscard d’Estaing è morto ieri, 3 dicembre 2020, a 94 anni. Tutto il mondo ne ha fatto memoria, quasi fosse un esempio della modernità francese ed europea. In realtà è stato sempre uno strenuo nemico dei principi cristiani e della sacralità della vita umana fin dal concepimento. Giscard d’Estaing è stato l’uomo che ha favorito la liberalizzazione dell’immigrazione dai paesi islamici. Può essere cosí ipocriticamente celebrato un uomo che piantò il seme dell’aborto e quello del divorzio, dai quali son derivati milioni di morti innocenti e l’erosione della coesione sociale francese ed europea? L’unica celebrazione possibile è quella di prender atto dei suoi malvagi intenti e delle sue devastanti decisioni e porvi rimedio.

Nelle sue posizioni ideologiche possiamo ritrovare tante delle attuali idee politico-istituzionali europee, favorevoli all’immigrazione incontrollata e ferocemente contrarie a chiunque vi si opponga, o ne chieda una prudente valutazione. Non a caso oggi la Francia è preda di una intolleranza, cristianofobia ed islamizzazione senza precedenti.

Giscard d’Estaing, è stato ricordato sui giornali transalpini di ieri come un grandissimo innovatore sociale, dovrebbe invece esser ricordato come il piú sistematico distruttore della coesione sociale e culturale francese: promosse ed approvò la legge del divorzio ed indebolí l’istituzione familiare, l’unità fondamentale della società, con la legge dell’11 luglio 1975, introducendo il divorzio “per mutuo consenso” o “per la rottura della vita comune”. In quello stesso anno, fu ancora Giscard d’Estaing a promuovere e approvare la legge sull’aborto. Il 17 gennaio 1975 si depenalizzava l’aborto e si forniva un quadro di riferimento per l’interruzione volontaria della gravidanza e l’interruzione medica della gravidanza (IMG). La visita in Vaticano nelle settimane successive, la gelida accoglienza di Paolo VI e la crisi diplomatica che ne seguí, segnarono la profonda rottura tra il presidente e i cattolici.

Giscard d’Estaing è stato anche il presidente della Costituente, o Convenzione Europea (2002-2003), e redattore di quell’oscuro e pericoloso testo poi approvato con il nome di “Trattato di Lisbona”. Sono ben noti gli appelli accorati di papa Giovanni Paolo II affinché si inserissero le radici cristiane nel testo costituzionale europeo. Giovanni Paolo II scrisse anche una lettera da consegnare al presidente della Convenzione europea - Giscard d’Estaing - per perorare direttamente la causa del riferimento alle radici cristiane ma egli rifiutò ostinatamente la consegna della missiva.

Da questa scelta cosciente e determinata, ben al di là della superbia che quel rifiuto rappresentò, oggi possiamo ben dire che la eliminazione sistematica del cristianesimo, promossa attivamente anche dalle stesse istituzioni europee, e il tentativo ridicolo di sostituire le radici cristiane con un neo paganesimo ambientalista e un libertinaggio tanto innaturale quanto aggressivo, sono parte della eredità di Giscard d’Estaing. Non c’è da stupirsi dunque se il governo Macron lo abbia celebrato, essendo piú che mai intriso dello stesso spirito anti-cristiano. L’Europa dovrebbe dispiacersi e redimersi per quel rifiuto di Giscard d’Estaing, dal quale discendono le terribili conseguenze e le innumerevoli follie che oggi ci troviamo a vivere, inclusa la crescente tensione sociale e internazionale che mette a rischio la pace mondiale.

 

 

9 novembre 2020

Oggetto: Circa le elezioni presidenziali USA 2020 e l’attuale situazione internazionale.

In queste recenti elezioni le notizie sui brogli elettorali sono andate viepiú moltiplicandosi, nonostante i vergognosi tentativi dei mass media di censurare la verità a vantaggio del candidato democratico. Ormai sono note le truffe, sempre e solo contro il presidente Donald J. Trump, e sempre e solo a vantaggio dell’avversario, Biden, con al seguito la sua vice Kamala D. Harris, le cui posizioni ideologiche sono ancor piú gravi. Da mesi si assiste ad un continuo stillicidio di notizie false, di informazioni manipolate o censurate, di crimini taciuti o nascosti dinanzi a prove eclatanti e a testimonianze inoppugnabili, non ultimo il ripugnante caso Jeffrey Epstein con tutte le sue abominevoli connessioni. Il cosiddetto deep state si è organizzato, con largo anticipo, per condurre in porto una colossale frode elettorale e fare in modo che venisse sconfitto chiunque si opponesse all’instaurazione di un nuovo ordine mondiale.

Il malgoverno dei cosiddetti “democratici” ripristinerà cosí i finanziamenti alle organizzazioni abortiste, al commercio dei feti abortiti e dei loro organi, all’infanticidio dei sopravvissuti all’aborto, all’ideologia ambientalista e alle innumerevoli guerre e rivoluzioni colorate, tanto caldeggiate dalla lobby israelo-americana in primis, riprendendo gli accordi commerciali con la Cina.

Singolare anche la sudditanza della stampa e dei canali televisivi italiani, votati alla demolizione sistematica del personaggio di Trump. Un’Italia forzatamente impoverita, indebitata da trame economiche sempre piú criminose e politicamente bloccata da una cerchia di governanti incapaci non legittimata da alcuna elezione; tuttavia, fra le tante e gravi emergenze reali, il parlamento trova il tempo di discutere sulla legge immorale e liberticida Zan, nel silenzio generale.

Un’oscurità non meno tragica viene dai vertici ecclesiali e per citare E. Jünger: “Tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati ma per i persecutori”. Tutto ciò in un mondo “in se divisum” (Mt 12,25) dove la spaccatura spesso è fra la realtà e la finzione: la realtà oggettiva da una parte, la lubrica finzione mediatica dall’altra. La realtà del Covid-19 contrasta palesemente con quello che vogliono dare ad intendere i mass media, ma ciò non basta a smontare il grottesco castello di falsità al quale la maggior parte della popolazione si adegua con rassegnazione. La realtà dei brogli elettorali, delle palesi violazioni dei regolamenti e la falsificazione sistematica dei risultati contrasta a sua volta con la narrazione dei colossi dell’informazione, per i quali Joe Biden, un candidato corrotto e asservito al deep state, sarebbe il nuovo presidente degli Stati Uniti.

Suona a dir poco sospetta la tempestività con cui i leaders politici occidentali hanno rivolto le loro congratulazioni al sedicente Presidente neo-eletto; fra i primi a congratularsi - esponendosi al ridicolo - il presidente italiano, Sergio Mattarella, seguito dalla compagine governativa.

Siamo giunti al punto in cui la realtà non è più rilevante, specie nel momento in cui essa si frappone tra il piano diabolico già da tempo concepito e la sua realizzazione. Le accuse di irresponsabilità per gli assembramenti dei sostenitori di Trump svaniscono se a riunirsi nelle piazze sono i sostenitori di Biden, come già avvenne per le manifestazioni dei BLM e per le celebrazioni partigiane del 25 Aprile in Italia. Quello che è criminale per alcuni, è consentito ad altri: senza spiegazioni, senza logica e senza razionalità alcuna.

Assistiamo cosí a gruppi faziosi che rivendicano per sé la bontà anche se giustificano l’uccisione degli innocenti e la distruzione di ogni ordine morale. Essi sono democratici, anche se per vincere le elezioni devono sempre ricorrere a brogli e frodi plateali ed evidenti. Loro sono i difensori della libertà, anche se ce ne privano giorno dopo giorno con leggi sempre piú sordide. Loro sono obbiettivi e onesti, anche se la loro corruzione e i loro delitti sono ormai evidenti. Il dogma che essi disprezzano e deridono negli altri è indiscutibile e inoppugnabile quando sono loro a promulgarlo a forza di leggi estorte con la disonestà e l’inganno.

In questo panorama di menzogne erette a sistema, propagandate dai media con un’impudenza sconcertante non stupisce piú né l’entusiasmo, sguaiato e violento, con cui una parte esulta per il riuscito inganno, né l’incontenibile soddisfazione dei media e dei commentatori ufficiali, né l’attestazione di complice e cortigiana sudditanza da parte dei leader politici e religiosi di una buona parte del mondo.

È tristemente indicativo che alcune Conferenze episcopali e organizzazioni abortiste, come Planned Parenthood, esprimano la propria soddisfazione per la presunta vittoria elettorale della stessa persona. Questa unanimità di consensi riecheggia l’insolito ed entusiastico appoggio delle logge massoniche piú volte attribuito alla persona di Jorge Mario Bergoglio. Prendere atto di tutto ciò è il primo, indispensabile passo per comprendere la complessità degli avvenimenti presenti e per considerarli in un’ottica soprannaturale, sicché sappiamo e crediamo fermamente che Cristo, unica vera Luce del mondo, ha già vinto le forze e le tenebre che invano tentano di oscurarlo, a loro eterna rovina.

 

 

3 novembre 2020

Oggetto: In merito ai recenti attentati islamici nel cuore dell’Europa.

Dopo il barbaro assassinio di un insegnante a Parigi, e l’attentato di Nizza un altro crimine efferato ha insanguinato le strade di Vienna. Nell’odierna conferenza stampa il ministro dell’Interno austriaco, Karl Nehammer, ha affermato che la matrice dell’attentato è certamente islamica.

Da anni il governo austriaco combatte contro una presenza islamica radicale sempre piú preoccupante. Nel 2018 sono state chiuse 7 moschee ed espulsi 60 imam, oltre ad essere stata approvata una legge esemplare che impedisce i finanziamenti esteri per la costruzione delle moschee. In questi anni l’Austria è stata anche una via di transito per i jihadisti che andavano a combattere in Siria e in Iraq, ma la presenza piú preoccupante è quella delle moschee e delle associazioni che hanno legami diretti con la Turchia. È ormai evidente che il regime criminale di Recep Tayyp Erdogan rappresenta un gravissimo pericolo per l’Europa in particolare e per la pace internazionale. E infatti è proprio verso la Turchia che in queste ore si guarda per comprendere le ragioni dell’attacco; da tempo, infatti, c’è molta tensione tra Austria e Turchia per i numerosi episodi di ingerenza turca nella vita del Paese.

La cosa piú grave è che la maggior parte dei leader europei non hanno il coraggio di denunciare e combattere quella che è ben piú di una minaccia. Fin troppe volte abbiamo assistito, da parte dei leader europei, alla ridicola condanna di un terrorismo a cui non sono stati capaci di dare un nome. In queste settimane in molti paesi islamici si sono svolte manifestazioni contro la Francia e l’Europa con tanto di accuse menzognere e totalmente ingrate di islamofobia, tutto a dispetto di una lunga stagione di accoglienza dimostratasi fin troppo liberale e generosa, perfino ben oltre il limite della dabbenaggine.

È giunto il momento di prendere atto che una guerra è stata dichiarata contro l’Occidente, ed è in corso, da parte degli islamisti; una guerra che esige una reazione pronta e piú che mai severa. Far finta di non vedere o indulgere in falsi e antistorici sensi di colpa fa solo il gioco dei terroristi islamici. È impossibile non notare che nessun leader islamico, nessuna organizzazione islamica si muove a difesa dei mussulmani in Cina, in India o in altri paesi. La propaganda islamica e gli attentati prendono di mira sempre e solo l’Occidente.

Colpire Vienna ha un significato simbolico evidente: fu qui che nel 1683 fu fermata l’armata ottomana che si proponeva di marciare sul resto del continente. Allora l’Europa cristiana fu salvata soprattutto dalle truppe polacche e dalla provvida azione del beato Marco d’Aviano; oggi la Polonia è emarginata dall’Unione Europea proprio per la sua coerenza con l’identità cristiana, mentre i vertici ecclesiali versano nella piú completa ignavia circa le sue sorti.

L’auspicio è che le terribili immagini dell’attacco a Vienna spingano una classe politica da tempo irresponsabile a prendere atto della realtà quale essa è, e finalmente a reagire con tutta la necessaria e puntuale fermezza. Tanto maggiore sarà la severità odierna, tanto minori saranno le tragedie a cui dovremmo assistere in futuro.

 

 

28 ottobre 2020

Oggetto: Circa le recenti dichiarazioni di papa Bergoglio in merito alle coppie omosessuali.

Le recenti dichiarazioni di papa Bergoglio, quanto mai inopportune, nulla cambiano, né nell’insegnamento della Sacra Scrittura né nella costante Tradizione della Chiesa Cattolica e nel suo Magistero autentico.

Il documentario “Francesco” di un regista israelo-americano - noto per aver diretto anche il film Oy Vey! My Son is Gay!, - appare un’opera volutamente propagandistica, nello stile del politicamente corretto, ma - come ha bene argomentato il filosofo Diego Fusaro - sempre “eticamente corrotto”. Resta da chiedersi, tuttavia, perché esso sia stato diffuso ora e perché con questa enfasi. Da tempo ormai, la stampa mondiale che aveva sponsorizzato la cosiddetta “rivoluzione bergogliana” ha capito di aver creato solo un falso mito. Persino i piú cauti opinionisti hanno dovuto prendere atto di scandali e malaffari di ogni genere e di un’abnorme corruzione morale e materiale, che in questi ultimi sette anni è cresciuta in modo esponenziale.

Alcuni anni fa, lo storico anglo-francese Henry Sire aveva osato scrivere che Jorge Mario Bergoglio... “era già conosciuto da tempo nella sua natia Argentina come un politico manipolatore e un abile promotore di se stesso. Dietro la maschera di affabile uomo del popolo, ha consolidato la sua posizione di dittatore che governa con la paura e ha stretto alleanze con gli elementi piú corrotti del Vaticano (cfr. SIRE H., The Dictator Pope: The Inside Story of the Francis Papacy, 2017).

Successivamente, il giornalista Mauro Mazza scrisse che i critici di Bergoglio l’accusano... “di aver commesso una serie di errori affidando grandi responsabilità a personaggi non meritevoli, puntualmente rivelatisi inadeguati, incapaci e, talvolta, corrotti. Imputano a Bergoglio anche di avere affidato dosi massicce di potere, in Vaticano, a esponenti di curia ambiziosi, intolleranti e vendicativi che hanno instaurato un insano clima di paura, sospetti e maldicenze” (cfr. MAZZA M., Bergoglio e Pregiudizio, 2018, 5).

Recentemente, uno dei piú autorevoli editorialisti italiani ha dovuto ammettere che... “Bergoglio si è mostrato risoluto nel destrutturare un modello di Chiesa già in crisi [e che] sul piano del potere, avversari ma anche amici gli attribuiscono un modo di agire che non sempre coincide con la sua immagine pubblica” (cfr. FRANCO M., L’enigma Bergoglio. La parabola di un papato, 2020, 8.10).

Mai come in questi ultimi anni sono state alimentate confusione e smarrimento fra i cattolici, discredito sulla fede e sulla Chiesa Cattolica, sconcerto persino fra i non cattolici e profonde perplessità anche negli ambienti piú cauti. Si è cosí constatata, come mai prima d’ora, la veridicità delle parole pronunciate nella celebre Via Crucis del 2005, quando l’allora cardinal Joseph Ratzinger scrisse: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il piú grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore [...] Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo piú zizzania che grano. La veste e il volto cosí sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli!” (Stazione IX).

Dopo il conclave del 2013, è stato detto e scritto a chiare lettere, che il Vaticano doveva essere ripulito. Occorre allora ammettere onestamente che il progetto è fallito anche in merito ad obiettivi e temi cruciali per i quali la Chiesa è - e dovrebbe essere - come “città collocata sopra un monte” (Mt 5,13-14). Di fatto, se si escludono le voci isolate e coraggiose di alcuni ecclesiastici e laici, quale altra voce si è alzata dal cuore stesso della Chiesa mentre venivano approvate leggi che estendevano l’aborto fino al nono mese o addirittura autorizzavano l’infanticidio post-nascita? Oppure mentre si adottavano leggi di bioetica degne dei piú folli regimi dittatoriali? Oppure, ancora, leggi liberticide del pensiero, che avevano e hanno per vero obiettivo di sopprimere la libertà d’insegnamento della stessa Chiesa Cattolica?

Con questo papato appare quanto mai vero il terribile presagio di Paolo VI: “Ciò che mi colpisce quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talora dominare un pensiero di tipo anti-cattolico e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il piú forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia” (cfr. GUITTON J., Paul VI secret, Desclée de Brouwer, Paris 1979, 168).

Oggi, una parte non piccola della gerarchia arranca sempre piú fra smarrimento dottrinale, nequizia morale e perdita di ogni credibilità e, in scienza e coscienza, dovrebbe trarne davanti a Dio tutte le doverose conseguenze, prima che sia troppo tardi.

 

 

29 settembre 2020

Oggetto: Il negazionismo turco del genocidio armeno.

Ad un secolo di distanza la Turchia continua a negare il genocidio armeno. Fino ad alcuni anni or sono sosteneva che non vi era stato alcun genocidio poiché gli armeni non erano mai esistiti nella regione anatolica. Lo Stato turco ha sempre cercato di cancellare, ma senza mai riuscirci, ogni loro traccia. Piú recentemente la Turchia ha sostenuto la tesi della guerra civile, in realtà la guerra coeva, la Prima Guerra Mondiale, giovò sí alla Turchia, ma solo per coprire l’ignobile massacro.

La Turchia continua ogni anno a spendere cifre ingenti per propalare le tesi negazioniste, minacciando boicottaggi politici ed economici verso gli Stati che riconoscono ufficialmente il grande genocidio del popolo armeno. Il codice penale turco arriva a perseguire penalmente tutti coloro che fanno riferimento al genocidio armeno o lo sostengono.

La paura di essere giudicata per i suoi crimini, ancor oggi impuniti, un presuntuoso e arrogante nazionalismo, una coscienza democratica pressoché nulla, determinano ancora oggi l’atteggiamento negazionista delle autorità di Ankara, nonostante siano sempre piú vasti i settori della società turca che cominciano ad opporsi alla “verità di regime”, finalizzata tanto all’ingiusta oppressione dei popoli della sua area di influenza quanto dello stesso popolo turco.

Ancora oggi, qualunque iniziativa di appoggio al diritto alla memoria del popolo armeno vede la diplomazia turca pronta a minacciare gravi pene e ritorsioni, unico linguaggio noto al regime di Ankara e soprattutto alla neo-dittatura del premier R. T. Erdogan.

Oggi, piú che mai, occorre ricordare che chi rimane in silenzio, chi si volta dall’altra parte, anche solo per salvare qualche meschino vantaggio commerciale, diviene complice morale dei carnefici del genocidio armeno.

 

 

28 settembre 2020

Oggetto: Circa il conflitto in Nagorno-Karabakh.

Dopo il fallimento delle trattative per l’ingresso nella Comunità Europea la Turchia ha riesumato il sogno di una rinnovata egemonia ottomana nel Mediterraneo, nei Balcani, nella Siria e in Libia, soprattutto a spese della Grecia, di Cipro e dell’Armenia. Gli armeni già all’inizio del secolo scorso furono visti come un fattore di indebolimento dell’impero ottomano, dato che aspiravano ai princípi delle democrazie europee, ciò che causò l’efferato genocidio di un milione e mezzo di cristiani innocenti.

Purtroppo il Nagorno-Karabakh nel 1923 venne sottratto all’Armenia da Stalin che lo diede all’Azerbaijan. Il Nagorno-Karabakh dichiarò l’indipendenza dall’URSS nel 1991 sulla base della legge sovietica postuma alla caduta del muro di Berlino. In realtà il Nagorno-Karabakh è sempre stata terra armena; la popolazione, la storia, la lingua, la cultura, l’architettura, l’arte, tutto è armeno e quindi cristiano. Alla luce di tali fatti l’Europa e la NATO dovrebbero preoccuparsi dell’aberrante imperialismo di Erdogan, soprattutto dopo i disastri compiuti in Iraq, in Siria e Libia, negando ogni appoggio alla Turchia. Una Turchia fuori dalla NATO infatti garantirebbe piú pace e sicurezza in tutto lo scacchiere internazionale.

È in ogni caso doveroso condannare fermamente l’aggressione militare iniziata il 27 settembre u. s. contro l’Armenia, con il sostegno della Turchia, erede diretta dello Stato che un secolo fa ha compiuto, senza mai riconoscerlo, il primo orrendo genocidio del Novecento. Il coinvolgimento della Turchia a fianco dell’Azerbaigian mette in serio pericolo la sicurezza dell’intera regione e l’integrità dell’Armenia e, specificamente del Nagorno-Karabakh. La popolazione armena del Nagorno-Karabakh deve poter decidere liberamente il proprio futuro e il suo status deve essere risolto per via diplomatica e non con l’uso indebito e ingiustificabile delle armi e della violenza.

 

 

12 agosto 2020

Oggetto: circa la pillola abortiva RU 486.

Le notizie apparse in questi ultimi giorni in merito all’aborto, permesso con metodo farmacologico in day hospital fino alla nona settimana di gravidanza, arrecano profonda tristezza e rinnovato sdegno. La depenalizzazione dell’aborto ha portato ovunque ad una cultura di morte in cui la decisione della donna di interrompere la gravidanza è sempre piú banalizzata, mentre un crimine, l’uccisione di un innocente nel seno materno, viene presentato all’opinione pubblica come un banale intervento farmacologico. Un crimine che grida vendetta al cospetto di Dio viene sponsorizzato dal mondo politico e dai mass media come... “una risposta civile e moderna, che spazza via ogni concezione medievale del ruolo delle donne” e ciò invece di scegliere la strada dell’aiuto alla maternità, in una situazione di declino demografico che sta mettendo una seria ipoteca sul futuro del nostro Paese. Non solo, visto che si nasconde ipocritamente l’origine vera di questa decisione, ossia gravare meno sulle strutture ospedaliere, anche a costo di pesanti conseguenze per la salute della partoriente. I responsabili della sanità pubblica e tutti coloro che propongono o appoggiano in qualunque modo questi metodi abortivi dovranno rendere conto a Dio di questi delitti che offendono gravemente la vita e la dignità umana.

 

 

4 agosto 2020

Oggetto: Circa la tragica situazione in Libia.

Nel 2011 Mu’ammar Gheddafi venne destituito dal potere e assassinato a seguito della guerra civile libica, segnando cosí l’inizio di una spaccatura all’interno del Paese che, a nove anni distanza, non è ancora stata sanata. Si è venuto a creare cosí uno scenario politico nel quale si sono intromesse diverse potenze che comprendono, tra le altre, la Francia e la Gran Bretagna, la Turchia e l’Egitto, gli Stati Uniti e la Russia. Con la popolazione allo stremo, oggetto di incessanti incursioni, attacchi, attentati e scontri a fuoco, il Paese è ormai sempre piú soggiogato dai poteri forti internazionali. È emerso uno scenario di conquista e di neo-colonialismo che, poco prima di essere deposto, l’ex-dittatore aveva tristemente previsto, promettendo di combatterlo fino alla fine.

Nessuno degli attori internazionali oggi appare interessato al bene della popolazione libica, bensí ai vantaggi economici legati alla conquista di sempre maggiori risorse rispetto ai propri rivali. Appaiono ormai sempre piú ipocriti e falsi i proclami a suo tempo avanzati dalle fazioni progressiste dell’Europa circa la necessità umanitaria di intervenire in Libia a seguito delle gravissime violazioni dei diritti umani. Diritti certamente violati dall’ex regime libico ma tutt’altro che garantiti dagli odierni invasori. Cosa ne è rimasto del territorio libico e della sua popolazione, se non le macerie e un tessuto sociale distrutto? La situazione odierna della Libia è a dir poco terrificante: una guerra continua, una criminalità incontrollabile e la continua paura che, da un momento all’altro, la morte possa giungere da ogni dove; una sciagura immane causata dalle mire assassine delle potenze egemoni che oggi spadroneggiano nella regione.

La fine di Gheddafi, voluta da Francia, Gran Bretagna e USA, è stata quella di un dittatore che, seppure con dei metodi discutibili, lottò fino all’ultimo per rendere grande il proprio Paese, tentando di salvarlo dall’invasione straniera. L’uscita della Libia dalla dittatura era sicuramente auspicabile e da incoraggiarsi, ma non certo a questo prezzo e non con metodi degni della piú immorale e disumana delle dozzinali politiche coloniali dei secoli passati.

 

 

30 luglio 2020

Oggetto: Circa la proroga dello stato d’emergenza per il Covid-19.

In Italia fino al 15 ottobre p. v. resterà in vigore lo stato d’emergenza. Lo ha deciso il Parlamento a maggioranza, non senza numerose polemiche. Sia martedí al Senato che ieri alla Camera si è consumato uno scontro alquanto aspro tra maggioranza e opposizione sull’opportunità di prolungare questa misura, in vigore dal 31 gennaio e in scadenza il 31 luglio, giustificata dal Presidente del Consiglio come necessaria per continuare a gestire l’emergenza sanitaria; una gestione caratterizzata dall’eccessivo ricorso ai decreti e al voto di fiducia, che scardinano il corretto funzionamento della democrazia parlamentare.

Va rilevato come in altri Stati europei, dove pure i numeri dei contagi sono piú alti, i governi si sono astenuti dall’adottare misure cosí drastiche, che rischiano di avere un impatto devastante sulla qualità della vita, sul godimento dei diritti umani, sull’immagine nazionale e sull’andamento dell’economia. Lanciare oggi un segnale negativo, con il prolungamento di una misura alquanto discutibile, approssimativa e irresponsabile, che non trova giustificazione nei numeri relativi all’andamento della pandemia, rischia di rafforzare l’idea che l’Italia possa essere uno dei Paesi piú a rischio. Oltre a questo si trasmette all’opinione pubblica una sensazione di insicurezza, con tutto ciò che ne consegue in termini di difficoltà a tornare ad una vita normale, fatta di incontri umani, di socialità, di rapporti economici e di tanto altro.

La realtà è che nel nostro Paese non sussiste piú alcuna emergenza, infatti i focolai dei contagi, ben circoscritti e delimitati, vengono gestiti con relativa tranquillità dalle autorità sanitarie, senza alcun sovraccarico sulle strutture ospedaliere. Sostenerla ancora dunque appare fuorviante e destabilizzante, senza alcun riscontro nella realtà concreta. L’impressione è che l’attuale governo, forse il peggiore della storia recente, si stia preoccupando piú della sua sopravvivenza che non dell’interesse reale del Paese.

Di tale avviso sono peraltro anche autorevoli costituzionalisti italiani che definiscono senza mezzi termini illegittimo e inopportuno il provvedimento adottato dal Governo. Non esistono al momento neppure evidenze scientifiche circa una possibile seconda ondata del virus o circa un rischio concreto e attuale per le persone, ne segue che la proroga dello stato d’emergenza rischia solo di alimentare tensioni sociali ed economiche che potrebbero acutizzarsi pericolosamente nei mesi a venire.

 

 

28 luglio 2020

Oggetto: Circa il documento sul Covid-19 della Pontificia Accademia per la Vita.

La Pontificia Accademia per la Vita ha pubblicato un nuovo documento sul Covid-19 con il titolo “L’Humana communitas nell’era della pandemia: riflessioni inattuali sulla rinascita della vita”. Il documento si evidenzia - come il precedente del 30 gennaio 2020 - per la sua scarsa rilevanza di contenuti, ma soprattutto per l’assenza di un pensiero cattolico che dovrebbe caratterizzare le sue pubblicazioni. Negli ultimi tempi la Pontificia Accademia per la Vita si è contraddistinta per un livello straordinariamente basso dei suoi documenti, tanto che è inevitabile chiedersi perché vengano scritti in tal modo, con lo stesso linguaggio di una qualsiasi agenzia internazionale, densi di frasi astruse, segnati dalla medesima mancanza di principi di riferimento spirituali, affetti dalle stesse proposte indecifrabili o puramente retoriche. In tutto il documento non si fa mai alcun riferimento né esplicito né implicito a Dio e non vi si legge alcuna riflessione degna di una teologia della storia. Secondo l’Accademia, nella pandemia sarebbero in gioco solo forze umane, inoltre si chiede sí la conversione, ma non a Dio, bensí al rispetto dell’ambiente e ad una piú diffusa solidarietà.

Assumere solo l’uomo, e non anzitutto Dio, come prospettiva di fondo comporta l’assimilazione della Chiesa alle ideologie umane in voga, dall’ideologia ambientalista a quella globalista. Stupisce, per esempio che il documento non consideri il pericolo che la pandemia ha prodotto per la vita nascente, dato l’accresciuto impegno degli Stati a garantire in ogni caso l’aborto, anche a domicilio, superando le difficoltà restrittive del Covid-19. Il documento della Pontificia Accademia non parla mai di vita nel senso chiaramente inteso nella magistrale Evangelium vitae. Desta infine scandalo che esso dia credito all’Organizzazione mondiale della sanità (considerandola “profondamente radicata nella sua missione di guidare il lavoro sanitario a livello mondiale”) vista la gestione politica, ideologica e spesso anti-scientifica dimostrata di recente da questo organismo. Per queste ragioni il suddetto documento non è in alcun modo raccomandabile, né tanto meno recepibile e pertanto merita di essere rigettato.

 

 

24 luglio 2020

Oggetto: Dichiarazione dell’Ordinario Militare per l’Italia circa i fatti accaduti nella caserma dei Carabinieri di Piacenza.

La vicenda accaduta nella caserma di Piacenza è di una gravità inaudita e porta alla luce il problema delicatissimo della corruzione, sul quale occorre riflettere e sul quale lo stesso Papa Francesco si è piú di una volta espresso con una durezza per lui inusuale; e la corruzione implica che nel sentire e nell’agire umano inizi un processo di deterioramento che stravolge le categorie del bene e del male, riflettendosi in comportamenti illegali, violenti e senza scrupoli.

Protagonisti, in questo caso, sono carabinieri che si sono lasciati corrompere, cosí come purtroppo accade - ed è accaduto anche durante il lockdown -, per altre categorie di lavoratori, professionisti, uomini delle istituzioni. È dunque urgente che nei loro confronti vengano assunte le misure legali piú giuste e dure, necessarie a proteggere la comunità civile nonché tutti gli uomini e donne delle Forze Armate e Forze dell’Ordine impegnati nella propria missione con l’onestà, la dedizione, talora l’eroismo, che tutti riconosciamo. Del resto, che l’opinione pubblica sia stata giustamente tanto colpita, è pure significativamente sintomatico di quanto l’Arma sia punto di riferimento per i cittadini italiani.

Mi auguro dunque che l’episodio di Piacenza sia condannato con decisione e non vada a infangare o colpire chi opera con senso di giustizia, per difendere proprio quei valori che questi pochi hanno tradito; al contempo, spero che questa sia per tutti, non solo per i carabinieri, preziosa occasione per una riflessione culturale capace di superare un’idea di libertà intesa come soddisfazione di bisogni o averi e di riportare al centro della vita sociale e dell’educazione il rispetto della vita e della dignità di ogni persona, unico valore in grado di contrastare tutti i germi di violenza e di corruzione.

 

 

22 luglio 2020

Oggetto: Sulla proposta di legge n. 569 Zan e altri relativa all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Come già rilevato, la proposta di Legge n. 569 Zan et al. rappresenta l’ultima tappa di un tentativo di sovversione antropologica dell’ideologia del Gender, che vuole eliminare le radici biologiche dell’essere umano riducendolo ad un mero prodotto culturale manipolabile a piacimento.

Con l’adesione degli USA all’UNESCO, il 30 Luglio 1946, prendeva avvio il processo di globalizzazione culturale. Sia sul versante liberale che su quello comunista veniva messa in campo una strategia che doveva cancellare la realtà dell’essere umano per ricreare un mondo nuovo ad immagine dell’ideologia e della politica. Questo è il significato perverso del politicamente corretto: non esiste una realtà che non possa essere manipolata dalla volontà dell’uomo ma è l’ideologia che decide il vero e il falso, il bene e il male. Tale decostruzione esige la lotta alla religione ancorata alla Tradizione e all’ordine naturale; alle tradizioni popolari, spesso legate al credo religioso; alla natura (e dunque perfino alle scienze biologiche) poiché irriducibile all’ideologia.

Alla fine degli anni 50 John Money pone le basi del’ideologia Gender, in contrasto con l’identità sessuale biologica, ossia al ruolo di genere socialmente indotto, secondo il quale maschi e femmine non si nasce ma si diventa. Il termine gender deriva dal latino gignere, che significa generare, e l’unico ruolo di genere esistente in natura è quello per cui i maschi fecondano e le femmine partoriscono. L’ipotesi irrazionale del gender, del tutto priva di riscontri scientifici ha potuto affermarsi perché è in sintonia con la visione presuntuosa del mondo liberal-progressista che vede l’uomo come unico arbitro e artefice del suo destino.

Oggi siamo testimoni della devastazione di una civiltà plurimillenaria costruita sul principio di realtà oggettiva e al suo posto vediamo sorgere un’organizzazione artificiale ed utopica della società attraverso un’operazione di “ingegneria sociale” che ha come obiettivo ultimo trasformare il dono della vita in un prodotto commerciale. Siamo in presenza di due visioni del mondo tra loro inconciliabili: una si fonda sui dati di realtà, studia umilmente la natura e cerca di carpirne i segreti facendo sí che il progresso sia in armonia con le leggi naturali; l’altra si fonda sulla menzogna secondo la quale l’uomo autoreferenziale discerne da sé il bene e il male, sull’utopia che pretende di ricostruire il mondo secondo i suoi desideri anche contro le leggi di natura.

Nel 2006 vennero stilati i “Principi di Yogyakarta” che postulavano per il mondo intero l’applicazione della legge internazionale sui diritti umani in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere. I Principi pretendono la negazione, ope legis, delle leggi di natura ponendo le basi per una deriva antiscientifica senza precedenti nell’era moderna. Il 17 Maggio 2006 il Consiglio d’Europa adotta la Decisione n. 771/2006/CE che proclama il 2007 come “anno delle pari opportunità per tutti” con i seguenti obiettivi da raggiungere: sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti del diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione, suscitare un dibattito sugli strumenti necessari per potenziare la partecipazione alla società, celebrare e facilitare la diversità, operare in favore di una società piú solidale. Notare l’uso della terminologia, tanto generica quanto insidiosa e pericolosa.

Il 31 marzo 2010 venne pubblicata la Raccomandazione CM/Rec (2010) 5 contro la Discriminazione basata su Orientamento Sessuale e Identità di Genere. Il 29 aprile 2010 venne emanata la Risoluzione 1728 che proibí la Discriminazione in base all’Orientamento Sessuale e all’Identità di Genere. A riprova della pericolosità di siffatte normative è opportuno ricordare come anche la pedofilia sia un orientamento sessuale e pertanto non discriminabile in base alla risoluzione 1728 del 2010. Infine, il 2 maggio 2018 viene presentata la proposta di Legge 569 Zan et al. partendo da un dato falso, ossia l’aumento esponenziale nel numero e nella gravità degli atti di violenza nei confronti delle persone omosessuali e transessuali.

La cosiddetta omofobia in realtà è solo una tattica difensiva menzognera nei confronti di chiunque affermi - peraltro giustamente - che il comportamento omosessuale non rappresenta un vantaggio né per l’individuo né per la società. La transfobia è una tattica difensiva egualmente menzognera che intende ridurre al silenzio quanti affermano le leggi della biologia e la diversità maschile/femminile. Entrambe destinate al fallimento, come tutte le follie ideologiche della storia, sono e saranno tuttavia foriere di innumerevoli tragedie umane sulle quali nessuno degli scellerati buonisti e politically correct si chinerà mai ad offrire una qualche forma di consolazione e di giustizia. Come predetto dal grande Gilbert K. Chesterton: «La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà... Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo... Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due piú due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtú e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora piú incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto».

 

 

20 luglio 2020

Oggetto: Circa la riconversione abusiva di Santa Sofia in moschea.

Per 1500 anni il simbolo di Costantinopoli, la cattedrale di Santa Sofia, è appartenuta alla cristianità; in seguito divenne un museo per volere del fondatore della Turchia contemporanea e ora è stata adibita a moschea, dopo la pronuncia del Consiglio di Stato turco. A seguito della sentenza, il presidente Erdoğan ha immediatamente firmato il decreto con il quale l’amministrazione di Santa Sofia passa all’autorità statale per gli affari religiosi. Le reazioni internazionali sono state alquanto severe. La Chiesa Ortodossa Russa ha espresso disappunto per la decisione turca, accusando Erdoğan di ignorare la voce di milioni di cristiani. Anche Cipro, e Grecia hanno espresso la loro contrarietà condannando il gesto di Ankara come “un’aperta provocazione al mondo civilizzato”, mentre la Russia ha considerato l’iniziativa turca come un affare di politica interna. Ma l’ondata di sdegno travalica il mondo ortodosso a testimonianza del fatto che il gesto turco non ha solo risvolti religiosi. L’Alto Rappresentante UE Borrell ha definito la decisione turca come “deplorevole” mentre il Dipartimento di Stato USA ha espresso la sua delusione.

La decisione di trasformare nuovamente Santa Sofia in una moschea si colloca nel progetto di Erdoğan di islamizzare un paese che dagli anni ‘30 del Novecento ha oscillato fra il laicismo di stampo kemalista e l’appartenenza religiosa islamica. Mustafa Kemal identificò nel laicismo una conditio sine qua non per modernizzare la Turchia, ritenendo l’islamismo un ostacolo decisivo al progresso. L’inserimento in Costituzione del principio della laicità avvenne solo nel 1937, dopo quasi quindici anni passati a rieducare, anche con la forza, una popolazione musulmana fortemente identitaria, specie dopo che l’Anatolia fu svuotata dagli armeni e dai greci-ortodossi in virtú del Trattato di Losanna del 1923 e del genocidio del 1915-16.

L’odierno assetto politico turco, sempre piú arrogante, ha posto la riconversione di Santa Sofia in moschea, a corollario di una serie di riforme volte a riportare la religione islamica al centro della vita dei turchi. Negli ultimi anni si è registrato un aumento nella tendenza dei governi dei paesi medio orientali ad utilizzare la religione come strumento di politica estera. Paesi come l’Arabia Saudita promuovono già da decenni questo tipo di “soft power islamico”, finanziando la costruzione di moschee all’estero, organizzando forum internazionali e facendo circolare testi religiosi finalizzati a promuovere la loro visione politica. Inondano cosí l’Europa di moschee e (come in Francia) chiedono di usare perfino le nostre chiese, cercando di imporre un nuovo reato-frode, l’”islamofobia”, finanziando la distruzione di tutto quello che resta del meraviglioso cristianesimo orientale che era in quelle terre sei secoli prima di loro. Ancora una volta la prepotenza islamica si conferma incompatibile con i valori di democrazia, libertà e tolleranza dell’Occidente. In questo contesto non abbiamo dubbi da che parte stare, siamo al fianco della Grecia cristiana ortodossa, della millenaria tradizione culturale dell’Impero Romano d’Oriente che aveva in Costantinopoli la sua capitale, cuore della civiltà bizantina. Siamo dalla parte del popolo armeno, culla della cristianità e vittima di un terribile genocidio che ancora oggi non è riconosciuto dai turchi, ma che costituisce ammissione indiretta delle loro responsabilità. L’Europa non può continuare a chiudere gli occhi di fronte alle continue provocazioni di Erdoğan, è una questione - come sempre - di civiltà.

 

 

15 luglio 2020

Oggetto: La protesta di Black Lives Matter.

La protesta di Black Lives Matter sta assumendo i connotati di uno scontro ideologico sempre piú equivoco e controverso. Il conformismo soffocante e il clima di paura che sparge a piene mani era già apparso evidente fin dall’inizio, questo nonostante che numerosi studi dimostrino come non vi sia alcuna correlazione fra il razzismo e gli incidenti mortali che coinvolgono le FF.OO. negli USA. L’American Physical Society, che rappresenta decine di migliaia di fisici in tutto il mondo, ha emanato un documento per “eradicare il razzismo sistemico e la discriminazione, specialmente nell’università e nelle scienze”, che a detta dei suoi estensori ne sarebbero infette. Solo nei regimi totalitari dell’ex Unione Sovietica e della Cina la fisica, insieme ad altre discipline scientifiche, è stata piegata alle esigenze ideologiche.

A Seattle gli attivisti Black Lives Matter hanno istituito una sorta di Comune, la Capitol Hill Autonomous Zone, con agricoltura di auto-sussistenza, abolizione della polizia e della proprietà privata. Il sindaco della città ha affermato che gli “isolati occupati sono piú simili ad una festa di quartiere”. Una “festa” che in realtà si è tradotta in tragedia, con i crimini cresciuti del 525% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e che includono spaccio e consumo di droga, violenze sessuali, furti, rapine a mano armata e un aumento delle attività di bande criminali. L’ennesima riprova che il vero volto di Black Lives Matter è disumano, alieno da ogni forma di civiltà e profondamente anti-cristiano; un movimento messo in opera dal corrotto e assassino Deep State americano solo per combattere il movimento politico espresso dall’attuale Presidente USA, l’unico ad aver dato ascolto e voce al popolo americano.

Intanto continua la profanazione delle chiese e delle statue religiose, mentre gli atti vandalici dei contestatori di Black Lives Matter non sembrano aver fine. Dall’attacco alle statue storiche si è passati a quelle religiose, che, oltre a far parte dell’identità profonda del popolo americano, rappresentano la fede di milioni di persone. È alquanto triste il fatto che alcuni sacerdoti e vescovi abbiano giustificato gli attacchi alle chiese. Non è certo distruggendo negozi, statue, edifici e chiese cattoliche che si possono affermare i diritti dei neri o di qualsiasi altra minoranza. Infatti, cattolici e bianchi sono identificati come nemici e razzisti a priori, discriminando, spargendo pregiudizi e offendendo l’identità altrui. L’auspicio è che quanto prima si accertino le responsabilità civili e penali degli organizzatori di tale movimento facendo verità e giustizia intorno alle sue tristi e dannose vicende.

 

 

2 luglio 2020

Oggetto: In merito alla proposta di legge Zan contro l’omofobia e alle posizioni del quotidiano Avvenire.

Ieri, il quotidiano della CEI, Avvenire, in un intervento a firma di Luciano Moia, ha appoggiato la nuova proposta di legge in oggetto. Nell’illustrare il testo, l’editorialista, si è reso autore di due considerazioni distinte ancorché strettamente concatenate, una piú sconcertante dell’altra. Nella prima, con riferimento alla “Giornata nazionale contro l’omofobia” e alla “strategia nazionale contro la violenza di genere”, Moia ha spiegato come esse siano “tutte iniziative ad alto tasso di rischio ideologico che sarebbe però sbagliato bollare subito come propaganda LGBT a senso unico”. Una frase che da un lato declassa la matematica certezza circa la natura ideologica delle iniziative arcobaleno a mero «rischio», per quanto elevato, e, dall’altro, invita ad abbassare i toni dato che sarebbe «sbagliato bollare subito come propaganda LGBT». La domanda è perché mai sarebbe “sbagliato bollare come propaganda LGBT” iniziative come la Giornata contro l’omofobia o pianificazioni contro la violenza di genere che, all’atto pratico, si traducono nell’indottrinamento gender nelle scuole? L’editorialista di Avvenire non ha offerto una minima spiegazione al riguardo. Il che è inqualificabile, considerato l’odio anticristiano di cui l’estremismo LGBT ha già dato ampia e sistematica prova di sé. Ma il peggio deve ancora venire perché - per venire alla seconda sconcertante considerazione - Moia ha aggiunto pure che le suddette iniziative «con una gestione equilibrata e senza estremismi potrebbero rivelarsi anche ottime occasioni educative».

Ottime occasioni educative? Di una norma che se approvata infliggerebbe un colpo gravissimo alla libertà di espressione gettando le basi per un totalitarismo ideologico a dir poco immondo? E questo quotidiano esprimerebbe la voce dei vescovi italiani? Ancora una volta nessuna contestazione viene levata alle posizioni scomposte di questo giornale. Questa e numerose altre prese di posizione, in netto contrasto con la fede e la dottrina cattolica, squalificano sempre piú un insignificante quotidiano che da tempo ha perso credibilità e che merita di essere soppresso con disonore.

 

 

26 giugno 2020

Oggetto: La protesta nichilista di Black Lives Matter.

Negli Stati Uniti i militanti del movimento Black Lives Matter abbattono le statue e gli altri simboli che secondo loro sarebbero espressione di razzismo. Di fatto, con il loro atteggiamento violento e intransigente essi dimostrano di essere come i razzisti che pretenderebbero di combattere.

Il movimento Black Lives Matter che gode dell’appoggio dei cosiddetti liberal, si ispira all’illuminismo e all’etica kantiana secondo la quale bisognerebbe trattare l’altro come un fine e non come un mezzo. Purtroppo gli illuministi - a cominciare da Voltaire - erano tutt’altro che razzisti. Kant stesso era razzista e i positivisti, eredi degli illuministi, erano spesso razzisti. Ciò prova che l’anti-razzismo di Black Lives Matter non è reale ma è la volgare sostituzione di un razzismo con un altro razzismo forse ancora piú violento.

Quanto sta accadendo negli Stati Uniti, però, va anche oltre queste considerazioni; Black Lives Matter non esprime solo la condanna per il passato americano, o per l’identità americana, o per la cultura e la civiltà occidentali accusate di essere bianche, come potrebbe far pensare l’odio infondato verso la statua di Cristoforo Colombo. Nel movimento Black Lives Matter si riconosce una profonda indole distruttiva, la volontà di distruggere i simboli in quanto espressione di una gerarchia di valori, di un qualche ordine. C’è la volontà di radere al suolo il passato, di colpevolizzare ogni posizione forte accusandola di essere razzista verso le altre.

Perché mai la volontà di distruggere le raffigurazioni di Gesú e della Madonna? Perché rimuovere il dipinto di San Michele che schiaccia il demonio? Dalla lotta ai simboli di un razzismo americano ideologicamente interpretato si è passati alla lotta alla simbologia religiosa cristiana. Il fatto è che quando si prende la strada del nichilismo bisogna distruggere non solo gli elementi dell’ordine ma anche la sua Causa ultima. Il nichilismo è dissolutorio e quindi distrugge i simboli che testimoniano aspetti o protagonisti dell’ordine, ma poi deve arrivare all’esito e prendersela con il Fondamento dell’ordine, che è Dio. Nel movimento Black Lives Matter c’è proprio questo nichilismo distruttore e assurdo. Qui non c’è piú solo l’ideologia, c’è una volontà distruttrice e dissacratoria che intende andare alle radici e che è funzionale al cosiddetto “nuovo ordine mondiale”, nuovo solo di nome ma in realtà l’ennesima riedizione di quella sporcizia satanica prevaricatrice di tutto ciò che è buono, bello e vero.

 

 

25 maggio 2020

Oggetto: Ennesima ambiguità del quotidiano Avvenire in tema di omosessualità.

Nella ormai lunga teoria di articoli sempre piú sconcertanti il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana colleziona un’altra “perla”, aprendo una pagina del giornale con il titolo: “Zuppi: gli omosessuali? La diversità è ricchezza” (23 maggio 2020); affermazione che sembra sottintendere la necessità dell’omosessualità, appreso che senza di essa il mondo sarebbe... piú povero. Le affermazioni dell’arcivescovo di Bologna, cardinal Matteo Zuppi, sono parte della prefazione-intervista al libro del giornalista di Avvenire Luciano Moia dal titolo “Chiesa e omosessualità. Un’inchiesta alla luce del magistero di papa Francesco”. Il libro contiene la prefazione del direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, il ché fa pensare che non si tratti solo del lavoro personale del giornalista quanto di un’operazione mediatica controversa che, attorno all’organo ufficiale della CEI, vede radunati teologi, psicologi, un cardinale e l’editrice San Paolo.

Nell’intervista al cardinal Zuppi si rilevano ambiguità che alcuni ambienti clericali sono soliti usare per sdoganare moralmente l’omosessualità. Occorre ricordare con profondo rammarico che il cardinal Zuppi aveva già firmato la prefazione al libro di P. James Martin S.J. “Un ponte da costruire - Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt”, ossia, una sorta di manifesto dell’omosessualismo sedicente cattolico. Ciò detto occorre precisare quanto segue:

1) Nel testo si delinea l’idea che fino all’Amoris Laetitia l’atteggiamento usuale della Chiesa nei confronti delle persone con tendenze omosessuali fosse di condanna e di emarginazione e che l’avvento nella Chiesa di papa Bergoglio avrebbe cambiato radicalmente paradigma. Questa insinuazione è menzognera ed è funzionale ad un’agenda che stravolge gravemente la dottrina cattolica. Nel Magistero e nella prassi pastorale, ben esposti anche nel Catechismo della Chiesa cattolica, si è sempre distinto chiaramente tra la persona e gli atti omosessuali. Ora, è proprio questa distinzione essenziale che si cerca di attenuare, sí che l’accoglienza della persona sia confusa con l’accettazione indiscriminata di tutti i suoi atti.

2) Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, a firma dell’allora prefetto S. E. Rev.ma card. Joseph Ratzinger, sulla cura pastorale delle persone omosessuali, datato 1 ottobre 1986, testimonia e riassume magistralmente l’attenzione di sempre al tema delle persone con tendenze omosessuali. È quantomeno singolare che Avvenire non citi ormai piú questo documento, forse perché non funzionale al sovvertimento dell’insegnamento della Chiesa in materia di morale sessuale? Oppure perché non pare “politicamente corretto”?

3) Nella concezione espressa dal card. Zuppi e dal Moia non pare esserci una verità oggettiva, tutto è relativo al contesto e alla storia personale, mentre la volontà di Dio in quanto riferimento oggettivo sfuma e perde di rilievo: «Quella di Dio, infatti, è una Volontà incarnata nella storia della persona, è la Sua volontà che compie la nostra», dice l’Arcivescovo di Bologna, e aggiunge: «La pienezza della volontà di Dio per una persona non è la stessa per altre». La conseguenza gravissima di tale impostazione assurda è che la consumazione degli atti omosessuali può non costituire un peccato, anzi potrebbe configurarsi come un bene. L’importante - afferma il Prelato - è «entrare in relazione con Dio». Ma entrare in relazione con Dio implica il configurarsi totalmente a Lui e non certo il contrario: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14,21).

4) L’ostentato senso di accoglienza e di misericordia, quando si parla di omosessuali, non considera seriamente la realtà di moltissime persone che vivono in tale condizione, con i loro disagi e le loro sofferenze, nel tentativo di costruire una sessualità ordinata e integrata. È inconcepibile che nella Chiesa si assumano gli argomenti dei movimenti ideologicamente organizzati, che rivendicano l’omosessualità e la transessualità come varianti naturali della sessualità e perciò da legittimarsi in toto.

Questa e numerose altre prese di posizione, in netto contrasto con la fede e la dottrina cattolica, squalificano un giornale che da lungo tempo ha perso credibilità nella Chiesa e che meriterebbe ormai di essere soppresso. Memori dell’Apostolo Paolo replichiamo con fede e confermiamo che... «questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito» (1Ts 4,3-8).

Proprio cosí, che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello! Perciò, occorre affermare con tutta chiarezza che coloro che avallano e diffondono dottrine false e ingannevoli, in qualunque dignità siano costituiti, renderanno rigorosamente conto a Dio delle loro conseguenze e dei loro scandali, secondo la parola del Signore (Lc 17,1-3): «È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi»!

 

 

25 maggio 2020

Oggetto: Circa la nomina a delegato episcopale di una donna nella diocesi di Losanna-Ginevra-Friburgo.

Martedí 19 maggio u. s., la diocesi di Losanna-Ginevra-Friburgo ha comunicato che il vescovo, Mons. Charles Morerod, ha nominato, a partire dal prossimo 1° agosto, la signora Marianne Pohl-Henzen delegato episcopale per la parte germanofona del cantone di Friburgo. La suddetta sostituirà don Pascal Marquard, che ricopriva la medesima carica dal 2017. L’inverosimile comunicato precisa che... “la stessa sarà la responsabile regionale a nome del Vescovo e di conseguenza membro del “consiglio episcopale”“.

Il can. 473 § 4 del Codice di Diritto Canonico, afferma che il consiglio episcopale è composto dai vicari generali e dai vicari episcopali, non certo dai delegati; ne segue che la signora Pohl-Henzen viene di fatto inserita nel consiglio episcopale senza averne alcun titolo, pertanto contro le legittime disposizioni del diritto canonico. Il canone 134 § 1 precisa che i vicari generali ed episcopali, nelle proprie diocesi, godono di potestà esecutiva ordinaria generale. Questa potestà di governo, secondo il canone 129 §1, per istituzione divina, può essere conferita solo a coloro che sono insigniti dell’ordine sacro.

Non si comprende la ratio insensata che si nasconde dietro tale nomina e che evidentemente intende perseguire un altro fine. Il sospetto è che si intenda contrastare in qualsiasi modo la norma di diritto divino che vieta il conferimento degli ordini sacri alle donne, imponendo alla pubblica opinione gesti tanto clamorosi e provocatori quanto sconsiderati.

Si auspica che la Santa Sede voglia condannare questo riprovevole atto di disobbedienza, che genera scandalo e confusione tra i fedeli, con le piú severe pene canoniche, non esclusa per tutti i responsabili la rimozione in perpetuum dall’ufficio.

 

 

21 maggio 2020

Oggetto: Sulle presunte apparizioni mariane a Medjugorje.

È stata pubblicata la relazione ufficiale della Commissione internazionale d’inchiesta e di studio sui fatti avvenuti a Medjugorje, in Bosnia, a partire dal 24 giugno 1981, circa le presunte apparizioni della Madonna a sei ragazzi bosniaci. Dal marzo 2010 al gennaio del 2014 la Commissione, voluta da S. S. papa Benedetto XVI, si è riunita in sessione plenaria per 17 volte, presieduta da S. E. Rev.ma il cardinal Camillo Ruini. Nella relazione l’obiettivo è stato quello di valutare il carattere soprannaturale degli eventi di Medjugorje e dare suggerimenti per la cura pastorale del luogo, ormai diventato un centro mariano di livello internazionale.

Nella prima parte delle presunte apparizioni la Commissione individua due fasi: una prima fase riguarda gli eventi accaduti sul monte Podbrdo, con le prime cinque apparizioni, tra il 25 e il 29 giugno 1981, a cui andrebbero aggiunte l’apparizione del 30 giugno nel villaggio di Cerno (a pochi chilometri da Medjugorje) e quella del 1° luglio nella casa parrocchiale della chiesa di San Giacomo; in totale sette apparizioni. Una seconda fase viene individuata in ragione dello spostamento delle presunte apparizioni dal luogo originario (il Podbrdo) alla casa parrocchiale di san Giacomo, fatto che ha segnato anche il passaggio del fenomeno ad una nuova fase.

L’esito della votazione in merito alla soprannaturalità degli inizi del fenomeno Medjugorje (prima fase) è stato positivo portando la Commissione a pronunciarsi a favore del “constat de supernaturalitate”. I veggenti sono stati giudicati sani ed equilibrati, tuttavia la Commissione rileva in essi alcune lacune, come la mancanza di una guida spirituale che avrebbe certamente agevolato il loro percorso interiore e la loro maturità umana e spirituale. La Commissione sottolinea anche il rapporto problematico con il denaro che non depone affatto a favore di una testimonianza credibile.

Circa la seconda fase, che riguarda gli avvenimenti dei 30 anni successivi, il giudizio è stato sospeso con la formula “nondum decernendum”. Positiva appare la valutazione circa i frutti complessivi del fenomeno Medjugorje: numerose conversioni, ritorno alla pratica sacramentale, fiorire di vocazioni alla vita presbiterale, religiosa e matrimoniale, benché sia sempre opportuno ricordare come il Signore sappia trarre il bene anche dal male.

La seconda parte del dossier riporta anche i suggerimenti per la gestione pratica del fenomeno e auspica la rimozione del divieto di organizzare pellegrinaggi con la partecipazione dei sacerdoti. Il dossier termina con un riepilogo delle conclusioni principali a cui è giunta la Commissione. Due appendici chiudono il documento: la prima è una sintesi storica degli avvenimenti dal 24 giugno 1981, la seconda è il documento riportante le Norme della Congregazione per la Dottrina della Fede circa il discernimento sulle apparizioni.

Pur trattandosi di un mero giudizio consultivo, l’opinione espressa dalla Commissione pontificia va approfondita e rappresenta un utile strumento di indagine su uno dei fenomeni piú discussi del nostro tempo. Il 13 maggio 2017 lo stesso papa Francesco, in un'occasionale conferenza stampa, ha esposto in maniera alquanto sommaria, le conclusioni a cui è giunta la Commissione.

Occorre tuttavia rilevare che non mancano numerose e autorevoli contestazioni al lavoro fatto dalla Commissione, criticata per non aver condotto un lavoro piú attento e rigoroso. In particolare, occorre evidenziare la critica alquanto severa mossa al riguardo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Rimangono pertanto diversi punti oscuri che richiedono un diligente discernimento:

1) Perché le presunte prove a favore della soprannaturalità non furono riconosciute dalla Conferenza Episcopale Jugoslava del 1991?

2) Come spiegare il fatto che i presunti veggenti vengono piú volte colti a testimoniare il falso o a simulare, sia dal Vescovo del luogo, sia da diversi esperti chiamati a studiare il fenomeno?

3) Come si spiegano i non pochi messaggi incongrui attribuiti alla presunta Madonna?

4) Come spiegare l’enorme quantità di messaggi ripetitivi, generici e spesso alieni dalle reali problematiche della Chiesa e del mondo? Proprio l’opposto di quanto è dato di vedere nelle apparizioni mariane autentiche, incisive e concrete nel denunciare i mali coevi.

5) Come spiegare il fatto che in alcuni messaggi la presunta Madonna avrebbe approvato l’agire di personaggi rivelatisi poi meritevoli di gravi censure come, per esempio, nel caso dell’ex francescano P. Tomislav Vlašić?

6) Come mai le ripetute speculazioni economiche dei presunti veggenti non hanno mai destato nelle sedi opportune alcun rilievo?

Nel 2014 la Commissione pontificia ha ammesso nella propria relazione finale che i presunti veggenti hanno effettivamente un rapporto piuttosto ambiguo con il denaro e con quello che, in generale, si può definire come preoccupazione per il proprio benessere. Diversi giornalisti hanno divulgato un dossier - fino ad ora non smentito - sulle transazioni immobiliari effettuate negli USA da uno dei sedicenti veggenti, che in qualsiasi buona coscienza non possono non destare profondo dispiacere, senza indulgere in facili moralismi. Il comportamento concreto dei presunti veggenti appare come una netta contro-testimonianza circa i valori da essi proclamati, anche alla luce dei presunti “segreti”, che annuncerebbero eventi di particolare gravità per l’intera umanità. Alla luce dei fatti emersi appare sempre piú difficile conciliare l’atteggiamento pratico di queste persone con i frutti derivanti da autentici eventi soprannaturali.

Di contro, l’unica spiegazione possibile è che simili fatti, ammessa ma non concessa la loro autenticità, siano stati vissuti con una coscienza assolutamente inadeguata alla loro portata, ciò che si concilierebbe con la tesi della Commissione pontificia circa la carenza di guida e di maturità spirituale. Pare opportuno tuttavia sottolineare che una tale inadeguatezza, per esser compossibile con dei fenomeni soprannaturali di tale asserita durata e portata, dovrebbe raggiungere livelli insoliti e - in ogni caso - manifesterebbe un atteggiamento interiore alieno da un’autentica fede e da un’autentica speranza cristiana.

Allo stato attuale si ritiene opportuno evitare sia l’estremismo di chi dà per scontata l’autenticità delle apparizioni di Medjugorje, e dunque parla ed agisce irresponsabilmente come se la Chiesa ne avesse già riconosciuta l’origine soprannaturale, sia l’atteggiamento opposto di chi vorrebbe impedire che i fedeli si riuniscano in preghiera secondo l’insegnamento della Chiesa, assistiti anche dai propri sacerdoti. Auspicando quanto prima un autorevole, severo e definitivo pronunciamento dell’Autorità ecclesiastica, occorre ribadire che il centro della vita spirituale è sempre e solo Cristo e che l’autentica devozione mariana porta inequivocabilmente all’amore incondizionato per il Signore, né ha bisogno di avvenimenti o di fatti straordinari. Solo a queste condizioni, qualunque sia il pronunciamento finale della Santa Chiesa, i fedeli non rimarranno turbati e, insieme ai loro Pastori, sapranno custodire la carità e la concordia nelle proprie comunità ecclesiali.

 

 

14 maggio 2020

Oggetto: Circa l’odierna situazione sociale e politica in Italia.

Quest’anno le imprese italiane perderanno, secondo alcune stime, fra i 348 e i 475 miliardi di fatturato. Una gran parte dei titolari di partita IVA, degli autonomi, degli stagionali e altri ancora, dopo il disastro causato dalla pandemia, non hanno ricevuto alcun aiuto governativo. Molti italiani soffrono, ma da parte dei partiti al governo, dall’ultimo deputato fino al Quirinale - sempre piú parziale, sordo, cieco e muto - non v’è il minimo segno di partecipazione alle loro afflizioni. Da tanto tempo ormai la mala gestione dell’Italia non è solo frutto di incapacità, ma di una vera e propria avversione ideologica. In molti Paesi del mondo in cui sono stati imposti isolamento e quarantena i cittadini hanno ricevuto dallo Stato indennità consistenti o altre forme di aiuto; in Italia il governo ha dato poco o nulla, né sussidi sufficienti, né una seria attenuazione della leva fiscale. Per quel poco che ha dato ha obbligato i cittadini a “fare domanda”, a “dimostrare di aver perso almeno il 30% del fatturato o del reddito” con una burocrazia stolida e confusa, per un obolo umiliante che in molti casi non è mai arrivato.

In questa cosiddetta “Fase 2” l’impressione è che il governo italiano abbia una sola urgenza: rendere ardua la ripresa, imponendo misure che sono complicazioni assurde e inutili angherie, sempre in sprezzo alla Carta costituzionale. Non contenti di ciò alcuni esponenti di un partito che fu dei proletari insistono a pretendere di imporre una patrimoniale, un prelievo sui redditi superiori agli 80.000 euro annui, reddito che molti ormai non avranno piú. Invano c’è chi ricorda che in questo momento ai cittadini i soldi bisogna darli anziché portarli via. Si tratta dello stesso partito che ha regalato ai Benetton il monopolio delle autostrade, senza concorso, per assegnazione diretta, a condizioni rovinose per i cittadini ma straordinariamente lucrose per la nota famiglia, facendole dono di profitti miliardari che rivaleggiano con quelli delle narco-mafie, come osservarono alcuni giornalisti quando a Genova crollò il Ponte Morandi. L’Italia è piena di queste “famiglie” straordinariamente beneficate da politici compiacenti e mai chiamati a risponderne in alcuna aula di giustizia. Sí, sono tante, con nomi diversi, ma tutte unite da una cosa in comune: la conservazione dello “status quo” a danno del bene comune e dell’interesse nazionale.

Un altro esponente del medesimo partito ha affermato di non ritenere possibile che in Italia il 46% dei contribuenti dichiari meno di 15.000 euro e solo il 6% piú di 50.000 euro: ne conclude che in Europa hanno l’impressione che gli italiani non vogliano pagar le tasse. A questi tristi figuri sfugge il fatto che la gente stia da tempo ipotecando di tutto ai banchi dei pegni, che gli imprenditori arrivino al suicidio, che milioni di italiani abbiano bisogno dei sussidi e stiano sprofondando nella miseria, privi di qualsiasi sostegno. Tutto questo conferma come una parte consistente della popolazione sia ridotta a vivere con meno di 11.000 euro l’anno, ossia con una cifra di gran lunga inferiore a quella che i politici e gli alti dirigenti dello Stato ricevono in un solo mese di stipendio, a dir poco.

Ecco spiegata la generale indifferenza della plutocrazia di Stato, dell’oligarchia pubblica inadempiente fatta casta che quei soldi li prende dai cittadini senza alcun merito, né controparte; cittadini vessati quotidianamente da imposte, tasse, accise e mille altri balzelli sempre piú astrusi e indecenti. V’è tuttavia un’intera classe di politici e dirigenti che all’indifferenza aggiunge sospetto e malevolenza. Si spiega cosí l’oppressione fiscale da satrapi che rende impossibile la vita alle imprese e alle famiglie, sempre piú accusate di nascondere i propri risparmi. Bisogna recuperare l’evasione - è il ritornello ricorrente di tutti i governi italici - con sanzioni sempre piú spietate e norme sempre piú intrusive e lesive dei diritti della persona. Il fisco, al pari della Magistratura e delle Forze dell’Ordine entra ormai nei conti bancari e nella vita intima dei cittadini senza alcuno scrupolo, superato in questo solo dallo spionaggio globale anglosassone; un vezzo ormai consolidato, disonesto e vergognoso, indegno di qualsiasi Stato civile e sconosciuto perfino ai peggiori totalitarismi del passato. Solo in un caso questo Stato scorda tutte le sue leggi, apre il portafoglio e finge di non sapere: davanti ai cosiddetti “migranti”, ossia a clandestini che pretendono di introdursi di nascosto nel nostro Paese senza documenti e - non di rado - senza rispetto per le nostre leggi, la nostra cultura e la nostra identità: stranieri in terra a loro straniera, ma piú graditi al potere delle stesse genti che l’abitano.

Hanno ragione gli italiani a protestare, ormai è moralmente impossibile dar loro torto; non a caso questa classe politica ha escogitato prontamente i reati di opinione, sicché le proteste dei cittadini possano venir qualificate nei mass-media come hate speech... riducendo comodamente ogni legittimo malcontento a odio e razzismo. Sí, il popolo italiano già abbondantemente oltraggiato viene accusato di odiare, di essere inqualificabilmente razzista, perciò meritevole di ogni censura e punizione, del carcere e di ogni altro male. Pochi Paesi al mondo hanno un regime poliziesco e una predisposizione censoria paragonabile all’Italia, dove la libertà dei mass-media e della stampa si colloca fra gli ultimi posti al mondo, in costante emulazione dei piú squallidi fogli di partito dei peggiori regimi dittatoriali; una magistratura e un apparato poliziesco abnormi ma perennemente inetti a perseguire il crimine, quanto pronti e zelanti nell’opprimere gli innocenti sgraditi alla casta.

In tutto il mondo pochi altri governi quanto quello italiano esercitano questo sovrappiú di dossieraggio, di intercettazioni, di prevaricazioni arbitrarie e preparano cosí intenzionalmente la miseria per il proprio popolo. Non risulta neppure che altrove, i governi gettino in faccia ai propri cittadini la disparità di trattamento attuata con i migranti (i clandestini): per gli uni (gli italiani indigenti) il disprezzo e l’abbandono, per i clandestini alberghi, navi da crociera affittate e accoglienza incondizionata. Se l’italiano indigente per ottenere aiuto deve dimostrare di esser tale e presentar domande e attestazioni, spesso senza esito, per i clandestini bastano e avanzano una faccia sconosciuta e un nome impronunciabile.

L’odio, il disprezzo per il popolo italiano da parte della politica - come già detto - ha sempre avuto radici lontane; da sempre i suoi capi hanno tentato di vincolarlo piú volte: vincolarli oltre che al loro potere arbitrario anche ai poteri esterni, europei e internazionali, ai mercati, all’Europa e ad altre istanze ancora, non esclusi gli innumerevoli think tank anglosassoni cosí cari alla sinistra da caviale, sempre piú trasgressiva e radical chic. È un disegno che la classe dirigente laica e progressista ma sempre radicalmente sleale verso il proprio popolo, ha ereditato almeno dal cosiddetto Risorgimento, perseguendolo con la stessa tenacia spietata, generazione dopo generazione e occupando tutti i posti di potere, sempre abilmente sottratti al controllo democratico.

Tutto quel che l’Italia ha subito, dalla sua unità mal combinata fino al “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia, che espose il debito pubblico alla speculazione globale, realizzato nell’81 senza alcun dibattito parlamentare, fino al capestro delle norme piú folli d’Europa, all’austerità trentennale e alla svalutazione dei salari, rispondono a questa volontà di incatenare il popolo, sottoponendolo al giudizio straniero con sempre nuovi e piú duri ceppi. E tutto questo perché, se non per avversione ideologica? Quell’avversione profonda e beffarda contro l’Italia cristiana, cattolica, che ha sempre albergato nel cuore dell’impero. Un impero, ieri a guida britannica, poi anglo-americana, oggi globalista, sempre invidioso di fronte alla constatazione delle nostre immense ricchezze, della nostra storia millenaria, della grandezza della nostra civiltà, della nostra arte, della nostra bellezza; tutte realtà che nelle anime grette e avide suscitano piú gelosia che ammirazione, piú livore appunto, che amore. Ecco il grande torto occulto degli italiani, il torto indicibile di avere il Paese piú bello e piú ricco al mondo: un Paese da tenere sempre sotto schiaffo, non sia mai che l’odiata Roma risorga.

È questo malcelato disprezzo che ha fatto scrivere ad un soggetto come Tommaso Padoa Schioppa la nota frase in cui per l’Italia auspicava: “Un programma completo di riforme strutturali [...] guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità” (cfr. Corriere della Sera, 26 agosto 2003, 1). Cosí, secondo questo lacchè dell’impero, l’italiano non ha ancora sofferto abbastanza, né la sua vita è stata abbastanza dura... Questo disprezzo profondo contro il popolo italiano, e dunque il progetto di disciplinarlo, di insegnargli come si vive al mondo - a noi che il mondo lo abbiamo reso bello -, nacque fra i massoni e i banchieri inglesi e venne fatto proprio con feroce convinzione prima dal nazi-fascismo, poi in altro modo dal comunismo, che anelava a sottoporre gli italiani al vincolo esterno di una URSS, scarnificata dall’Holodomor e dalle purghe staliniane. Oggi quello stesso malcelato livore, con la stessa malevolenza istintiva, vuole sottometterci ai nuovi giannizzeri del neo-liberismo globalista con i loro barbari saccheggi e le loro insaziabili e feroci razzie legalizzate. Nessun esercito ci difenderà piú dalle spoliazioni dei suoi corsari, nessun giudice e nessun tribunale ci difenderanno piú dai suoi scippatori, tutelati da governi ormai iscritti al loro libro paga.

L’Italiano ormai è prossimo a diventare lo schiavo che volevano: senza piú identità, senza piú Dio, senza piú cultura, senza piú risorse e sempre piú solo e impoverito. Ciononostante, questi degni emuli di Caino, che bestemmiava al Cielo e disprezzava Abele pregustandone l’assassinio, si prendono perfino il lusso di dirci che siamo noi che odiamo e siamo incapaci di solidarietà. Questo grande crimine, il Metz Yeghérn del popolo italiano, il suo dissimulato e lento genocidio, i milioni di figli e cittadini ormai abortiti per sempre, la sua civiltà e la sua fede oltraggiate e derise gridano vendetta al cospetto di Dio. Voglia Dio che gli innominati che sono convinti di avere il mondo nelle loro mani, ne rispondano quanto prima davanti ai nostri occhi: «Ricordati, Signore, dei figli di Edom, che, nel giorno di Gerusalemme, dicevano: “Spogliatela, spogliatela fino alle sue fondamenta”! Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto» (Sal 137, 7-8).

 

 

12 maggio 2020

Oggetto: Circa alcune esternazioni del giornalista Enrico Mentana.

Hanno fatto discutere le inammissibili parole di Enrico Mentana sulla questione dei paragoni con Auschwitz e il nazismo, utilizzati per stigmatizzare la conversione all’Islam della rapita Silvia Romano e la sua scelta di presentarsi in abiti somali. A replicare alle parole di Mentana è stata l’ambasciata della Repubblica di Polonia in Italia: “A seguito delle parole del direttore Enrico Mentana riteniamo doveroso sottolineare che affrontando temi cosí complessi bisogna essere estremamente prudenti, evitare generalizzazioni ingiustificate e penalizzanti che sono sempre pericolose e impediscono un dibattito onesto... È vero che la Polonia ai tempi della Seconda guerra mondiale era molto cattolica. È necessario però, sempre e soprattutto, sottolineare che durante quel conflitto globale la Polonia era occupata dai nazisti, quindi ogni affermazione che può suggerire o far presupporre che Auschwitz sia stato costruito in Polonia, perché essa era cattolicissima, mettendo quindi in relazione questi due elementi, è profondamente sbagliato, ingiusto e ingiustificato. Il piú grande campo di concentramento è stato localizzato in Polonia, ma certo non per questa ragione, ma piuttosto è in Polonia che viveva il maggior numero di ebrei in Europa e che la posizione era facilmente raggiungibile da trasporti da tutti i territori occupati dai nazisti”.

Il giornalista si è espresso in modo piuttosto offensivo - calunniando la Polonia e i cattolici - affermando: “A tutti quelli che in queste ore fanno orrendi e insensati paragoni con chi tornò da Auschwitz (come quel consigliere regionale leghista che ha scritto “avete sentito di qualche ebreo che liberato da un campo di concentramento si sia convertito al nazismo e sia tornato a casa in divisa delle SS?”) voglio solo sommessamente ricordare che il campo di Auschwitz sorgeva nella cattolicissima Polonia, e che lo stesso Hitler era cattolico battezzato e cresimato. Provate a riformulare il paragone ora”.

Si tratta di espressioni intollerabili, poiché alludono ad una qualche responsabilità polacca rispetto ai campi di concentramento nazisti, cosa evidentemente falsa. Il fatto che alcuni campi nazisti siano sorti sull’attuale territorio polacco non può assurgere oggi ad alcun significato politico. La Polonia occidentale all’epoca - invasa dai tedeschi e dai Sovietici - era sottoposta al regime nazista dal Generalgouvernement für die besetzten polnischen Gebiete (Governatorato Generale per le aree occupate della Polonia). È un fatto che oggi, in numerosi ambienti ebraici, si noti la tendenza a reinterpretare i fatti del passato in modo alquanto discutibile. Tale operazione non appare motivata dalla ricerca della verità storica ma da un intento chiaramente ideologico, ossia dall’uso della storia per fini ideologici e/o politici. Appare evidente dunque l’ennesimo tentativo di addossare ai polacchi le colpe della Germania hitleriana.

Purtroppo Mentana non è l’unico, né il primo che tenta di addossare alle vittime le colpe degli aguzzini. Analogamente al caso di Papa Pio XII, assistiamo al diffondersi di una forma di revisionismo storico ripugnante che sta prendendo sempre piú piede, specie ove vi siano ragioni di rivalsa anche economica. Mentana inoltre ha sentito anche il bisogno di specificare che: «Hitler era cattolico battezzato e cresimato», quasi che il dittatore sia stato un modello di fede cattolica vissuta. Suscita indignazione che nessun prelato cattolico abbia replicato a queste insinuazioni gratuite e offensive. Viene da chiedersi perché Mentana si renda portavoce di simili affermazioni. I polacchi furono vittime delle atrocità naziste e non furono mai né complici, né condiscendenti al regime hitleriano o alla barbarie stalinista. Se pure vi siano stati dei polacchi collaborazionisti si è trattato di percentuali infime che nulla possono togliere alla dignità e all’onore del popolo polacco. Affermare il contrario oltre che una menzogna storica costituisce una turpe operazione politica; cosa che nessuna persona con una coscienza retta e sincera potrà mai accettare.

 

 

8 maggio 2020

Oggetto: Appello per la Chiesa e per il mondo ai fedeli cattolici e agli uomini di buona volontà.

Si riporta il testo dell’appello firmato in data odierna:

Veritas liberabit vos (Gv 8,32).

In un momento di gravissima crisi, noi Pastori della Chiesa Cattolica, in virtú del nostro mandato, riteniamo nostro sacro dovere rivolgere un Appello ai nostri Confratelli nell’Episcopato, al Clero, ai Religiosi, al Popolo santo di Dio e a tutti gli uomini di buona volontà. Questo Appello è sottoscritto anche da intellettuali, medici, avvocati, giornalisti e professionisti che ne condividono il contenuto, ed è aperto alla sottoscrizione di quanti lo vogliono fare proprio.

I fatti hanno dimostrato che, con il pretesto dell’epidemia del Covid-19, si è giunti in molti casi a ledere i diritti inalienabili dei cittadini, limitando in modo sproporzionato e ingiustificato le loro libertà fondamentali, tra cui l’esercizio della libertà di culto, di espressione e di movimento. La salute pubblica non deve e non può diventare un alibi per conculcare i diritti di milioni di persone in tutto il mondo, e tantomeno per sottrarre l’Autorità civile al proprio dovere di agire con saggezza per il bene comune; questo è tanto piú vero, quanto piú crescenti sono i dubbi da piú parti avanzati circa la effettiva contagiosità, pericolosità e resistenza del virus: molte voci autorevoli del mondo della scienza e della medicina confermano che l’allarmismo sul Covid-19 da parte dei media non pare assolutamente giustificato.

Abbiamo ragione di credere, sulla base dei dati ufficiali relativi all’incidenza dell’epidemia sul numero di decessi, che vi siano poteri interessati a creare il panico tra la popolazione con il solo scopo di imporre permanentemente forme di inaccettabile limitazione delle libertà, di controllo delle persone, di tracciamento dei loro spostamenti. Queste modalità di imposizione illiberali preludono in modo inquietante alla realizzazione di un Governo Mondiale fuori da ogni controllo.

Crediamo anche che in alcune situazioni le misure di contenimento adottate, ivi compresa la chiusura delle attività commerciali, abbiano determinato una crisi che ha prostrato interi settori dell’economia, favorendo interferenze di poteri esteri, con gravi ripercussioni sociali e politiche. Queste forme di ingegneria sociale devono esser impedite da chi ha responsabilità di governo, adottando le misure volte alla tutela dei propri cittadini, di cui essi sono rappresentanti e nel cui interesse hanno il grave obbligo di operare. Si aiuti parimenti la famiglia, cellula della società, evitando di penalizzare irragionevolmente le persone deboli e gli anziani, costringendoli a dolorose separazioni dai propri cari. La criminalizzazione dei rapporti personali e sociali deve essere inoltre giudicata come inaccettabile parte del progetto di chi promuove l’isolamento dei singoli per poterli meglio manipolare e controllare.

Chiediamo alla comunità scientifica di vigilare, affinché le cure per il Covid-19 siano promosse con onestà per il bene comune, evitando scrupolosamente che interessi iniqui influenzino le scelte dei governanti e degli organismi internazionali. Non è ragionevole penalizzare rimedi rivelatisi efficaci, spesso poco costosi, solo perché si vogliono privilegiare cure o vaccini non altrettanto validi ma che garantiscono alle case farmaceutiche guadagni ben maggiori, aggravando le spese della sanità pubblica. Ricordiamo parimenti, come Pastori, che per i Cattolici è moralmente inaccettabile farsi inoculare vaccini nei quali sia impiegato materiale proveniente da feti abortiti.

Chiediamo parimenti ai Governanti di vigilare perché siano evitate nella maniera piú rigorosa forme di controllo delle persone, sia attraverso sistemi di tracciamento sia con qualsiasi altra forma di localizzazione: la lotta al Covid-19, per quanto grave, non deve essere il pretesto per assecondare intenti poco chiari di entità sovranazionali che hanno fortissimi interessi commerciali e politici in questo progetto. In particolare, deve essere data la possibilità ai cittadini di rifiutare queste limitazioni della libertà personale, senza imporre alcuna forma di penalizzazione per chi non intende avvalersi dei vaccini, dei metodi di tracciamento e di qualsiasi altro strumento analogo. Si consideri anche la palese contraddizione in cui si trova chi persegue politiche di riduzione drastica della popolazione e allo stesso tempo si presenta come salvatore dell’umanità senza avere alcuna legittimazione né politica né sociale. Infine, la responsabilità politica di chi rappresenta il popolo non può assolutamente esser demandata a tecnici che addirittura rivendicano per se stessi forme di immunità penale a dir poco inquietanti.

Richiamiamo con forza i mezzi di comunicazione ad impegnarsi attivamente per una corretta informazione che non penalizzi il dissenso ricorrendo a forme di censura, come sta ampiamente avvenendo sui social, sulla stampa e in televisione. La correttezza dell’informazione impone che si dia spazio alle voci non allineate al pensiero unico, consentendo ai cittadini di valutare consapevolmente la realtà, senza esser pesantemente influenzati da interventi di parte. Un confronto democratico e onesto è il migliore antidoto al rischio di imporre subdole forme di dittatura, presumibilmente peggiori di quelle che la nostra società ha visto nascere e morire nel recente passato.

Ricordiamo infine, come Pastori cui incombe la responsabilità del Gregge di Cristo, che la Chiesa rivendica fermamente la propria autonomia nel governo, nel culto, nella predicazione. Questa autonomia e libertà è un diritto nativo che il Signore Gesú Cristo le ha dato per il perseguimento delle finalità che le sono proprie. Per questo motivo, come Pastori rivendichiamo con fermezza il diritto di decidere autonomamente in merito alla celebrazione della Messa e dei Sacramenti, cosí come pretendiamo assoluta autonomia nelle materie che ricadono nella nostra immediata giurisdizione, come ad esempio le norme liturgiche e le modalità di amministrazione della Comunione e dei Sacramenti. Lo Stato non ha alcun diritto di interferire, per nessun motivo, nella sovranità della Chiesa. La collaborazione dell’Autorità Ecclesiastica, che mai è stata negata, non può implicare da parte dell’Autorità Civile forme di divieto o di limitazione del culto pubblico o del ministero sacerdotale. I diritti di Dio e dei fedeli sono suprema legge della Chiesa cui essa non intende, né può, abdicare. Chiediamo che siano tolte le limitazioni alla celebrazione delle funzioni pubbliche.

Invitiamo le persone di buona volontà a non sottrarsi al loro dovere di cooperare al bene comune, ciascuno secondo il proprio stato e le proprie possibilità e in spirito di fraterna Carità. Questa cooperazione, auspicata dalla Chiesa, non può però prescindere né dal rispetto della Legge naturale, né dalla garanzia delle libertà dei singoli. I doveri civili cui i cittadini sono tenuti implicano il riconoscimento da parte dello Stato dei loro diritti.

Siamo tutti chiamati ad una valutazione dei fatti presenti coerente con l’insegnamento del Vangelo. Questo comporta una scelta di campo: o con Cristo o contro Cristo. Non lasciamoci intimidire né spaventare da chi ci fa credere che siamo una minoranza: il Bene è molto piú diffuso e potente di quello che il mondo vuole farci credere. Ci troviamo a combattere contro un nemico invisibile, che separa tra di loro i cittadini, i figli dai genitori, i nipoti dai nonni, i fedeli dai loro pastori, gli allievi dagli insegnanti, i clienti dai venditori. Non permettiamo che con il pretesto di un virus si cancellino secoli di civiltà cristiana, instaurando una odiosa tirannide tecnologica in cui persone senza nome e senza volto possono decidere le sorti del mondo confinandoci ad una realtà virtuale. Se questo è il progetto cui intendono piegarci i potenti della terra, sappiano che Gesú Cristo, Re e Signore della Storia, ha promesso che «le porte degli Inferi non prevarranno» (Mt 16:18).

Affidiamo i Governanti e quanti reggono le sorti delle Nazioni a Dio Onnipotente, affinché li illumini e li guidi in questi momenti di grande crisi. Si ricordino che, come il Signore giudicherà noi Pastori per il gregge che Egli ci ha affidato, cosí giudicherà anche i Governanti per i popoli che essi hanno il dovere di difendere e governare.

Preghiamo con fede il Signore perché protegga la Chiesa e il mondo. La Vergine Santissima, Aiuto dei Cristiani, possa schiacciare il capo dell’antico Serpente e sconfiggere i piani dei figli delle tenebre.

8 Maggio 2020

Madonna del Rosario di Pompei

 

Prelati firmatari

Mons. Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, Nunzio Apostolico.

Card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino.

Card. Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong.

Card. Janis Pujats, Arcivescovo emerito di Riga.

Card. Gerhard Ludwig Mueller, Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio.

Mgr Joseph Strickland, Vescovo di Tyler, Texas.

Mons. Thomas Peta, Arcivescovo Metropolita di Maria Santissima in Astana.

Mons. Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare di Maria Santissima in Astana.

Mons. Jan Pawel Lenga, Arcivescovo emerito di Karaganda.

Mons. Rene Henry Gracida, Vescovo emerito di Corpus Christi.

Mons. Andreas Laun, Vescovo Ausiliare emerito di Salisburgo.

Mons. Robert Muetsaerts, Vescovo Ausiliare di Boscoreale.

 

 

6 maggio 2020

Oggetto: In merito alla non eticità di alcuni vaccini.

Da tempo si susseguono notizie e smentite relative ai successi delle varie terapie per sconfiggere il Covid-19. In questo contesto spicca l’atteggiamento fideistico nei confronti di un ipotetico vaccino, già propagandato come risolutivo prima ancora di qualsiasi sperimentazione. Perfino alcuni esponenti della Chiesa “ad alto livello” auspicano che esso venga realizzato quanto prima. Quali siano i fondamenti di questa ingenua fiducia non è dato di sapere. Di fatto qualche dubbio sarebbe lecito averlo, infatti, non sempre per una malattia è possibile realizzare un vaccino; sono moltissime le patologie per le quali non esiste - né è attuabile - alcuna terapia vaccinale.

Ne segue che le notizie circa un vaccino disponibile perfino entro pochi mesi sono da accogliere con grande prudenza e senso critico. Negli ultimi anni si sono verificati diversi casi di vaccini inutili e perfino controproducenti ma ben rispondenti alla squallida sete di profitto delle multinazionali del farmaco. Il problema piú grave tuttavia è un altro ed è quello etico, che si pone quando i vaccini vengono prodotti utilizzando tessuti provenienti da feti umani abortiti. Anche nel caso del Covid-19 c’è chi discute sull’uso di tessuti fetali abortiti per la ricerca medica e neppure da aborti spontanei, ma da aborti procurati. In un suo comunicato stampa, l’associazione Children of God for Life ha spiegato come... «nella maggior parte dei vaccini antinfluenzali stagionali, la necessità di produrre rapidamente grandi quantità di vaccini è stata un problema per molti anni poiché le aziende farmaceutiche utilizzavano uova di gallina per coltivare i loro virus. Sono necessari diversi mesi e milioni di uova per produrre i vaccini e cosí tante aziende hanno iniziato a ricercare altre linee cellulari per una produzione piú rapida». E queste linee cellulari potrebbero essere quelle umane, ricavate appunto da feti abortiti.

I problemi etici sollevati dalla ricerca, dalla produzione, dalla commercializzazione ed uso dei vaccini quindi non sono pochi, né nuovi. Nel caso del Covid-19 è stato creato un clamore mediatico abnorme e alquanto sospetto, tale da far pensare che le questioni etiche potrebbero essere facilmente ignorate in nome di una emergenza esagerata, cosí come appare chiaro dai dati statistici. Il rischio dunque è che l’opinione pubblica possa essere facilmente indotta ad accettare la logica del “fine che giustifica i mezzi”. Deve essere chiaro tuttavia che un fine buono non può mai giustificare un mezzo cattivo. L’uso dei vaccini ottenuti da feti umani è un incentivo ad una ricerca empia basata su una catena di montaggio pervertita e criminale che implica la produzione di embrioni umani e la loro successiva uccisione per ottenere materiale biologico utile per la produzione vaccinale. Nemmeno il nazismo, con tutti i suoi orrori, si avvicinò ad un tale livello di malvagità tale da essere definito satanico. Deve essere sempre chiaro che in nessun caso è possibile soprassedere ai valori indisponibili come la vita umana.

Uno dei princípi fondanti della medicina, fin dai suoi albori, è primum non nocere, questo è il motivo per cui gli entusiasmi di coloro che auspicano “a qualunque costo” il vaccino per il Covid-19 andrebbero moderati. Se sarà possibile sviluppare un vaccino, esso dovrà essere prodotto offrendo assolute garanzie in merito alla sicurezza del vaccino stesso, che dovrà rispettare precisi criteri di assenza di tossicità oltre che di eticità. In ogni caso esistono già numerosi presidi terapeutici a bassissimo costo che hanno già dimostrato grande efficacia (anticoagulanti, plasma-terapia, idrossiclorochina, etc...) e perciò poco graditi all'industria farmaceutica in quanto a profitti economici. Resta il fatto che anche senza vaccino, il Covid-19 può essere curato con successo a dispetto di improvvisati filantropi globalisti alla ricerca di consenso mediatico e di facili guadagni.

 

 

5 maggio 2020

Oggetto: Circa la triste farsa dell’atto di affidamento del 1° maggio 2020.

Con profonda tristezza e indignazione occorre denunciare la farsa dell’atto di affidamento del 1° maggio u. s. che manifesta la superficialità della Conferenza Episcopale Italiana, ormai incapace di sostenere la fede dei credenti ma pronta a produrre iniziative e programmi inutili, che servono forse a dare l’idea di una pastorale viva ma nella realtà ben lontana dall'esserlo.

Quello che è avvenuto a Caravaggio è l’amaro esito di questa ricerca di strutture e apparenze, al fine di nascondere il vuoto di sostanza e la corruzione che vi si è insinuata. Tutto ciò nonostante che da numerose parti fosse pervenuta la richiesta di una consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria a seguito dell’iniziativa tenutasi a Fatima, in Portogallo; richieste del tutto disattese.

Se l’iniziativa di Caravaggio poteva sembrare una sorta di rimedio al silenzio e all’assenza dell’Episcopato italiano alla prova dei fatti si è rivelata una frode: non solo non v’è stata alcuna reale consacrazione o affidamento, ma nemmeno è stata menzionata l’Italia, quantunque nel titolo si leggesse “Atto di affidamento dell’Italia alla Madre di Dio”. Nel testo dell’orazione infatti non vi era alcuna espressione che indicasse che si intendeva affidare l’Italia alla protezione della Madonna.

La cosa piú offensiva tuttavia è il fatto che si è spacciata come diretta una registrazione di quattro giorni prima e ciò senza alcuna valida giustificazione. Se la partecipazione fisica ad una celebrazione può venir meno per cause di forza maggiore ad essa si può in parte supplire con la presenza spirituale. Nel caso di Caravaggio, non è venuta meno solamente la presenza fisica ma anche quella temporale che è il requisito minimo e irrinunciabile. In questo modo, le due dimensioni fondamentali dell’atto liturgico, o di culto, sono state annullate.

In un’ora in cui molti singoli vescovi stanno consacrando le loro diocesi, molti parroci le loro parrocchie, numerosi sindaci le loro città e paesi, innumerevoli genitori le proprie famiglie, la Conferenza Episcopale Italiana ha offerto una pessima immagine di sé e del proprio servizio alla Chiesa. Non è troppo tardi per rimediare a quanto accaduto con un segno effettivo di amore a Dio, alla Vergine Ss.ma e al popolo di Dio che comporti un reale impegno di conversione, di preghiera e di servizio.

 

 

29 aprile 2020

Oggetto: Circa la perdurante sospensione delle Ss. Messe.

Dopo la sconcertante conferenza stampa del 26 aprile, sul Presidente del Consiglio italiano si sono riversate numerose critiche, ma a suscitare interesse è stata soprattutto la nota della CEI che dichiarava di non poter accettare il prolungarsi del divieto delle celebrazioni con il popolo. La debole reazione ha fatto convergere sulla problematica numerose forze politiche che hanno ravvivato ulteriormente la polemica.

Il 28 aprile, durante la consueta celebrazione a Santa Marta papa Bergoglio si esprime a favore della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni delle autorità civili, al fine di scongiurare il ritorno dell’epidemia. Il discorso semina sconcerto e confusione, soprattutto nella Segreteria di Stato e nella CEI, smorzando le iniziative contro i decreti del Presidente del Consiglio italiano che registra cosí un cospicuo appoggio alla sua linea politica.

Occorre rilevare che non è certo la prima volta che papa Bergoglio manda avanti i suoi collaboratori e poi si defila al momento opportuno lasciandoli soli. L’ultimo caso è stato quello delle chiese fatte chiudere a Roma e poi fatte riaprire dopo che il Cardinale vicario di Roma era stato indotto a prendersi la responsabilità della loro chiusura. Quella dell’episcopato italiano appare piú che mai una posizione di estrema debolezza, a seconda degli umori vaticani; una gerarchia il cui giudizio dipende da calcoli politici e dalle opportunità del momento, non certo dall’affermazione della Verità a cui anche il Papa deve umilmente sottostare. Se non si afferma con chiarezza la libertà della Chiesa dallo Stato le trattative con il governo italiano appariranno solo un tentativo di ricavarsi degli spazi di privilegio, che inesorabilmente si faranno sempre piú angusti.

È inaccettabile che la CEI continui a tollerare un tale abuso, che lede il diritto divino della Chiesa, viola le leggi dello Stato e crea un gravissimo precedente. Il silenzio supino di quasi tutti gli Ordinari, rende evidente una situazione di subalternità allo Stato che non ha precedenti, e che giustamente è stata percepita dai sacerdoti e dai fedeli come una sorta di abbandono e di tradimento. Purtroppo, in questi ultimi anni non di rado è stato dato di assistere a sacerdoti e parroci coraggiosi, capaci di opporsi efficacemente al consenso mondano e a vescovi indegni che anziché sostenerli, incoraggiarli e difenderli li hanno sconfessati quando non addirittura sanzionati. Ne sono emblematico esempio anche le oscene irruzioni della Forza Pubblica nelle chiese, perfino durante la celebrazione della S. Messa, con un’arroganza sacrilega che avrebbe dovuto suscitare una immediata e severa protesta da parte dell’Autorità ecclesiastica, non esclusa la convocazione dell’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, con una doverosa nota di protesta per la gravissima violazione del Concordato, con riserva di richiamare il Nunzio Apostolico in Italia, qualora non fosse stato ritirato il provvedimento illegittimo. E invece, finora, da parte dei vescovi italiani ha sempre e solo fatto seguito un assordante e vergognoso silenzio. Oggi, festa di Santa Caterina da Siena, compatrona d’Italia, meritano di essere citate le parole profetiche rivolte al Papa e ai vescovi:

«Soltanto passando attraverso il crogiolo sarete quello che dovrete essere, il dolce vicario di Cristo in Terra! (...) Fate dunque tutto quello che è in vostro potere acciocché non veniate ad agire secondo la volontà degli uomini, piuttosto secondo la volontà di Dio che altro non chiede, e per lo quale motivo vi ha posto a sí tanto supremo vicariato. (...) Ma voi avete bisogno dell’aiuto di Gesú Cristo Crocifisso e con voi i vescovi che sono chiamati a consigliarvi, perocché molti sono fra loro corrotti e neanco ferventi sacerdoti, liberatevi di costoro, ponete il vostro santo desiderio in Cristo Gesú, ripudiate i sollazzamenti del marciume della corruzione, abbiatelo a distinguere da questo: se non sapete soffrire, non siete degno! Voi fate le veci del dolce Cristo Gesú, e come Lui dovete desiderare soltanto il bene delle anime, dovete bere il calice dell’amarezza, dovete farvi dare il fiele. Oh quanto sarà beata l’anima vostra e mia che io vegga voi essere cominciatore di tanto bene. (...) Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra di me» (Lettera a Gregorio XI).

 

Nota aggiuntiva

Il Concordato tra la Santa Sede e lo Stato italiano riconosce alla Chiesa, come suo diritto nativo, la piena libertà e autonomia nello svolgimento del proprio Ministero, che vede nella celebrazione della Santa Messa e nell’amministrazione dei sacramenti la propria espressione sociale e pubblica, in cui nessuna autorità può interferire. La giurisdizione sui luoghi di culto spetta in toto ed esclusivamente all’Ordinario del luogo, che decide in piena autonomia, per il bene delle anime affidate alle sue cure di Pastore, le funzioni che ivi si celebrano e da chi debbano essere celebrate.

Al di là di questo, sono molti e autorevoli i pronunciamenti di giuristi e magistrati - anche della Suprema Corte - che eccepiscono sulla legittimità di legiferare per il tramite di decreti del Presidente del Consiglio, con i quali sono stati violati i diritti superiori e prevalenti garantiti dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Pertanto deve cessare questo indecoroso delirio d’onnipotenza dell’autorità civile non solo dinanzi a Dio e alla sua Chiesa, ma anche nei confronti dei fedeli e dei cittadini italiani.

Ultima questione, ma non di secondaria importanza, è quella che da circa sette anni vede il mondo cattolico costretto ad assistere a una guida della Chiesa, ad un magistero, che dipende da frasi, piú o meno estemporanee, pronunciate durante una conferenza stampa, un’intervista o un’omelia... “a Santa Marta”. Qualora il regnante Pontefice ritenga di dover intervenire ha tutti gli strumenti per farlo in modo inequivocabile e ufficiale. Le frasi lanciate in modo vago e generico, che si prestano spesso a diverse interpretazioni, non sono degne del magistero papale. La chiarezza nel parlare, soprattutto quando si tratta di questioni relative alla vita eterna, è fondamentale ed è l’unica che risponde al criterio evangelico di Matteo 5,37: «Sia invece il vostro parlare sí, sí; no, no; il di piú viene dal maligno».

 

 

28 aprile 2020

Oggetto: Circa la sospensione delle Ss. Messe in tempo di pandemia.

Oggi piú che mai è di tutta evidenza che se la CEI avesse voluto essere protagonista nella gestione dell’emergenza Coronavirus avrebbe dovuto agire in modo conforme a quella che è la sua missione evangelica. Si tratta del dovere di considerare ogni cosa con oggettiva proporzionalità, tentando il piú possibile di non privare i fedeli dei benefici sacramentali, cosí come la Chiesa ha sempre fatto nei secoli, anziché ridursi alla povera logica dello streaming, permettendo che la liturgia fosse ridotta ad una sorta di spettacolo virtuale.

La Chiesa italiana non avrebbe dovuto derogare sulle questioni di principio, tollerando un accesso contingentato alle sue chiese, ma, al tempo stesso, esigendo garanzie per tutti i Ministri di culto affinché potessero svolgere liberamente il proprio ministero. Non ultimo, la Chiesa avrebbe dovuto invocare il rispetto dei luoghi sacri nei quali, abusando chiaramente del proprio potere, la Forza pubblica ha dato assai sgradevoli esempi di inopportuno zelo pseudo-poliziesco. In poche parole la CEI avrebbe dovuto impedire che la Religione venisse considerata come un qualcosa di assolutamente marginale e inconsistente per l’identità e la dignità di tutti i cittadini.

Singolari e significative le parole rilasciate all’agenzia ANSA dal Sottosegretario della CEI: «Con tutta l’attenzione richiesta dall’emergenza dobbiamo tornare ad ‘abitare’ la Chiesa, il Paese ne ha un profondo bisogno, c’è una domanda enorme e rispondere significa dare un contributo alla coesione sociale». Ma “tornare ad abitare” non comporta anzitutto la dolorosa constatazione di averla abbandonata?

La Chiesa italiana è stata ridotta dai suoi vertici al ruolo di mero esecutore di ordini governativi, assecondando pretese statali neo-giurisdizionaliste che hanno ritenuto la Religione come un fattore accessorio della vita umana, in una visione neo-giacobina, materialistica e secolarizzata. Tale vuoto si è generato anche perché si è vista l’istituzione ecclesiale, che per secoli è stata sollecita nella gestione dei problemi dell’uomo, come automarginalizzatasi, autoconfinatasi in un alveo inconsueto e innaturale, quale quello individuale e intimistico, dove la religione appare sempre piú assumere i toni dell’opzione e non della esigenza, ciò che è preoccupante e intollerabile.

Occorre invece ribadire che la Chiesa deve rivendicare la propria autonomia normativa e regolatrice (nei modi e nelle forme stabilite dal sistema pattizio) ed esigere sin da ora che dalle disposizioni statali venga cassata la frase che sospende le cerimonie religiose, e soprattutto dovrebbe pretendere che lo Stato nulla dica circa la celebrazione della S. Messa, poiché esso è del tutto incompetente in materia. Lasciare che sia lo Stato a dire ancora una volta qualcosa sul culto sarebbe l’ennesima prova d’una assai pericolosa rinuncia ai propri diritti e ai propri doveri.

Rivendicare la libertà di culto, sia per l’istituzione sia per i singoli, non costituisce prevaricazione, ma coerenza con la fede professata; condannare le irruzioni dei luoghi sacri e l’interruzione dei legittimi atti di culto è un dovere grave; evitare che altri sacerdoti e altri fedeli incorrano in misure sanzionatorie solo perché dimostrano di essere diligenti è un dovere che i Pastori hanno nei confronti dei loro interlocutori, specie in una Nazione che tutela la libertà religiosa come un diritto soggettivo e pre-statale.

L’anno scorso “una” singola cattedrale fu distrutta da un incendio durante la Settimana Santa ed il suo Vescovo non vi poté celebrare i Riti pasquali. Quest’anno invece in tutte le cattedrali del mondo, in tutte le chiese italiane, i loro vescovi hanno dovuto celebrare senza il Popolo di Dio. Accanto alla tragica esperienza della malattia, il mondo cattolico sta vivendo la terribile e drammatica esperienza dell’impossibilità di accostarsi ai sacramenti ed in particolare al “Cibo eucaristico”, questo proprio nel momento in cui l’uomo sperimenta ancor piú la propria piccolezza e cerca in Dio una risposta al dramma che vive. Ancora una volta occorre dire: possa Iddio avere pietà dei nostri Pastori che si sono assunti una cosí grave responsabilità. Videat Deus et judicet!

 

 

23 aprile 2020

Oggetto: Sull’istituzione della Commissione per lo Studio del diaconato femminile nella Chiesa Cattolica.

In merito alla suddetta e assurda iniziativa occorre ribadire ancora una volta che l’Ordine Sacro non può, né potrà mai essere modificato nella sua essenza. L’attacco al Sacerdozio lungo tutta la storia della Chiesa è da sempre al centro dell’azione degli eretici. Colpire il Sacerdozio infatti significa distruggere la Santa Messa e la Santissima Eucaristia e tutto l’edificio sacramentale. Tra i nemici dichiarati dell’Ordine Sacro vi furono i modernisti, che sin dall’Ottocento teorizzarono una Chiesa senza sacerdoti, o con sacerdoti e sacerdotesse. Questi vaneggiamenti, anticipati da alcuni esponenti del modernismo francese, riemersero subdolamente al Concilio Vaticano II, nel tentativo di insinuare una qualche equivalenza tra il sacerdozio ministeriale derivante dall’Ordine sacro e il sacerdozio comune dei fedeli derivante dal battesimo. Il sacerdote è alter Christus non per designazione popolare, ma per ontologica configurazione al Sommo Sacerdote che è Cristo, che egli deve imitare nella santità di vita e nella dedizione assoluta significata anche dal celibato.

Un tentativo, se non di annullare il Sacerdozio in sé, almeno di sovvertirlo e di renderlo parzialmente inefficace, prevede di allargarlo alle donne, che tuttavia non possono essere ordinate. È quello che è avvenuto nelle sette protestanti e anglicane, che oggi sperimentano anche l’imbarazzante situazione delle pseudo-vescovesse lesbiche nella cosiddetta “Chiesa d’Inghilterra”. È ormai evidente che per molti l’ecumenismo è diventato un pretesto per avvicinarsi alle comunità dissidenti e propagandarne tutti gli errori. Alla base di tutto ciò vi è l’odio satanico verso il Sacerdozio al fine di portare inevitabilmente la Chiesa di Cristo alla rovina. D’altra parte, anche il celibato ecclesiastico è oggetto dello stesso attacco, perché esso è proprio e distintivo della Chiesa Cattolica e costituisce una preziosa difesa del Sacerdozio che la Tradizione ha gelosamente custodito attraverso i secoli.

Il tentativo di introdurre una forma di ministero ordinato femminile in seno alla Chiesa non è affatto recente. Giovanni Paolo II definí in modo inequivocabile, e con tutti i requisiti canonici di una dichiarazione infallibile ex Cathedra, che non è assolutamente possibile mettere in discussione la dottrina su tale argomento.

Per questo motivo oggi si cerca di inventare ex novo una qualche forma di diaconato femminile, propedeutica ad una pretenziosa introduzione del sacerdozio femminile. La prima commissione creata da papa Bergoglio anni fa diede parere negativo, confermando quello che peraltro non doveva nemmeno essere oggetto di discussione; ora viene il sospetto che un’altra commissione piú docile e disinvolta possa tentare di demolire un altro pilastro della fede cattolica.

Va anche detto che questa volontà di inserire le donne nella gerarchia tradisce la smania di inseguire la mentalità moderna, che ha strappato alla donna il suo ruolo di madre e moglie proprio per scardinare la famiglia naturale. Ciò nonostante, dopo questo terribile e prolungato Triduo Pasquale la Chiesa tornerà a risplendere della gloria del suo Signore manifestando tutta la bellezza di Cristo e del suo Vangelo, per questo motivo non bisogna mai esimersi dal combattere la buona battaglia, con una coraggiosa militanza sotto il vessillo della Croce.

 

 

23 aprile 2020

Oggetto: In merito al terzo segreto di Fatima.

Dopo numerose ricerche si è ormai giunti alla generale conclusione che la terza parte del messaggio che la Beata Vergine Maria affidò ai pastorinhos di Fatima, affinché lo consegnassero al Santo Padre, rimane a tutt’oggi, in parte, segreta. La Madonna chiese di rivelarlo nel 1960, tuttavia papa Giovanni XXIII l’8 febbraio del medesimo anno dichiarò che la Chiesa... “non desidera prendersi la responsabilità̀ di garantire la veridicità̀ delle parole che i tre pastorelli dicono che la Vergine Maria avrebbe rivolto loro”. Con questa presa di distanza dall’importante messaggio si è dato inizio ad un’operazione di occultamento che perdura tutt’oggi. È ormai noto che il contenuto del messaggio avrebbe svelato la terribile congiura contro la Chiesa di Cristo ad opera dei suoi nemici, fra cui la massoneria.

Nell’anno 2000, durante il Pontificato di Giovanni Paolo II, il Segretario di Stato, Cardinal Sodano, presentò come terzo Segreto una sua versione che da alcuni elementi ormai appare chiaramente incompleta. Il successivo Segretario di Stato, cardinal Bertone, con una prassi a dir poco discutibile cercò di deviare l’attenzione su un evento del passato, pur di lasciar intendere alla pubblica opinione che le parole della Vergine non avessero nulla a che vedere con l’odierna crisi della Chiesa e con l’apostasia dalla fede, cominciata proprio all’inizio degli anni Sessanta ed oggi giunta ad una fase talmente evidente, da esser riconosciuta perfino da osservatori atei. Sempre il cardinal Bertone, si adoperò per screditare pesantemente le manifestazioni della Madonnina delle Lacrime di Civitavecchia, il cui messaggio concorda con quello di Fatima.

Purtroppo, di fronte al pericolo costituito dal comunismo ateo piuttosto che ascoltare il messaggio della Madonna si è preferito percorrere con il regime sovietico la via della distensione, inaugurata proprio da papa Roncalli, senza ottenere né una pace stabile, né la libertà per quei popoli afflitti da una dittatura atea e disumana. Lo stesso Benedetto XVI confermò l’attualità del messaggio della Vergine, nonostante esso - secondo l’interpretazione diffusa nel 2000 - dovesse considerarsi compiuto. Auspicando che il testo venga rivelato quanto prima nella sua versione integrale si formulano voti affinché in seno alla Chiesa si riscopra il messaggio di Fatima, in un rinnovato impegno di profonda conversione personale e collettiva, soprattutto in seno alla sacra gerarchia.

 

 

5 aprile 2020

Oggetto: Nuovo Annuario Pontificio: Vicario di Cristo è solo un “titolo storico”?

Per i tipi della Libreria Editrice Vaticana è stato pubblicato il nuovo Annuario Pontificio. Viene pubblicato con questo nome dal 1912, ma risale al 1701. I titoli pontifici sono sempre stati elencati iniziando da quello di Vicario di Cristo, a seguire con Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei Servi di Dio, etc... Il tutto terminava con il nome al secolo del pontefice ed una sua brevissima biografia. L’annuario elenca anche tutti i papi del passato e tutti gli officiali dei dicasteri vaticani; recensisce anche i cardinali ed i vescovi di tutto il mondo, le diocesi, con le relative notizie statistiche, le missioni diplomatiche della Santa Sede, le ambasciate accreditate presso la Santa Sede e i vertici degli istituti religiosi, con le notizie statistiche. L’opera include anche un elenco dei prelati d’onore di Sua Santità.

Nell’edizione 2020, per la prima volta nella storia, nella parte dedicata al Pontefice tutti questi titoli scompaiono dalla parte alta per essere rubricati sotto la nozione di “titoli storici”. La collocazione insolita sembrerebbe far credere che si tratti di titoli oramai relegati al passato e non aventi piú alcun rilievo per il presente. L’improvvisa e improvvida mutazione ha preoccupato molti esperti, poiché i titoli aventi una rilevanza teologica non possono essere banalmente annoverati come titoli storici, in quanto rappresentano l’essenza del ministero petrino.

Il direttore dell’ufficio stampa vaticano ha riferito al Catholic News Service che non è stato soppresso alcun titolo e che la... “definizione di ‘storico’ in relazione ai titoli attribuiti al Papa in una delle pagine a lui dedicate nell’Annuario Pontificio del 2020 mi sembra indicare il legame con la storia del papato”.

Sul periodico Die Tagestpost il card. Muller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha rilevato in modo del tutto esaustivo che: «È una barbarie teologica svalutare i titoli del Papa ‘Successore di Pietro, Vicario di Cristo e Capo visibile di tutta la Chiesa’ come mera zavorra storica. Sono infatti cresciuti storicamente, cosí come tutti i concetti della dottrina della Trinità, della Cristologia, della dottrina della grazia e dell’ecclesiologia e cosí via. Ma essi fanno emergere elementi essenziali del primato petrino, che risale all’istituzione di Cristo ed è quindi legge divina e non solo umano-ecclesiale». L’Eminentissimo Cardinale, infine, critica aspramente gli autori dell’atto definendoli affetti da “dilettantismo teologico”, e “pieni di ipocrisia” quando riferiscono la ragione della mutazione da attribuirsi a “segno di grande umiltà” di papa Bergoglio.

Resta da rilevare come nell’attuale gestione vaticana la stagione delle innovazioni disinvolte non si sia ancora esaurita e come spetti sempre piú al resto del Corpus Ecclesiae arginare quella deriva che, dal 2013, sta seminando innumerevoli scandali e sofferenze nei cuori di milioni di cattolici e perfino di non cristiani. Torna di estrema attualità, ancora oggi, quanto affermò nel 1537 il famoso Consilium de emendanda Ecclesia, che merita di essere citato, adattandolo al caso odierno:

«Tu, sancte Pater, prurientes auribus, ut inquit apostolus Paulus, coacervavit tibi magistros ad desideria tua, non ut ab eis discerent, quid facere deberent, sed ut eorum studio et calliditate inveniretur ratio, qua liceret id quod liberet. [...] Ex hoc fonte, sancte Pater, tanquam ex equo Troiano, irrupere in ecclesiam Dei tot abusus et tam graves morbi, quibus nunc conspicimus eam ad desperationem fere salutis laborasse, et manasse harum rerum famam ad infideles usque (credat Sanctitas vestra scientibus) qui ob hanc praecipue causam, Christianam religionem derident, adeo, ut per Vos, per Vos inquimus, nomen Christi blasphemetur inter gentes» (cfr. Mansi, Supplementa, XXXV, col. 347 per il testo originale).

 

 

2 aprile 2020

Oggetto: L’attuale situazione politica della Comunità Europea.

Da lungo tempo ormai chi non si dichiara europeista convinto viene diffamato ed emarginato. Oggi l’Unione Europea rivela piú che mai il suo volto nefando e colmo di ipocrisia. In tempo di pandemia da parte dei paesi nordici, capeggiati dalla Germania, non è venuta alcuna solidarietà concreta nei confronti dei paesi piú colpiti. Abbiamo assistito semmai all’aperta proposta di commissariarli, espropriarli, in nome della peraltro falsa austerità nordica, di quel che resta della loro sovranità. Questa Europa ha dato uno spettacolo ripugnante, vera e propria metafora dell’impotenza e dell’irriducibile conflitto di interessi, convinzioni e cultura che paralizza le sue aberranti istituzioni.

Si insinua sempre piú un’avversione profonda alle sue istituzioni, tale è la distanza insuperabile tra la concezione utilitaristica dei Paesi imbevuti della loro bassezza neoliberista e la civiltà, residua ma ancora vitale, dei Paesi che conservano nel corpo sociale piú profondo un afflato di fraternità e di libertà dalla logica del profitto. È il contrasto fra lo “spirto gentil” dei popoli latini, che, nonostante tutto, rende umani, piú felici e davvero civili i membri di una comunità e la “surmodernità” (Marc Augé) di matrice anglosassone, germanica e protestante, che calcola con l’algida precisione delle banche chi è degno di vivere oppure no. In quelle lande fredde e oscure abbiamo visto il sacrificio degli anziani, l’eutanasia di massa dei malati terminali, perfino bambini, o semplicemente l’indifferenza programmata nei confronti di chi sta male, ma ormai ha superato una certa età.

La relazione tra l’Europa utilitarista e liberista, commerciale e produttiva, e l’Europa che sa produrre il meglio, ma conserva, nel fondo della coscienza i principi antichi della bellezza del vivere e della vera libertà è ormai divenuta più che mai ardua. Davanti alla richiesta di aiuto, l’Europa utilitarista, profeta dell’eutanasia, esige la revisione dei deficit e la riduzione della spesa pubblica a livelli spietati, residui di antichi, biechi moralismi luterani. Una delle accuse mosse da codesta Europa è di ammettere alle cure intensive anche vecchi e malati, ebbene, proprio ciò che è alto segno di civiltà, diventa, nella cloaca del neoliberismo europeista, una colpa.

Spiace ricordare all’Europa di là delle Alpi che quando nel Mediterraneo si fondavano la filosofia e il diritto e venivano enunciati i principi piú alti della civiltà umana, i loro antenati erano niente piú che barbari. La ripugnanza diventa inevitabile quando si assiste ad un’Olanda che chiede agli ultrasettantenni di rifiutare le cure con apposito certificato. È la nuova Europa che legalizza il crimine e che stigmatizza ipocritamente l’illegalità imperante piú a Sud. In Belgio l’avvertenza è bilingue, francese e fiammingo: i vecchi malati verranno soccorsi solo se possibile.

Che senso ha rimanere ancora in questa Europa? È bastata la situazione innescata dal Covid-19 per far emergere le contraddizioni e le differenze fondamentali, non solo economiche, fino a ieri occultate da mille formalismi, banali interessi e vuote dichiarazioni di facciata. Ora gli europei sanno cosa possono aspettarsi gli uni dagli altri nelle circostanze piú dolorose della storia. Da tempo assistiamo alla spaventosa riduzione della felicità umana al denaro, unità di misura universale del piacere trasformato in merce, segno tangibile della predestinazione calvinista al paradiso terreno aperto solo ai ricchi. No, in questa Europa, che una politica folle, senza coscienza né valori, ha preteso di unificare solo con la moneta, vivere è ormai diventato pressoché impossibile.

 

 

30 marzo 2020

Oggetto: circa il cosiddetto “Patto Trasversale per la Scienza”.

Fra le nefandezze politiche e sociali partorite dalla triste immaginazione di un ex comico, dopo il cosiddetto Movimento 5 stelle, appare anche il Patto Trasversale per la Scienza. Fra i suoi fini dichiarati ci sarebbe il progresso della scienza riconosciuto come valore universale dell’umanità e la sua tutela dalla strumentalizzazione politica e/o elettorale. Già dalle sue prime arroganti manovre risulta evidente che tale Patto invade la libertà di pensiero imponendo il valore della scienza acquisita, come da loro intesa, come unico ed indiscutibile. Solo chi non ha mai fatto, né capito la scienza può considerare le sue acquisizioni come fatti dogmatici e univoci a cui tutti debbano adeguarsi pedissequamente. In realtà nel progresso della conoscenza umana ciò che è valido oggi molto spesso non lo sarà piú domani.

Il secondo errore della “creatura grillina” e dei suoi sodali consiste nel non considerare gli enormi interessi economici che si appropriano volentieri degli ambiti scientifici e medici per pilotarli a proprio favore, tendendo cosí ad emarginare ogni alternativa, per quanto legittima. Proprio per mano di tale e altri simili “Patti” si vengono a costituire cosí delle dittature del pensiero e dei potentati pseudo-scientifici che tutto possono avere in comune meno la genuina libertà di investigazione e il bene disinteressato dell’umanità. Se poi si pensa che tale “Patto” intende far convergere le forze politiche a sostegno di asseriti dogmi della scienza il quadro che ne emerge è quanto meno oscuro e raccapricciante.

Uno dei peggiori sottoprodotti di tale mentalità è la “dittatura vaccinale” che è stata imposta in Italia da una politica caratterizzata da una profonda ignoranza ed immoralità. Questo purtroppo è quanto accade quando una persona abbandona il mestiere che conosce per darsi inopinatamente ad un mestiere in cui è completamente incompetente: la rovina per sé e per tutti coloro che lo seguono. Forse mai come in questo caso è dato di sperimentare tutta la verità del detto biblico: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede; dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere» (Ger 17,5-6).

 

 

9 marzo 2020

Oggetto: Circa la sospensione delle Ss. Messe in tempo di pandemia.

Appare evidente in queste ore la grande ipocrisia di coloro che per decenni hanno auspicato una “chiesa progressista” dove “i pastori devono prendere l’odore delle pecore”. In questa ora grave molti pastori invece sono scomparsi e stanno ben lontani dalle pecore e dal loro odore. L’altro esaltato slogan che ha dimostrato tutta la sua vacuità è stato quello della “Chiesa come ospedale da campo”. Appena scoppiata l’epidemia, di questo “ospedale da campo” si sono totalmente perse le tracce e i portoni delle Curie per primi sono stati serrati, aderendo senza nulla obiettare al decreto governativo che sospende in tutta Italia, fino al 3 aprile p. v., le Ss. Messe con la presenza dei fedeli. Né la Segreteria di Stato vaticana, né la CEI hanno tentato di opporsi o di porlo in qualche modo in discussione.

Non si vede per quale motivo si debbano sospendere le Ss. Messe quotidiane in tutta Italia, quando tanti centri e attività commerciali non vengono chiusi nemmeno nelle cosiddette “zone rosse”. Si arriva perfino all’assurdo, come nel caso della Diocesi di Firenze dove il Vescovo è arrivato a scrivere: “...il provvedimento governativo... sembra in qualche modo indicare nella preghiera privata una strada per continuare a nutrire la vita spirituale”. Da quando gli inetti politici del M5S, che compone gran parte del Governo italiano, sono diventati i nuovi pastori della vita spirituale dei cristiani? O forse il Papa e i vescovi italiani hanno abdicato alle loro responsabilità?

Il messaggio che giunge ai fedeli e a tutto il popolo italiano - che ne sia cosciente o no - è devastante, quasi che nella sofferenza sia meglio abbandonare Dio poiché è inutile sperarvi. Eppure in numerose città le chiese sono ricolme di ex voto per la fine delle pestilenze, durante le quali le città si mettevano sotto la protezione di Dio e della Vergine Ss.ma. C’è una domanda di Gesú, nel Vangelo, che dovrebbe far riflettere l’odierna sacra gerarchia: “Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

 

 

9 marzo 2020

Oggetto: Sospensione di ogni tipo di celebrazione liturgica in tempo di pandemia.

È di queste ore la dolorosa notizia che la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in prima fila la Diocesi di Roma, ha disposto la sospensione di ogni tipo di celebrazione, anche esequiale, fino al 3 aprile prossimo.

La decisione è stata presa in conformità al decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano del 4 marzo 2020, e alle nuove disposizioni della stessa, emesse in data 8 marzo, con le quali si impone la sospensione delle cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri.

L’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI, in data odierna, ha accennato ad una presunta “interpretazione autentica” delle disposizioni governative che ricomprenderebbe non solo cerimonie straordinarie ma ogni Santa Messa.

Quanto sopra implica che fino al 3 aprile 2020 la totalità dei cattolici italiani saranno privati del conforto dei sacramenti, e a ben poco vale sottolineare il fatto che le chiese rimarranno aperte per la preghiera personale.

Questo nonostante che i fedeli abbiano tutto il diritto di ricevere il sostegno spirituale ed i sacramenti da parte della Chiesa che, per divina istituzione, ha un unico e solo fine (can. 1752 CIC): la salvezza delle anime.

Negare il conforto sacramentale a quanti sono nel bisogno è una gravissima omissione del mandato di Cristo alla Chiesa e ai suoi ministri che sono chiamati ad assolvere al dovere di dispensare i mezzi di salvezza in ogni umana circostanza, in pace e in guerra, rischiando se necessario anche la vita.

La decisione della CEI annulla il mandato di Cristo, e lo subordina - per volontà di coloro ai quali è affidato, per divina volontà, di pascere il Popolo di Dio (can. 1008 CIC) - a una disposizione secolare di un governo che, nonostante l’indipendenza e la sovranità tra Stato e Chiesa, consacrate dall’art. 7 della Carta Costituzionale italiana, si spinge addirittura ad interpretare da sé il significato dell’espressione “cerimonie religiose” identificando con esse... “ogni Santa Messa anche esequiale”.

Tale interpretazione è illegittima poiché non spetta all’autorità statale identificare la natura di cosa sia o meno una cerimonia religiosa, bensí all’autorità ecclesiastica e lede, insieme, l’autonomia e la sovranità della Chiesa Cattolica e, al tempo stesso, la libertà religiosa del singolo cittadino al quale di fatto viene proibito di esercitare il proprio credo religioso; ciò in aperto contrasto alla libertà di culto, pure riconosciuta dalla Costituzione (art. 19 cost.). Profondamente impietoso il confronto con l’atteggiamento assunto nella stessa materia dall’Episcopato polacco, del tutto opposto a quello italiano.

In queste ore il nichilismo razionalista ha preso il sopravvento su coloro che dovrebbero essere gelosi dispensatori dei mezzi salvifici anche nelle condizioni piú rischiose. Nei fatti, d’un colpo solo si nega la libertà di culto ai cattolici che non solo non potranno accedere ai sacramenti ma sarà loro, di fatto, impedito di radunarsi in preghiera. La facilità con la quale la Chiesa italiana si allinea alle disposizioni governative apre uno scenario molto rischioso per la libertas Ecclesiae, di fatto assai compromessa anche da un punto di vista formale, oltre che sostanziale, e giuridico.

La Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, ha saputo in ogni epoca conservare e dispensare i mezzi necessari alla salvezza dell’anima, non temendo coloro che possono uccidere il corpo (cfr. Mt 10,28), ma amando sempre e solo il Cristo crocifisso. Abdicare a questa missione significa rinunciare al proprio dovere primario, di portare conforto e salvezza alle anime, in nome di una opzione politica ambigua e discutibile, che anziché alleviare le sofferenze dell’ora presente le aggrava con un vuoto sconsiderato ed esasperante, dannoso per l’anima e il corpo. Possa Iddio avere pietà dei nostri Pastori che si sono assunti una cosí grave responsabilità.

 

 

5 marzo 2020

Oggetto: I crimini del neoliberismo globale.

Fra i tanti casi che hanno messo in risalto la portata criminale dell’ideologia neoliberista emerge - uno fra tanti - quello della Boeing. Questo mese sono state rese pubbliche migliaia di e-mail e messaggi scambiati dai dipendenti dell’azienda aerospaziale con gli investigatori del Congresso USA. Le comunicazioni hanno offerto un’istantanea della cultura aziendale della Boeing dove dipendenti di alto livello discutevano sul come ingannare le autorità di regolamentazione dell’aviazione, manifestando così la propria immoralità. Questi fatti dimostrano - casomai ce ne fosse ancora bisogno - quanto le aziende e i loro dirigenti, lasciate a se stesse, giungano a comportamenti privi di scrupoli e oltremodo criminali.

Numerose multinazionali hanno ucciso i sindacalisti in America Latina; le industrie automobilistiche hanno spesso costruito veicoli pericolosi; le compagnie del tabacco hanno nascosto per decenni le proprietà cancerogene dei loro prodotti. Il catalogo dei crimini commessi dalle multinazionali è a dir poco impressionante e queste mancanze costituiscono non l’eccezione ma la norma. In questi ultimi decenni l’elevazione del profitto al di sopra di ogni altra cosa - tratto distintivo del liberismo - ha creato un permanente disallineamento tra le motivazioni e gli obiettivi delle imprese e quelli dei loro beneficiari. Questo disallineamento, tuttavia, non si limita a creare un cuneo tra le aziende e i loro clienti ma inasprisce anche il rapporto tra i dirigenti e i lavoratori, e tra i lavoratori stessi.

È ora che la politica, nel senso piú alto del termine, si riappropri del suo ruolo di guida e di controllo anche in campo economico. Invece di permettere al capitale di plasmare la società secondo i suoi valori, occorre creare leggi e istituzioni che costringano il capitale ad operare finalmente secondo i valori morali, nel rispetto assoluto della dignità umana.

 

 

1 marzo 2020

Oggetto: La libertà di culto in tempo di pandemia (Covid-19).

È con profondo dolore che è stata recepita la presa di posizione della CEI circa la presente pandemia da Coronavirus. Occorre rilevare come si potesse e dovesse evitare la sospensione generalizzata delle Ss. Messe, un provvedimento che non tiene conto del fatto che vi sono numerose chiese nelle quali il numero dei fedeli che partecipano alle celebrazioni può essere facilmente regolamentato nel rispetto delle norme igienico-sanitarie.

La suddetta presa di posizione della CEI rischia di costituire un precedente molto preoccupante. Come a livello della Nazione è mancata una saggia mediazione politica, che avrebbe dovuto tenere conto dei tanti beni in gioco in questa epidemia, cosí a livello della Chiesa italiana è venuta meno una gestione della situazione che tenesse presente la realtà, con tutte le sue sfumature di parrocchia in parrocchia, e i beni spirituali e materiali coinvolti.

Si poteva piú realisticamente consigliare alle persone con un quadro sanitario compromesso di non uscire per qualche tempo; a quanti si recano in chiesa, di adottare le normali misure igieniche e di evitare assembramenti; ai sacerdoti di essere piú disponibili moltiplicando le celebrazioni e distribuendo in modo equilibrato la presenza dei fedeli, come saggiamente stabilito, per es., dalla Conferenza Episcopale Polacca, soprattutto nel caso delle Messe festive.

Con questo provvedimento l’episcopato italiano priva a tempo indeterminato tutti i fedeli del bene piú prezioso su questa terra, offrendo al contempo l’impressione che i valori cristiani non siano né essenziali, né meritevoli di tutela, soprattutto nei momenti di grave difficoltà. Possa Dio perdonare i nostri Pastori per questa grave decisione che avrà serie ripercussioni nella vita del Paese.

 

 

20 febbraio 2020

Oggetto: Sulla strategia di aggressione israeliana in medio Oriente.

Da lungo tempo Israele sta violando il diritto internazionale e la sovranità dello Stato siriano compiendo vergognosi atti di aggressione con ripetuti attacchi aerei. Stante il diritto internazionale Israele non ha alcun diritto di lanciare attacchi né contro la Siria, né contro altri Stati sovrani. Nonostante ciò, negli ultimi anni si sono verificati innumerevoli aggressioni di questo tipo. Le affermazione israeliane di voler colpire “obiettivi iraniani” in Siria sono pertanto assurde e totalmente indifendibili. Se un qualsiasi altro Stato adottasse la medesima politica i mass-media occidentali da lungo tempo lo avrebbero condannato all’unanimità, non cosí invece per Israele che può compiere qualsiasi crimine restando totalmente indisturbato.

Il doppio standard con cui viene trattato, ad esempio, lo stesso Iran è moralmente e giuridicamente inaccettabile. Costituisce un’imperdonabile ipocrisia anche il modo in cui la Siria viene sanzionata dall’Unione Europea. Questo Paese, dilaniato da una ingiusta guerra di aggressione, non è in grado di importare medicine e altri beni essenziali a causa delle predette sanzioni; al contrario l’UE non fa nulla per sanzionare Israele per le sue flagranti violazioni del diritto internazionale. Nello specifico del caso israelo-palestinese, l’annessione è in aperta violazione delle seguenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza: 242 (1967), 338 (1973), 446 (1979), 452 (1979), 465 (1980), 476 (1980), 478 (1980), 1397 (2002), 1515 (2003), 1850 (2008), 2334 (2016).

Dinanzi a simili ingiustizie è d’obbligo chiedersi quanto ancora si debba scendere in basso prima di vedere un barlume di coscienza e di rettitudine nella politica occidentale. Quanto significato vale anche per i mass-media occidentali e per i sostenitori politici di Tel Aviv, a cominciare dal governo USA, da lungo tempo ostaggio delle lobby israeliane. Fino a quando il regime di Tel Aviv continuerà ad oltraggiare il diritto internazionale? Fino a quando le risoluzioni ONU che lo riguardano, rimarranno lettera morta? I crimini israeliani meritano di essere sanzionati a livello globale con la massima severità, soprattutto considerando le sue costanti minacce alla pace mondiale.

 

 

1 febbraio 2020

Oggetto: Il celibato ecclesiastico e il quotidiano Avvenire.

Di recente il quotidiano Avvenire ha trattato della questione in oggetto affermando che il senso cattolico del celibato starebbe tutto nella sua funzionalità. Nell’articolo a firma di De Giorgi, Ordinario di Storia della pedagogia e dell’educazione all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, si offre una valutazione circa il pregevole contributo di Benedetto XVI al libro Dal profondo del nostro cuore. Purtroppo occorre rilevare che l’articolo in questione presenta gravi carenze che inficiano la comprensione del celibato evangelico come proposto e vissuto nella tradizione cattolica. Il novum del sacerdozio del Nuovo Testamento è che si tratta di una partecipazione al sacerdozio di Cristo, Sposo della Chiesa e per questo celibe, e non solo di un segno. In questo senso il celibato, o meglio la continenza, appartiene al piano ontologico e non a quello meramente funzionale, perché appartiene costitutivamente al modo in cui Cristo ha vissuto il proprio sacerdozio sponsale.

De Giorgi dovrebbe spiegare per quale ragione ad un sacerdozio ontologico (e non piú funzionale, come quello giudaico veterotestamentario) continuerebbe a corrispondere un celibato funzionale e non invece un celibato ontologico. Il sacerdozio è conferito validamente anche se la persona non è celibe, e non viene meno in assenza del celibato; ma la continenza rimane un aspetto proprio del sacerdozio, coestensivo ad esso, non un semplice accidente, per quanto prezioso. È con il Concilio Trullano che la disciplina delle Chiese orientali cambia e tale mutamento non venne accettato né da papa Sergio I, che per questo rifiuto rischiò di essere fatto prigioniero da Giustiniano II, né da papa Costantino I, che accettò gli altri canoni del Trullano, ma respinse con fermezza quelli relativi al cambiamento della legge della continenza. L’attuale disciplina delle Chiese orientali piú che un’eccezione, è un’anomalia, una non rispondenza alla spiritualità del sacerdozio; e perciò dovrebbe essere orientata verso il progressivo e graduale ritorno alla continenza obbligatoria, che era il “canone” della Chiesa dei primi sette secoli anche per l’Oriente.

 

 

29 gennaio 2020

Oggetto: In materia di povertà ecclesiale.

Sono rimaste famose le parole di papa Bergoglio in materia di povertà: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!» (cfr. L’Osservatore Romano, 17 marzo 2013). A tale proclama, hanno fatto seguito talvolta dei rimproveri alla Chiesa italiana che, occorre dire non sempre a torto, hanno stigmatizzato la gestione del sistema delle offerte nelle parrocchie. Nessun rilievo invece risulta che sia mai stato fatto a carico della Conferenza Episcopale tedesca, che ha sponsorizzato ideologicamente ed economicamente il recente Sinodo sull’Amazzonia. L’immensa ricchezza della Chiesa tedesca deriva dalla Kirchensteuer, una tassa che lo Stato devolve alla Chiesa, trattenendo dal reddito dei cattolici tedeschi una cifra che ammonta all’8-9% del loro carico fiscale complessivo. Il prelievo fiscale però è obbligatorio, a differenza di altri Paesi, dove le chiese sono finanziate dalla generosità dei fedeli che scelgono liberamente di versare ad esse una parte del loro reddito.

In Germania, chi vuole essere esentato dalla Kirchensteuer deve firmare una dichiarazione di abbandono della Chiesa (Kirchenaustritt) che, come conseguenza, lo priva dei sacramenti. Il 20 settembre 2012, i vescovi tedeschi hanno decretato che quanti hanno chiesto di non essere piú registrati, per evitare di pagare la tassa ecclesiastica, non potranno piú ricevere alcun sacramento, non potranno ricevere un funerale cattolico, non potranno fare volontariato in un’associazione cattolica, né tanto meno lavorare in alcuna istituzione della Chiesa.

Tralasciando la questione degli stipendi esorbitanti del clero tedesco, si assiste ad un non senso per cui si possono mettere in dubbio i dogmi di fede senza che alcuno venga sanzionato, mentre coloro che non versano la Kirchensteuer vengono de facto scomunicati. La simonia è un peccato che spesso ha accompagnato la storia della Chiesa nel corso dei secoli. I primi sinodi di san Gregorio VII (1073-1085), il grande papa riformatore del Medioevo, furono proprio dedicati alla lotta contro i vescovi tedeschi simoniaci oltre che trasgressori del celibato ecclesiastico. Eppure è ben noto che il cattolico tedesco che firma la Kirchenaustritt intende quasi sempre separarsi solo dal vizioso sistema finanziario che incide sul suo basso reddito e non certo rinnegare la propria fede.

L’auspicio è che in questa materia non si dia piú luogo a valutazioni sommarie e parziali che generano confusione. La speranza è che sotto la guida del Vescovo di Roma la Chiesa tedesca sappia trovare soluzioni piú eque ed evangeliche al fine di sovvenire con maggiore sobrietà alle proprie necessità senza discriminare i fedeli piú poveri e le famiglie a basso reddito.

 

 

3 gennaio 2020

Oggetto: Sull’assassinio del generale Qasem Suleimani.

Pur non essendo una novità nella politica estera statunitense, l’omicidio a distanza degli avversari politici, molto in voga nell’epoca del cosiddetto “Nobel per la pace” Barack Hussein Obama, nell’epoca Trump sembrava avesse conosciuto una battuta di arresto. Evidentemente non è cosí. Dietro la continua istigazione dello Stato d’Israele, già uso a crimini del tutto simili, gli Stati Uniti hanno ucciso all’estero, fuori della loro giurisdizione migliaia di persone, senza alcun processo e il benché minimo diritto alla difesa. Il volgare assassinio del Generale Suleimani è dunque l’ultimo di una lunghissima serie.

Molti di quelli che gli americani chiamano terroristi, imitati prontamente dalla indecente stampa italiana che, non a caso, nella classifica stilata da “Reporter senza frontiere” figura al 77° posto, dopo il Burkina Faso e il Botswana, sono spesso militari o combattenti legittimi. In particolare, il Generale Suleimani non era un criminale che si nascondeva e colpiva vilmente gli inermi, ma un comandante militare al servizio della sua Patria. Uno stratega preparato e determinato tanto da sconfiggere gli assassini sanguinari dell’ISIS finanziati con dollari americani e supportati da Israele. Insieme ad un contingente di militari russi, il Generale Suleimani aveva restituito al mondo intero lo stupendo sito di Palmira che il sedicente “Stato islamico” voleva distruggere. Non solo. Pur essendo musulmano sciita, il Generale Suleimani riconsegnò a migliaia di cattolici iracheni e siriani le chiese che gli assassini dell’ISIS avevano chiuso e devastato. È desolante pensare che in Italia, ancora oggi, non risulta che alcun movimento politico abbia posto seriamente in discussione il caso della permanenza nella NATO e della pubblicazione dei protocolli riservati di pace che ci legano pesantemente ai cosiddetti “liberatori” americani.

Posta tale doverosa premessa è bene ricordare da dove partono tutte le ideologie che stanno distruggendo l’intero Occidente e il resto del mondo dalle fondamenta: il femminismo esacerbato, il multiculturalismo, il globalismo, il politicamente corretto, la cultura della droga, l’omosessualismo, l’erotizzazione pervasiva della vita, l’abortismo, il libertarismo sfrenato, il materialismo pratico e tanto altro ancora. Il male oggi ha un’incubatrice, l’America, e un vettore, il denaro della finanza apolide, dove le università e i centri di ricerca privati, con i loro think tank, sorreggono l’immenso apparato di potere riservato che chiamano ”deep State”, Stato profondo. Di tutto ciò sanno qualcosa i cittadini dei paesi interessati dalle cosiddette “primavere arabe” o dalle “rivoluzioni arancioni” organizzate dal nuovo Impero del male, dai suoi terminali informatici riservati, dai suoi “uomini di paglia”, solo parzialmente svelati dal coraggioso Assange e da Wikileaks. E che dire delle guerre balcaniche degli anni ‘90, della nascita dei paesi fantoccio in mano alle mafie, davanti alle porte di casa nostra, dell’Ucraina destabilizzata, spinta alla guerra con la secessione della sua parte orientale, utilizzando gruppi nazisti locali e mille altre marmaglie immorali e senza coscienza? Siamo di fronte ad un’industria di morte, di rivolte, di instabilità permanenti e di caos organizzato per asservire meglio il mondo a fini che si profilano come sempre piú diabolici.

Nella certezza che Dio rende merito a tutti coloro che lo servono con cuore sincero, si auspica che quanto prima i responsabili di questi orrendi crimini e tutti i loro mandanti siano perseguiti ovunque e assicurati alla giustizia.

 

 

 

 

 

• ANNO 2019
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30 aprile 2019

Oggetto: Circa l’accusa di eresia a carico di papa Bergoglio.

Numerosi e illustri studiosi laici ed ecclesiastici hanno accusato papa Bergoglio di eresia in una lettera aperta ai vescovi della Chiesa Cattolica, un documento che si pone nell’alveo della Correctio filialis de heresibus propagatis e della Dichiarazione di fedeltà già trattate. La suddetta letterainnalza il livello della denuncia con l’affermare che Papa Bergoglio sarebbe colpevole del crimine di eresia. Essa pone in evidenza il fatto che, considerate nel loro insieme, le parole e le azioni di Papa Bergoglio manifestano una ripulsa globale dell’insegnamento cattolico sul matrimonio e i rapporti sessuali, sulla legge morale, sulla grazia e sul perdono dei peccati. La lettera si sofferma anche sul favore accordato da Papa Bergoglio a vescovi e altri membri del clero, colpevoli di peccati e di crimini consistenti in abusi sessuali, come il caso dell’ex-cardinal McCarrick, o che hanno protetto ecclesiastici colpevoli di tali peccati e crimini, come nel caso del cardinal Daneels, recentemente scomparso. Proteggere e promuovere ecclesiastici che rigettano l’insegnamento cattolico su materie quali il matrimonio, l’attività sessuale e la legge morale in generale, persino quando costoro hanno violato la legge morale e le norme penali in modo gravissimo, è rivelatore dell’indirizzo ideologico e magisteriale di Papa Bergoglio, esso dovrebbe pertanto essere sottoposto a correzione anche a prescindere dalla validità o meno dell’accusa di eresia. Gli autori chiedono ai vescovi della Chiesa cattolica di esaminare le accuse contenute nella lettera ammonendo il Papa a rinnegare le tesi incriminate; e, qualora dovesse ostinatamente rifiutarsi, con il dichiarare che egli si è liberamente privato del papato.

Non essendosi de facto concretata l’eventualità auspicata nella suddetta lettera e non essendoci - allo stato attuale - obiezioni attendibili circa la validità canonica dell’elezione di papa Bergoglio non si può né ritenere vacante la Sede Apostolica, né disattenderne l’autorità, ove quanto da essa emanato sia canonicamente legittimo e dottrinalmente corretto. In considerazione di ciò e in attesa che la situazione si definisca ulteriormente, spetta ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro le dottrine contrarie alla fede cattolica, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro le suddette e altre diffuse imposture religiose della nostra epoca. Diviene piú che mai urgente l’appello alla preghiera affinché il Signore liberi la sua Santa Chiesa da tutti i gravissimi mali dell’ora presente.

 

 

1 maggio 2019

Oggetto: Attentati alla dignità dei sacramenti.

Mentre nel mondo - in Sri Lanka, India, Cina, Corea del Nord ed in molte altre regioni - proseguono le persecuzioni contro i cristiani, altrove l’inquietante ondata di laicismo, rivestito di piú o meno discutibili pretesti, non conosce tregua e procede contro la libertà e la dignità della Chiesa. La Camera dei deputati cilena ha approvato un disegno di legge, che pretende di obbligare i sacerdoti a violare il segreto della Confessione in caso di abuso sessuale. Il disegno di legge è stato presentato nel maggio dello scorso anno dall’on. Raul Soto, sedicente cristiano-democratico. Qualora fosse approvato definitivamente, l’obbligo di denuncia verrebbe esteso anche alle «autorità ecclesiastiche di qualsiasi confessione religiosa, tanto di diritto pubblico quanto di diritto privato, ed, in generale, ai Vescovi, ai pastori, ai ministri di culto, ai diaconi, ai sacerdoti, ai religiosi ed a chiunque altro» sia responsabile «di una Congregazione» o di gruppi, cosí come ai vertici di associazioni, fondazioni o sigle di carattere culturale, giovanile, educativo, sportivo o di altra natura.

Il canone 983 del Codice di Diritto Canonico recita: «§1. Il sigillo sacramentale è inviolabile; pertanto, non è assolutamente lecito al confessore tradire anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa. §2. All’obbligo di osservare il segreto sono tenuti anche l’interprete, se c’è, e tutti gli altri ai quali in qualunque modo sia giunta notizia dei peccati della Confessione». In caso di infrazione, il canone 1388 specifica: «§1. Il confessore che violi direttamente il sigillo sacramentale incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica; chi poi lo fa solo indirettamente sia punito proporzionalmente alla gravità del delitto». Tale è la prassi millenaria della Chiesa né può in alcun modo mutare.

Un altro fronte ostile è stato aperto in Olanda, dove si pretende un inasprimento delle sanzioni per chiunque contragga matrimonio religioso prima di quello civile. In merito è stato presentato l’ennesimo disegno di legge che prevede per i trasgressori una multa o, in alternativa, perfino una condanna a sei mesi di carcere.

Dopo divorzio, aborto, fecondazione assistita, eutanasia degli anziani e perfino dei bambini, si registra una tendenza a modificare sempre piú la giurisprudenza, nelle piccole come nelle grandi cose, in senso sempre piú contrario alla fede cattolica. Tali normative non hanno alcuna dignità morale né possono essere recepite da una coscienza umana autentica e tanto meno se cristiana. L’auspicio è che la Chiesa punisca con sanzioni canoniche particolarmente gravi quei politici, non di rado sedicenti cristiani, che tradiscono ignominiosamente i propri doveri religiosi oltre al loro mandato elettorale.

 

 

25 maggio 2019

Oggetto: Circa il Regolamento italiano recante disposizioni in materia di contrasto all’”hate speech”.

L’Autorità italiana Garante per la Comunicazione (AgCom) ha varato un provvedimento (“Regolamento recante disposizioni in materia di rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e di contrasto all’hate speech” del 15 maggio 2019) che rappresenta una grave violazione delle libertà fondamentali della persona, particolarmente nel settore dell’informazione. Con il pretesto di porre un argine all’odio dilagante fra i mass-media la Commissione ha emesso un regolamento che impone a tutte le trasmissioni, ai social network, ma anche agli editori, di evitare e di cancellare... “ogni espressione di odio che incoraggi alla violenza o all’intolleranza”. Considerata la vastità del campo di applicazione e le dimensioni ormai globali del mondo dell’informazione tale norma non è solo sconsideratamente presuntuosa, fino a scadere nel ridicolo, ma appare come un rimedio peggiore del male che intende curare. Le sue sommarie proposizioni, lungi dal costituire un argine realmente credibile alla violenza rischiano di imporre la censura nei confronti di coloro che dovessero esprimere giudizi non conformi ai desiderata dell’Agenzia e dei suoi poco chiari ispiratori.

Il regolamento emanato infatti, a causa della sua struttura e genericità, si presta a tutelare in maniera esclusiva e ingiustificata alcune categorie di persone (le donne, gli omosessuali, i meridionali, gli immigrati, i rom, le persone di colore, i musulmani, etc...) a svantaggio di altre, creando oltretutto pericolose contrapposizioni. Inoltre esso tende a favorire manifestamente una serie di posizioni ideologiche che hanno nel “politically correct” il proprio nucleo fondante. Altro aspetto che apre il varco a possibili e gravi strumentalizzazioni è il potere di segnalazione riconosciuto dal Regolamento ad associazioni o organizzazioni, anche religiose. Questo rischia di limitare la libertà di stampa e di espressione e di stimolare decisioni arbitrarie e divisive rispetto alla composizione della società italiana. Si concretizza cosí non tanto la tutela dall’odio e dalla violenza, quanto la tutela della menzogna contro la verità che, seppure sgradita, esige rispetto. La suddetta normativa pertanto non è latrice di adeguato valore morale e deve essere contrastata in tutte le sedi giuridiche fino alla sua radicale revisione.

 

 

27 Giugno 2019

Oggetto: L’Em.mo cardinal Brandmüller accusa di eresia e apostasia il Sinodo vaticano sull’Amazzonia.

Il 27 giugno è stato diffusa in varie lingue una severa critica dell’Em.mo cardinale Walter Brandmüller all’Instrumentum laboris del prossimo Sinodo sull’Amazzonia. Il Cardinale ha precisato che esso “contraddice l’insegnamento vincolante della Chiesa in punti decisivi e quindi deve essere qualificato come eretico” e, dato che il documento mette in discussione il fatto stesso della divina rivelazione “si deve anche parlare, in aggiunta, di apostasia”. Il documento, conclude il Cardinale, “costituisce un attacco ai fondamenti della fede, in un modo che non è stato finora ritenuto possibile. E quindi deve essere rigettato col massimo della fermezza”. Valutata e accertata la correttezza delle considerazioni dell’Em.mo Signor Cardinale Walter Brandmüller diviene necessaria in coscienza l’adesione ai suoi rilievi auspicando la radicale correzione dell’Instrumentum laboris. Compete anche ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro le dottrine contrarie alla fede cattolica, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro queste ed altre dottrine contrarie alla fede cattolica.

 

 

28 giugno 2019

Oggetto: Circa la statura morale nell’attuale classe dirigente italiana.

Il 28 giugno 2019 la stampa italiana ha divulgato una serie di notizie preoccupanti relative a concorsi universitari truccati, a decine di docenti indagati, altri sospesi o arrestati. La magistratura inquirente ha parlato di “metodi paramafiosi”, di reati di associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta a carico di docenti delle Università di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona. L’operazione della Digos, denominata “Università Bandita”, ha consentito di accertare l’esistenza di 27 concorsi truccati: 17 per professore ordinario, 4 per professore associato, 6 per ricercatore. Si tratta di fatti oltremodo gravi, tanto piú quando si parla di rettori e docenti universitari, colti ad agire come un’organizzazione criminale per spartirsi cattedre e stipendi.

Pochi giorni prima si è appreso dell’orribile vicenda degli affidi minorili presso Reggio Emilia, con false accuse di pedofilia ed incesto a genitori innocenti al fine di strappar loro i figli e darli a terze persone che vi lucravano o li stupravano; una vicenda che ha visti indagati medici, assistenti sociali e psicoterapeuti. Ancora prima giudici e procuratori dell’organo di autogoverno della Magistratura sono stati accusati di spartirsi sedi, di tramare per difendersi dalle indagini, facendo combutta con esponenti politici e violando dozzine di leggi, che invece avrebbero dovrebbero difendere. Troppi casi in pochi giorni che danno la sensazione di un quadro generale ripugnante. Si tratta non di rado di personalità ai vertici del sistema pubblico che manifestano la forma mentis di malviventi sia nell’eloquio, sia nel disprezzo verso le altrui persone: medesima violenza verbale, attitudine a commettere reati e totale mancanza di vergogna. Una vera classe dirigente dovrebbe brillare per orgoglio professionale, dignità personale, linguaggio controllato, sforzo per mantenersi degni dell’alta funzione, senso del dovere, consapevolezza delle responsabilità, rispetto per le funzioni, senso dello Stato o di Patria e del bene comune.

Il denominatore comune a questi differenti vertici dirigenziali è dato dallo stipendio pubblico, fra i piú alti e scandalosi del mondo, che lungi dall’attirare i migliori, hanno finito col richiamare i peggiori individui. Questa corruzione ai vertici delle funzioni pubbliche, questa occupazione di cattedre, di procure e di alte cariche dello Stato da parte di parassiti inadempienti ha portato alla costituzione di oligarchie inamovibili; un fenomeno che forse non ha eguali nel mondo civile e che è all’origine della decadenza verso il non-diritto, la non-cultura, l’analfabetismo di ritorno e la sporcizia morale a tutti i livelli.

Si è cosí costituita una casta svolge una funzione de-moralizzatrice verso gli altri strati della società. La non esemplarità dei superiori sfocia a tutti i livelli: dalle violazioni contro la buona educazione alla micro-criminalità di strada, dall’abbandono scolastico ai rifiuti per strada, dai graffiti sui muri, che imbrattano ogni angolo delle nostre meravigliose città, allo spettacolo abominevole della delinquenza impunita e viepiú protetta. La gravità della situazione in cui versa l’Italia è frutto di una deriva politica e ideologica che dura almeno dalla fine del secondo conflitto mondiale e che, insieme ad un processo di lenta e devastante scristianizzazione, operata dalle sinistre e dalla massoneria, ha condotto all’attuale stato di crisi. Occorre affermare con chiarezza che senza un recupero reale della sovranità nazionale politica ed economica e delle sue radici culturali e religiose qualsiasi riforma del tessuto sociale è destinata a sicuro fallimento.

 

 

4 luglio 2019

Oggetto: Sulla donazione di alcune reliquie di San Pietro all’arcivescovo Giobbe di Telmesso, capo della delegazione del patriarcato ortodosso di Costantinopoli.

In occasione della visita del presidente russo Vladimir Vladimirovic Putin a Roma papa Bergoglio ha donato alcune reliquie di San Pietro all’arcivescovo Giobbe di Telmesso, capo della delegazione del patriarcato ortodosso di Costantinopoli, reliquie che papa Paolo VI aveva voluto custodire nella cappella privata. È noto che il dono delle reliquie segue un rituale solenne che in questo caso non risulta essere stato celebrato. Lo stesso Arcivescovo di Telmesso ha affermato: “Le reliquie del santo apostolo Pietro furono sempre tenute a Roma. La Chiesa ortodossa non le ha mai richieste perché non appartennero mai alla Chiesa di Costantinopoli”. Si esprime profondo dispiacere per un gesto non opportuno, che priva la Santa Sede e Roma di alcune reliquie carissime che sarebbero dovute restare là dove papa Paolo VI le aveva sempre venerate e custodite.

 

 

5 luglio 2019

Oggetto: Circa le ulteriori rivelazioni pubbliche di S. E. Mons. Viganò.

Numerose testate giornalistiche hanno pubblicato le dichiarazioni dell’ex nunzio negli Stati Uniti, S. E. Mons. Viganò, che chiamano in causa alcuni personaggi importanti della Santa Sede in storie di abusi, coperti o ignorati, e che toccano oltre al Pontefice regnante i suoi collaboratori piú stretti, come il Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin e il Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Peña Parra. «I segni che vedo sono davvero inquietanti - ha affermato S. E. Mons. Viganò -. Non solo papa Francesco non fa quasi nulla per punire chi ha commesso abusi, per denunciare e assicurare alla giustizia coloro che hanno, per decenni, facilitato e nascosto i violentatori. Solo per citare un esempio: il cardinale Wuerl, che ha coperto gli abusi di McCarrick e di altri per decenni e le cui menzogne ripetute e sfacciate sono state rese chiare a tutti coloro che hanno prestato attenzione, ha dovuto dimettersi disonorevolmente a causa dell’indignazione popolare. Eppure, accettando le sue dimissioni, papa Francesco lo ha elogiato per la sua “nobiltà”. Quale credibilità può avere il Papa dopo questo tipo di dichiarazioni»?

In merito all’arcivescovo Edgar Peña Parra, che papa Bergoglio ha scelto come nuovo Sostituto presso la Segreteria di Stato, l’ex Nunzio ha affermato che in tal modo egli ha sostanzialmente ignorato un impressionante dossier inviato da un gruppo di fedeli di Maracaibo, dal titolo “Quién es verdaderamente Monseñor Edgar Robinson Peña Parra, Nuevo Sustituto de la Secretarîa de Estado del Vaticano”? Il dossier è firmato da Enrique W. Lagunillas Machado, a nome del “Grupo de Laicos de la Arquidiócesis de Maracaibo por una Iglesia y un Clero según el Corazón de Cristo”. Questi fedeli accusano Peña Parra di grave immoralità, descrivendo in dettaglio i suoi presunti delitti. «Questo - ha commentato - potrebbe anche essere uno scandalo che supera quello di McCarrick, e non deve essere permesso che sia coperto dal silenzio».

Le medesime accuse - non riportate in questa sede per ragioni di decenza - furono segnalate alla Segreteria di Stato nel 2002 dall’allora nunzio apostolico in Venezuela, l’arcivescovo André Dupuy. Con profondo dolore occorre affermare che è doveroso che la Santa Sede fornisca una risposta pronta ed esaustiva che ponga rimedio allo scandalo, punisca i colpevoli e chiarisca le reali responsabilità di papa Bergoglio. Compete anche ai collaboratori piú prossimi del Vescovo di Roma il compito di coadiuvarlo affinché egli non decida in modo incauto su fatti e persone a lui piú o meno noti; tuttavia compete anche ai singoli Pastori rimediare - spesso e con notevole difficoltà - agli scandali inopinatamente arrecati al popolo di Dio - videat Deus et iudicet - di cui la stampa atea e anti-cristiana approfitta in larga misura.

 

 

11 luglio 2019

Oggetto: Circa il commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata.

In data 11 luglio 2013, la Congregazione dei Religiosi (CIVCSVA), guidata dal cardinale Braz De Aviz e dal segretario mons. José Rodríguez Carballo, su ordine di papa Bergoglio, eletto da pochi mesi, commissariava la congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata (FFI), istituto di Diritto Pontificio dal 1998. Il commissariamento venne gestito dal R. P. Fidenzio Volpi (OFMCap.) e dal R. P. Alfonso Maria Bruno che, dopo aver assunto per anni compiti dirigenziali nella famiglia religiosa fondata dal R. P. Stefano Manelli (i cui genitori sono “servi di Dio”), ha poi deciso di sconfessare in parte il suo operato. Le accuse sono numerose, ma di fatto nessuna si è dimostrata sufficientemente attendibile. Papa Bergoglio, in evidente discontinuità con i suoi predecessori, che hanno dimostrato di stimare molto padre Manelli, ha deciso ab initio che il procedimento non prevedesse, per gli accusati, la possibilità di ricorrere al Supremo Tribunale della Segnatura apostolica. Tale procedura, oltre ad essere alquanto discutibile sul piano etico e giuridico, fa supporre che la condanna dell’Istituto sia già stata decisa a priori. Quanto al fondatore, i capi di imputazione appaiono tutt’altro che chiari: non è stato aperto alcun procedimento canonico formale, ciò che non solo non consente una giusta difesa da parte dell’imputato, ma neppure consentirebbe di legittimare appieno le misure restrittive adottate nei suoi confronti.

Padre Stefano Manelli è stato confinato nel convento FFI di Casalucense (presso Cassino) e gli è stato proibito di spostarsi al di fuori della medesima diocesi senza la personale autorizzazione del Commissario, eccezion fatta per le cure mediche. L’8 dicembre del 2013 il commissario P. Volpi comunicò sei provvedimenti a carico dell’Istituto: la chiusura del seminario; la sospensione per un anno dalle ordinazioni diaconali e sacerdotali; l’obbligo per i candidati formandi di sottoscrivere non meglio noti “atti di fede”; la sospensione delle attività del Terz’Ordine Francescano dell’Immacolata; la nomina di una commissione economica e la proibizione a tutti i religiosi di collaborare con le pubblicazioni della Casa Mariana Editrice. Poco dopo, il 20 maggio 2014, scattò anche la visita apostolica alle Suore francescane dell’Immacolata. Numerosi religiosi, divisi e smarriti, hanno tentato di cambiare ordine religioso, ma - cosa assolutamente inaudita - sono stati perseguiti fin nelle diocesi vietando ai loro vescovi di accoglierli; altri hanno abbandonato l’abito, forse per la delusione, forse per non essere additati al pubblico ludibrio come “avversi al Papa” o per altre ragioni. P. Fidenzio Volpi morirà in seguito ad un ictus il 7 giugno 2015, non prima di venir condannato da un tribunale italiano a risarcire i familiari di padre Manelli, da lui seriamente diffamati. Nel frattempo, S. E. mons. José Rodríguez Carballo, nel 2014 verrà interessato da un grave scandalo: da Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori autorizzò investimenti ingentissimi, in società finite sotto inchiesta per traffici illeciti di armi e di droga, sui quali indaga la magistratura svizzera. Non risulta che a suo carico la Santa Sede abbia disposti accertamenti che sarebbero quanto meno prudenti e opportuni. Molti osservatori si chiedono come si giustifichi l’avversione verso una delle poche realtà ecclesiali cosí feconde di iniziative e ricche di vocazioni come quella dei Frati Francescani dell’Immacolata.

Il 27 dicembre 2014 l’avvocato Giuseppe Sarno, legale del Commissario P. Volpi per i FFI, chiede al Tribunale Civile di Benevento di emettere sentenza cautelativa affinché i beni immobili siano trasferiti dall’Associazione Missione del Cuore Immacolato di Maria (una delle 3 Associazioni di benefattori laici legati all’Istituto FFI) all’Istituto FFI diretto dal Commissario P. Volpi. Si arriva al sequestro dei beni, nella convinzione che essi siano di proprietà della Chiesa, come di solito è; tuttavia, nel luglio del 2015 si provvede al dissequestro, imposto dal Tribunale del riesame di Avellino e confermato poi dalla Cassazione, con relativa restituzione di tutti i beni ai laici benefattori (cfr. La Stampa, 18-12-2015). Nel novembre 2016 il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Avellino provvede ad archiviare l’ennesima ingiusta accusa nei confronti del fondatore dei FFI.

Padre Manelli oltrepassa indenne accuse e processi ma fino ad oggi non ha ancora avuto la possibilità di incontrare personalmente papa Bergoglio, quantomeno per spiegare il suo punto di vista e quello dei religiosi che lo hanno seguito nel corso degli anni. Tutto ciò a dispetto dei costanti inviti papali al dialogo e al perdono, dell’atteggiamento molto indulgente manifestato verso personalità realmente colpevoli di reati gravissimi e nonostante l’intercessione da parte di numerosi prelati e cardinali. Papa Bergoglio o non risponde, come con i cardinali dei Dubia, o afferma che rifletterà sulla questione.

A prescindere dalla conclusione del caso, purtroppo ancora di là da venire, la questione dei FFI e del loro Fondatore resterà nella storia della Chiesa come un esempio di profondo sprezzo della giustizia e del diritto (contemptum iustitiae) da parte di coloro che avrebbero dovuto esserne i piú gelosi difensori (Curia novit iura). Soprattutto essa getterà una macchia indelebile in piú nella storia di un pontificato, segnato dalle contraddizioni piú intollerabili e stridenti che l’evo moderno abbia mai visto e tutto ciò - se ne può essere certi - ad perpetuam rei memoriam.

 

 

19 luglio 2019

Oggetto: Reiterati attacchi contro il segreto della confessione.

Il 13 luglio 2019, negli USA, il Comitato Statale per la Sicurezza Pubblica ha fatto ritirare la proposta di legge SB 360 presentata dal senatore Jerry Hill - e già approvata dal senato - per abolire la segretezza del sacramento della confessione. Numerosi cittadini con circa 140.000 lettere, 17.000 e-mail e centinaia di telefonate hanno ottenuto il ritiro di una “minaccia per la coscienza di ogni americano”, come l’aveva definita l’arcivescovo di Los Angeles, José Horacio Gomez, che ha guidato la mobilitazione. Già nel 2000 la Corte Penale Internazionale aveva respinto, nel dibattito sulle “Rules of Procedure and Evidence” la richiesta di Canada e Francia che non fosse piú riconosciuto ai ministri religiosi il diritto di astenersi dal testimoniare su questioni conosciute attraverso il segreto della confessione. Nel 2016 la Corte Suprema dello Stato della Louisiana aveva ribadito che “un sacerdote, un rabbino o un ministro debitamente ordinato” non potevano essere qualificati come “mandatory reporter”, cioè obbligato a denunciare quanto “conosciuto durante una confessione o altra comunicazione sacra”.

Il 7 giugno 2018 in Australia, nel territorio della capitale Canberra, è stata approvata con il consenso di tutti i partiti una legge iniqua che imporrebbe ai sacerdoti cattolici - e analogamente ai ministri di altre fedi - di violare il sigillo sacramentale qualora vengano a conoscenza di abusi sessuali compiuti su minori. La legge è entrata in vigore il 31 marzo 2019. In Italia una esecrabile sentenza della corte di cassazione, la n. 6912 del 14 gennaio 2017, ha stabilito che il sacerdote chiamato a testimoniare in un processo penale per abuso sessuale incorre nel reato di falsa testimonianza se rifiuta di dire ciò che ha appreso in confessione, al di fuori dei peccati commessi dal penitente. In ambedue i casi si tratta di iniziative a favore dell’obbligo di denuncia e a scapito di quel diritto giuridico e morale fondamentale che è la tutela della coscienza della persona che apre la sua anima ad un ministro di culto. Tale tutela comprende tutto ciò che il sacerdote apprende in confessione e non solo i peccati del penitente.

La “Nota della Penitenzieria Apostolica sull’importanza del foro interno e l’inviolabilità del sigillo sacramentale” promulgata il 29 giugno 2019 è giunta a proposito, visto il crescente pregiudizio negativo di tanti poteri civili contro il fondamento e l’estensione di tale segreto. I due esempi riprovevoli di Italia e Australia sono paradigmatici di un neo-giurisdizionalismo di esito dubbio che si sta insinuando in vari ordinamenti politici e sta di fatto modificando l’assetto degli equilibri e delle competenze fra ordine temporale e ordine spirituale. Per inciso, occorre rilevare che non risulta che neppure sotto il regime nazista si sia arrivati a concepire simili assurdità etico-giuridiche inserendole in testi di legge.

Nel bilanciamento tra due valori capitali quali la libertà di coscienza e di religione da un lato e l’esercizio dell’azione penale per punire un reato inumano dall’altro, nella tradizione giuridica occidentale prevale il primo, sia perché costituisce il nucleo piú profondo della libertà e della responsabilità dell’uomo, sia perché è la realtà che, dopo il bene della vita, in modo piú originario e irremovibile appartiene alla persona umana, ed è ad essa dovuta in giustizia. Per quanto sopra considerato la validità morale delle norme e sentenze citate è nulla e devono essere rigettate come illecite e gravemente inique tanto dai sacri Pastori quanto da tutti i fedeli che, nello specifico caso, sono sollevati in coscienza dagli obblighi di fedeltà a qualsiasi autorità statale.

 

 

19 luglio 2019

Oggetto: Circa l’Instrumentum Laboris sul Sinodo dell’Amazzonia.

In merito al documento in oggetto occorre sottolineare anzitutto che durante gli ultimi decenni, in Amazzonia, non sono state avviate iniziative adeguate per promuovere debitamente la pastorale ordinaria e quella delle vocazioni. Per promuovere efficacemente le vocazioni sacerdotali è indispensabile che anche in Amazzonia vi siano missionari che conducano una vita di preghiera autentica, da veri apostoli, vale a dire totalmente dedicata a Cristo e alla salvezza delle anime. Troppe volte è dato di vedere figure discutibili di sacerdoti, che hanno il loro modello negli operatori umanitari, nei dipendenti delle ONG, nei sindacalisti socialisti e negli ecologisti, ma questa non è la missione di Cristo, che ha dato la sua vita sulla Croce per redimere l’umanità dal piú grande male, cioè il peccato, sicché tutti gli uomini possano avere in abbondanza la vita divina (cfr. Gv 10,10).

La sottolineatura del Sinodo dell’Amazzonia circa la pastorale eucaristica appare per alcuni versi eccessiva. Nei primi secoli della Chiesa moltitudini di cristiani vissero per anni senza l’Eucaristia eppure non pochi raggiunsero una grande unione con Cristo. Analogamente in Amazzonia si dovrebbe attuare una pastorale per far sí che i sacerdoti visitino i singoli luoghi - anche se poche volte l’anno - per organizzare celebrazioni dignitose insieme ad una seria pastorale delle confessioni. Nella storia della Chiesa quello dei cattolici giapponesi o coreani che, senza sacerdoti, mantennero la fede cattolica per secoli, è a dir poco esemplare. Oggi Corea e Giappone hanno una quantità sufficiente di sacerdoti nativi e celibi. Il matrimonio sacerdotale fu legalizzato nella Chiesa orientale nel VII secolo, non a causa della mancanza di sacerdoti, ma per indulgenza verso la debolezza umana, perché quanti nell’ufficio episcopale e sacerdotale avrebbero dovuto imitare Gesú Cristo - Sacerdote eterno della Nuova Alleanza - agendo in persona di Cristo Capo, si erano allontanati dalla regola apostolica di una vita celibataria; stato in cui gli Apostoli vissero fino alla fine, come testimonia l’apostolo Pietro: “Abbiamo lasciato tutto per seguirti” (Mt 19,27).

Tutti i Padri della Chiesa vissero il sacerdozio nel celibato. Anche se alcuni erano stati sposati è stato dimostrato che a partire dall’ordinazione iniziarono a vivere nella castità e non ebbero piú figli, perché conoscevano e rispettavano la regola apostolica del celibato sacerdotale ed episcopale. La Chiesa romana ha tramandato fedelmente questa norma e l’ha sempre difesa fino ad oggi, con la sola eccezione concessa alle Chiese orientali, fatta nel contesto dei negoziati per l’unificazione, durante i Concili di Lione e di Firenze. L’Amazzonia ha bisogno urgente di veri e santi missionari secondo lo spirito e l’esempio dei grandi missionari della storia della Chiesa; uomini che siano veri padri spirituali di tutti i fedeli e non solo di una limitata parte o cerchia familiare; uomini che siano veri sposi della Sposa di Cristo, della Chiesa, e che siano quindi, come tali, padri e sposi celibi.

La verità è che quanti caldeggiano un clero amazzonico sposato con lo stratagemma del motto “viri probati” (“uomini provati”) considerano i popoli amazzonici inferiori, presupponendo, sin dall’inizio, che non abbiano la capacità di dare alla Chiesa dei sacerdoti celibi. Non a caso i difensori di un clero amazzonico sposato sono quasi tutti Europei, e non di origine indigena, e in ultima analisi non sono interessati al vero bene spirituale dei fedeli dell’Amazzonia, ma all’attuazione della propria agenda ideologica, che mira ad avere un clero sposato anche in Europa e poi in tutta la Chiesa Latina. In tal modo, l’eredità apostolica di un sacerdozio celibe, secondo il modello di Gesú Cristo e dei suoi apostoli, verrebbe distrutta in tutta la Chiesa con gravissimo danno per il bene delle anime.

 

 

28 luglio 2019

Oggetto: Ripetuti attacchi contro il segreto confessionale.

La diffusione dei casi di abusi sessuali ha fornito a molti il pretesto per attaccare il segreto confessionale. Il problema si è posto nel 2011 in Irlanda e nel 2014 da parte di un organismo dell’ONU. Il primo attacco legislativo al segreto confessionale è avvenuto in Australia dove il 7 giugno 2018 è stata approvata una legge immorale e irricevibile che presume di imporre ai sacerdoti cattolici - e analogamente ai ministri di altre fedi - di violare il sigillo sacramentale qualora vengano a conoscenza di abusi sessuali compiuti su minori. La legge è entrata in vigore il 31 marzo 2019. Caso non meno grave ed immorale quello dell’Italia, dove una sentenza della Corte di Cassazione (n. 6912 del 14 gennaio 2017) “ha stabilito che il sacerdote chiamato a testimoniare in un processo penale per abuso sessuale incorre nel reato di falsa testimonianza se rifiuta di dire ciò che ha appreso in confessione al di fuori dei peccati commessi dal penitente, ad esempio se questi gli ha detto di aver subito un abuso, non di averlo commesso”. Oggi anche molti giuristi ignorano colpevolmente che la difesa dello spazio sacro della coscienza, da parte della Chiesa, è storicamente alla base del moderno stato liberale, della stessa laicità dello Stato e di ciò che la civiltà occidentale ha di meglio.

Con il documento del 29 giugno 2019 la Penitenzieria Apostolica ha ribadito l’importanza del foro interno e l’assoluta inviolabilità del sigillo sacramentale, ribadendo cosí che nessun sacerdote o vescovo, per alcun motivo, può violare il sigillo sacramentale. Le suddette leggi pertanto sono da ritenere, oltre che immorali, prive di alcun valore vincolante. L’impressione è che l’obiettivo reale sia un altro, non importa quale sia la ragione addotta da qualsivoglia governo. Il fatto è che violare il segreto del confessionale costituirebbe la fine del Sacramento ed è proprio questa la vera posta in gioco.

 

 

22 agosto 2019

Oggetto: Comunicato Stampa dell’Associazione Internazionale Esorcisti.

L’Associazione Internazionale Esorcisti (AIE) con il comunicato del 22 agosto 2019 fa seguito alle dichiarazioni rese dal Preposito generale della Compagnia di Gesú padre Arturo Sosa Abascal, nel corso di un’intervista apparsa sul periodico on line “Tempi.it” (Meeting. «Il diavolo esiste solo come realtà simbolica», 21 agosto 2019).

Una delle domande rivolte nell’intervista al religioso, invitato a Rimini al Meeting di Comunione e Liberazione, per tenere un incontro sul tema “Imparare a guardare il mondo con gli occhi di Papa Francesco”, ha avuto per oggetto l’esistenza del diavolo. Egli ha fra l’altro cosí dichiarato: “Esiste come il male personificato in diverse strutture ma non nelle persone, perché non è una persona, è una maniera di attuare il male. Non è una persona come lo è una persona umana. È una maniera del male di essere presente nella vita umana. Il bene e il male sono in lotta permanente nella coscienza umana, e abbiamo dei modi per indicarli. Riconosciamo Dio come buono, interamente buono. I simboli sono parte della realtà, e il diavolo esiste come realtà simbolica, non come realtà personale”.

Di fronte a queste gravi affermazioni, peraltro già espresse in passato da padre Sosa Abascal, l’Associazione Internazionale Esorcisti precisa quanto segue:

1) Il magistero solenne espresso nel Concilio Lateranense IV su angeli e demoni implica una vincolante adesione di fede. La posizione di Abascal, pertanto, si pone fuori dal magistero ordinario e straordinario-solenne.

2) L’esistenza reale del diavolo, quale soggetto personale e che ha scelto la ribellione a Dio, è una verità di fede che fa parte da sempre della dottrina cristiana. Tale verità viene ribadita da un documento della Congregazione della fede, pubblicato da «L’Osservatore Romano» il 26 giugno 1975. Il testo esamina in maniera circostanziata la dichiarazione del concilio Lateranense IV, di cui riconosce l’importanza teologica, in relazione anche al diavolo e ai demoni: «L’enunciato che li concerne si presenta come un’affermazione indiscussa della coscienza cristiana». Esso, infatti, è inserito nel simbolo di fede, che il concilio ha riproposto a tutta la Chiesa, e, pertanto, appartiene alla regola universale della fede.

3) Paolo VI, il 15 novembre 1972, affrontando il tema dichiarò che esso è «occasione ed effetto di un intervento in noi e nel nostro mondo di un agente oscuro e nemico, il demonio. Il male non è piú soltanto una deficienza, ma un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa». Il Papa proseguí affermando decisamente la necessità di credere che il diavolo è un essere creato da Dio (che successivamente con libera scelta, ha radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno) e non come un principio assoluto indipendente o come semplice simbolo del male: «Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscere» la realtà del demonio. A sostegno di questa tesi sono riportate numerose citazioni bibliche, dopo le quali il Papa ribadí che il diavolo «è il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo cosí che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero».

4) Lo stesso Papa Francesco, dopo la sua elezione al soglio pontificio (2013), in diverse circostanze ha ribadito con insistenza e fortemente la realtà del demonio. Nella sua Esortazione Apostolica Gaudete et exultate (19 marzo 2018) si è soffermato a lungo sulla tematica demoniaca, puntualizzando nel cap. 5 alcune brevi ma incisive delucidazioni. Il Pontefice prende l’avvio dal fatto che la vita cristiana, nel suo cammino verso la santità, è un combattimento permanente (n. 158), in cui occorre forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo. Ciò costituisce il dato concreto che non si può trascurare, anzi forma le condizioni per rafforzare la propria configurazione spirituale (n. 159). Il Papa precisa che quando si parla della lotta contro il demonio, non si tratta di un contrasto con la mentalità mondana, né con le inclinazioni personali verso il male, ma piú puntualmente ci si riferisce a una lotta contro un essere reale, «che è il principe del male». Con questa espressione viene sottolineata la dimensione di soggetto o persona nella sua concretezza, cioè una entità sussistente reale, che si chiama ed è il Maligno. Gesú stesso lo ha sconfitto e se ne rallegra (Lc 10,18).

Nel caso di P. Sosa, come altre volte ribadito, non è possibile ritenere che egli non abbia la preparazione teologica necessaria per comprendere come ciò che afferma contraddica apertamente alla fede cattolica. In considerazione di ciò e in attesa di un doveroso intervento da parte delle autorità ecclesiastiche competenti, spetta ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro tali mistificazioni, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro queste ed altre dottrine contrarie alla fede divina e rivelata.

 

 

18 Settembre 2019

Oggetto: L’Australia approva le leggi contro il segreto confessionale.

Sono state approvate le norme, che impongono l’obbligo civile di denunciare i reati di abuso sui minori, appresi nell’esercizio del ministero ecclesiastico e nel Sacramento della Penitenza.

Il Codice di Diritto Canonico, afferma esplicitamente: «Il sigillo sacramentale è inviolabile; pertanto non è assolutamente lecito al confessore tradire anche solo in parte il penitente con parole o qualunque altro modo e per qualsiasi causa. È del tutto proibito al confessore far uso delle conoscenze acquisite dalla confessione con aggravio del penitente, anche escluso qualsiasi pericolo di rivelazione» (can. 983-984). Inoltre: «Il confessore che viola direttamente il sigillo sacramentale incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica; chi poi lo fa solo indirettamente sia punito proporzionalmente alla gravità del delitto» (can. 1388).

I medesimi principi sono esposti nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali: «Il confessore, che ha violato direttamente il sigillo sacramentale, sia punito con la scomunica maggiore. Se invece ha rotto il sigillo in altro modo, sia punito con una pena adeguata» (can. 1456). Il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali precisa come siano colpiti dai provvedimenti canonici anche coloro che utilizzano le informazioni illecitamente ottenute: «Colui che in qualsiasi modo ha cercato di avere notizie dalla confessione oppure che ha trasmesso ad altri le notizie già avute sia punito con la scomunica minore oppure con la sospensione».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1467 afferma: «Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle persone, la Chiesa dichiara che ogni sacerdote che ascolta le confessioni è obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto riguardo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato. Non gli è lecito parlare neppure di quanto viene a conoscere, attraverso la confessione, della vita dei penitenti».

I medesimi concetti vengono ribaditi da una Nota della Penitenzieria Apostolica sull’importanza del foro interno e l’inviolabilità del Sigillo Sacramentale (29 giugno 2019), in cui si legge: «Il sacerdote viene a conoscenza dei peccati del penitente “non ut homo, sed ut Deus - Non come uomo, ma come Dio”, a tal punto che egli semplicemente “non sa” ciò che gli è stato detto in sede di confessione, perché non l’ha ascoltato in quanto uomo ma, appunto, in nome di Dio. Il confessore potrebbe, perciò, anche “giurare”, senza alcun pregiudizio per la propria coscienza, di “non sapere” quel che sa soltanto in quanto ministro di Dio. Per la sua peculiare natura, il Sigillo Sacramentale arriva a vincolare il confessore anche “interiormente”, al punto che gli è proibito ricordare volontariamente la confessione ed egli è tenuto a sopprimere ogni involontario ricordo di essa».

S. E. Mons. Julian Charles Porteous, arcivescovo di Hobart, Diocesi nello Stato della Tasmania, ha già avvertito i propri sacerdoti: nessuno di loro può violare il segreto confessionale, indipendentemente da quanto disposto o meno dalle leggi civili. In tale materia vale esclusivamente la legge di Dio: «Come Arcivescovo - ha ribadito - è mio dovere difendere l’insegnamento cattolico in materia».

Tali leggi civili pertanto sono empie, sacrileghe, lesive della libertà religiosa e pertanto del tutto irricevibili.

La succitata Nota della Penitenzieria Apostolica, precisa che: «La difesa del sigillo sacramentale e la santità della confessione non potranno mai costituire una qualche forma di connivenza col male, al contrario rappresentano l’unico vero antidoto al male che minaccia l’uomo ed il mondo intero; sono la reale possibilità di abbandonarsi all’amore di Dio, di lasciarsi convertire e trasformare da questo amore, imparando a corrispondervi concretamente nella propria vita. In presenza di peccati che integrano fattispecie di reato non è mai consentito porre al penitente, come condizione per l’assoluzione, l’obbligo di costituirsi alla giustizia civile, in forza del principio naturale, recepito in ogni ordinamento, secondo il quale “nemo tenetur se detegere”. Al contempo, però, appartiene alla “struttura” stessa del Sacramento della Riconciliazione, quale condizione per la sua validità, il sincero pentimento, insieme al fermo proposito di emendarsi e di non reiterare il male commesso». La Nota fa esplicito riferimento anche a disposizioni immorali quali quelle approvate in Australia: «Ogni azione politica o iniziativa legislativa tesa a “forzare” l’inviolabilità del Sigillo Sacramentale costituirebbe un’inaccettabile offesa verso la libertas Ecclesiae, che non riceve la propria legittimazione dai singoli Stati, ma da Dio; costituirebbe altresí una violazione della libertà religiosa, giuridicamente fondante ogni altra libertà, compresa la libertà di coscienza dei singoli cittadini, sia penitenti sia confessori».

 

 

25 Settembre 2019

Oggetto: Circa il “caso Greta Thunberg” e l’ideologia dell’Anthropogenic Global Warming.

Negli ultimi anni si parla sempre piú spesso dello sconvolgimento climatico in atto a causa dell’aumento di anidride carbonica in atmosfera, derivante dalle attività antropiche, con la conseguenza che si avrebbero temperature sempre piú elevate e fenomeni meteorologici estremi. Il 23 settembre 2019 cinquecento scienziati da 13 diversi Paesi del mondo hanno inviato una dichiarazione ad António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, nonché a Patricia Espinosa Cantellano, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Tale Dichiarazione ha lo scopo di notificare che non vi è alcuna emergenza o crisi climatica, pertanto le politiche climatiche devono essere completamente ripensate, riconoscendo che il riscaldamento osservato è inferiore alle aspettative e che l’anidride carbonica, lungi dall’essere un inquinante, è benefica per la vita sulla Terra. I modelli di circolazione generale del clima su cui si basa attualmente la politica internazionale, infatti, sono inadeguati. Pertanto, è crudele e poco saggio sostenere lo spreco di migliaia di miliardi di dollari in base ai risultati di tali modelli imperfetti. Le attuali politiche climatiche indeboliscono inutilmente il sistema economico, mettendo a rischio la vita nei Paesi a cui è negato l’accesso all’energia. La dichiarazione esorta a perseguire una politica climatica basata sulla vera scienza, sul realismo economico e sulla reale attenzione a coloro che sono piú colpiti da politiche ecologiste costosissime e inutili.

Il testo sopra esposto, insieme a numerosi altri pronunciamenti di singoli studiosi di alto livello, dimostra quanto sia irrazionale e pericolosa l’ideologia del riscaldamento globale antropogenico. La stucchevole e ridicola promozione-imposizione internazionale del “caso Greta Thunberg” è opera di poteri criminali che hanno bisogno di creare un “mercato speculativo” che spaccia titoli fasulli grazie a leggi “ecologiche” false, da negoziare nelle Borse; pertanto si tratta di una gigantesca frode a scopo di trarre lucro da un’umanità assoggettata alle loro “narrative totalitarie”. La campagna di Greta, ricevuta all’ONU e da papa Bergoglio, si qualifica come un atto menzognero contro il genere umano, esattamente come il neoliberismo globale criminale e la sua finanza truffaldina e radicalmente immorale.

Oltre alla destabilizzazione dell’economia globale e dei reali interessi dell’umanità l’ideologia del Global Warming distrae la comunità mondiale dal perseguire un sano disegno ecologico, compatibile sia con lo sviluppo integrale dell’uomo, sia con il progresso nella pace.

 

 

25 settembre 2019

Oggetto: Circa i diritti umani in Arabia Saudita.

Si ha notizia che nel regno saudita nel solo anno 2019 - al presente - sono state giustiziate già 134 persone, dove oltre che alla consueta decapitazione con la scimitarra si è fatto ricorso anche all’oltremodo barbara pena della crocifissione (sei degli uccisi erano minori al momento dell’arresto). Ne dà conferma un rapporto (The Death Penalty Project) presentato al Consiglio del diritti Umani dell’ONU a Ginevra. Da notare che 58 persone uccise erano di origine straniera. Nel solo giorno del 22 aprile 2019, sono state giustiziate pubblicamente 37 persone, nella capitale Ryadh, alla Mecca e nella provincia di Qassim dove abita la minoranza sciita. Infatti, 34 uccisi erano sciiti, colpevoli di professare semplicemente la loro fede.

Occorre anzitutto rammentare che l’esecuzione di minorenni è condannata dal diritto internazionale, mentre l’Arabia Saudita non ha neppure un vero codice penale scritto, poiché vige la Sharia, una prassi barbara e disumana che in tutti i Paesi civili dovrebbe essere condannata e perseguita con la massima severità.

Quanto agli stranieri, vittime dei tribunali arabi, si tratta per lo piú di poveri, emigrati in Arabia per lavoro, di cui è difficile sapere qualcosa. Solo nel 2018, erano stranieri il 77% dei decapitati a seguito di procedimenti giudiziari. Non mancano le esecrabili e note pene alternative quali la lapidazione o le frustate.

È quanto meno singolare che i militanti per i diritti umani, cosí diffusi in Occidente, non dedichino mai una protesta per i diritti umani violati in Arabia Saudita, grande alleata degli USA e grande importatrice di armi occidentali. Il barbaro wahabismo saudita dimostra cosí di essere alleato delle cosiddette “democrazie occidentali” e della loro etica neoliberista, chiudendo cosí il cerchio della disumanità che fino ad ora ha percorso impunemente la nostra storia lasciandovi una macchia indelebile che grida vendetta al cospetto di Dio.

 

 

30 settembre 2019

Oggetto: I giudici cattolici nella Corte costituzionale della Repubblica Italiana.

Secondo quanto riportato dai quotidiani italiani e da altre fonti di informazione la recente sentenza della Corte Costituzionale a proposito della liceità, in alcuni casi, dell’aiuto al suicidio sarebbe stata adottata all’unanimità. Poiché è noto che nella Corte siedono giudici che si sono sempre definiti cattolici, ciò impone una seria riflessione. I vincoli etici valgono anche per un giudice cattolico come per ogni fedele. Tali vincoli etici vengono spesso ricordati dai vertici ecclesiastici ai politici - in modo particolare ai parlamentari cattolici - ma troppo poco, anzi quasi mai, ai giudici, i quali non possono certo sottrarsi agli imperativi morali che impegnano ogni uomo e tanto piú ogni fedele in Cristo.

Se fosse confermato che i giudici della Corte hanno votato quella sentenza all’unanimità, compresi quindi i giudici cattolici, si aprirebbe una questione molto grave. Da molto tempo in Italia si assiste ad un protagonismo ideologico dei giudici a tutti i livelli. A cominciare dal “caso Englaro” si è assistito ad un crescendo di “sentenze creative” con le quali i giudici si sono sostituiti sia ai politici, sia al Parlamento della Repubblica. La medesima condotta è stata assunta dalla Corte costituzionale, che ha prevaricato non poco nel campo legislativo. L’offensiva dei giudici in campi di frontiera come la vita e la famiglia dà l’idea di essere pianificata e la sostituzione dello strumento legislativo con quello giudiziario appare sempre piú intenzionale. Oggi i principali problemi della giustizia nell’ambito della vita, del matrimonio e della procreazione nascono dai giudici e da una concezione del diritto sempre piú atea e aliena da Dio.

Occorre ribadire con fermezza che nessuno, neppure se giudice, qualunque sia il suo grado o funzione, è esente dai vincoli morali ed etici. “Di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno” (cfr. Veritatis Splendor, 96). Coloro che si professano pubblicamente cattolici hanno il grave dovere di testimoniare la propria fede anche in ambito professionale, in caso contrario devono rendere conto del proprio operato di fronte alla Chiesa, che ha il diritto di tutelare i fedeli da qualsiasi forma di inganno o mistificazione religiosa anche ricorrendo alle piú severe sanzioni canoniche.

 

 

4 ottobre 2019

Oggetto: L’Italia è rovinata da un sistema economico e fiscale anti-cristiano e anti-umano.

Da lungo tempo l’Italia è prostrata da una vessazione fiscale tale da costituire un “sistema di peccato”, le cui conseguenze sul piano sociale ed economico sono sempre piú nefaste. Ignorare il problema, additando il contante come strumento principale di evasione, serve a completare un iniquo e cosciente disegno totalitario a danno del cittadino. Non compete allo Stato decidere se i cittadini possano o meno detenere il contante che deve essere un bene pubblico, mentre nell’iniqua e immorale economia neo-liberista esso è diventato un bene in mano a pochi privati e speculatori.

Oltre a questo si sostiene da lungo tempo anche la tesi secondo la quale il deficit economico italiano richieda un maggior gettito fiscale; sicché è tassando ulteriormente il contribuente che si permette allo Stato di disporre delle necessarie risorse. L’accusa di evasione fiscale utilizzata dalla classe politica italiana in realtà costituisce in buona parte un inganno per non rendere conto di una spesa pubblica abnorme, a cominciare dagli stipendi immorali dei numerosissimi e alti dirigenti statali. Gran parte della ricchezza in Italia è intermediata dallo Stato, da cui discende una pressione fiscale da record mondiale che condanna il Paese ad una stagnazione oramai generazionale. L’uso del contante va difeso quale importante presidio di libertà. Combattere efficacemente il debito pubblico in realtà significa ripristinare la sovranità monetaria, rinegoziare i trattati economici europei, ridimensionare drasticamente la spesa pubblica e riformare profondamente il fisco, adeguandolo a quello di uno Stato moderno in spirito di servizio nei confronti del cittadino.

 

 

5 ottobre 2019

Oggetto: L’uomo non è un intruso nella creazione.

Un interessante articolo di mons. Charles Pope offre l’occasione per riflettere su un tema attuale dell’ambientalismo. Infatti, è un assioma fondamentale tra gli ambientalisti radicali che l’uomo sia un intruso nel mondo naturale. Il ruolo della persona umana nella creazione è sviluppato molto esplicitamente nella Sacra Scrittura. L’uomo non è solo un osservatore o un abitante della creazione, egli ha l’autorità di un amministratore. Tale principio fonda la risposta alla nozione moderna, secolare, estremista che riduce l’uomo ad un intruso innaturale nel mondo creato. Il mondo è stato fatto da Dio per l’uomo, e l’uomo deve esercitare un dominio che porti armonia e fecondità nell’ordine voluto da Dio.

È gravemente ingiusto aborrire l’umanità nel nome dell’ambientalismo. In verità ogni essere umano ha il compito, datogli da Dio, di custodire il mondo facendo sí che esso possa realizzarsi in pienezza.

Molti attivisti propongono soluzioni moralmente inaccettabili come aborto, sterilizzazione, ed eutanasia nel nome del “controllo demografico” arrivando a sostenere perfino soluzioni politiche e legislative straordinariamente violente e disumane. Altre proposte prevedono fortissime ingerenze governative per limitare le dimensioni delle famiglie, eliminare intere industrie, e vietare l’uso di tante risorse violando il principio della sussidiarietà e facendo ricadere i costi delle loro politiche dissennate soprattutto sui piú poveri. Occorre ribadire che se l’amministrazione irresponsabile del mondo è un peccato, non lo sono di meno le soluzioni estremiste che attentano gravemente alla dignità della persona umana.

 

 

8 ottobre 2019

Oggetto: Riti tribali dentro le mura vaticane.

È noto che all’apertura del Sinodo sull’Amazzonia, nei giardini vaticani sono stati celebrati sconcertanti riti alla cosiddetta “madre terra”, a cui ha partecipato anche papa Bergoglio. Fra l’altro, al centro della cerimonia, su un tappeto posato sull’erba, erano poggiate statue ed oggetti, incluso un fantoccio dalle fattezze a dir poco indecenti che non merita ulteriore menzione. Tali fatti costituiscono una grave offesa a Dio e una profanazione, dal momento che tali attività non si addicono mai a cristiani (tanto meno se costituiti in sacris) e a luoghi come il Vaticano, dove nei confronti delle realtà di fede si dovrebbe custodire la massima riverenza.

La domanda è come sia possibile organizzare simili abominazioni e dove si intenda arrivare con gesti cosí indegni, che contrastano in modo evidente con la santità di luoghi tanto cari a tutti i fedeli del mondo. Fatto salvo il dovere della preghiera, affinché Dio converta il cuore dei responsabili, appare doveroso prendere le opportune distanze da un simile gesto. La netta e inequivocabile condanna, in questo caso, è un atto doveroso anche nei confronti di tutte quelle persone che esigono chiarezza e trasparenza, soprattutto in materie cosí gravi relative alla fede e alla morale.

 

 

10 ottobre 2019

Oggetto: Circa i riti tribali amazzonici nei giardini vaticani e nella Basilica di San Pietro.

Non si placa lo sconcerto sui riti tribali amazzonici nei giardini vaticani e perfino nella Basilica di San Pietro. Lo sconcerto, il disgusto e il dolore sono piú grandi che mai, soprattutto quando si pensa alle persone che colà si sono inginocchiate, nel totale silenzio di quei liturgisti ipocriti pronti a contestare le celebrazioni in latino e le genuflessioni dei fedeli dinanzi all’Eucaristia. A quanti sostengono che si sia trattato di un tentativo di inculturazione di elementi amazzonici in una preghiera occorre obiettare che la vera inculturazione è il seme cattolico che si innesta nella tradizione pagana, non certo il contrario. In considerazione di ciò e in attesa di una doverosa rettifica da parte delle autorità ecclesiastiche coinvolte, spetta ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro tali atti indecenti, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro questa e altre ricorrenti mistificazioni della nostra epoca. Videat Deus et judicet!

 

 

10 ottobre 2019

Oggetto: Circa le rivelazioni di Eugenio Scalfari sulle personali credenze di papa Bergoglio.

Di recente il giornalista Eugenio Scalfari ha reso pubbliche alcune affermazioni di papa Bergoglio riassumendole in un suo scritto: “Chi ha avuto, come a me è capitato piú volte, la fortuna d’incontrarlo sa che papa Francesco concepisce il Cristo come Gesú di Nazareth, uomo, non Dio incarnato. Una volta incarnato, Gesú cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo”. Si tratta di parole sulle quali si potrebbe passare oltre addebitandole all’impreparazione teologica del giornalista, a scarsa memoria o a fraintendimento. In seguito Scalfari ha riportato un virgolettato, attribuendo a papa Bergoglio - in riferimento a certi episodi evangelici - anche le seguenti parole: “Sono la prova provata che Gesú di Nazareth, una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtú, non era affatto un Dio”. Occorre precisare che simile affermazioni oltremodo empie - se vere - sono totalmente incompatibili con la fede cattolica e implicano il gravissimo delitto di eresia con tutto ciò che ne consegue.

Nel caso in cui le frasi attribuitegli non siano vere, considerata la loro gravità, essendo stata attribuite al Papa da uno dei piú noti giornalisti italiani, su un quotidiano tra i piú venduti del Paese, dovrebbero suscitare l’immediata e netta smentita della Santa Sede, ammonendo severamente Scalfari a non attribuire piú al Papa simili frasi. Invece il Direttore della Sala stampa della Santa Sede si è limitato a dichiarare che: “...le parole che Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato”.

Vista la gravità dell’attribuzione è inconcepibile che la Sala stampa della Santa Sede si limiti semplicemente a parlare di “libera interpretazione” del giornalista e invece non smentisca categoricamente quanto pubblicato. Purtroppo dal 2013 si assiste periodicamente a enormità sconcertanti mentre coloro che ne dissentono vengono offesi e sistematicamente ingannati. Il teologo di fama mondiale, padre Thomas Weinandy, già membro della Commissione Teologica Internazionale, sul periodico “The Catholic Thing” ha giustamente rilevato che: “La Chiesa, nella sua lunga storia, non si è mai trovata di fronte ad una situazione come quella in cui si trova ora”.

L’auspicio è che dopo questa vicenda non sia piú dato di sentire parole che offendono gravemente tutti i credenti, e particolarmente i cattolici, su questioni di cosí grande importanza e sensibilità; parole che generano confusione e scandalo, e non solo nelle persone piú semplici. Si spera che i collaboratori piú prossimi del Vescovo di Roma veglino piú assiduamente affinché non vi siano pronunciamenti incauti o equivoci ulteriori; tuttavia compete anche ai singoli Pastori rimediare - spesso e con notevole difficoltà - agli scandali inopinatamente arrecati al popolo di Dio - videat Deus et iudicet! -, scandali di cui la stampa atea e anti-cristiana approfitta sempre in larga misura.

 

 

17 ottobre 2019

Oggetto: Circa il rifiuto della Turchia di riconoscere il genocidio armeno e i dolorosi eventi in Siria.

In queste ore drammatiche per la popolazione della Siria l’affermazione del presidente turco Erdogan secondo cui “nella sua storia la Turchia non ha mai compiuto massacri di civili e non lo fa neppure ora” merita sdegno e profonda esecrazione. La Turchia è stata responsabile del massacro degli Armeni a partire dal 1915, e insieme ad esso, del genocidio compiuto contro gli Assiri, per non parlare dei massacri dei greci presenti sul suo territorio. Gli stessi curdi da decenni accusano Ankara di perpetuare questa politica nei confronti della loro etnia.

Ancora oggi assistiamo ad un regime indegno, aggravato dallo sfrontato dispotismo dell’amministrazione Erdogan, che a cento anni dal genocidio perpetrato a danno della minoranza armena, ripete gli orrori del passato vessando il popolo siriano, con azioni belliche che non risparmiano la popolazione civile, né manifestano scrupolo alcuno nella gestione delle relazioni internazionali.

In questi giorni vengono alla luce le menzogne che per anni ci sono state propinate dai tanti mezzi di comunicazione, complici della politica omicida del presidente USA Obama e della sua sodale Hillary Clinton, responsabili della morte di centinaia di migliaia di persone in tutto il Medio Oriente. Cosí pure viene alla luce la menzogna sui cosiddetti “ribelli moderati” che giornalisti servi e conniventi del mainstream hanno propagato, inclusi giornalisti sedicenti “cattolici”, che non denunciano mai coloro che versano sangue cristiano, lasciando del tutto inascoltati gli appelli dei vescovi del luogo.

Di fronte a tanta violenza empia e gratuita resta una domanda aperta: quando l’ONU, a cominciare dall’Occidente, troverà un barlume di dignità per condannare risolutamente questi delitti ed esigere finalmente giustizia?

 

 

31 ottobre 2019

Oggetto: I vaccini e i crimini delle industrie farmaceutiche.

Aumentano i crimini commessi dalle industrie farmaceutiche senza che i governi pongano in atto delle adeguate misure preventive e repressive. Negli USA il sistema VAERS - Vaccine Adverse Event Reporting System (https://vaers.hhs.gov) solo per il vaccino contro l’epatite B ha registrato 122.893 segnalazioni di eventi avversi tra cui: 2.163 casi di morte, 3.406 casi di invalidità permanente e 26.554 eventi che hanno richiesto l’intervento del pronto soccorso. Sempre negli USA diversi autori hanno evidenziato la pericolosità del DNA proveniente da feti umani abortiti scoperto in diversi vaccini immessi nel mercato. È risultato, infatti, che vaccini come quello trivalente, contro rosolia, parotite e morbillo vengano prodotti utilizzando linee cellulari fetali umane e quindi sono fortemente contaminati in quantità pericolose dal DNA fetale umano proveniente dal processo di produzione. Quegli stessi livelli nei vaccini possono innescare l’autoimmunità in un bambino vaccinato.

Prima del 1980, il disturbo dello spettro autistico era una malattia piuttosto rara. Grazie ai dati provenienti dagli Stati Uniti si rileva una svolta intorno al 1981. Alla fine degli anni ‘70 infatti la produzione dei vaccini da parte delle case farmaceutiche era basata su linee cellulari di origine animale, mentre verso la fine degli anni ‘70 iniziarono ad utilizzare linee cellulari provenienti da aborti umani. In realtà oltre all’autismo va considerato l’intero spettro delle malattie autoimmuni, in cui il DNA umano fetale innesca il sistema immunitario infantile che attacca il suo stesso corpo (Tufts University Medical Center di Boston, Massachusetts - USA). Alcuni autori (Deisher) segnalano anche la mutagenesi inserzionale, ossia l’attivazione di tumori, poiché il DNA fetale umano si incorpora nel DNA del bambino causando mutazioni pericolose.

L’orrendo crimine dell’aborto, già di per sé abominevole, diviene cosí oltremodo grave poiché asservito ad una logica terapeutica ed eugenetica che non risponde ad alcun criterio etico. In simili delitti la vita e la dignità umana vengono totalmente sacrificate alla logica satanica neo-liberistica del profitto, un profitto iniquo che grida vendetta al cospetto di Dio.

 

 

5 novembre 2019

Oggetto: circa la cosiddetta “Commissione Segre”.

Le funzioni della “Commissione Segre” - che prende il nome dalla senatrice italiana Liliana Segre - pur avendo lo scopo dichiarato di contrastare i fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo in realtà si sovrappongono a leggi intollerabili già esistenti e, purtroppo, possono prefigurare l’introduzione di nuovi e ulteriori reati d’opinione.

Passando oltre alle ridicole menzogne divulgate da mass-media compiacenti, che hanno volutamente esagerato circa le minacce che la ultranovantenne senatrice avrebbe ricevuto via Internet, è lecito e doveroso chiedersi chi sarà in grado di marcare prudentemente la differenza tra opinione e reato? Chi avrà la capacità di dimostrare che una cattiva idea è un atto violento? Chi avrà la facoltà di distinguere tra sentimento, risentimento, odio, amore, intenzione e azione? Ancora una volta occorre ricordare concetti che sono elementari non solo del liberalismo ma anche della decenza e del buon senso.

Proprio i sentimenti e i risentimenti di odio e di livore, che giustamente si desidera sconfiggere, hanno la loro prima radice in una sub-cultura totalitaria, sempre latente nella storia italiana, in cui alcune parti politiche, soprattutto nella sinistra italiana, presumono, senza pudore, di avere il monopolio del bene, della giustizia e della libertà. Ma il bene e il male non sono un sistema, una società, un partito, un governo o una commissione; sono la legge della nostra coscienza morale che nessuno Stato può “comandare” o presumere ottusamente di regolare per legge. Purtroppo della natura libera della vita morale molti non hanno neppure cognizione, immersi come sono nella vera cultura dell’odio con cui desiderano solo delegittimare i loro avversari, usando sia le leggi dello Stato, sia la manovalanza di quella magistratura corrotta e politicamente lottizzata che in Italia abbonda ancora.

L’auspicio è che, quanto prima, tutte le forze sinceramente democratiche della nazione reagiscano creando un nuovo clima politico di libertà e di diritto in cui le “Commissioni Segre” e altre iniziative simili non abbiano piú ragione di esistere.

 

 

12 novembre 2019

Oggetto: Pubblica protesta contro gli atti sacrileghi di Papa Bergoglio.

In data 9 Novembre 2019 numerosi chierici, studiosi e intellettuali cattolici, hanno protestato pubblicamente condannando gli atti sacrileghi commessi da papa Bergoglio e da alcuni prelati, durante il recente Sinodo sull’Amazzonia tenutosi a Roma.

Il 4 ottobre essi hanno partecipato ad un atto di culto idolatrico e pagano presso i Giardini Vaticani, profanando cosí le adiacenze delle tombe dei martiri e della chiesa dell’apostolo Pietro.

Il 7 ottobre, gli idoli sono stati posti di fronte all’altare maggiore di San Pietro e poi portati in processione nella Sala del Sinodo.

Non contenti di ciò, quando le immagini in legno di quegli abominevoli idoli sono state rimosse dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina, dove erano state collocate sacrilegamente, e gettate nel Tevere da alcuni fedeli offesi dalla profanazione, Papa Bergoglio, il 25 ottobre, si è scusato per la loro rimozione, e nuove immagini di legno sono state riportate nella chiesa reiterando la profanazione.

Il 27 ottobre, nella Messa conclusiva del Sinodo, il Papa ha ricevuto una ciotola, usata nel culto idolatrico, e l’ha collocata sull’altare. Svariate caratteristiche di queste cerimonie sono state condannate come idolatriche o sacrileghe da numerosi chierici e prelati nella Chiesa Cattolica. Queste cerimonie pagane sono state precedute dalla dichiarazione intitolata “Documento sulla Fraternità Umana”, firmata da papa Bergoglio e Ahmad Al-Tayyeb, grande imam della Moschea di Al-Azhar, il 4 Febbraio 2019.

La pubblica protesta si conclude con le seguenti parole:

“Con immenso dolore e profondo amore per la Cattedra di Pietro, imploriamo Dio Onnipotente di risparmiare ai membri colpevoli della Sua Chiesa sulla terra, la punizione che meritano per questi terribili peccati. Chiediamo rispettosamente a Papa Francesco di pentirsi pubblicamente e senza ambiguità, di questi peccati oggettivamente gravi e di tutte le trasgressioni pubbliche che ha commesso contro Dio e la vera religione, e di riparare questi oltraggi. Chiediamo rispettosamente a tutti i vescovi della Chiesa Cattolica di rivolgere una correzione fraterna a Papa Francesco per questi scandali, e di ammonire i loro greggi che, in base a quanto affermato dall’insegnamento della fede Cattolica divinamente rivelato, se seguiranno il suo esempio nell’offesa contro il Primo Comandamento, rischiano la dannazione eterna”.

 

 

18 novembre 2019

Oggetto: Protesta contro gli atti sacrileghi di Papa Francesco.

S. E. Mons. Robert Mutsaerts, vescovo ausiliare di ‘s-Hertogenbosch, nei Paesi Bassi, si è unito ai firmatari della “Protesta contro gli atti sacrileghi di Papa Francesco”, pubblicata on line il 12 novembre u. s. Si tratta del secondo vescovo ad aver firmato la dichiarazione da quando S. E. l’arcivescovo Mons. Carlo Maria Viganò si è unito ai firmatari originali, poche ore dopo la sua divulgazione.

Nella dichiarazione i 100 firmatari iniziali di molti Paesi hanno invitato il Papa a “pentirsi pubblicamente e senza ambiguità per questi peccati oggettivamente gravi” che hanno avuto luogo e hanno chiesto ai vescovi di tutto il mondo una correzione fraterna a Papa Francesco per questi scandali.

 

 

20 febbraio 2019

Oggetto: Circa l'amministrazione della giustizia in Italia, con particolare riguardo ai militari e alle FF. OO.

Da anni l’Italia ha il deplorevole primato europeo del maggior numero di prescrizioni (circa 130.000 nel 2013) e del piú alto numero di condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per l’irragionevole durata dei processi. La lettura delle statistiche pubblicate dalla suddetta Corte, relative al numero di procedimenti celebrati e di violazioni accertate nei confronti dei singoli Stati firmatari della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dal 1959 - anno della sua istituzione - al 2012, offre uno spaccato avvilente del Paese. L’Italia, per numero di processi celebrati dinanzi alla Corte europea è seconda solo alla Turchia (2.870 cause). I cittadini italiani, infatti, sono stati costretti a rivolgersi ad essa ben 2.229 volte, un numero superiore a quelli di Russia (1346), Polonia (1019), Ucraina (893) e Francia (877).

Tre numeri tra i tanti descrivono lo spettacolo indecoroso in cui versa la giustizia italiana:

1) Gli 8-10 anni in cui mediamente si risolve una controversia civile;

2) i 9.074 carcerati - il 16% sul totale - in attesa di una sentenza definitiva, 8.301 dei quali attendono addirittura una sentenza di primo grado;

3) le 50.000 sentenze passate in giudicato nel solo Tribunale di Napoli - 12.000 delle quali riguardano persone che devono essere arrestate - cui non è ancora stata data esecuzione. Dai dati del Ministero della Giustizia risulta che ogni anno 7.000 persone vengano arrestate o costrette ai domiciliari e poi assolte. Una parte di questi si rivale sullo Stato, che mediamente riconosce l’indennizzo ad una vittima su quattro. Dal 1992 il Tesoro - a causa degli errori dei magistrati - ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25.000 vittime di ingiusta detenzione; 36 milioni li ha versati nel 2015 e altri 11 nei primi tre mesi del 2016. Non è un caso, se nella classifica del Global Competitiveness Index del World Economic Forum l’Italia si collochi al 139° posto per l’inefficienza dell’apparato giudiziario, dopo Zimbabwe e Burundi.

La sua perdurante inefficienza è il principale freno allo sviluppo economico del Paese, favorendo chi delinque e colpendo duramente gli interessi degli onesti cittadini. Come se non bastasse, ogni anno l’imprenditoria italiana deve fare i conti con centinaia di modifiche delle norme fiscali, fino a non saper piú rispondere alla domanda fiscale. La cosa è tanto piú grave se si pensa che solo in Italia, ogni violazione di norma dell’economia reale prevede una sanzione penale.

Difficile contare i procedimenti o i processi finiti nel nulla, cosa spesso prevedibile, per non parlare delle incalcolabili perdite di tempo e di risorse, degli scontri istituzionali, delle interpretazioni arbitrarie delle leggi, delle gravissime intromissioni nella vita politica del Paese, senza che i magistrati vengano chiamati a rispondere del proprio operato, pagando come è giusto di persona, come richiesto a tutte le altre categorie e non gravando di nuovo, e pesantemente, sui bilanci dello Stato.

Ugualmente riprovevole è il numero di magistrati amministrativi che svolgono un doppio lavoro. A volte, addirittura, un triplo lavoro, con incarichi di ogni sorta, spesso lautamente retribuiti, della cui legittimità hanno dubitato gli stessi membri del relativo Consiglio (CPGA), senza mai intervenire e nel silenzio scandaloso e pressoché costante della Presidenza della Repubblica. Ciò a totale danno dei cittadini, costretti a consegnare nelle mani di simili toghe cause urgenti o delicatissime che richiedono svariati anni (in media 8 anni) per approdare ad una sentenza. Peraltro, mentre le lungaggini dei giudizi penali e civili sono ben note, quelle dei giudizi amministrativi lo sono assai meno, sfuggendo cosí alla denuncia dei media.

Una menzione a parte merita il rapporto fra giustizia amministrativa, realtà militare e FF. OO. Mentre ci si aspetterebbe che i giudici amministrativi assicurassero indipendenza ed imparzialità, spesso accade il contrario. Infatti, questi hanno spesso rapporti professionali assai ben retribuiti con la Pubblica Amministrazione di cui dovrebbero essere solo disinteressati controllori. Come se non bastasse, piú volte nell’ambito della loro carriera essi vanno in aspettativa e divengono addirittura organici all’Amministrazione con ruoli di altissima responsabilità, se non addirittura impiegati presso altre autorità, per poi rientrare nei ruoli di provenienza e dispensare nuovamente giustizia, nei Tribunali in cui si dibatte della legittimità dell’azione amministrativa, posta in essere dalle medesime amministrazioni o autorità, presso le quali hanno prestato servizio. Tutto ciò in spregio all’art. 51, primo comma, numero 3), del Codice di Procedura Civile, che impone al giudice di astenersi dal decidere qualora abbia «rapporti di credito o debito con una delle parti».

L’esempio piú eclatante di quanto sopra è quello dell’applicazione della Legge n. 241/1990, la cui interpretazione giurisprudenziale è stata stravolta ai danni dei cittadini in uniforme. La legge citata disciplina l’azione amministrativa e prescrive alcuni fondamentali istituti giuridici di garanzia quali l’obbligo di comunicare l’avvio del procedimento al destinatario, il diritto di partecipare alla sua fase decisionale e l’obbligo della motivazione. La suddetta legge è integralmente applicabile a tutti i provvedimenti amministrativi, visto il chiaro disposto dell’articolo 13, che definisce l’ambito di applicazione delle norme sulla partecipazione. Nonostante ciò i giudici amministrativi hanno architettato un principio che il legislatore non ha mai contemplato, secondo il quale, a differenza dei dipendenti civili dello Stato, per i militari e le FF. OO. non è configurabile una situazione giuridica soggettiva tutelabile in ordine alla sede di servizio. Ne consegue che i provvedimenti riguardanti i militari/FF. OO. sarebbero «qualificabili come ordini che attengono ad una semplice modalità di svolgimento del servizio e, come tali, sono ampiamente discrezionali». Tale interpretazione costituisce un obbrobrio giuridico dal momento che anche gli ordini si configurano come provvedimenti amministrativi e pertanto sottoposti alle leggi.

Con ciò in Italia viene respinto il 95% dei ricorsi proposti dai cittadini in uniforme. Tale dato, di per sé allarmante e anomalo, deve essere valutato considerando che nel 5% dei ricorsi accolti sono compresi quelli puramente strumentali, proposti cioè per accedere ad atti amministrativi, per obbligare l’amministrazione a rispondere ad istanze o per chiedere l’ottemperanza di una sentenza. Appare evidente come i giudici amministrativi vedano nei maggiori disagi e rischi del servizio militare o di polizia una ragione non per ampliare, ma per restringere ulteriormente dei già limitati diritti.

È anche in tali vere e proprie vessazioni che risiede la causa del malessere crescente fra militari e FF. OO., che vedono accrescersi in modo preoccupante il tasso di suicidi fra le loro fila. Tra il 2010 e il 2016, ultimo anno di cui sono disponibili i dati (al 2018), sono stati 255 i cittadini in uniforme che hanno deciso di togliersi la vita. Con un picco nel 2012, quando i casi sono stati 42 in totale, una media che supera quasi del doppio la media nazionale. Occorre evitare l’errore di relegare il problema esclusivamente all’ambito personale; il suicidio non è un problema solo psichiatrico o psicologico, ma altresí sociale e sociologico. Vi è un fattore che allo stato attuale non risulta sufficientemente investigato e che invece dovrebbe essere considerato come uno dei fattori di rischio piú importanti: il disgregarsi del sentimento di appartenenza alle istituzioni. Uno dei sentimenti piú forti, in passato, soprattutto nelle organizzazioni militari e di polizia era l’appartenenza all’istituzione e, correlata ad essa, la coscienza che l’istituzione in qualche modo avrebbe tutelato il proprio dipendente nell’esercizio delle sue funzioni. Gli ultimi decenni hanno visto però fatti paradossali, nei quali i cittadini in uniforme si sono sentiti, e di fatto sono stati lasciati soli, dalla stessa istituzione cui appartenevano o che servivano, direttamente o indirettamente. Una di queste istituzioni è in primis la Magistratura, troppo spesso garante con i rei e sempre piú spesso giustizialista con coloro che servono lo Stato in prima linea.

Non vi è dubbio che la lentezza della giustizia faccia comodo a molti. È da decenni che governi corrotti e ricattabili sostengono velleitariamente l’urgenza di una sua profonda riforma. In questo clima di disordine, di illegalità e di rovesciamento dell’ordine morale ed etico molti possono agire quasi indisturbati compiendo i reati piú nefandi, senza che vi sia la certezza di una giustizia rapida ed efficace. Tale esecrabile situazione torna a vantaggio anche di quegli avvocati, che in Italia hanno raggiunto un numero esagerato rispetto agli altri paesi europei, per i quali i tempi interminabili delle cause sono fonte di arricchimento. Soprattutto, essa torna a vantaggio dei criminali che possono prosperare impuniti, facendo spesso affidamento su un’amministrazione della giustizia piú sensibile ai cavilli normativi che all’effettiva tutela del cittadino, pur vittima di violenza e sopraffazione. Sempre piú spesso il processo mediatico si afferma su quello scandalosamente inefficace o eticamente sovversivo dei tribunali, degradandosi a spettacolo costruito per guadagnare solo audience.

A rendere maggiormente drammatica la situazione è l’irresponsabilità di intere classi dirigenziali, quelle odierne, fra le peggiori mai viste dai tempi dell’ultimo conflitto mondiale, sia per mancanza di cultura e di professionalità, sia per una profonda e diffusa immoralità. La consapevole e irresponsabile disgregazione della famiglia e dello Stato, l’ingiustificabile sdoganamento di qualunque deriva culturale, etica e morale, l’ideologia di genere con le sue irrazionali pretese, la decadenza giuridica espressa da norme contrarie al piú elementare buon senso, sono fra le prime cause di questa crisi profonda per cui il diritto statuale e la sua giustizia non seguono piú la ragione ma l’onda delle passioni contingenti.

Occorre sottolineare con estrema durezza quanto sopra per significare che:

1) è urgente per la tutela dell’ordine democratico garantire una corretta immunità parlamentare;

2) è urgente cancellare tassativamente tutti i privilegi dell’Ordine della magistratura che non siano strettamente e realmente rispondenti alla tutela della sua indipendenza dai poteri legittimi dello Stato.

Da lungo tempo ormai, una parte rumorosa della magistratura italiana non opera piú con il rigore del diritto a favore dell’ordine e al servizio dei cittadini, ma a favore di se stessa e di ideologie anti-umane, sicché ben si attaglia a tal parte il celebre aforisma del grande Agostino d’Ippona: «Togli il diritto, e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?» (S. AUGUSTINUS, De Civitate Dei, IV, 4, 1).

 

 

20 febbraio 2019

Oggetto: Lettera aperta ai presidenti delle Conferenze episcopali.

I cardinali Brandmüller e Burke (già firmatari, con i cardinali Caffarra e Meisner, dei dubia inviati al Papa nel 2016, e ai quali egli non ha mai risposto) hanno inviato una lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo rivolgendo loro un appello: “Vi incoraggiamo ad alzare la voce per salvaguardare e proclamare l’integrità della dottrina della Chiesa”. Segue il testo della lettera.

Cari confratelli, presidenti delle Conferenze episcopali, ci rivolgiamo a Voi con profonda afflizione!

Il mondo cattolico è disorientato e si pone una domanda angosciante: dove sta andando la Chiesa? Di fronte alla deriva in atto, sembra che il problema si riduca a quello degli abusi dei minori, un orribile crimine, specialmente quando perpetrato da un sacerdote, che però è solo parte di una crisi ben più vasta. La piaga dell’agenda omosessuale è diffusa all’interno della Chiesa, promossa da reti organizzate e protetta da un clima di complicità e omertà.

Le radici di questo fenomeno evidentemente stanno in quell’atmosfera di materialismo, di relativismo e di edonismo, in cui l’esistenza di una legge morale assoluta, cioè senza eccezioni, è messa apertamente in discussione.

Si accusa il clericalismo per gli abusi sessuali, ma la prima e principale responsabilità del clero non sta nell’abuso di potere, ma nell’essersi allontanato dalla verità del Vangelo. La negazione, anche pubblica, nelle parole e nei fatti, della legge divina e naturale, sta alla radice del male che corrompe certi ambienti della Chiesa.

Di fronte a questa situazione, cardinali e vescovi tacciono. Tacerete anche Voi in occasione della riunione convocata in Vaticano il prossimo 21 febbraio? Siamo tra coloro che nel 2016 interpellarono il Santo Padre sui dubia che dividevano la Chiesa dopo le conclusioni del Sinodo sulla famiglia. Oggi quei dubia non solo non hanno avuto risposta, ma sono parte di una più generale crisi della fede.

Perciò, Vi incoraggiamo ad alzare la voce per salvaguardare e proclamare l’integrità della dottrina della Chiesa. Preghiamo lo Spirito Santo perché assista la Chiesa e illumini i pastori che la guidano.

Un atto risolutore ora è urgente e necessario. Confidiamo nel Signore che ha promesso: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Walter Card. Brandmüller

Raymond Leo Card. Burke

 

 

20 febbraio 2019

Oggetto: Circa la campagna mediatica contro Cristoforo Colombo.

Se fino a pochi decenni fa, figure come quella di Cristoforo Colombo erano viste dagli americani come esempi di eroismo, coraggio e amore per la conoscenza, oggi l’impatto dell’arrivo degli esploratori nel Nuovo Mondo è stato sviscerato piú a fondo, specialmente quello sui popoli indigeni, e si è formato un punto di vista alquanto diverso.

Il caso potrebbe sembrare una banale curiosità locale; uno dei tanti esempi di abuso del politically correct, ormai dilagante oltre i limiti del ridicolo. In realtà il fenomeno ormai è globale. Questo movimento revisionista ha un nome ed è indigenismo. Non si tratta solo di un movimento politico che mira all’emancipazione sociale degli indios nell’America latina e altrove. In realtà esso è un movimento culturale che pretende di riscrivere la storia su basi prettamente ideologiche, rivalutando il ruolo dei popoli indigeni e condannando senza appello quello dei popoli europei.

Poco importa, anche per alcune Chiese locali, che Cristoforo Colombo fosse un cattolico devoto e venisse finanziato da Isabella di Castiglia, una sovrana che, non appena iniziò il fenomeno della schiavitú, intervenne ordinando di non fare mai piú schiavi e di rimpatriare gli indios in America, riportandoli alle loro famiglie a spese della Corona. Troppi omettono in malafede che, anche prima del 1492, la vita degli indigeni era tutt’altro che pacifica. Gli indigenisti mentono quando occultano le atrocità commesse dagli imperi indigeni pre-colombiani. Quando i conquistadores presero Tenochtitlan, vi trovarono i resti di 136.000 vittime di sacrifici umani, prigionieri uccisi come offerta ai loro abominevoli dei, al ritmo di 1.500 all’anno, in media. E gli Aztechi non erano affatto un’eccezione nelle civiltà pre-colombiane. Se invece si vuole condannare lo sterminio dei pellirossa occorre ricordare come esso avvenne in larga parte per mano inglese, anglicana e puritana, e come le stesse guerre indiane, in realtà, abbiano avuto inizio quando Cristoforo Colombo era ormai morto da oltre 200 anni. L’indigenismo, attribuisce alla colonizzazione europea nel Nord e nel Sud America tutte le colpe storiche e attuali del continente americano, come se la lunghissima storia precedente non fosse mai stata.

Questi ideologi dalla memoria corta dimenticano anche che le università in cui si protesta, le strade e le piazze in cui si manifesta, sono tutte opera di quei “conquistatori” e dei loro discendenti. Gli stessi manifestanti sono, nella stragrande maggioranza dei casi, i loro ingrati discendenti. Non solo, anche la loro speranza di vita e il loro benessere, dipendono dalle conquiste umane e materiali fatte dai loro antenati europei.

In realtà l’odio contro Cristoforo Colombo e altri simboli europei nasconde un motivo ben piú eclatante, confessato piú o meno consciamente proprio da alcuni indigenisti, secondo cui “le culture” del Nuovo Mondo sono state oppresse... “nel nome di Dio”. Quel che l’ignoranza indigenista non sopporta in realtà è proprio l’arrivo del cristianesimo nel Nuovo Mondo, la nascita di una “seconda Europa cristiana” al di là dell’Atlantico, che essi vorrebbero cancellare senza appello, dimentichi che dopo aver perso il passato, senza Cristo non c’è nemmeno futuro.

 

 

18 febbraio 2019

Oggetto: Concessione della grazia a tre rei di omicidio/uxoricidio.

Nelle scorse ore, il Capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella, ha firmato tre decreti di concessione della grazia in favore di alcuni rei di omicidio. Il Quirinale pare abbia tenuto conto dell’età avanzata dei condannati e delle precarie condizioni di salute dei medesimi, nonché dei pareri favorevoli espressi dalle autorità giudiziarie e, infine, delle eccezionali circostanze in cui sono maturati i delitti, peraltro evidenziate nelle sentenze di condanna. Considerando con attenzione le implicazioni di questi decreti emergono tuttavia profili di seria criticità. Il primo concerne il fatto che, da quanto è dato sapere, nessuno dei tre graziati aveva espresso parole di pentimento per i gesti compiuti; atti certamente connessi a situazioni di disperazione, ma non per questo, in sé meno gravi, trattandosi di omicidi. Il secondo aspetto riguarda il pericolo che l’esercizio del potere di grazia, cosí come posto in essere dal presidente Mattarella, possa assumere il sapore di una legittimazione, sia pure ovviamente indiretta, degli atti eutanasici.

Gli atti di clemenza cosí concessi sembrano rispondere ad una linea politica che appare chiaramente avversa al dovere della tutela indiscussa della vita umana, sia pure ferita dalla malattia o prossima alla morte, cosí come ribadito costantemente dalla dottrina cattolica. Se tale è la logica sottostante a tali atti, non può non essere confermato il giudizio gravemente negativo, piú volte espresso, circa l’attuale presidenza della Repubblica.

 

 

14 febbraio 2019

Oggetto: Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale di papa Bergoglio.

Il documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar ha suscitato nei mass-media - come prevedibile - un largo consenso. Salvo restando che un sincero dialogo con il mondo islamico sia da incoraggiare, il testo suscita sconcerto e presenta numerosi punti critici che lo espongono ad una serie di critiche particolarmente severe.

Nel testo della dichiarazione si legge che “il pluralismo e le diversità di religione” nascerebbero da “una sapiente volontà divina”. Tale affermazione è in aperta contraddizione con la richiesta di Cristo Signore di andare in tutto il mondo e proclamare il Vangelo ad ogni creatura. Infatti, se le diversità fossero buone per quale motivo il Signore avrebbe esortato gli apostoli ad evangelizzare tutte le genti? Altro motivo di perplessità è dato dall’accento posto con grande enfasi sulla fraternità in un’accezione che appare relativista e sincretista. Tale Dichiarazione infatti recepisce de facto il programma massonico di un unico governo mondiale. Vi si usano concetti, come quello di famiglia, interpretati diversamente sia dalla dottrina cattolica, sia da quella islamica. Come rilevato da diversi critici, l’Apostolo Paolo direbbe che si ricorre ad “argomenti persuasivi di sapienza umana” (1Cor 2,2 ss.) ben diversi dalla sapienza della Croce, sapienza e potenza di Dio, scandalo per i giudei e follia per i pagani. “La sapiente volontà divina” a cui accenna la Dichiarazione non risiede nel pluralismo delle religioni ma nella Croce di Cristo, venuto per radunare i figli di Dio che erano dispersi e per fare dei due [ebrei e gentili] un solo popolo. Poggia pertanto su tale fondamento la radice della vera fratellanza umana.

Papa Giovanni Paolo II nel 2000 volle dare una risposta certa al relativismo, già allora diffuso, con la magistrale Dichiarazione Dominus Iesus sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesú Cristo e della Chiesa, affidata all’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Joseph Ratzinger. Vi si afferma che le visioni relativistiche, secondo le quali tutte le religioni sono valide vie di salvezza, non possono essere accettate. Resta dunque valida la coscienza cristiana di essere la religio vera, in cui metafisica e storia si sono rapportate ed è avvenuta la sintesi tra ragione, fede e vita.

Ancora, nella Dichiarazione di Abu Dhabi, pur ripetendo alcune volte l’espressione “in nome di Dio”, non si nomina mai il nome di Cristo, quantunque la Chiesa cattolica sia ben cosciente che “non v’è altro nome nel quale è stabilito che gli uomini abbiano salvezza”(At 4,12)! La mentalità relativistica, penetrata nella Chiesa odierna, rifiuta il carattere definitivo e universale della rivelazione di Gesú Cristo (cfr. DI, n 5), mentre Egli è l’unico vero rivelatore del Padre (cfr. Gv 1,18). Chi, dunque, nell’itinerario del dialogo interreligioso odierno, omette l’annuncio di Cristo redentore o tace la scelta divina dell’Incarnazione, commette empietà e fa’ di ogni atto di culto una religione vana.

Particolarmente forte e degna di nota la critica del filosofo austriaco, professor Josef Seifert: “Come può Dio volere religioni che negano la divinità e la resurrezione di Cristo”? Egli afferma che la Dichiarazione ha un contenuto eretico perché trasforma Dio in un relativista che “non sa” che esiste una sola verità e “non si interessa” del fatto che gli uomini credano il vero o il falso. Con il documento di Abu Dhabi - afferma Seifert - papa Bergoglio rifiuta il cristianesimo e lascia intendere che Dio si oppone ad una Chiesa, come quella Cattolica, che respinge ogni relativizzazione della religione cristiana. Il professor Seifert chiede pubblicamente a papa Francesco di abiurare dall’eresia: “Se non lo fa, temo che si possa applicare la legge canonica, secondo cui un papa perde automaticamente il suo ufficio petrino se professa un’eresia, e specialmente se professa la somma di tutte le eresie”.

 

 

10 febbraio 2019

Oggetto: Il Manifesto della Fede del Card. Gerhard Müller.

«Non sia turbato il vostro cuore!» (Gv 14,1). È con questo versetto del Vangelo che si apre il “Manifesto della Fede” del cardinale Gerhard Müller, diffuso domenica 10 febbraio 2019 in sette lingue. In un momento in cui «molti cristiani non conoscono piú nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare piú il cammino che porta alla vita eterna», il cardinal Müller ritiene che la fonte piú sicura di orientamento sia il Catechismo della Chiesa Cattolica, «scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla “dittatura del relativismo”». Il Manifesto, con un linguaggio conciso, chiaro ed esemplare, si chiude con un appello a ricordare «queste verità fondamentali aggrappandoci a ciò che noi stessi abbiamo ricevuto (...) L’avvertimento che Paolo, l’apostolo di Gesú Cristo, da al suo collaboratore e successore Timoteo è rivolto in modo particolare a noi, vescovi e sacerdoti. Egli scriveva: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesú, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà piú la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2Tm 4,1-5)».

 

 

8 gennaio 2019

Oggetto: In merito al caso di Don Alessandro Minutella.

Di recente ha suscitato interesse il caso del sacerdote palermitano Don Alessandro Minutella. Occorre subito precisare che se egli ha ragione nel denunciare la deriva modernista della Chiesa, tuttavia è in errore nel fare una serie di valutazioni che almeno in parte ne giustificano le sanzioni canoniche in cui è incorso.

In modo particolare Don Minutella erra nei seguenti punti:

1) Erra nel ritenere che Papa Francesco sia stato eletto invalidamente e quindi non sia vero Papa, poiché la sua elezione sarebbe stata orchestrata, in violazione della Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis di papa Giovanni Paolo II del 22 febbraio 1996. Occorre infatti considerare che nessun cardinale presente al conclave ha contestato pubblicamente la validità dell’elezione di Papa Francesco, mentre lo stesso Papa emerito Benedetto XVI, appena informato dell’elezione di Francesco, gli ha promesso obbedienza come a Papa legittimo.

2) Erra nel considerare eretico formale Papa Francesco, poiché per quanto abbia un linguaggio spesso improprio ed equivoco, quando i suoi pronunciamenti magisteriali e le circostanze in cui si collocano, vengono sottoposti ad un’attenta esegesi non possono essere propriamente qualificati come eretici. Occorre infatti considerare che anche in questo caso nessun cardinale e la stragrande maggioranza dei vescovi e dottori ha mai accusato pubblicamente di eresia Papa Francesco, pur essendosi registrate delle ragguardevoli eccezioni.

3) Erra nel considerare il Concilio Vaticano II come un concilio esclusivamente “pastorale” per il fatto che non conterrebbe - afferma - nuove definizioni dogmatiche. Il Concilio invece, oltre ad una parte pastorale, consta anche di due costituzioni dogmatiche, la Lumen gentium sulla Chiesa e la Dei Verbum sulla divina rivelazione, oltre a presentare insegnamenti dottrinali importanti anche in altri documenti. Occorre infatti considerare che anche in questo caso la stragrande maggioranza dei vescovi e dottori non ha mai ricusato l’autorità del Concilio, pur essendosi registrate delle eccezioni non autorevoli.

Oltre agli errori sopra elencati Don Minutella ha dichiarato che la S. Messa celebrata “una cum Francisco”, cioè in comunione con Papa Francesco, sarebbe invalida. Quanto sopra costituisce un errore gravissimo, poiché la S. Messa è sempre valida a condizione che: 1) il Ministro che la celebra sia validamente ordinato; 2) sia celebrata con la materia e la forma stabilite dalla Chiesa; 3) il celebrante abbia l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa.

Le prese di posizione di don Alessandro Minutella causano disordine e confusione fra i fedeli ed egli ha il gravissimo dovere di ritrattarle e di emendarsi, fatto salvo il necessario spirito critico nei confronti dei veri mali che affliggono la Chiesa attuale.

Quanto alle cosiddette “locuzioni dal Cielo” che egli sostiene di avere, non risultano da alcuna fonte argomenti a favore della loro autenticità per cui, considerata l’ostinazione nelle sue tesi, esse costituiscono una valida ragione in piú per prendere le dovute distanze dalla sua persona e soprattutto dal suo insegnamento.

Considerati gli errori in cui egli ancora persevera le sanzioni canoniche inferte sono valide, e le ragioni che porta per dichiararle invalide non hanno alcun solido fondamento, poiché gli atti del Pontefice attuale, per le ragioni sopra enunciate, conservano intatto il loro valore giuridico.

 

 

 

 

 

• ANNO 2018
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9 ottobre 2018

Oggetto: Circa il Sinodo dei Vescovi sui giovani.

Il 3 ottobre scorso ha avuto inizio la XV assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi che durerà fino al 28 ottobre prossimo. Senza entrare in merito alla sua opportunità in un momento cosí critico per la Chiesa odierna, denso di polemiche e scandali, occorre rilevare quanto già osservato in altre occasioni. Il Sinodo per alcune frange progressiste è diventato un’occasione per mettere in discussione il magistero perenne della Chiesa. Si auspicano la “conversione” e il “cambiamento” in un contesto di ascolto dei giovani da cui sono giunte “provocazioni” su molti temi, che da tempo appaiono sempre i medesimi: l’omosessualità, il gender, il sesso pre-matrimoniale, la discriminazione verso le donne, anche in ambito ecclesiale. Sorge il dubbio che la metodologia adottata sia quella già vista innumerevoli volte in assemblee appiattite sulla ricerca di un consenso che non riconosce piú la verità sull’uomo che Cristo ci ha rivelato. Alcuni padri sinodali hanno contestato la presenza di un linguaggio di stampo omosessuale nell’Instrumentum Laboris. La Chiesa non può e non deve inseguire il mondo nell’illusoria ricerca di un consenso sociale che dovrebbe legittimarne l’esistenza. Ciò che la Chiesa può è deve offrire è una proposta di significato che scaturisce da quell’incontro con Cristo che dà senso a tutte le cose, e che rende pienamente ragione della fede che essa ha sempre tramandato. Troppo spesso è dato di vedere una Gerarchia che non parla piú per fede, ma per calcolo politico. L’auspicio è che numerose altre voci, come accaduto nello scorso Sinodo, sappiano riportare l’assemblea dei vescovi all’autentica missione che attende la Chiesa. Il dramma odierno dei giovani - come degli adulti - scaturisce dalla mancanza di ascolto della Parola di Dio: troppo pochi ascoltano Dio e troppo pochi parlano con parole di Dio. La Chiesa conosce bene l’elenco delle sofferenze, dei sogni, delle disillusioni dei giovani; pochi Pastori tuttavia offrono una risposta secondo il Vangelo. La risposta autentica è eterna: Gesú Cristo, e non muta a seconda delle esigenze delle diverse epoche. Se l’assise sinodale privilegerà il dialogo, parola di cui non c’è traccia nella Scrittura, rispetto all’ascolto e all’adorazione significherà che essa è diventata incapace - quod absit - di proporre la via della verità e della santità, resa possibile dalla grazia divina: “Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2).

 

 

4 ottobre 2018

Oggetto: Sul ruolo del Capo dello Stato nei recenti eventi politici italiani.

Come previsto, gli eventi politici degli ultimi mesi succedutisi in Italia hanno messo in evidenza i gravissimi limiti dell’attuale Capo dello Stato. L’evidente subalternità ad una visione politica di parte ha consegnato l’Italia ad un governo privo della necessaria unità e stabilità, un governo tuttavia legittimo, ben piú dei precedenti, e nonostante ciò piú volte contestato e parzialmente delegittimato da una Presidenza della Repubblica critica quando non ostile. Non a caso da piú parti è stata invocata la messa in stato di accusa del Capo dello Stato. Forse mai nella storia della Repubblica il Quirinale ha assunto posizioni cosí prossime alla faziosità politica tanto da suscitare notevoli polemiche che, in una democrazia piú matura, avrebbero sicuramente avuto gravi conseguenze politiche e giuridiche. Dal Presidente della Repubblica ci si attendono prese di posizione a tutela della Nazione, della sua dignità e sovranità. Al contrario, spesso è dato di vedere il Capo dello Stato in posizioni polemiche con il governo e a tutela degli interessi tutt’altro che trasparenti di un’Europa che oggi mostra il suo volto piú deteriore. I cittadini hanno il diritto di vedere la massima autorità della Repubblica a garanzia dei suoi valori, a tutela di un Paese che non può tollerare il livello di offese che si rovesciano ogni giorno dai piú disparati personaggi dell’Unione Europea, rappresentino o no un’autorità legittima. La Presidenza della Repubblica dovrebbe star al disopra dei dibattiti politici e non lanciare allarmi ingiustificati sul presunto nazionalismo montante e foriero di guerre. Non risulta che l’attuale governo finora abbia dichiarato guerre o voluto nuovi interventi militari. Fu il governo D’Alema invece, con il vicepresidente del Consiglio Sergio Mattarella, che nel 1999 coinvolse l’Italia nell’iniquo intervento militare contro la Serbia partecipando all’incursione su Belgrado, la prima capitale europea bombardata dopo la seconda guerra mondiale! Senza un deciso cambiamento nella sua politica l’attuale Capo dello Stato rischia seriamente di consegnare alla storia la peggiore presidenza che la vicenda repubblicana abbia mai conosciuto.

 

 

25 settembre 2018

Oggetto: Esercizi spirituali per i sacerdoti diretti dal Sig. Enzo Bianchi.

È cosa nota che alla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel corso degli anni, siano giunte molte denunce, assieme a numerose richieste da parte di diversi Eccellentissimi Vescovi che chiedevano pareri in merito all’ortodossia dottrinale dei libri e delle pubbliche conferenze tenute dal Sig. Enzo Bianchi. Forse anche a motivo del suo status laicale non pare che alcuna autorità abbia mai preso in forma pubblica i necessari provvedimenti. Molte osservazioni ci sarebbero da fare in merito alle affermazioni del sopra citato personaggio: dall’ambigua figura di Dio Padre, sminuita da un’analisi improntata a schemi di matrice freudiana, alla negazione della processione della Seconda Persona della Santissima Trinità, per seguire con una cristologia che racchiude in sé i connotati dell’eresia, insieme ad un inaccettabile relativismo teologico e religioso, presentato come ecumenismo o dialogo interreligioso. Si tratta di dottrine che il Bianchi proferisce e semina da decenni, favorito da un’accondiscendenza inaudita da parte di una porzione di clero quanto meno sprovveduto e irresponsabile. Di recente alcuni teologi di rilievo, come per esempio il Rev. Mons. Antonio Livi, hanno sottolineato la gravità delle sue affermazioni senza che le competenti autorità abbiano dato seguito ai suoi doverosi e documentati richiami, anzi attirandosi gli strali di quotidiani come Avvenire, foglio ormai privo da tempo di autorevolezza e credibilità. La parabola mediatica del Bianchi rende evidente come sia possibile “giocare” con le parole, celando dietro di esse una profonda ignoranza e/o un voluto e cosciente distacco dalla teologia cattolica e in specie dalla patrologia, dalla storia della Chiesa e dalla dogmatica. In considerazione di ciò e in attesa di una chiara presa di posizione da parte delle autorità ecclesiastiche competenti, spetta ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro tali dottrine, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro questa e altre diffuse imposture religiose della nostra epoca.

 

 

23 agosto 2018

Oggetto: Circa la “Lettera ai presbiteri” del sig. Enzo Bianchi.

Di recente è stato divulgato un testo del sopra citato personaggio dal titolo “Lettera ai presbiteri” cui è stata data una certa enfasi anche da parte di alcune autorità ecclesiastiche. Il Bianchi rivolgendosi ai sacerdoti della Chiesa Cattolica si esprime con un linguaggio equivoco, quasi fosse anch’egli sacerdote, introducendola con simili parole: «Cari presbiteri mentre mi rivolgo a voi, a voi miei fratelli nel ministero, miei collaboratori, a voi che siete “fratelli nostri e cooperatori di Dio nel Vangelo di Cristo” (lTs 3,2)»... Il testo in oggetto apparirebbe degno di nota, se non fosse che il Sig. Bianchi non essendo presbitero non può affatto considerarsi “fratello nel ministero” di nessun sacerdote. Non solo, l’espressione “cooperatori di Dio nel Vangelo di Cristo” è appropriata per un vescovo nei confronti del suo presbiterio, non di un laico come il Sig. Bianchi. Posizione degna e del tutto rispettabile, quella di qualsiasi laico (christi-fidelis), ma da non confondere con quella del sacerdote o ancor piú del vescovo. Nella lettera non si tratta tanto del rapporto con Cristo, essenziale e costitutivo per ogni sacerdote, ma del rapporto con le persone, attraverso la cui relazione sviluppare una conversione: è la consueta visione orizzontale del Bianchi, che perde troppo spesso di vista la dimensione trascendente. Nella sua equivoca “Lettera ai Presbiteri” il Bianchi non sollecita all’adorazione eucaristica, ad una vera “vita interiore”, egli parla di un Dio spirituale (Cristo crocifisso è spesso inesistente nei discorsi del Bianchi) davanti al quale avrà successo il presbitero “capace di creatività” e di “parola”. La Liturgia è liquidata in modo equivoco come se, l’Eucaristia, fosse un diritto per tutti, per chiunque, dal momento che non si accenna minimamente al Ministero della confessione, alla penitenza e alla necessaria conversione! Il Bianchi parla di una “liturgia umanizzante” attraverso la quale dispensare la misericordia gratuitamente. Ma il problema piú grave non è che il Bianchi si rivolga in questa lettera a coloro che sono segnati dal sacro ordine con queste ed altre equivoche parole, il problema è che questo lo faccia con una lettera pubblicata sul sito Web ufficiale della Congregazione per il Clero, ciò che provoca sconcerto e dispiacere, anche per il prestigio del Dicastero. In considerazione di ciò e in attesa di una doverosa rettifica da parte delle autorità ecclesiastiche competenti, spetta ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro tali scritti, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro questa e altre ricorrenti mistificazioni della nostra epoca.

 

 

23 settembre 2018

Oggetto: In merito alle dichiarazioni della Corte Europea dei diritti dell’uomo in materia di aborto.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata di recente stabilendo che sarebbe lecito censurare chi sostiene che l’aborto sia equiparabile ad un omicidio aggravato. Il tribunale di Strasburgo, che fa capo al Consiglio d’Europa, ha rigettato cosí il ricorso di un attivista anti-abortista tedesco, Klaus Guenter Annen, a cui i tribunali germanici avevano impedito di accostare l’interruzione di gravidanza all’omicidio e allo sterminio degli ebrei nei lager nazisti, come il Sig. Annen aveva invece fatto sul proprio sito Internet e altrove. Censurare una tale affermazione, secondo i giudici di Strasburgo, non comporterebbe una violazione della libertà di espressione di chi la sostiene. Nel fornire le motivazioni della propria sentenza, la Corte ha spiegato contraddicendosi che “le ingiunzioni [dei tribunali tedeschi] limitavano sí la libertà di espressione di Annen ma erano ‘necessarie in una società democratica’”. Il punto è che in una società veramente democratica non possono essere ammessi i reati di opinione. Ora, premesso che organismi come la Corte Europea dei diritti dell’uomo non hanno alcuna rilevanza e autorità in materia dottrinale e di fede, occorre ribadire che nessun credente è tenuto ad osservarne i pronunciamenti, soprattutto quando tendono a contrastare i principi non negoziabili della morale e dell’etica. Senza entrare in merito a paragoni piú o meno soggettivi è tuttavia necessario ribadire che la cosiddetta “interruzione di gravidanza” costituisce a tutti gli effetti un omicidio ed un gravissimo peccato che oltre alle conseguenze sul piano morale comporta anche la scomunica latae sententiae, effectu secuto, in cui incorre tanto la madre quanto i cooperatori e i corresponsabili di tale atto, inclusi quanti con il loro parere o consiglio favoriscano in qualsiasi modo l’esecuzione di tale delitto. Quanto sopra, sia per riprovare i discutibili connotati ideologici di organismi come la Corte Europea dei diritti dell’uomo, sia per sottolineare la gravità estrema di alcuni crimini cui la Chiesa ha ritenuto necessario associare una pena esemplare al fine di scoraggiarne il ricorso.

 

 

10 agosto 2018

Oggetto: Circa la pena di morte e la sua liceità.

Risale a qualche giorno fa la notizia secondo la quale papa Bergoglio ha deciso di modificare il Catechismo della Chiesa cattolica approvato da S. Giovanni Paolo II nel 1992, per quanto concerne il punto in cui si tratta della pena di morte (n. 2267). Il motivo principale a sostegno del cambiamento sarebbe il fatto che la persona, anche se compie delitti disumani, mantiene la sua altissima dignità, perciò la pena di morte sarebbe da considerarsi inammissibile in quanto lesiva di tale dignità. Alcuni sostengono tale tesi con il fatto che oggi ci sarebbero forme di riparazione e di deterrenza tali da rendere superflua la pena di morte. Tali argomentazioni sono legate all’evoluzione storica e quindi non sono in toto di interesse dottrinale. Senza dubbio la sensibilità odierna al riguardo è cambiata e la pena di morte viene valutata in modo molto diverso rispetto al passato. In linea generale, è certo auspicabile che essa vada scomparendo dalle legislazioni di tutti gli Stati, in quanto ciò è possibile. Il punto è che si vorrebbe che il cambiamento del testo sulla pena di morte escludesse in modo definitivo anche quei casi-limite che, nella versione del 1992, sono piú o meno implicitamente contemplati, ciò che costituisce di fatto una pura e semplice velleità. Sarebbe infatti auspicabile anche una società dove non ci fosse bisogno di carceri, cosa purtroppo equivalente ad una utopia. In realtà, se è vero che le moderne società possono tutelare il bene comune privando della libertà i rei, non è detto che esso possa essere garantito allo stesso modo in zone disastrate o meno civilizzate dove le strutture di detenzione versano spesso in condizioni precarie o sono addirittura inesistenti. Oltre a ciò, nessuno può escludere che anche nei luoghi piú progrediti, un domani, possano verificarsi situazioni di una gravità tale da richiedere l’applicazione di leggi straordinarie e perfino della legge marziale. È vero che la pena capitale lede il bene indisponibile della vita, che essa possa rendere piú problematico il riscatto morale del reo, che sia altresí contraria alla dignità umana e allo spirito del Vangelo, ciononostante essa è giustificabile in misura analoga a quella della legittima difesa: fatte le debite differenze, come il singolo ha il diritto di tutelare la propria vita ricorrendo alla legittima difesa, cosí lo Stato ha il diritto di tutelare il bene comune ricorrendo alla pena capitale; non si tratta pertanto di mettere in discussione una pura e semplice scelta teorica ma di reagire dinanzi a situazioni concrete e talvolta imprevedibili che potrebbero rendere inevitabile il ricorso alla pena di morte da parte della pubblica autorità. Si pensi, per esempio, al dovere di ristabilire l’ordine e le minime condizioni di convivenza civile anche solo in una città in preda al caos, in cui decine di migliaia di facinorosi si danno alla violenza e al saccheggio senza alcun ritegno; sarebbe illusorio pensare che si possa ripristinare la legalità senza ricorrere anche ad adeguati mezzi coercitivi. La storia recente è colma di agghiaccianti catastrofi umanitarie dove il ricorso all’uso etico della forza si è reso inevitabile e perfino doveroso: la guerra nei Balcani (dove Giovanni Paolo II implorò di fermare la mano dell’aggressore) e il genocidio nel Rwanda, con milioni di morti, per fare solo alcuni esempi, hanno offerto al mondo intero una drammatica e atroce testimonianza di tale necessità. In questi casi “disarmare” anche solo moralmente la pubblica autorità equivale a “rendersi corresponsabili” degli autori dei disordini e dei massacri gravandola per di più di uno stigma iniquo. Solo l’uccisione diretta e volontaria dell’innocente è sempre un male e non può mai essere tollerata. La pena capitale trova dunque la sua liceità morale nel fatto che tutti hanno il dovere morale di difendere se stessi (e gli eventuali innocenti aggrediti) prima che la vita degli aggressori: «Come è lecito, anzi doveroso, estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, cosí quando una persona è diventata un pericolo per la comunità o è causa di corruzione degli altri, essa viene eliminata per garantire la salvezza della comunità» (cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II-II, q. 29, artt. 37-42). L’ordinamento giuridico - nella previsione della reiterazione del reato - può ricorrere alla pena capitale se è l’unico modo per difendere l’incolumità dei cittadini. È proprio il dovere di tutelare la preziosità intrinseca delle persone facenti parte di una collettività, cioè la loro dignità, che giustifica la pena capitale. Papa Pio XII al riguardo affermò che: «...anche quando si tratta dell’esecuzione capitale di un condannato a morte lo Stato non dispone del diritto dell’individuo alla vita. È riservato allora al pubblico potere di privare il condannato del bene della vita, in espiazione del suo fallo, dopo che col suo crimine, egli si è già spogliato del suo diritto alla vita» (cfr. Discorso al I Congresso di Istopatologia del Sistema Nervoso, 13-09-1952, n. 28). A motivo delle nostre azioni infatti possiamo degradare la nostra dignità morale, non certo quella naturale che è intangibile (l’omicida resta sempre persona). Per tali motivi, contrariamente a quanto affermato da alcune fonti, anche ecclesiastiche, la pena capitale non è contraria alla dignità morale della persona. Del resto anche la reclusione, che sopprime un bene indisponibile come quello della libertà e che potrebbe essere intesa, a torto, come lesiva della dignità del reo, è invece moralmente lecita. Ne consegue pertanto che la sopraddetta modifica non è ricevibile, in quanto priva di reale fondamento, né da parte del singolo fedele, né tanto meno da parte della pubblica autorità, gravemente vincolata a difendere l’ordine e la pacifica convivenza con tutti gli strumenti legittimi a sua disposizione. Per tali ragioni si deve ritenere in coscienza come immutato il n. 2267 del Catechismo della Chiesa cattolica nella forma approvata da S. Giovanni Paolo II nel 1992.

 

 

4 marzo 2017

Oggetto: Sulle affermazioni di P. Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia di Gesú.

Di recente sono state divulgate alcune affermazioni del preposito generale dei gesuiti, P. Arturo Sosa, secondo il quale le parole di Gesú andrebbero contestualizzate a motivo del fatto che gli evangelisti non avevano con sé “un registratore” (sic). Tale inaudita affermazione non meriterebbe alcun commento, men che meno teologico; tuttavia trattandosi di un intervento di un’autorità ecclesiastica di rilievo si rende necessario, per responsabilità pastorale nei confronti dei fedeli, un richiamo in merito alla verità rivelata. Il Rev. P. Sosa si riferisce in modo a dir poco sconsiderato a pericopi evangeliche, nelle quali è contenuta la dottrina rivelata sul matrimonio, sostenendo che si tratta di parole di uomini (gli agiografi), trasmesse da altri uomini (gli Apostoli e i loro successori) e interpretate da altri uomini ancora (i teologi). Con tali affermazioni P. Sosa rinnega tutti i dogmi fondamentali della Chiesa cattolica, a cominciare da quello della divina ispirazione della Sacra Scrittura, da cui derivano le proprietà di “santità” e di “inerranza” degli insegnamenti biblici (richiamate da Pio XII nel 1943 con l’enciclica Divino afflante Spiritu e poi riproposte dal Concilio Vaticano II nel 1965 con la costituzione dogmatica Dei Verbum), per finire con quello dell’infallibilità del magistero ecclesiastico quando definisce formalmente le verità che Dio ha rivelato per la salvezza degli uomini (definita nel 1870 dal Concilio Vaticano I con la costituzione dogmatica Pastor Aeternus e riproposta anche dal Concilio Vaticano II con le costituzioni dogmatiche Lumen gentium e Dei Verbum). Oltre a quanto sopra il P. Sosa si è espresso negativamente sull’esistenza del demonio e su altri argomenti attinenti alla fede in modo tale da suscitare scandalo, per tacere dell’irenismo manifestato in merito ad alcune religioni non cristiane. Tale atteggiamento lo si ritrova analogamente nei discorsi e nei testi di numerosi autori che si sono espressi contro il depositum fidei, i quali o con un linguaggio semplicistico e apparentemente ingenuo (P. Arturo Sosa, Enzo Bianchi e altri), o con un linguaggio piú forbito (Card. Gianfranco Ravasi, Card. Walter Kasper, Andrea Grillo, Mons. Bruno Forte e altri) o con un linguaggio specialistico (Karl Rahner e Hans Küng in primis) hanno compromesso in modo grave la fede e i costumi di una moltitudine di persone. Nel caso di P. Sosa, per limitarsi al contesto, non è possibile ritenere che non abbia la preparazione teologica necessaria a comprendere come ciò che afferma contraddica apertamente alla fede cattolica. In considerazione di ciò e in attesa di un doveroso intervento da parte delle autorità ecclesiastiche competenti, spetta ai singoli Pastori la necessaria vigilanza contro tali mistificazioni, insieme ad un’attiva opera di contrasto contro queste ed altre dottrine contrarie alla fede divina e rivelata.

 

 

12 febbraio 2016

Oggetto: In merito ad alcune dichiarazioni di papa Bergoglio.

È giunta notizia che nei giorni scorsi Papa Bergoglio, durate un incontro a Casa Santa Marta, abbia annoverato gli onn. Giorgio Napolitano ed Emma Bonino “tra i grandi dell’Italia di oggi” (vedasi, per esempio, su “Il Giornale”, articolo a firma di Sergio Rame, lunedí, 8 febbraio 2016). Oltre a ciò la stampa riporta che l’on. Napolitano sarebbe stato autore di un “gesto eroico”... “quando ha accettato per la seconda volta, a quell’età, e sebbene per un periodo limitato, di assumersi un incarico di quel peso, l’ho chiamato e gli ho detto che era un gesto di eroicità patriottica”. Quanto all’ex ministro degli Esteri, l’on. Bonino sarebbe stata elogiata come “la persona che conosce meglio l’Africa”, unitamente ad altre valutazioni di segno positivo. È confortante pensare che il Signore invece abbia usato il termine “grande” per persone di segno radicalmente opposto, cosa che occorre sottolineare con determinazione. Considerato ciò e l’inaudita intempestività delle sopracitate affermazioni non si ritiene di doverne riportare altre, pur pubblicate dalla stampa nazionale. È doveroso ricordare che sia l’on. Pannella, sia la Bonino, nel corso della loro vita politica, hanno lottato strenuamente per far approvare leggi scellerate, frutto di ideologie come il materialismo nichilista-relativista, segnato dall’illusione di considerare il problema di Dio come irrilevante. Essi hanno realizzato quel “partito radicale di massa” che si è poi diffuso nell’intera società, promuovendo aborto, divorzio, femminismo, liberalizzazione della droga, depravazione dei costumi ed eutanasia, propagandati come segno di progresso e di liberazione. Nessuno di costoro ha mai chiesto perdono per gli aborti procurati e per il sostegno a favore di questo vero olocausto umano di dimensioni incalcolabili. La situazione penosa della famiglia italiana è anche frutto delle politiche diffuse e propagandate dalla Bonino e dal suo Partito Radicale e - prima ancora - dal Partito Comunista Italiano di cui l’on. Napolitano fu uno dei piú convinti dirigenti, tanto da sostenere l’invasione illegittima manu militari dell’Ungheria e la sua oppressione sotto la violenta tirannide sovietica. Il pensiero oggi diffuso propone cosí una “falsa compassione”: quella che ritiene che sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di pietà procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come mero diritto invece che dono, un atto lecito la strumentalizzazione di vite umane come cavie da laboratorio per salvarne presumibilmente altre. La compassione evangelica non è questa, è quella che accompagna e segue l’uomo nel momento del bisogno, cioè quella del buon samaritano, che “vede”, “ha compassione”, si avvicina e offre l’aiuto concreto (Lc 10,33). L’auspicio è che dopo questa vicenda non sia piú dato di sentire parole che offendono tutti i cattolici, e particolarmente i cattolici italiani, su questioni di cosí grande importanza e sensibilità; parole che generano confusione e scandalo, soprattutto nelle persone piú semplici. Compete ai collaboratori piú prossimi del Vescovo di Roma il compito di vegliare affinché egli non si pronunci in modo incauto su fatti e persone a lui poco noti; tuttavia compete ai singoli Pastori rimediare - spesso e con notevole difficoltà - agli scandali inopinatamente arrecati al popolo di Dio, videat Deus et iudicet, di cui la stampa atea e anti-cristiana approfitta sempre in larga misura.

 

 

12 settembre 2018

Oggetto: Circa il dossier di S. E. Mons. Claudio Viganò.

È un fatto raro ed estremamente grave nella storia della Chiesa che un vescovo accusi pubblicamente e specificamente un Papa regnante. In un documento pubblicato il 22 agosto 2018, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò afferma che da cinque anni papa Francesco era a conoscenza di due fatti: che il cardinale Theodor McCarrick aveva commesso reati sessuali con i suoi seminaristi e con i suoi sottoposti, e che erano state comminate delle sanzioni a suo carico da parte di papa Benedetto XVI. L’arcivescovo Viganò ha confermato la sua dichiarazione con un giuramento fatto in nome di Dio. Allo stato attuale non si hanno motivi plausibili per dubitare della veridicità del suddetto documento.

I cattolici di tutto il mondo, ma non solo, sono profondamente addolorati e scandalizzati per il fatto che le autorità ecclesiastiche hanno coperto e protetto dei chierici che hanno commesso reati di tale inaudita gravità. Questa situazione richiede una pronta e seria reazione ed una trasparenza assoluta a tutti i livelli della gerarchia della Chiesa, in primo luogo, evidentemente, da parte del Pontefice.

Gli appelli alla tolleranza zero e le richieste di perdono diventeranno credibili solo se le autorità ecclesiastiche, a cominciare dalla Curia Romana, faranno realmente chiarezza e provvederanno con la necessaria giustizia e determinazione.

Dal documento dell’Arcivescovo Mons. Viganò si possono trarre alcune conclusioni:

1) La Santa Sede e il Papa per primo devono combattere senza compromessi e sradicare dalla Curia romana, dall’episcopato e dal clero tutte le lobbies omosessuali, senza riguardo per qualsivoglia titolo e grado

2) Il Papa deve ribadire in modo inequivocabile la dottrina divina sul carattere gravemente peccaminoso degli atti omosessuali.

3) Devono essere ribadite e se necessario emanate norme perentorie e dettagliate che impediscano l’ordinazione di uomini con tendenze omosessuali.

4) È essenziale che il Papa ripristini ed esiga nuovamente la purezza e la genuinità dell’intera dottrina cattolica tanto nell’insegnamento, quanto nella predicazione.

5) Devono essere restaurati nella Chiesa, attraverso il magistero papale ed episcopale e attraverso le norme giuridiche, l’ascesi cristiana in tutte le sue dimensioni: lo spirito penitenziale, lo spirito e la prassi della riparazione e dell’espiazione per i peccati commessi.

6) Nella Chiesa deve essere ripristinato un processo severo e certo di selezione dei candidati all’episcopato e al presbiterato, che siano manifestamente dei veri uomini di Dio, esemplari nella preghiera, nella dottrina e nella vita morale.

7) Occorre favorire nella Chiesa lo sviluppo di un movimento di autentica riforma, anzitutto tra i cardinali, i vescovi e i sacerdoti, che porti a restaurare, a cominciare dalla divina liturgia, la bellezza derivante dal depositum fidei e dalla Tradizione cattolica nell’equilibrio vitale con le reali esigenze del presente.

Non dovrà sorprendere che i principali mezzi di comunicazione, legati alle oligarchie che promuovono con tutti i mezzi l'omosessualità e la depravazione morale, inclusi alcuni media in apparenza religiosi o ecclesiastici, comincino a denigrare la persona di S. E. Mons. Viganò cui deve essere riconosciuto quanto meno il coraggio della denuncia. È già evidente che i mass-media tenteranno di coprire con il silenzio i punti chiave del suo documento, nel tentativo di ostacolare l’avvio di una seria riforma della Chiesa che inverta il processo di crisi e di voluta decadenza in atto.

 

 

10 settembre 2018

Oggetto: Circa il dossier di S. E. Mons. Claudio Viganò.

Il 26 agosto scorso S. E. Mons. Carlo Maria Viganò ha consegnato alla stampa un dossier sugli abusi sessuali perpetrati da un cardinale e da vari ecclesiastici su dei seminaristi americani. Senza entrare in merito alla sua veridicità, della quale tuttavia non si ha motivo di dubitare, occorre rilevare alcuni aspetti che rendono ancora piú dolorosa la questione.

Allo stato attuale papa Bergoglio non ha voluto nominare una commissione ad hoc per indagare sui fatti, né ha dichiarato di voler giudicare egli stesso, ma ha rimesso alla stampa la facoltà di giudicare su fatti gravissimi, che riguardano la fede e la morale. Occorre rilevare con non poco disappunto che un pontefice non può non assumersi gli oneri derivanti dal proprio ufficio, né tanto meno rimetterli a coloro a cui non competono, meno che mai alla stampa e ai mass-media.

Rattrista che un caso cosí grave e infamante sia finito in mano ai mass-media (gestiti in larga parte da personalità e agenzie laiciste quando non anti-cristiane) ed abbia gettato disonore non solo sugli uomini di Chiesa in genere quanto sulla Chiesa in sé, sulle istituzioni del Papato, dell’episcopato, del presbiterato e del cardinalato. In questa situazione pochi purtroppo si sono preoccupati della buona fama della Santa Chiesa, della sua doverosa tutela e del grave dovere di evitare gli scandali.

Il silenzio dinanzi a piú di una pubblica richiesta di doverosi chiarimenti dottrinali e morali getta una gravissima ombra sulla persona del pontefice regnante. La questione sollevata dal dossier Vigano acuisce tale situazione e rende ancora piú urgenti le risposte da parte di Papa Bergoglio, sollevando dubbi oltremodo pesanti anche in materia di governo pastorale. Non vi è ragione alcuna che possa giustificare il reiterato silenzio dinanzi a fatti così gravi; al contrario, il tacere ad oltranza rischia di essere interpretato come implicita ammissione di colpevolezza.

La situazione generale assume proporzioni di una gravità tale da apparire umanamente non recuperabile, tanto più che il peso dei crimini oggi ovunque perpetrati è tale da gridare vendetta al cospetto di Dio. Nella situazione odierna l’appello alla conversione, al dovere di vivere in grazia di Dio, all’osservanza dei Comandamenti, alla custodia di una fede integra e pura e alla necessità di accostarsi degnamente ai Sacramenti acquista pertanto una particolare urgenza in questa che appare sempre piú un’ora di tenebre (Lc 22,53).

 

 

28 aprile 2018

Oggetto: Circa il caso Alfie Evans.

L’intera vicenda del caso Alfie Evans, che ha coinvolto medici, giudici, politici e anche ecclesiastici, ha in sé tutti i connotati di un assassinio perseguito con un inusitato accanimento politico e ideologico. Nessuno può negare questa evidenza: è stato ucciso un bambino vivo, disabile grave, certo, ma vivo. La vita di una persona è sacra e appartiene solo a Dio e nessuna istituzione umana può arrogarsi il diritto di contraddire tale dignità. Alfie Evans aveva solo bisogno di sentire l’amore attorno a sé, l’amore che i suoi genitori, Tom e Kate, non hanno mai smesso di dargli ma che altri hanno misconosciuto e impedito loro di donare.

Nei giorni in cui si è pregato, protestato e pianto un terribile silenzio ha creato sconcerto e amarezza: quello della Chiesa inglese e di Buckingham Palace. Nessuna parola è stata spesa da parte di Elisabetta II in questa vicenda. Eppure i genitori di Alfie avevano chiesto esplicitamente la “...protezione della vita e della libertà del vostro suddito di ventitre mesi Alfie Evans”. Con tale atto gli Evans segnalarono alla sovrana che dei giudici - suoi collaboratori nell’amministrare la legge nel regno - stavano tradendo il piú nobile spirito della giustizia britannica. Elisabetta II, di fronte a questo gesto di fiducia e devozione, ha taciuto mostrando cosí tutta la fragilità e l’inconsistenza morale della sua dinastia, quella degli Hannover, che tre secoli fa venne messa sul trono di Londra da una aristocrazia faziosa che rifiutò i sovrani legittimi, i cattolici Stuart.

Nella vicenda di Alfie Evans colpisce e conforta la presenza di un sacerdote italiano, P. Gabriele Brusco, che liberamente e di sua iniziativa, coerente con la sua vocazione sacerdotale, si è recato in ospedale e ha testimoniato alla famiglia l’amore di Dio e il messaggio cristiano. In una omelia P. Gabriele si era appellato alla coscienza dei sanitari per evitare un gesto cosí grave come quello di mettere a morte un bambino. Le rimostranze del personale ospedaliero sono arrivate alla diocesi di Liverpool, il cui Vescovo anziché difendere il sacerdote lo ha diffidato costringendolo poi a lasciare anche l’Inghilterra.

Il caso ha messo a nudo il disastro di una Chiesa che accetta supinamente il ruolo di braccio spirituale del potere politico in un sistema che ha virato verso un nuovo totalitarismo; questo a tal punto che la conferenza episcopale inglese ha assunto una netta posizione a fianco dell’ospedale dopo l’udienza privata che Papa Bergoglio ha concesso al padre di Alfie. È un atteggiamento incomprensibile che fa nascere anche diversi sospetti sui reali motivi di tale posizione. L’unico vescovo inglese che ha pronunciato qualche parola in difesa della vita di Alfie e a sostegno della battaglia dei suoi coraggiosi genitori è stato mons. Philip Egan di Portsmouth, che il 23 aprile 2018 ha dichiarato: “Offriamo preghiere sincere per il piccolo Alfie Evans - ora cittadino italiano - e per i suoi coraggiosi genitori. Se c’è qualcosa che può essere fatto, che il Signore ci consenta con il suo amore e la sua grazia di farlo”. “Mi vergogno di essere un cattolico inglese”, cosí ha scritto invece Jean Pierre Casey, nipote del filosofo tedesco antinazista von Hildebrand (1889-1977), in una lettera aperta ai vescovi cattolici di Inghilterra e Galles, per il loro atteggiamento di pieno sostegno all’Alder Hey Hospital. Non c’è da meravigliarsi, pertanto, che i cattolici inglesi avvertano l’incoerenza dei loro Pastori e la deplorino pubblicamente, essendo essa un pubblico scandalo e un'offesa al Vangelo. Una cultura di morte intrinsecamente anti-umana e anti-cristiana è il filo rosso che unisce l’aprile 1968, quando si incominciarono a praticare i primi aborti legali nel Regno Unito, al 28 aprile 2018, la data in cui il martire innocente Alfie è stato sacrificato in nome dell'eugenetica. Che molti Pastori della Chiesa fatichino a ravvisarlo indica dolorosamente quanto sia seducente la disperata cultura del nulla.

 

 

12 marzo 2018

Oggetto: Circa l’immigrazione incontrollata in Italia e in Europa.

Da alcuni anni a questa parte, anche in seno alle istituzioni ecclesiastiche, si levano spesso voci, pure importanti, a sostegno dell’immigrazione. Tutto ciò nonostante che essa da tempo sia diventata un fenomeno non solo fuori controllo ma in molti casi alieno da quelle caratteristiche che la giustificherebbero, sia in termini umani che sociali e giuridici. L’Italia e l’Europa devono definire urgentemente la propria posizione dinanzi alle economie e alle politiche destabilizzatrici che sostengono l’obnubilazione della loro civiltà anche attraverso ondate migratorie e altre iniziative culturali volte a favorire un’islamizzazione artificiosa delle loro società. La situazione odierna giustifica ampiamente sia l’impiego deciso dello strumento militare, sia l’adozione di leggi speciali - anche in deroga ad alcune norme democratiche - per fermare e invertire un disastro umanitario che assume proporzioni sempre piú preoccupanti. Stupisce che pochi pastori, in seno alla Chiesa, sostengano l’urgenza di porre sotto controllo il fenomeno. Il doloroso sospetto è che dietro tanto silenzio si nasconda l’interesse per la propria carriera e non per il bene della Chiesa e del Paese. Se chiunque ha il diritto di chiedere aiuto bussando alle porte del Paese occorre ribadire con forza che nessuno ha il diritto di introdurvisi clandestinamente, mentendo sulla propria identità e provenienza e calpestando spesso le leggi piú elementari dell’ordine e della convivenza civile. Occultare o appoggiare il crimine dietro le parvenze della bontà e dell’umanità costituisce un delitto tanto piú grave quanto piú sono in gioco i valori fondanti della comunità nazionale ed ecclesiale; se poi a fare questo è un ecclesiastico, in qualunque dignità esso sia costituito, le sue responsabilità e le sue colpe sono incomparabilmente piú gravi.

 

 

10 marzo 2018

Oggetto: Elezioni politiche italiane 2018.

Le recenti elezioni politiche hanno posto in rilievo la delicatezza e la gravità della situazione in cui versa da tempo il Paese. La situazione di incertezza seguita alle elezioni è il frutto di una strategia perseguita da lungo tempo, soprattutto da parte dell’amministrazione americana che ha favorito la creazione del cosiddetto “Movimento 5 stelle”, al fine di influenzare la politica italiana verso esiti favorevoli al regime globalista e neoliberista. Esaurita la parabola politica dell’anomalo “fenomeno Renzi” occorreva dotarsi di uno strumento ancora piú docile e rispondente ai diktat di Washington, ciò che ha portato in Italia e in numerose altre nazioni al parto artificiale di movimenti ad hoc. La loro genesi e la loro parabola politica ed economica sono molto eloquenti sia quanto alle loro reali origini, sia quanto alle loro reali finalità. Il ruolo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come già quello di Giorgio Napolitano, appare purtroppo funzionale a questa politica di asservimento dei legittimi interessi nazionali. L’auspicio è che nelle prossime scelte politiche prevalga in coscienza il bene della Nazione contro quello di forze politiche ed economiche sempre piú estranee al Paese. Per quanto il Quirinale, fino ad oggi, non abbia fatto molto per meritare la fiducia dell’elettorato piú sensibile e attento, la speranza è che non voglia consegnare l’attuale esperienza repubblicana alla medesima indegnità che la storia ha constatato nella monarchia sabauda.

 

 

08 marzo 2018

Oggetto: Festa della donna.

L’8 marzo di ogni anno si replica la penosa consuetudine della cosiddetta “festa della donna”. A prescindere dalla menzogna giornalistica da cui è sorta, ormai ampiamente documentata, essa offre da tempo uno spettacolo di rara misantropia. La celebrazione, ridotta ad una sorta di ridicolo revanscismo femminista, appare spesso del tutto priva di attenzione alla reale situazione della donna, soprattutto al di fuori dei paesi occidentali. Mentre qualunque forma di contestazione nei confronti dell’uomo appare legittimata, poco male se - in Iran - una ragazza viene condannata a due anni di reclusione per aver tolto il velo per qualche minuto, la notizia non viene considerata degna di apparire sui media. Dinanzi al 60% delle bambine di origine maghrebina che in Italia non frequentano la scuola dell’obbligo ancora silenzio totale. Molto altro ci sarebbe da evidenziare, dalle spose bambine alle tratte delle schiave sessuali, dalla recrudescenza dell’infibulazione ad altri crimini molto diffusi nei paesi islamici, ma lo spazio non basterebbe. Lo stesso politicamente corretto che impone all’Occidente il disprezzo delle proprie tradizioni, impone il rispetto di quelle altrui, benché contrarie ai piú elementari diritti umani. Questa inerzia nel denunciare diviene cosí complicità: questo è ciò a cui si è ridotto il femminismo, ostile all’uomo e alla vita, dal concepimento fino alla fine.

 

 

08 marzo 2018

Oggetto: Il caso Alfie Evans. Dietro l’eutanasia la logica della paura.

La vicenda umana del bambino inglese di 22 mesi, Alfie Evans, affetto da una grave patologia neurodegenerativa, finora non ascrivibile precisamente a nessuna malattia descritta nella letteratura medica, sta suscitando preoccupazione e dibattito tra i cittadini di molti paesi. I genitori, Thomas Evans e Kate James, ultimamente domandano che questo bambino possa continuare a vivere i giorni che gli restano circondato da cure amorevoli ed essenziali che il personale sanitario ed essi stessi possono e devono offrirgli.

Di fronte alla prospettiva di abbandonare ogni accanimento terapeutico per abbracciare la dimensione della cura non terapeutica, si profilano due accezioni ben diverse di cure palliative. Una di esse è coerente con il prendersi cura del malato sino all’ultimo istante della sua vita. L’altra accezione, invece, sospende non solamente le terapie ma anche i supporti vitali indispensabili per la vita ed è del tutto inaccettabile, trattandosi di eutanasia, ossia di una prassi che è sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte, sotto le sembianze di un’azione pietosa che si giustificherebbe con la fine delle sofferenze. In realtà il gesto eutanasico mette la parola fine non tanto alle sofferenze quanto soprattutto alla persona. Le autentiche cure palliative uniscono al controllo dei sintomi (incluso quello del dolore, con una appropriata analgesia che può giungere, in alcuni casi, alla sedazione, quando ogni altro approccio antalgico risulta inefficace) la fornitura di un apporto nutrizionale adeguato e, ove richiesto dalla fisiopatologia respiratoria, anche ventilatorio.

Quanto chiesto dai medici inglesi e deciso dal giudice competente sembra andare nella direzione di una concezione delle cure palliative che invece è tutt’altra cosa. Il trattamento con analgesici e la sedazione profonda infatti verrebbero applicati per controllare i sintomi algici derivanti dalla sospensione dei supporti vitali (ventilazione e adeguata nutrizione). la suddetta sospensione pertanto costituirebbe la causa prossima del decesso anticipato del paziente, attraverso un atto eutanasico omissivo, ciò che non è mai lecito.

Sorprende e rattrista che nel verdetto della Corte di Giustizia londinese venga citato per esteso, a sostegno dell’eutanasia, un brano del Messaggio di Papa Francesco del 7 novembre 2017. In realtà in nessun passo del Messaggio o di altri testi di Papa Francesco e del Magistero cattolico precedente viene considerato uno scrupolo deprecabile il continuare a fornire al malato inguaribile il supporto fisiologico che gli consenta di vivere. Al contrario, un sostegno vitale non terapeutico - «...nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Risposta a quesiti della Conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali, 2007) - non può mai venire lecitamente interrotto. Già in altre occasioni il cardinal Elio Sgreccia aveva affermato che... «inquieta la leggerezza con cui si accetta il paradigma della qualità della vita, ovvero quel modello culturale che inclina a riconoscere la non dignità di alcune esistenze umane, completamente identificate e confuse con la patologia di cui sono portatrici o con le sofferenze che ad essa si accompagnano. Giammai un malato può essere ridotto alla sua patologia, giacché ogni essere umano non cessa, un solo istante e ad onta della sua condizione di malattia e/o di sofferenza, di essere un universo incommensurabile di senso che merita in ogni istante l’attenzione china di chi vuole incondizionatamente il suo bene e non si rassegna a considerare la sua come un’esistenza di serie B per il solo fatto di versare nel bisogno, nella necessità, nella sofferenza. Un’esistenza alla quale si farebbe un favore cancellandola definitivamente». Il Magistero della Chiesa ha sempre ribadito la cultura dell’accoglienza e della vita, di ogni vita umana che ha origine da Dio e che da Lui solo attende il suo pieno compimento riempiendo di significato ogni istante della vita terrena.

 

 

06 marzo 2018

Oggetto: Israele nega ancora il riconoscimento del genocidio armeno.

Il 14 febbraio 2018 la Knesset ha respinto un progetto di legge presentato dal partito Yesh Atid volto a far riconoscere lo sterminio dei cristiani armeni perpetrato da parte dell’impero ottomano tra il 1915 e il 1920. Il 26 aprile 2015 il presidente israeliano, Reuven Rivlin, aveva ospitato presso la residenza di Gerusalemme un evento commemorativo per ricordare i cento anni dagli stermini pianificati degli armeni avvenuti un secolo prima in Anatolia. Durante quella cerimonia, il presidente Rivlin aveva ricordato che il popolo armeno fu... «...la prima vittima dei moderni stermini di massa», anche se aveva evitato di usare la parola «genocidio» per non irritare la Turchia, non comprometterne i rapporti commerciali e non sminuire politicamente la Shoa ebraica, visto che per molti israeliani il riconoscimento del genocidio armeno finirebbe per marginalizzare la sua unicità. Emblematico il discorso che fece nel 2001 l’allora ministro degli esteri, Shimon Peres: «Niente è uguale all’olocausto ebraico. Ciò che è capitato agli armeni è una tragedia ma non un genocidio». È doveroso sottolineare che si tratta di una posizione ideologica e fondamentalmente razzista del tutto inaccettabile. L’olocausto ebraico non è né l’unico genocidio della storia umana, né il piú grave, dal momento che essa ha visto innumerevoli persecuzioni dei popoli cristiani in tutto il mondo e in tutte le epoche, inclusa quella odierna, di proporzioni incalcolabili. Ciò premesso, non ha senso stilare una classifica delle sofferenze umane per fini politici o ideologici, essendo ogni tragedia una profonda ferita per ogni essere umano al di là di qualsiasi distinzione di razza, religione e nazionalità. Ancora una volta l’odierno Israele deve ricordarsi che non può bastare a se stesso, né può rendere ragione da sé della propria storia ma ha il dovere di camminare nella solidarietà insieme a tutti gli altri popoli. Venir meno a questa solidarietà universale significa mettere in discussione il patrimonio imprescindibile della comune umanità che è tra i fondamenti essenziali di ogni pacifica convivenza.

 

 

01 marzo 2018

Oggetto: Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, ridicolizza la figura di Cristo.

Nel numero del 25 febbraio 2018 il disegnatore satirico Sergio Staino, ex direttore de L’Unità, ha pubblicato su Avvenire una ridicola sequenza di vignette dal titolo «Hello, Jesus!». A prescindere dalla totale mancanza di senso umoristico, non si capisce come in un tale quotidiano si possa accettare la riduzione del Signore ad una macchietta, sulla falsariga delle menzogne pseudo-letterarie di Dan Brown. Ora, se dal disegnatore in questione ci si può attendere questo e anche di peggio, non cosí da un giornale che dovrebbe essere un punto di riferimento a tutta prova per la stampa nazionale e per l’informazione cattolica. Le suddette scelte editoriali costringono a riconsiderare criticamente la posizione che tale quotidiano deve realmente assumere nella vita ecclesiale del nostro tempo, posizione che ogni giorno di piú - occorre tristemente sottolinearlo - si appresta a toccare il fondo.

 

 

16 Febbraio 2018

Oggetto: Le nuove direttive UNESCO in materia di educazione sessuale infantile.

L’UNESCO ha appena pubblicato le direttive globali per i nuovi standard di educazione sessuale da impartire in tutte le scuole ed asili infantili dell’Occidente. Nel suddetto documento vengono prescritte le conoscenze e gli atteggiamenti da promuovere nei giovani secondo ogni classe di età: dall’esigenza di informare sulla prevenzione delle gravidanze indesiderate ai “diritti alla salute riproduttiva”; dall’uguaglianza di genere alla promozione dell’ideologia di genere, con particolare cura per l’insegnamento del gender ai bambini tra i cinque e gli otto anni. In 139 pagine l’UNESCO sottolinea con veemenza la necessità di abbandonare la cosiddetta “moralità tradizionale” arrivando alla gravissima affermazione che la responsabilità dell’educazione sessuale dei figli va sottratta alla famiglia e ai genitori e consegnata allo Stato.

Tale svolta inaudita e pericolosissima in materia di libertà e di responsabilità genitoriale esige una durissima condanna e un totale rigetto del succitato documento. Non solo esso viola numerosi diritti umani fondamentali ma è totalmente e gravemente irrispettoso della dignità genitoriale, del diritto familiare e della libertà religiosa. La storia ha ampiamente dimostrato come simili concetti e affermazioni emergano solo nei peggiori e piú retrivi regimi dittatoriali. Il testo non ha pertanto alcun valore morale e deve essere contrastato in tutte le sedi giuridiche fino al suo totale ritiro. Tale inqualificabile prassi inoltre getta una macchia indelebile su un’istituzione che ormai appare sempre meno rispondente ai suoi fini statutari e sempre piú dedita al servizio di un perverso disordine etico e sociale che non intende arrestarsi dinanzi ad alcun limite.

 

 

09 febbraio 2018

Oggetto: Il silenzio mediatico sulle foibe.

Il 10 febbraio di ogni anno l’Italia ricorda la tragedia delle foibe, un pezzo della sua storia da sempre poco amata da una parte dell’Italia ufficiale. Settant’anni fa, sul confine orientale, un piccolo pezzo d’Italia venne cancellato dalla carta geografica: oltre trecentomila italiani furono costretti a fuggire dalle loro case minacciati dal terrore comunista. Quella parte d’Italia che da tempo si allungava da Capodistria a Fiume, da Traú a Cattaro venne spazzata via. La pulizia etnica e ideologica scatenata da Tito (con l’assenso del PCI italiano e il silenzio degli anglo-americani) non risparmiò nessuno. Nel 1946 e per tanti anni ancora una parte dell’Italia si scagliò contro gli esuli giuliani che avevano osato lasciare il “paradiso comunista”. Trecentocinquantamila italiani che la sinistra italiana trattò come invasori e traditori. L’Unità, nell’edizione del 30 novembre 1946, scriveva: «Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già cosí scarsi». Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolse la dolorosa vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. È una ferita ancora aperta che solo il coraggio delle giovani generazioni può rievocare e contribuire a rimarginare a cominciare dal primo imprescindibile atto di giustizia: la memoria. Nel luglio 2010 ha avuto un grande significato politico e simbolico l’incontro a Trieste fra il presidente italiano Giorgio Napolitano, il presidente sloveno Danilo Türk e quello croato Ivo Josipović in occasione del concerto diretto dal maestro Riccardo Muti eseguito in Piazza Unità d’Italia da un’orchestra di musicisti dei tre paesi. Prima del concerto, come atto di reciproca riconciliazione i tre presidenti hanno deposto una corona di fronte alla lapide che ricorda l’incendio del Narodni Dom, la Casa del Popolo slovena, data alle fiamme nel 1920 dai nazionalisti italiani (poi confluiti nel fascismo), recandosi poi insieme a rendere omaggio al monumento che ricorda l’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. Nell’occasione, i due presidenti (italiano e croato) hanno ricordato sia la tragedia delle vittime del fascismo italiano, sia le vittime della folle vendetta delle autorità postbelliche dell’ex-Jugoslavia.

 

 

02 febbraio 2018 

Oggetto: Il regista Steven Spielberg sospende il film sul “caso Mortara”.

Il regista americano Steven Spielberg ha improvvisamente interrotto le riprese di un film sul noto caso di Edgardo Mortara, il bambino ebreo salvato da papa Pio IX che in seguito divenne cattolico. La trama proposta da Spielberg avrebbe seguito la tesi faziosa secondo la quale il piccolo Mortara, su ordine di Pio IX, a sette anni sarebbe stato strappato dalle braccia dei genitori ebrei, portato a Roma ed educato in collegi cattolici, imponendogli poi di diventare cristiano. Gli ambienti anticlericali e le comunità ebraiche ne fecero un caso clamoroso, a livello mondiale, per denunciare la disumanità della Chiesa. Sennonché nel 2004, Vittorio Messori, durante una ricerca negli archivi dei Chierici Regolari Lateranensi fece una scoperta imprevista: scoprí l’autobiografia che lo stesso Mortara scrisse nel 1888, quando aveva 37 anni. Stanco delle menzogne sul suo caso il padre Mortara raccontò la verità sulla sua vita: ne emerge uno straordinario profilo di quel Papa diffamato che, in realtà, fu per lui un padre, ma anche un’apologia della Chiesa cattolica, di cui volle divenire un monaco, instancabile nell’apostolato. Vittorio Messori ha pubblicato il testo per i tipi della Mondadori, con il titolo: “Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX” premettendo una ricca introduzione. Nonostante i tentativi di bloccarne la traduzione il volume è uscito anche negli USA col titolo “Kidnapped By The Vatican”, con l’introduzione di celebri storici statunitensi. Dopo la pubblicazione Steven Spielberg ha annunciato di avere sospeso i lavori per il film senza addurre alcuna motivazione credibile. L’auspicio è che la sospensione sia frutto di un serio ripensamento e non una banale attesa di “tempi migliori” per riproporre vecchie e nuove menzogne.

 

 

13 gennaio 2018

Oggetto: Lilianne Ploumen, politica abortista olandese, premiata con la medaglia di San Gregorio Magno dalla Santa Sede.

La notizia secondo la quale la Santa Sede ha conferito l’onorificenza pontificia dell’Ordine equestre di San Gregorio Magno all’ex ministro olandese per la cooperazione allo sviluppo, Lilianne Ploumen, nota attivista abortista e omosessualista, costituisce uno scandalo senza precedenti. L’onorificenza dovrebbe essere assegnata solo a personalità cattoliche che si sono distinte per il servizio offerto alla Chiesa, alla Santa Sede e alle comunità locali. Nel 2017 quando Donald Trump ripristinò la cosiddetta Mexico City Policy che bloccava i finanziamenti alle ONG pro-aborto, la Ploumen aveva deciso di istituire la ONG “She Decides” volta a sostenere economicamente le organizzazioni non governative abortiste, operanti a livello mondiale. Il curriculum della Ploumen attesta che dal 2004 al 2007 è stata direttrice dei programmi di Cordaid, la Caritas olandese, accusata di distribuire contraccettivi e fornire fondi a Planned Parenthood, multinazionale americana degli aborti. Viene da chiedersi come si possa qualificare tale persona come cattolica. In ogni caso, al di là delle autocertificazioni di cattolicità presentate dalla Ploumen, ciò che offende è il conferimento di una tale onorificenza da parte della Santa Sede ad una persona che combatte attivamente contro i principi non negoziabili difesi dalla Chiesa. La Ploumen ha chiaramente promosso politiche in netto contrasto con la dottrina, gli insegnamenti di Cristo e il vero bene della persona umana. Assegnare cosí un’onorificenza pontificia - oltre ad insultare coloro i quali realmente la meritano e che mai potranno fregiarsene - significa non solo disonorare il prestigio dell’Ordine cavalleresco di San Gregorio Magno, bensí violare anche la fede e la morale della Chiesa cattolica offendendo tutti i credenti. Stando ad un comunicato ufficiale vaticano l’onorificenza sarebbe stata consegnata alla Ploumen nel giugno scorso in occasione della “visita dei Reali olandesi al Santo Padre” e “risponde alla prassi diplomatica dello scambio di onorificenze fra Delegazioni in occasione di visite ufficiali di capi di Stato o di governo in Vaticano”. Tale onorificenza, conclude il comunicato, “non è quindi minimamente un placet alla politica in favore dell’aborto e del controllo delle nascite di cui si fa promotrice la signora Ploumen”. Evidente il tentativo di minimizzare l’accaduto, tuttavia tale risposta non può in alcun modo attenuare la gravità del gesto. Le onorificenze vengono sempre concesse ad personam e - si presuppone - dopo aver vagliato i “meriti” del candidato. Il valore sovversivo del gesto pertanto rimane in tutta la sua gravità ed urge ancor piú una profonda e decisa riforma dell’attuale curia, che dovrebbe andare ben al di là dei generici auspici espressi all’inizio dell’attuale pontificato.

 

 

 

 

 

• ANNO 2017
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27 dicembre 2017

Oggetto: Falsità in merito agli Acta Apostolicae Sedis.

Recentemente negli Acta Apostolicae Sedis (AAS) è stata pubblicata la lettera rivolta da papa Bergoglio ai Vescovi argentini in merito alla corretta interpretazione della Amoris laetitia. Da piú parti si è chiesto se tale pubblicazione costituisse la risposta ai dubia espressi da alcuni Cardinali e da ormai numerosi Vescovi e se fosse in ogni caso dottrinalmente vincolante. Anzitutto occorre precisare che non tutto ciò che viene pubblicato sugli AAS, per il solo fatto che è ivi pubblicato, acquisisce carattere di magistero infallibile, né comporta necessariamente l’assenso, soprattutto se sono in gioco questioni gravi in materia di fede e di morale. Si ribadisce pertanto in estrema sintesi l’immutabilità del magistero della Chiesa che, sempre e ovunque, ha insegnato la medesima dottrina sia in merito alla dignità dei sacramenti, sia in merito alla santità del matrimonio:

I. Per quanto riguarda la castità, il matrimonio e i diritti dei genitori: tutte le forme di convivenza more uxorio al di fuori di un matrimonio valido sono gravemente contrarie alla volontà di Dio. Il matrimonio e l’atto coniugale sono finalizzati alla procreazione e all’unione, ed ogni atto coniugale deve essere aperto al dono della vita. L’educazione sessuale è un diritto fondamentale e primario dei genitori, che deve essere sempre posta sotto la loro attenta guida.

II. Per quanto riguarda la convivenza, le unioni omosessuali e un nuovo matrimonio civile dopo il divorzio: le unioni irregolari non possono mai essere equiparate al matrimonio, né essere ritenute moralmente lecite o legalmente riconosciute. Esse contraddicono radicalmente al matrimonio cristiano e non possono esprimerlo, né parzialmente, né per analogia, e costituiscono un modo peccaminoso di vivere. Esse non possono essere consigliate come fossero un prudente e graduale adempimento della legge divina.

III. Per quanto riguarda la legge naturale e la coscienza individuale: una coscienza rettamente formata non potrà mai giungere alla conclusione che, dati i limiti della persona, la sua permanenza in una situazione oggettivamente peccaminosa può essere la migliore risposta al Vangelo, né che questa è ciò che Dio sta chiedendo ad essa. Non si possono considerare il sesto comandamento e l’indissolubilità del matrimonio solo come ideali da perseguire. Un autentico discernimento personale e pastorale non potrà mai portare i divorziati civilmente “risposati” a concludere che la loro unione adulterina può essere moralmente giustificata dalla “fedeltà” per il loro nuovo partner, oppure che sciogliere l’unione adulterina è impossibile, o che, cosí facendo, ci si espone a nuovi peccati. I divorziati civilmente “risposati” che non riescono a soddisfare l’obbligo grave di separarsi, sono moralmente obbligati a vivere come “fratello e sorella”, ad evitare lo scandalo e in particolare qualsiasi espressione d’intimità propria delle coppie sposate.

IV. Per quanto riguarda il discernimento, la responsabilità, lo stato di grazia e lo stato di peccato: i divorziati civilmente “risposati” che scelgono la loro situazione con piena conoscenza e consenso sono in stato di peccato grave, ciò che impedisce loro di vivere e crescere nella carità teologale. Non vi è alcuno stato intermedio tra l’essere in grazia di Dio o meno e l’autentica crescita spirituale esige l’abbandono di ogni situazione di peccato. La legge naturale e rivelata (dono e manifestazione dell’onniscienza divina), prevede in sé tutte le situazioni particolari, soprattutto quando si proibiscono azioni specifiche “intrinsecamente cattive”. La complessità delle situazioni e dei diversi gradi di responsabilità tra i casi non impedisce ai sacri pastori di concludere che le unioni irregolari costituiscono uno stato obiettivo di peccato grave manifesto e di presumere, in foro esterno, che chi versa in esse è privo della grazia santificante. Dal momento che l’uomo è dotato di libero arbitrio gli atti morali volontari devono essere imputati al suo autore e tale imputabilità si deve presumere.

V. Per quanto riguarda i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia: il confessore è tenuto ad ammonire i penitenti in materia di trasgressioni della legge di Dio, e di far sí che essi desiderino veramente l’assoluzione e il perdono divino, emendando cosí la loro vita. I divorziati civilmente “risposati” che rimangono nel loro stato oggettivo di adulterio non possono mai essere considerati dai confessori come se vivessero in uno stato oggettivo di grazia, dunque col diritto a ricevere l’assoluzione o ad essere ammessi alla Santa Eucaristia, a meno che esprimano la necessaria contrizione e decidano con fermezza di emendare la loro vita. Nessun discernimento responsabile può far sí che l’ammissione all’Eucaristia sia permessa ai divorziati civilmente “risposati” che vivono apertamente more uxorio, affermando che non esiste alcuna colpa cosí grave, dal momento che il loro stato esteriore di vita contraddice oggettivamente il carattere indissolubile del matrimonio cristiano. La certezza soggettiva in coscienza circa la nullità di un precedente matrimonio non è mai sufficiente, di per sé, a giustificare i divorziati civilmente “risposati” dal peccato materiale di adulterio, o a consentir loro di ignorare le conseguenze sacramentali del vivere come pubblici peccatori. Coloro che ricevono l’Eucaristia devono esserne degni, pertanto devono essere in stato di grazia; di conseguenza, i divorziati civilmente “risposati” che conducono uno stile di vita da pubblici peccatori commettono sacrilegio ricevendo indegnamente la Santa Comunione. Secondo la logica del Vangelo, coloro che muoiono in stato di peccato mortale, perciò senza essersi riconciliati con Dio, sono condannati all’inferno, alla pena eterna.

VI. Per quanto riguarda l’atteggiamento materno e pastorale della Chiesa: l’insegnamento chiaro della verità è un’eminente opera di carità e di misericordia spirituale. L’impossibilità di dare l’assoluzione e la Santa Comunione ai cattolici che persistono manifestamente in uno stato oggettivo di peccato grave rende ragione della cura materna della Chiesa, la quale non cessa mai di chiamare tutti a penitenza, essendo essa non proprietaria bensí fedele amministratrice dei Sacramenti.

VII. Per quanto riguarda la validità universale del costante Magistero della Chiesa: le questioni dottrinali, morali e pastorali riguardanti i sacramenti dell’Eucaristia, della Penitenza e del Matrimonio possono essere chiarite dal Magistero della Chiesa e, per loro stessa natura, precludono interpretazioni contraddittorie o conseguenze pratiche difformi dal costante insegnamento della Chiesa.

 

 

15 dicembre 2017

Oggetto: In merito alla legge sul biotestamento.

Il 14 dicembre u. s. il Senato della Repubblica Italiana ha approvato la cosiddetta legge sul biotestamento. Un provvedimento oltremodo grave che non riconosce adeguatamente il diritto dei medici all’obiezione di coscienza e, piú in generale, lascia prevalere il principio del favor mortis sul favor vitae aprendo, di fatto, all’eutanasia. Ancora una volta il mondo dinanzi al mistero della sofferenza umana cede alla tentazione della paura, ben lungi dal cercare una risposta nella fede cristiana, quella fede che sola redime il dolore umano aprendolo al dono di sé e al mistero della vita eterna. L’Arcivescovo di Trieste, S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi, nell’occasione ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Giovedí scorso 14 dicembre il Parlamento italiano ha approvato la legge cosiddetta sulle DAT che apre all’eutanasia, persino in forme piú accentuate che in altri Paesi. Durante la fase della discussione in Parlamento e nel Paese anche io, come vescovo e come presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, ero intervenuto, insieme ad altri, come per esempio il Centro Studi Rosario Livatino, per mettere in evidenza la gravità del contenuto di questo testo di legge. Purtroppo ha prevalso un’ideologia libertaria e, in definitiva, nichilista, espressa in coscienza da tanti parlamentari. Cosí l’Italia va incontro ad un futuro buio fondato su una libertà estenuata e priva di speranza. Questa legge si aggiunge ad altre approvate in questa triste legislatura che hanno allontanato la nostra legislazione sulla vita e sulla famiglia dalla norma oggettiva della legge morale naturale che è inscritta nei nostri cuori, ma che spesso i piccoli o grandi interessi di parte e le deformazioni dell’intelligenza nascondono agli uomini. Coloro che con grande impegno stanno smantellando per via legislativa i principi della legge morale naturale, che per il credente è il linguaggio del Creatore, non sono però in grado di dirci con cosa intendano sostituirne gli effetti di coesione sociale in vista di fini comuni. La libertà intesa come autodeterminazione, che questa legge afferma ed assolutizza, non è in grado di tenere insieme niente e nessuno, nemmeno l’individuo con se stesso. Preoccupa molto che in questa legislatura leggi cosí negative siano state approvate in un contesto di notevole indifferenza. Esprimo il mio compiacimento e sostegno per tutti coloro che si sono mobilitati, con la parola, gli scritti ed anche con le manifestazioni esterne, per condurre questa lotta per il bene dell’uomo. Devo però anche constatare che molti altri avrebbero dovuto e potuto farlo. Questa mia osservazione vale anche per il mondo cattolico. Ampie sue componenti si sono sottratte all’impegno a difesa di valori cosí fondamentali per la dignità della persona, timorose, forse, di creare in questo modo muri piuttosto che ponti. Ma i ponti non fondati sulla verità non reggono. In momenti come questo può prevalere un sentimento di scoraggiamento. È comprensibile. Tutto si paga in questa vita e le pessime leggi approvate produrranno sofferenza e ingiustizia sulla carne delle persone. Si ha l’impressione di doversi ormai impegnare per ricostruire dalle basi un alfabeto che è stato disarticolato. Nel contempo, occorre anche ricordare che la storia rimane sempre aperta a nuovi percorsi e soluzioni e che nella storia ci si offrono sempre nuove possibilità di recupero e di riscatto. Recupero e riscatto che non ripagheranno, umanamente parlando, le ingiustizie provocate e subite, ma che permetteranno di non consentirne di nuove. Non dimentichiamo che c’è la storia, ma anche il Signore della storia. In Lui confidiamo per essere pronti alle nuove occasioni che Egli ci metterà davanti».

 

 

09 dicembre 2017

Oggetto: Avvenire, il prete-donna e il silenzio dei vescovi italiani.

L’8 dicembre u. s. in una rubrica sul quotidiano della C.E.I., Avvenire, l’articolista (purtroppo un prete) si è “immedesimato... in una donna” e, nel giorno dell’Immacolata Concezione, ha fatto una triste esaltazione dell’adulterio. Stupisce ogni giorno di piú quel che si pubblica su Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, nella generale indifferenza. Vedere che nel giorno della solennità dell’Immacolata si pubblica in una rubrica un testo che esalta l’adulterio genera disagio e profonda tristezza. Ancor piú difficile è spiegare a tanti fedeli come sia possibile che non ci sia alcuno che abbia il coraggio di dire basta, chiedendo conto ai responsabili di tale scempio della dottrina e del buon gusto. La vulgata corrente vuole che siano gli ipocriti e i farisei a puntare il dito, poiché si sentono giusti e vogliono condannare i peccatori, chiudendo loro la porta della misericordia. Ma questa è solo una vuota e ritrita menzogna. La distinzione vera non sta mai tra chi si sente “giusto” e gli “imperfetti”; la distinzione vera semmai è tra chi riconosce il proprio peccato e ne chiede perdono e chi invece ne fa addirittura un vanto; tra chi desidera emendare la propria vita alla sequela di Cristo e chi invece pretende di cambiare la Chiesa per poter continuare a fare quello che vuole pretendendo perfino approvazione e lode. Per questo è essenziale chiamare il bene e il male con il loro vero nome. Ad essere di ostacolo alla misericordia di Dio non sono quanti ricordano gli insegnamenti di Cristo, semmai quelli che abbandonano le persone al loro peccato in nome di una falsa misericordia che non conosce verità alcuna: questa non è la misericordia di Dio ma un raggiro che ha tutti i connotati del demoniaco.

 

 

2 ottobre 2017

Oggetto: Irriverenza nella Basilica di Bologna

Con profondo dolore si apprende della violazione della Basilica di San Petronio in Bologna. In occasione della visita papale è stato organizzato nell’edificio sacro un pranzo di 1400 coperti, inclusi i bagni chimici. L’idea di un pranzo in chiesa, che lascia oltremodo perplessi, purtroppo non costituisce una novità, dal momento che da anni si svolgono analoghe iniziative nella chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma. L’uno e l’altro caso non sono in alcun modo giustificabili, dal momento che in ambedue le città esistono strutture adeguate per simili iniziative, senza necessità di impegnare chiese e altri luoghi sacri. Il canone 1210 del Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione, e vietato qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo. L’Ordinario, però, per modo d’atto può permettere altri usi, purché non contrari alla santità del luogo». Il can. 1220 § 1 chiarisce che: «Tutti coloro cui spetta, abbiano cura che nella chiesa sia mantenuta quella pulizia e quel decoro che si addicono alla casa di Dio, e che sia tenuto lontano da esse tutto ciò che è alieno dalla santità del luogo». Se nei casi in questione forse non si può parlare di profanazione vera e propria (il can. 1211 infatti precisa che “i luoghi sacri sono profanati se in essi si compiono con scandalo azioni gravemente ingiuriose”) non si può tuttavia negare che tali fatti costituiscano una grave irriverenza, al limite della profanazione, dal momento che tali attività non si addicono affatto a luoghi sacri come una basilica. L’unica eccezione ammissibile si avrebbe solo in caso di gravi emergenze naturali e/o sociali, cosa che nel caso esaminato ovviamente è da escludere. La domanda è: come sia possibile organizzare simili iniziative e dove si intenda arrivare realmente con gesti cosí eclatanti, che contrastano in modo evidente con la santità dei luoghi preposti alla custodia della Ss.ma Eucaristia. L’impressione è che tali iniziative vengano organizzate con l’intento di creare volutamente artificiose divergenze fra le esigenze del culto divino e quelle della carità, ammesso e non concesso che un pasto “una tantum”, cosí pubblicizzato, abbia realmente a che fare con la carità e non con la promozione mediatica dei suoi sponsor.

 

 

24 settembre 2017

 Oggetto: Lettera pubblica di contestazione a papa Bergoglio

Con una lettera di 25 pagine, inviata al Papa lo scorso 11 agosto 2017, e che oggi è stata resa pubblica numerosi teologi, chierici e laici, contestano apertamente il suo magistero ponendone in rilievo alcuni aspetti ereticali. In essa si afferma che il Papa, nella sua esortazione apostolica Amoris laetitia (AL) e mediante altre parole, atti e omissioni ad essa collegate, ha sostenuto 7 posizioni eretiche, riguardanti il matrimonio, la vita morale e la ricezione dei sacramenti, favorendo la diffusione di queste opinioni erronee nella Chiesa Cattolica. La lettera, divulgata anche attraverso la rete telematica, si propone in modo rispettoso ma molto chiaro di porre in evidenza le responsabilità del pontefice circa le ambiguità dove si insinuano o si incoraggiano posizioni eretiche. L’accluso comunicato stampa afferma che esse... «...rendono chiaro, oltre ogni ragionevole dubbio, che questi [papa Bergoglio] desidera un’interpretazione dei suddetti passaggi da parte dei cattolici in un modo che, di fatto, è eretico». Nella lista di questi atti e omissioni al primo posto si indica la mancata risposta ai dubia che quattro cardinali (Walter Brandmuller, Raymond Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner) hanno rivolto al pontefice, oltre al fatto che egli ha anche evitato di incontrarli. Quindi si cita, tra gli altri, la risposta che il Papa ha dato alle linee guida dei vescovi della regione di Buenos Aires, linee guida che permettono, in certi casi, l’accesso all’eucaristia anche ai divorziati risposati conviventi more uxorio. «È stato dato scandalo alla Chiesa e al mondo, in materia di fede e di morale, mediante la pubblicazione di Amoris laetitia», si legge nel testo della lettera, «e mediante altri atti attraverso i quali Vostra Santità ha reso sufficientemente chiari la portata e il fine di questo documento... di conseguenza, si sono diffusi eresie e altri errori nella Chiesa; mentre alcuni vescovi e cardinali hanno continuato a difendere le verità divinamente rivelate circa il matrimonio, la legge morale e la recezione dei sacramenti, altri hanno negato queste verità e da Vostra Santità non hanno ricevuto un rimprovero ma un favore». La parte finale della lettera, con il titolo “Delucidazione”, espone due cause di questa crisi epocale. Una causa è il “modernismo”: teologicamente parlando esso sostiene di voler “adattare” la religione cattolica a tutte le conquiste dell’epoca moderna nel dominio della cultura e del progresso sociale. Tuttavia il modernismo, proprio per il fatto di prendere a strumento di ricerca scientifica nel campo del fenomeno religioso il metodo storico nato sotto il segno della critica razionalistica e dell’agnosticismo religioso, può portare anche fuori della tradizione cattolica, giungendo a posizioni critiche e speculative che negano il soprannaturale e la sua presenza nella storia. Per queste ragioni il modernismo venne condannato da Papa San Pio X nel 1907, riemergendo tuttavia durante la seconda metà di questo secolo, soprattutto nel periodo post-conciliare. La seconda causa della crisi è l’apparente influenza delle idee di Martin Lutero su Papa Bergoglio. La lettera mostra come Lutero abbia diffuso numerose concezioni erronee su matrimonio, divorzio, grazia, libero arbitrio e legge divina che di fatto corrispondono a quelle che il Papa ha promosso mediante parole, atti e omissioni. Lungi dal giudicare il grado di consapevolezza con il quale il Papa ha propagato le tesi sopra elencate i firmatari della lettera professano la loro lealtà alla Santa Chiesa Romana e insistono rispettosamente affinché egli le condanni come si conviene. Constatata la legittimità dell'atto e l'attendibilità delle affermazioni dei firmatari della suddetta lettera essa viene pubblicata nel presente sito al fine di favorirne la conoscenza in spirito di umiltà e di preghiera. L’auspicio è che tale grave situazione venga chiarita definitivamente e in tempi brevi al fine di evitare per quanto è possibile dolorose divisioni e incomprensioni all’interno del popolo di Dio.

 

 

24 settembre 2017

Oggetto: Incidente aereo a Terracina (LT)

In data odierna un velivolo Eurofighter del Reparto Sperimentale di Volo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare è precipitato nella fase finale del suo programma di volo. Si esprime profonda vicinanza e cordoglio alla famiglia ed alle persone piú care e vicine al pilota, cap. Gabriele Orlandi, assicurando il suffragio e la preghiera dovuti.

 

 

23 settembre 2017

Oggetto: In materia di Ius soli e immigrazione incontrollata

Suscita profonda indignazione la posizione assunta dal giornale della Conferenza Episcopale Italiana in materia di ius soli e immigrazione. Da tempo ormai il noto quotidiano assume posizioni politiche e ideologiche che appaiono sempre piú estranee al suo mandato, che è quello di diffondere la voce dell’episcopato cattolico italiano in quelle che sono le sue materie di competenza originarie. Non possono costituire giustificazione alcuna i ripetuti pronunciamenti da parte di papa Bergoglio, strumentalizzati volentieri da diverse parti politiche, dal momento che l’interesse sovrano dell’Italia deve prevalere su ogni indebita ingerenza di natura politica. In modo particolare non si comprende l’insistenza con cui - anche da una parte dell’episcopato nazionale - si tenta di imporre alla pubblica opinione (e non solo) sia lo ius soli, sia l’immigrazione, quasi fossero nell’interesse certo della nazione e della Chiesa italiana. Tutto ciò senza ascoltare le legittime preoccupazioni dell’opinione pubblica, specie in relazione all’immigrazione di cultura islamica. Sono preoccupazioni realistiche purtroppo e - soprattutto - degne di fede. È in ambito islamico, infatti, che si registra la presenza di un fortissimo vincolo familiare e di gruppo, anche a causa di un altrettanto forte vincolo religioso. Tale appartenenza, come è stato piú volte dimostrato, fa sí che individui e gruppi non tengano in alcun conto regole e principi che non emanino da fonti diverse. Tutto ciò costituisce un ostacolo a qualsiasi tentativo di integrazione, fatte salve alcune eccezioni che non costituiscono appunto la regola. La comunità nazionale ha il “buon diritto” di tutelare la propria identità culturale e religiosa senza che ciò conferisca a chiunque - senza eccezione alcuna - il diritto di rivolgere accuse infamanti di razzismo e di sciovinismo che servono solo a mascherare l’ideologia deformante di chi spesso se ne serve per scopi tutt’altro che nobili, come le recenti inchieste della Magistratura hanno dimostrato. La cittadinanza non è cosa di poco conto, essa implica l’amore per l’Italia come patria esclusiva; un privilegio che accorda dei diritti solo dopo aver adempiuto a dei doveri, a cominciare dalla conoscenza adeguata della lingua, dall’apprezzamento della cultura, dalla condivisione dei valori che sostanziano la nostra civiltà, dal rispetto delle leggi e dalla partecipazione attraverso lo studio e il lavoro alla costruzione di un futuro migliore per tutti. Chi sostiene che lo ius soli sarebbe una questione di “diritto negato” o non ha compreso i valori in questione o è in malafede. Considerato che una delle emergenze italiane è il tracollo demografico che si traduce in una popolazione sempre piú anziana, lo ius soli si prospetta come una tappa ulteriore della strategia mirante a compensare la minor presenza di giovani italiani con giovani stranieri. Una strategia già in atto sia con l’apertura irresponsabile e incontrollata delle frontiere, sia con l’accelerazione della concessione della cittadinanza sulla base della legge vigente, sia infine promuovendo il ricongiungimento familiare. La prospettiva nei prossimi decenni sarà la sostituzione della popolazione italiana con una popolazione frammentata e divisa, sempre piú aliena dalle radici cristiane, sempre piú fagocitata dall’ideologia materialista del globalismo e dalla tirannia anti-umana dell’islam. In tale ottica non solo la cittadinanza dovrebbe essere revocabile ma dovrebbe essere soggetta ad attenta valutazione anche la doppia cittadinanza. Colmare il deficit demografico che affligge l’Italia significa anzitutto promuovere la natalità degli italiani autoctoni, aiutando in tutti i modi le famiglie e i giovani italiani e favorendo il rimpatrio degli italiani emigrati. L’obiettivo non può che essere la rigenerazione della nostra popolazione e la salvaguardia della nostra civiltà. L’Italia, in particolare, si trova al centro del Mediterraneo e in esso deve mantenere una posizione di forza, sia in termini politici, economici e culturali, sia militari, ciò che comporta anche un severo controllo delle frontiere. L’immigrazione verso l’intera Europa consta ormai di numeri insostenibili. Chi vi entra, chiunque sia, ha il dovere di esibire documenti regolari, identità certa e motivazioni legittime, inclusi i profughi per ragioni umanitarie. I clandestini che entrano in un Paese illegalmente devono essere espulsi senza eccezioni. Quale ragione infatti giustifica un ingresso illegale là dove vige uno Stato di diritto? Solo una ragione disonesta può spiegare un ingresso clandestino! Occorre però anche chiarire chi sono i responsabili di questa situazione senza precedenti. Lo è la gran parte della classe dirigente attuale, la peggiore mai vista dai tempi della Seconda guerra mondiale, sia per mancanza di cultura, sia per immoralità. Una classe dirigente che ha preso in mano le redini della politica europea grazie alle lobby culturali, politiche e finanziarie quanto mai aliene dai processi democratici. L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi. Ciò ha causato in tutto l’Occidente la dissoluzione della classe media, l’erosione costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo. Non è un caso che tutto ciò vada di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente, attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e di revisioni costituzionali imposte dai poteri finanziari. Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici, imporre legislazioni piú autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un appiattimento della stratificazione sociale per consegnare potere e ricchezza in mano alle élite. Per queste ragioni oggi la difesa delle radici culturali e religiose e della legittima sovranità nazionale costituisce un obiettivo di primario interesse per qualsiasi cittadino e credente, giusto in antitesi ad una “predicazione” laica e pseudo-religiosa al servizio del pensiero unico e del globalismo economico.

 

 

03 maggio 2017

Oggetto: Il francescanesimo e la questione laicale.

Lo scorso 10 aprile 2017 i Ministri Generali di 3 delle 4 antiche Famiglie Francescane hanno rilasciato un’intervista a Radio Vaticana rivelando che nei loro Ordini è in atto un processo guidato dalle rispettive gerarchie che punta: 1) a permettere ai frati laici (professi di voti, ma non sacerdoti né diaconi) di accedere agli uffici di governo; 2) a realizzare l’unificazione dei 4 grandi Ordini (O.F.M., OFMConv., OFMCap., T.O.R.) in un’unica entità. Sarebbe interessante sapere se tale progetto non susciti una serie di perplessità di natura giuridica, storica, spirituale, etc... considerata l’entità della questione e dei valori in gioco. Dal punto di vista storico, nel 1241 sotto il generalato di Aimone da Faversham, comincia la clericalizzazione dell’Ordine minoritico: l’Ordine e la Santa Sede vogliono che le cariche di governo siano affidate solo ai chierici, ossia ai frati ordinati in sacris. Si cercò cosí di evitare alcuni abusi addebitati al primo generale, Fra’ Elia, accusato tra l’altro di aver scelto come superiori i frati laici in quanto illetterati e perciò piú manipolabili. Nel movimento francescano dell’Osservanza, nel ‘400, solo per pochi anni venne consentito ai frati laici l’accesso ad alcune cariche di governo. I Cappuccini, nati nel ‘500, ripresero il medesimo uso nonostante il can. IV della sessione 22a del Concilio di Trento (17-09-1562), ottenendo nel 1566 una dispensa da papa Pio V. Nonostante ciò, dal 1605 anche l’Ordine Cappuccino vide una crescente clericalizzazione. Nel 1646, il cappuccino P. Paulino da Bouvvais difende ancora l’accesso dei frati laici al governo dell’Ordine. Tra i Frati Minori Osservanti Riformati (almeno nel XVII sec.) i frati laici poterono essere nominati superiori in alcuni eremi. Cosí, a parte le suddette eccezioni, negli Ordini francescani le cariche di governo rimasero riservate, fino ad oggi, ai frati chierici. Come la Chiesa, anche gli Ordini Francescani da secoli sono guidati da coloro che in virtú del sacramento dell’Ordine sono resi conformi a Cristo Servo e Pastore. La domanda che sorge spontanea è come mai oggi vi sia cosí tanto interesse nel voler destinare i frati laici alle cariche di governo. Tale tendenza inoltre si accompagna ad un altro uso, quello di rinunciare al titolo di “padre” anche da parte dei sacerdoti, per mettere in evidenza il titolo di “fratello” (nella forma contratta ovviamente: fra’, frate). In un’epoca caratterizzata dal rifiuto del padre e delle responsabilità della paternità questo fatto la dice lunga in merito ai rischi simbolici ma anche drammaticamente reali di questa “moda” odierna, ampiamente e acriticamente avallata dalle gerarchie religiose. Essa meriterebbe uno studio approfondito, sia dal punto di vista giuridico, sia soprattutto dal punto di vista psicologico e sociologico, considerata anche la sua incredibile e perdurante intempestività.

Dopo aver esaminato diverse tesi sorge il sospetto che la risposta sia da ricercarsi in parte nel ritorno dello “spirito” di Paul Sabatier (1858-1928) piuttosto che nella ricerca dello “spirito delle origini”, cosí in voga oggi fra tanti autori. Sabatier fu un pastore calvinista, uno dei tanti esponenti del modernismo europeo di fine Ottocento e inizio Novecento, notoriamente filo-massone. Il suo libro intitolato Saint François d’Assise (1893-1894) all’epoca fece scalpore. In esso si presentava un Francesco a immagine e somiglianza del Sabatier e delle sue convinzioni. Il libro ovviamente finí nell’Indice dei Libri Proibiti, mentre i cultori dell’epoca al contrario ne esaltavano i pretesi contenuti rivoluzionari. Sabatier inventò un Francesco che sognava di creare una fraternità laicale ma venne costretto, controvoglia, dalla Curia Romana a fondare un Ordine religioso clericale e ad accettare il diaconato. Secondo tale tesi gli agiografi, come san Bonaventura e il beato Tommaso da Celano, avrebbero deformato la figura del Santo secondo i progetti curiali. All’inizio il mondo francescano reagí compatto contro le tesi di Sabatier, anche se qualche critica anti-bonaventuriana venne condivisa da alcuni ambienti minoritici. Dopo il Concilio Vaticano II invece, lo spirito di Sabatier ricomparve rinvigorito proprio all’interno delle famiglie francescane. Interessanti al riguardo le memorie del beato Gabriele Allegra O.F.M. (1907-1976), il quale criticò la corrente de-clericalizzante e sabatieriana del suo Ordine. Le medesime critiche le ritroviamo negli studi di P. Giuseppe Buffon O.F.M. sul neosabatierianesimo penetrato nell’Ordine. Ai nostri giorni, Sabatier è stato definito dagli studiosi laicisti nientemeno che il “padre della moderna storiografia francescana”. Posizioni di stampo sabatieriano o simili sono condivise anche da altri studiosi francescani come Esser, De Beer, Matura, etc... secondo i quali da oltre sette secoli e mezzo il francescanesimo sarebbe inficiato dal clericalismo, dal monasticismo e dal giuridismo. Altri studiosi, come P. Andrea Boni (O.F.M.), sostengono che Francesco d’Assisi non fosse diacono né avesse ricevuto alcuna tonsura clericale quando nel 1209 papa Innocenzo III approvò oralmente la prima Regola.

Lo studio critico delle fonti attesta da piú parti che san Francesco fu diacono, pertanto la tesi di una “tonsura laicale” non regge. È certo che con l’approvazione di papa Innocenzo III e il conferimento delle tonsure (clericali) l’Ordine dei Minori nacque de facto come clericale, pur non essendo un Ordine esclusivamente clericale dal momento che ammetteva nelle sue fila anche i laici. Ciò detto appare chiaro che anche i primi dodici frati minori, incluso Francesco, furono giuridicamente “integrati” nel clero romano, ciò che consentí loro un’amplissima libertà di predicazione. È vero che nei primi decenni dell’Ordine minoritico anche dei laici ebbero cariche di governo ma in seguito la prassi ecclesiale e l’esperienza riservarono ai frati chierici tali compiti.

Quanto all’unificazione, ci si può chiedere se si tratterebbe di un reale progresso nello Spirito Santo oppure se sarebbe solo una strategia umana dinanzi al calo numerico dei membri e ai conseguenti problemi amministrativi ed economici. Il rischio infatti è quello di soffocare l’azione dello Spirito Santo. La storia del francescanesimo mostra che le unioni sono non di rado frutto di una visione umana delle cose (si pensi alla nota e sofferta Unione Leoniana del 1897), mentre lo Spirito Santo suscita sempre nuove vocazioni con un rinnovato anelito alla preghiera, all’austerità, al recupero della pietas franciscana e alla missione, anche in contesti del tutto nuovi e insperati, esattamente ciò di cui oggi la Chiesa e il mondo hanno piú bisogno.

 

 

08 aprile 2017

Oggetto: Attacco USA alla Siria in data odierna

La coralità con cui numerosi personaggi politici e i mass media statunitensi ed europei stanno accusando il governo siriano di aver usato armi chimiche contro civili inermi rende evidente l’adozione della menzogna quale strumento politico. Dati i precedenti ci si trova dinanzi ad un evidente false flag (l’esercito siriano non possiede armi chimiche in quanto completamente distrutte nel 2016 sotto la sovrintendenza dell’OPAC). Siamo da lungo tempo giunti alla dittatura della menzogna, al totalitarismo della menzogna, una dittatura che - come molte altre in questi ultimi anni - si presta esclusivamente alla logica della guerra. Le stesse menzogne che hanno reso possibile la guerra in Iraq, in Afghanistan e nei paesi funestati dalle cosiddette “rivoluzioni colorate”, eventi tutti che sottostanno alla medesima regia.

Il pretesto dei “gas nervini” comparve già nel 2013, quando gli USA accusarono il governo siriano di aver “superato la linea rossa” invocando l’intervento armato con l’appoggio della comunità internazionale. Allora fu la proposta congiunta del presidente russo Putin e di Assad, di porre sotto controllo ONU le riserve di armi chimiche, a disinnescare l’imminente attacco. Le inchieste della Commissione ONU per la violazione dei diritti umani dimostrarono che ad usare il Sarin furono i terroristi anti-governativi.

Per questo, la ripetizione delle identiche menzogne, con le stesse accuse lanciate senza prove, la stessa finta e corale indignazione mediatica internazionale, suscitano sdegno. Le falsità ripetute senza vergogna, senza la minima preoccupazione di essere smentiti dai fatti evidenti suggeriscono che i molteplici attori siano parte di unico progetto dove tutto è concertato, inclusi i delitti senza scrupoli e le stragi degli innocenti, anche a rischio di un conflitto termonucleare globale. Resta una sola domanda: quanto potrà durare la pace?

L’unica via percorribile, in una logica di verità è... “il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: - come disse Aleksandr Solgenicyn - che non domini per opera nostra”.

 

 

22 marzo 2017

Oggetto: In merito alla cosiddetta “scuola di Bologna”

In questi ultimi anni si assiste ad un continuo aggravamento della situazione ecclesiale, sia nella comunità italiana, sia all’estero. Chiunque osi ribadire le verità di fede che la Chiesa ha sempre annunciato, finisce nel mirino dei mass-media laici e - in alcuni casi - perfino religiosi. Fioccano così reiterate proteste e altre iniziative provocatorie contro chiunque affermi la centralità della dottrina nell’appartenenza alla Chiesa.

Ultimamente si assiste, ad esempio, a continue e impunite esternazioni imbarazzanti contro i cardinali che hanno firmato i Dubia sul documento pontificio Amoris Laetitia, anche ad opera di persone ritenute vicine al Papa. È il caso presentato nei giorni scorsi da alcuni vaticanisti che hanno pubblicato alcuni stralci degli interventi del vescovo mons. Bruno Forte e dello storico della Chiesa Alberto Melloni, lo scorso 9 marzo 2017 a Roma, in occasione di una conferenza. Se mons. Forte ha indicato i seminatori di dubbi quale causa di «insicurezze e divisioni tra i cattolici e non solo», il Melloni ha puntato sulla derisione dei suddetti cardinali con battute ridicole e niente affatto umoristiche. Non meno gravi le affermazioni del 25 febbraio u. s. di don Vinicio Albanesi, fondatore della comunità di Capodarco, ricevuto in udienza con la sua comunità. Desta meraviglia che si possano criticare pubblicamente dei cardinali davanti al Papa, senza che ciò susciti alcuna reazione.

Se ai legittimi Dubia non arrivano risposte in compenso arrivano insulti a chi li ha formulati, accuse di disobbedienza e di ostilità nei confronti del Papa.

Quanto a disordine e confusione ecclesiale la cosiddetta “scuola di Bologna” ha sempre avuto serie responsabilità, soprattutto per quanto concerne una visione falsata del Concilio Vaticano II, responsabilità condivise dal suo principale rappresentante, Alberto Melloni. Occorre chiarire che il Melloni oggi “papista” è il medesimo firmatario di un documento di aperta contestazione contro Giovanni Paolo II.

Nell’anno 1989 teologi e intellettuali di sinistra, non potendo sopportare un’interpretazione del Concilio Vaticano II che non andasse nel senso di una rottura con la Chiesa precedente e della fondazione di una nuova Chiesa, contestarono duramente il Pontefice. Dopo un durissimo testo del teologo moralista Bernard Haring che criticava il Papa in materia di morale sessuale, nel gennaio 1989 esce la cosiddetta “Dichiarazione di Colonia”, un attacco frontale firmato da 162 teologi di lingua tedesca. La medesima iniziativa venne poi replicata in Olanda, Spagna, Francia, Belgio e in altri paesi. In maggio seguí la cosiddetta “Lettera ai cristiani” di 63 teologi italiani, che non si riconoscevano nel Magistero di Giovanni Paolo II. Alberto Melloni comparve tra i firmatari insieme ai suoi soci della “scuola di Bologna”, con il fondatore, Giuseppe Alberigo, in testa. Non mancarono il responsabile della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, e il vescovo mons. Franco Giulio Brambilla. Stranamente molti di costoro sono fra gli attuali “papisti”, censori e fustigatori di quanti ricordano giustamente che esiste solo la Chiesa di Cristo, una, cattolica e apostolica.

È la prova che le posizioni di costoro non hanno nulla a che vedere con l’amore per la Chiesa e con l’unità intorno al Papa ma solo con un’ideologia che vuole distruggere l’autentica Tradizione della Chiesa insieme al suo Magistero. È ora che la Chiesa condanni definitivamente queste “cattive scuole”, liberando l’orizzonte ecclesiale da un pensiero che da tempo si è rivelato ampiamente nefasto.

 

 

 

 

 

• ANNO 2016
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15 novembre 2016

Oggetto: In merito alle celebrazioni del 5° centenario della riforma luterana

La visita del Papa in Svezia, dove il 31 ottobre 2016 si celebreranno i 500 anni della riforma luterana, ha suscitato numerose critiche e perplessità nella stampa cattolica. Perplessità del tutto condivisibili in ragione dei fatti storici e delle evidenze teologiche. Il giornalista Vittorio Messori ha scritto:

«Il papa ha deciso di recarsi questo autunno in Svezia per commemorare il mezzo millennio dall’inizio della riforma di Lutero. A Lund, l’antica città universitaria, si incontrerà con i vertici di quel poco che resta della comunità luterana e faranno festa insieme. Francesco piú volte (anche per sua stessa ammissione) ha mostrato di non conoscere a fondo molti aspetti della storia della Chiesa. Non si può sapere tutto: è un limite che vale anche per i papi. Bergoglio ha comunque a disposizione fior di specialisti che potrebbero ricordargli quanto cosí sintetizzò Henri Pirenne, uno dei maggiori storici del secolo scorso: “Il luteranesimo, in gran parte dei Paesi che lo accettarono, fu imposto con la forza dai principi e dai nobili che concupivano i beni della Chiesa e non parve loro vero di poterli sequestrare. La convinzione religiosa ha avuto un ruolo assai modesto nella espansione della nuova fede. Gli adepti sinceri, convinti e disinteressati, almeno all’inizio erano assai pochi. Imposto d’autorità e accettato per obbedienza esso ha proceduto per annessione, spesso forzata”. Proprio in Svezia, dove andrà Francesco, commosso di potere solennizzare i 500 anni dell’inizio della Riforma assieme ai fratelli protestanti, proprio in Svezia, violenza e cinismo regi raggiunsero il massimo. Il fondatore della nuova dinastia scandinava, Gustavo I Wasa, ben lontano da preoccupazioni religiose, per mero interesse economico e politico vide nel luteranesimo un modo per riempire le casse vuote dello Stato e per legare a sé la nobiltà, suddividendo tra loro il bottino costituito dalle proprietà della Chiesa. Il popolo ne fu indignato e piú volte insorse, ma fu schiacciato da Gustavo. I suoi successori furono costretti, dal malcontento della gente nei confronti della nuova fede imposta manu militari, a tollerare almeno che restassero aperti alcuni santuari mariani. Proprio a Lund, dove Francesco si recherà, tutte le chiese furono rase al suolo, tranne la cattedrale, pur ovviamente denudata di ogni decorazione, all’uso riformato. Le pietre degli edifici cattolici abbattuti furono impiegate per la fortificazioni e la cinta muraria della città. Insomma, per dirla chiara: è difficile capire che cosa ci sia, in Svezia da onorare e da festeggiare per un cattolico. Ma, forse, il vescovo di Roma vorrà spiegarcelo, nel suo soggiorno scandinavo».

 

 

25 agosto 2016

Oggetto: Circa una recente donazione di George Soros alla Santa Sede.

Di recente il finanziere George Soros, convinto sostenitore dell’immigrazione irregolare e fondatore della Open Society Foundations, ha effettuato una cospicua donazione di 650.000 $ alla Santa Sede.

Il finanziere è noto per essere un attivista politico che gestisce piú di 50 tra fondazioni e programmi in tutto il mondo per sostenere le sue policy di investimento e di azione sociale. I documenti che lo riguardano pubblicati nel 2016 gli attribuiscono delle gravi responsabilità in tutti i colpi di Stato che si sono verificati negli ultimi 25 anni, fatto questo, confermato dalle fonti piú autorevoli che si occupano di politica e finanza internazionale. È d’obbligo chiedersi: 1) se sia possibile che in Vaticano ne siano all’oscuro e 2) come posano accettare una donazione da un siffatto personaggio?

Il padre, Tivadar Schwartz, ebreo ungherese, dopo aver comprato falsi documenti in cui entrambi risultavano cristiani, mutò il proprio cognome in Soros. Scelse inoltre di servire la Germania nazista insieme a suo figlio György, “ribattezzato” George, aiutandola nella confisca delle proprietà degli ebrei, i quali poi finivano nei campi di concentramento. Per fugare ogni dubbio al riguardo, nell’intervista che George Soros rilasciò nel 1998 al programma “60 Minutes Interview” ammise di non nutrire sensi di colpa: «È come nel business - commentò - se non l’avessi fatto io l’avrebbe fatto un altro».

È dunque lecito chiedersi come mai, in Vaticano, non conoscano nemmeno questi antefatti. Papa Bergoglio ignora altresí che la svalutazione del 30% della lira italiana nel 1992, e che mise in ginocchio milioni di italiani, fu opera dello sfrontato finanziere? Oltre a questo è risaputo che Soros sostiene anche economicamente i programmi relativi all’aborto e all’eutanasia in numerosi Paesi, in tutto il mondo, per non parlare specificamente delle iniziative anti-cristiane del Partito Radicale in Italia. L’impressione che si ricava da questa triste vicenda è che l’attuale gestione vaticana sia ormai gravemente inadeguata quanto a comprensione dell’identità, della vocazione e della missione della Chiesa in seno al mondo.

 

 

09 giugno 2016

Oggetto: Sui cosiddetti “reati di opinione”

Con il via libera ieri da parte della Camera dei deputati d’ora in poi rischia la reclusione da 2 a 6 anni chi incita all’odio razziale che si fonda “in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra”. Plaude la comunità ebraica che parla di giornata memorabile, mentre tra gli intellettuali resta il timore che il provvedimento possa compromettere la discussione sulla verità storica. Con tali norme l’Italia si allinea senza criterio ad altri paesi europei dove sono già in vigore norme liberticide che hanno posto in essere l’abominio giuridico del “reato di opinione”. I reati di opinione sono una aberrazione gravissima in una democrazia degna di definirsi tale.

Il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna ha affermato che: «...con il via libera al DDL sul negazionismo che introduce una aggravante di pena per chiunque si renda responsabile di propaganda all’odio e di negazionismo della Shoah l’Italia scrive infatti una pagina storica della sua recente vicenda parlamentare e dota il legislatore di un nuovo fondamentale strumento nella lotta ai professionisti della menzogna tutelando al tempo stesso, con chiarezza, principi irrinunciabili quali la libertà di opinione e di ricerca».

Giancarlo Cerrelli, consigliere centrale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, ha chiarito che il negazionismo vada sí contrastato ma con la ricerca storica e scientifica, non con gli strumenti legali. Il fatto che un’opinione diventi reato è un’aggravante innestata sulla legge Mancino-Reale, che diventa oltremodo pericolosa. Il rischio è che anche la diffusione di idee buone e vere, un domani possa essere punita. Una legge di questo tipo potrebbe essere innanzitutto il presupposto di altre leggi. Si assiste oggi ad una sorta di “pedagogia di Stato” che presume indicarci ciò che dobbiamo pensare e ciò che non dobbiamo pensare, pena il carcere. Quanto all’antisemitismo vi sono già leggi in vigore che puniscono adeguatamente il reato.

Sulla stessa legge Mancino-Reale è stata innestata la legge anti-omofobia, che è stata approvata dalla Camera e che è ancora in Senato, legge gravissima anche per il fatto che impone di pensare alle unioni omosessuali, al matrimonio omosessuale, all’adozione omosessuale in un certo modo, pena il carcere.

È inaccettabile, per uno Stato di diritto, che qualcuno possa essere perseguito penalmente per il solo fatto di aver espresso le proprie opinioni, la propria posizione politica, ideologica, religiosa, per quanto poco condivisibile essa possa apparire o per quanto possa contrastare con gli stessi princípi costituzionali. I reati d’opinione sono sempre il parto di un’ideologia autoritaria. Abrogarli non significa, ovviamente, smettere di lottare contro le forme di discriminazione razziale o di giustificazione del genocidio nazista o di altri crimini contro l’umanità, tuttavia se in questa vicenda odierna c’è un crimine certo questo è proprio la negazione della libertà di opinione.

Il progetto di legge che punisce, oltre a chi nega la Shoah, anche coloro che negano altri “genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, ha una matrice evidentemente illiberale, poiché inventa un reato di opinione, mette alla gogna l’analisi storica, la reputa passibile di punizione, crea un pensiero unico o una “verità storica di Stato”, come l’hanno definita alcuni studiosi, che inibisce il dibattito democratico e propone un’interpretazione univoca su fatti del passato spesso controversi.

Un’opinione non può mai comportare una sanzione penale o la messa fuori legge dei libri che la sostengono. Oltre a questo, bandendo dalla circolazione i libri negazionisti, si ripristinerebbe quell’odiosa pratica censoria che è propria dei totalitarismi e dei regimi illiberali. Il pericolo inoltre è che simili iniziative si ritorcano contro gli stessi ebrei, rendendo “martiri della libertà e del pensiero” studiosi e personaggi che - se colpevoli - meriterebbero come condanna il silenzio delle accademie, l’indifferenza del mondo della cultura e il mancato acquisto dei loro libri.

Piú in generale la prospettiva è che si generi quella che Adorno e Horkheimer avrebbero definito “dialettica dell’Illuminismo”: proprio l’eccesso della retorica dei diritti finisce per determinare esiti illiberali, che negano i diritti stessi.

 

 

31 maggio 2016

Oggetto: Circa l’apostolato fra gli ebrei

Pochi giorni fa il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha tenuto una conferenza a Cambridge, nel Regno Unito, dove avrebbe affermato che il dovere di evangelizzare vige nei confronti di tutti i non cristiani, musulmani inclusi, ad eccezione degli ebrei; ciò perché i cristiani riconoscerebbero il patto stipulato da Dio con il popolo ebraico, cosa che non si può applicare all’Islam. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi avrebbe considerato tale affermazione una manipolazione delle parole del cardinal Koch, mettendo in rilievo come alcuni titoli di giornale non corrispondessero al contenuto.

Di fronte a queste ed altre affermazioni prive di senso alcuno occorre ribadire che tutti i documenti del Magistero dedicati alla missione mai parlano di esclusione di qualcuno o di gruppi particolari dall’evangelizzazione. Il decreto conciliare Ad Gentes (1965) sostiene che: «La ragione dell’attività missionaria discende dalla volontà di Dio, il quale “vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Vi è infatti un solo Dio, ed un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesú Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm 2,4-6), “e non esiste in nessun altro salvezza” (At 4,12). È dunque necessario che tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il battesimo» (AG, n. 7).

La realtà odierna, anche in certe frange del mondo ecclesiale, è quella delineata dalla Redemptoris Missio, la quale spiega chiaramente la radice profonda di quei pronunciamenti contrari alla fede cattolica: «La mentalità indifferentista, largamente diffusa, purtroppo, anche tra cristiani, spesso radicata in visioni teologiche non corrette e improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che “una religione vale l’altra”» (RM, n. 36). È dunque evidente che alla luce del Magistero autentico della Chiesa qualunque pronunciamento contrario, circa la liceità dell'evangelizzazione presso il popolo ebraico, per quanto autorevole appaia, non è valido, né può essere recepito in alcun modo.

 

 

23 maggio 2016

Oggetto: Decesso del radicale Marco Pannella

In occasione del decesso del leader radicale è stata registrata una serie di sconcertanti valutazioni anche da parte di alte gerarchie ecclesiastiche. In esse appare una certa confusione tra la pietà religiosa, dovuta ad ogni defunto, e il giudizio su quanto da esso realizzato in vita. Ciò che in questi giorni è stato detto e scritto da alcuni laici ed ecclesiastici circa l’attività politica e sociale di Marco Pannella è oggettivamente uno scandalo, che ripugna alla coscienza di ogni cristiano e di ogni uomo di buona volontà. Inaccettabili i commenti di alcuni vescovi e perfino esponenti vaticani che hanno affermato che il leader radicale... «lascia una bella eredità dal punto di vista umano e spirituale per la franchezza dei rapporti, la libertà d’espressione e soprattutto per la dedizione totalmente disinteressata alle cause nobili... non cercava il proprio interesse ma era attento ai problemi delle persone piú deboli». Contraccezione, divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia, droghe libere, sperimentazione sugli embrioni e altro ancora possono essere definite cause nobili o non forse gravissimi attentati alla vita e alla dignità umana?

La distruzione della famiglia e il disprezzo della vita umana, soprattutto nascente, perseguiti tenacemente per sessanta anni, dimostrano la volontà di sovvertire ogni ordine morale ed etico e sono concause dell’attuale crisi morale, sociale ed economica nella quale versiamo. A quanti affermano che il leader politico si sia battuto anche per la situazione critica esistente delle carceri italiane, per alcune minoranze religiose perseguitate e per la fame nel mondo occorre replicare che in ultima analisi quelle del Partito Radicale sono state sempre e solo denunce, al fine di reclamare l’intervento dello Stato o della comunità internazionale. In molti paesi i cristiani hanno affrontato e affrontano il martirio per testimoniare il Vangelo e difendere la dignità dell’uomo con gesti e iniziative dirette e concrete e non solo con campagne politiche. Questa vicenda pone in evidenza una volta di piú che occorre valutare con molta cautela i pronunciamenti personali, specie se estemporanei, anche di esponenti ecclesiastici, su fatti di grande rilievo mediatico e politico, soprattutto se legati a tematiche di profondo interesse morale ed etico. Fatto salvo il dovere del suffragio, dovuto a tutti, appare doveroso prendere le opportune distanze da tutte le valutazioni inopportune espresse sul leader politico in questione. Il netto e inequivocabile distacco, in questo caso, è un atto doveroso anche nei confronti di tutte quelle persone, la maggioranza, che esigono chiarezza e trasparenza, soprattutto in materie così gravi come quelle della fede e della morale.

 

 

 

 

 

• ANNO 2015
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16 novembre 2015

Oggetto: Attentati terroristici a Parigi

Nuovo inesprimibile sdegno e profondo senso di stanchezza alla notizia degli attentati verificatisi a Parigi il 14 novembre 2015. Stanchezza per il ripetersi di delitti sempre piú controversi e sempre piú efferati, a spese d’innumerevoli vite innocenti. Sdegno di fronte alle responsabilità di tanti paesi occidentali che lungi dal combattere risolutamente l’estremismo islamico lo strumentalizzano a fini politici; fini ben noti a quegli stessi vertici che si rincorrono oggi nei mass media con discorsi tanto superficiali e velleitari, quanto privi di reale contenuto. Di fronte a tanta bassezza, a tanto orrore morale, a tanti governi coinvolti in giochi sporchi con formazioni criminali sempre piú prive di scrupoli, mai realmente delegittimate e proscritte, come non pensare ad una diffusa e trasversale intesa criminale?

Le false “guerre al terrorismo”, le menzognere “esportazioni di democrazia”, piú volte proclamate sulla base di prove false, in questi ultimi anni hanno provocato decine di milioni di morti fra Iraq, Afghanistan, Pakistan, Georgia, Libia, Ucraina e Siria, senza aver portato ad alcun risultato politico costruttivo e meno che mai alla pace e alla stabilità di popoli e nazioni. Si tratta d’imposture che ne mascherano altre, quelle delle alleanze tra i paesi occidentali e i patrocinatori finanziari dell’odierno ordine mondiale. Frattanto migliaia e migliaia di cristiani orientali vengono perseguitati e uccisi in modo disumano nel piú totale disinteresse della comunità internazionale. I principi di umanità e del diritto internazionale esigerebbero che l’intera classe politica ed economica coinvolta in questi conflitti sia portata dinanzi ad un tribunale penale internazionale e giudicata con la massima severità per i peggiori crimini commessi in questo scorcio di secolo; crimini che ogni giorno di più avvicinano il genere umano ad un nuovo conflitto su scala globale.

L'ISIS è il primo movimento terrorista a controllare un vasto territorio comprendente vari milioni di abitanti. Un territorio illegalmente amministrato che dispone d’introiti immensi, di un notevole equipaggiamento bellico, anche pesante e sofisticato, gestito da militari professionisti. Chi ha creato questo abominio che mantiene intatta, ancora oggi, dopo cosí tanti crimini, la libertà di commercio? Dove sono le sanzioni internazionali, cosí prontamente e ipocritamente applicate invece alla Federazione Russa? Perché numerosi paesi occidentali, USA e Turchia in testa, sono piú interessati alla destituzione del legittimo governo siriano che a fermare per sempre questo ignobile Daesh? Per queste ragioni si deve prendere atto che l’unica forza responsabile e credibile nella regione medio-orientale oggi sia rappresentata dalla Russia di Vladimir Putin, non a caso osteggiata dai media occidentali e recentemente aggredita da una serie d’infami attentati.

Occorre respingere con estrema decisione il meschino baratto proposto piú volte da tante forze politiche fra la restrizione delle libertà individuali e una maggior sicurezza che si rivelerebbe poi del tutto illusoria. Per combattere il crimine politico non servono leggi speciali, sono sufficienti quelle ordinarie a patto che le istituzioni preposte funzionino nel rispetto dei principi costituzionali e del diritto internazionale: servizi d’intelligence, organi di polizia giudiziaria e magistratura in primo luogo. Purtroppo spesso è dato di osservare una classe dirigente, sostenuta da intere lobbies culturali ed economiche, che neutralizzano le difese italiane ed europee con norme e interpretazioni permissive e criminogene, con sentenze giudiziarie che introducono le “attenuanti culturali” per giustificare i reati commessi da extracomunitari, perfino quando questi dichiarano pubblicamente di non volersi integrare nella stessa nazione che li ha benevolmente accolti. La legittimazione anche solo parziale della sharia islamica nei tribunali inglesi e tedeschi costituisce un esempio evidente di questo tradimento della legalità e della suprema civiltà giuridica europea.

Davanti a tanti crimini e a tanta consapevole connivenza si avvicina il limite oltre il quale diventerà inevitabile l’impiego dello strumento militare non solo per combattere un’invasione sempre piú prepotente del territorio nazionale ed europeo, ma anche per espellere quanti vi si sono introdotti illegalmente e tutelare così l’ordine sociale. I Paesi europei sembrano destinati a scoprire in modo drammatico quanto la cura sia piú dolorosa di qualsiasi saggia prevenzione; una politica mai attuata da alcun governo, in nome di un "buonismo" privo di qualsiasi fondamento morale e razionale. Combattere il terrorismo politico, il revanscismo islamista e i suoi numerosi complici occidentali, che mettono a rischio la libertà e la dignità di tutti è un dovere, ed è una guerra che può essere combattuta solo con un agire sempre piú rigoroso e coerente con le radici originarie della storia e della civiltà europea.

 

 

6 novembre 2015

Oggetto: Lancio di due libri relativi alle finanze Vaticane

L’operazione di lancio dei due libri di Gianluigi Nuzzi (Via Crucis) ed Emiliano Fittipaldi (Avarizia) relativi alle finanze in Vaticano, sostenuta dal mediocre “cartello” della stampa italiana, oltre che una grave menzogna si rivela una bassa operazione mediatica caratterizzata da singolare ipocrisia. È sufficiente mettere in rilievo la tempistica, la successione degli eventi provocati, e la loro coordinazione, per intuire una concorde operazione a piú mani. L’immagine che con essa si intende veicolare - come altre spregevoli operazioni già viste - sarebbe quella di una Chiesa corrotta, legata ai dogmi e al passato, contro cui combatterebbe quale solitario e incompreso protagonista papa Bergoglio, unico fautore delle vere riforme. Significativo al riguardo quanto affermato in data 5 novembre u. s. da S. E. il cardinal Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, a margine del convegno «Un nuovo umanesimo» organizzato dalla parrocchia dell’Ospedale Giannina Gaslini di Genova in occasione dei 20 anni dell’enciclica “Evangelium Vitae” di papa Giovanni Paolo II: «Non ho alcuna preoccupazione circa l’eventuale intenzione, che se esiste è diabolica, di dare l’idea di una divisione, di una distanza del Papa rispetto al resto della Chiesa, ai suoi collaboratori e ai corpi episcopali... Francesco, - ha ribadito il Cardinale - non è assolutamente solo, è circondato e sostenuto cordialmente, affettuosamente, lealmente da tutti i vescovi. Per questo non ho nessuna preoccupazione circa questa immagine di divisione che si vuole accreditare presso l’opinione pubblica per creare ulteriore disorientamento... È una grande amarezza per il dolore che sicuramente ha recato e reca al Santo Padre e per il cattivo esempio, lo scandalo, posto che tutto quanto sia vero, documentato e documentabile». Le parole del Cardinal Bagnasco smentiscono nettamente anche quelle a dir poco intempestive di monsignor Nunzio Galantino, che pochi giorni prima aveva dichiarato: «Sicuramente a qualcuno sta facendo paura il processo di rinnovamento che papa Francesco sta portando avanti».

Nei libri in oggetto, il capitolo riguardante il cardinal Pell è forse il piú delicato. Il Portavoce della Segreteria per l’Economia, guidata dal Cardinale, parla di “affermazioni false e ingannevoli” e precisa che nel 2014 le spese sono state inferiori a quanto previsto in bilancio e che per il 2015 la Segreteria è l’unico dipartimento vaticano ad aver presentato un bilancio ridotto rispetto all’anno precedente. Oltre a questo, le valutazioni sul bilancio della Segreteria per l’Economia erano contenute in un comunicato diffuso nei primi mesi del 2015, ma di questo nei libri in oggetto non v’è alcuna traccia: un’assenza a dir poco sospetta.

Forse piú ancora della menzogna è insopportabile l’ipocrisia: tanti, per esempio, hanno manifestato stupore per l’arresto della Chaouqui e per la sua disinvoltura nel far circolare notizie, anche false, cosa invece ben nota da tempo. Nessuno, a parte il giornalista Sandro Magister, ha avuto il coraggio di chiedere pubblicamente come mai una persona accompagnata da tale fama fosse stata assegnata ad un ufficio cosí delicato della Santa Sede. A dire il vero non è la prima volta che il noto vaticanista muove tali documentati rilievi alle nomine di papa Bergoglio. Rilievi puntualmente ignorati e puntualmente dimostratisi veri. E non è ipocrisia quella di chi scrive libri in cui si fa finta di scandalizzarsi delle spese della Curia vaticana, sapendo di poterne cosí ricavare cospicui guadagni? Ancor peggiore è l’ipocrisia di chi usa un finto scandalo (le notizie riportate nei libri erano in gran parte già note) per ricavarne vantaggi in un periodo conflittuale che ha come oggetto non l’economia ma la natura e la missione stessa della Chiesa.

Tutto ciò non toglie che l’uso disinvolto del denaro e la mancanza di trasparenza - benché già noti - costituiscano sempre uno scandalo, anche se si deve riconoscere che già da anni è in atto un processo di rinnovamento e trasparenza iniziato con Papa Benedetto XVI. Il vero scandalo tuttavia sarebbe una Chiesa che decidesse di cambiare il depositum fidei, ossia ciò che Cristo ha annunciato e gli apostoli hanno tramandato, cosa mai accaduta neppure in epoche ben piú difficili. Questo è proprio ciò che alcune lobbies stanno tentando di fare, approfittando - e anche fomentando - polveroni sul nulla come quelli fin qui visti.

 

 

3 novembre 2015

Oggetto: Arresto in Vaticano di alcuni membri della Commissione referente sulle attività economiche della Santa Sede

L’arresto in Vaticano di monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e della sig.ra Francesca Immacolata Chaouqui, accusati di aver passato ad alcuni giornalisti documenti riservati riguardanti le finanze vaticane, è fonte di nuovo dispiacere e disagio. Ancora una volta, persone chiamate a servire il Papa, hanno tradito la sua fiducia pur essendo state scelte direttamente dalla sua persona. Non è un danno per il solo Vaticano ma una ferita inferta a tutta la Chiesa, a chiunque ne abbia a cuore la sua dignità e la sua missione apostolica. Non c’è nulla che giustifichi tali azioni, anche se qualcuno pensasse di fare in tal modo il bene del Papa o della Chiesa. Da piú parti la stampa nazionale e internazionale ha rilevato che sulla sig.ra Chaouqui le obiezioni si sprecassero già all’epoca della sua nomina, nell’estate 2013, ma il Papa procedette ugualmente alle designazioni. Nota per essere la fonte di alcuni scoop del quotidiano Repubblica e anche di interviste anonime, poco prima del conclave che elesse papa Bergoglio, la Chaouqui vantava la sua amicizia con giornalisti come Gianluigi Nuzzi, oltre che risultare tra le fonti di alcuni siti Web scandalistici ostili alla Chiesa.

Ciò detto, ci sono alcuni fatti che vale la pena mettere in rilievo. Alcune testate giornalistiche hanno criticato la modalità delle nomine, anche quelle episcopali, spesso usata in questo pontificato. È vero che l’iter ordinario per le nomine potrebbe risultare lungo e farraginoso, ma è altrettanto vero che le scelte fatte sulla base di intuizioni o di segnalazioni informali, al di fuori di severi e documentati processi di selezione, comportano altrettanti rischi, se non peggiori. È proprio il caso della sig.ra Chaouqui, nominata a sorpresa nella commissione incaricata di studiare la riforma del sistema economico-finanziario della Santa Sede e già impiegata nella Ernst & Young, società di consulenza e revisione contabile ingaggiata nello stesso anno (2013) dalla Santa Sede.

Quanto sta avvenendo in questi giorni semina confusione e spesso gli unici a soffrirne sono proprio coloro che desiderano chiarezza e verità. Anche le interpretazioni mediatiche di casi come questo sono non di rado tendenziose e motivate da interessi ben diversi da quelli del vero bene della Chiesa.

 

 

27 ottobre 2015

Oggetto: Amnesty International

L’organizzazione Amnesty International, fondata da due cattolici, l’irlandese Sean MacBride e l’avvocato inglese Peter Benenson, ebreo, convertito alla fede cattolica nel 1958, purtroppo non appare da tempo piú fedele allo spirito dei suoi fondatori. Essi crearono l’associazione allo scopo di combattere i crimini perpetrati dalle dittature comuniste in tutto il mondo. Cosí gli esponenti di Amnesty International denunciarono coraggiosamente torture, genocidi e oppressioni di ogni genere, vincendo spesso significative battaglie umanitarie. Purtroppo Amnesty, con il passare del tempo, è scivolata sempre piú su questioni politiche come i “diritti delle donne”, la “salute riproduttiva” e sui programmi sempre piú eterodossi dell’ONU e di altre agenzie non governative, non di rado ostili ai principi del Vangelo e al magistero della Chiesa. Nel 2007 Amnesty si è schierata apertamente a favore dell’aborto e nel 2013 ne ha chiesto la depenalizzazione in Irlanda. Oggi Amnesty International appoggia i presunti “diritti Lgbt”, giungendo a chiedere la depenalizzazione della prostituzione, purché esercitata da maggiorenni (un limite variabile a seconda dei Paesi). Per Amnesty la deriva sempre piú spinta nel politicamente corretto non pare avere piú limiti, ciò che impone di sottoporre ad un severo spirito critico tutte le sue iniziative. Per queste ragioni la Chiesa Cattolica, fin dal 2007, si è dissociata, avvertendo i fedeli che non è piú opportuno offrire appoggi e contributi incondizionati. Per le ragioni suddette, per la carenza di trasparenza nei rapporti umanitari e nelle fonti di finanziamento, inoltre per la sempre maggiore dipendenza dalle discutibili politiche estere di alcuni Paesi, nel presente sito è stato cancellato ogni link ed è stata interrotta qualsiasi forma di collaborazione.

 

 

27 ottobre 2015

Oggetto: Circa le conclusioni del Sinodo 2015

Molteplici e discordi le reazioni a Sinodo concluso. Una parte della stampa, specie quella laica italiana, ha tentato di appoggiare una lettura falsa e progressista dei lavori sinodali; un’altra parte della stampa, specie all’estero, ne ha tratto conclusioni ben diverse e decisamente più schiette. Il 23 ottobre scorso, sul sito del Washington Post, è apparso un articolo dal titolo: “Il Sinodo è stato una farsa. I leader cattolici fedeli (alla dottrina) dovrebbero abbandonare l’aula sinodale. La Chiesa sta facendo una svolta pericolosa verso l’eresia nelle sue posizioni sul divorzio e l’omosessualità” (The synod has been a sham. Faithful Catholic leaders should walk out. The church is making a dangerous turn toward heresy in its positions on divorce and homosexuality). Un editoriale del 18 ottobre, nel sito del New York Times, è stato pubblicato con il titolo: “Il complotto per cambiare il cattolicesimo” (The Plot to Change Catholicism). Durissime le affermazioni dell’editorialista: “...in questo momento il primo cospiratore è il papa stesso. Lo scopo di Francesco è semplice: egli favorisce la proposta dei cardinali liberal... un cambiamento di dottrina” (And right now the chief plotter is the pope himself. Francis’s purpose is simple: He favors the proposal, put forward by the church’s liberal cardinals, that would allow divorced and remarried Catholics to receive communion without having their first marriage declared null). Stupisce che la stampa laica tragga simili conclusioni e si inoltri su affermazioni di tale portata, quasi a voler difendere non le tesi dei progressisti, come accade spesso, ma l’essenza della dottrina cattolica.

Il cardinale Raymond Leo Burke, patrono dei Cavalieri di Malta, ed ex Prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica, il 26 ottobre scorso ha inviato al National Catholic Register alcune considerazioni sulla relazione finale del Sinodo, di indubbio interesse (Final Report Lacks Clarity on Indissolubility of Marriage), di seguito tradotte:

«L’intero documento richiede uno studio attento, per capire esattamente quale suggerimento si stia offrendo al Santo Padre, in accordo con la natura del Sinodo, “nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica” (can. 342). La sezione intitolata “Discernimento e integrazione” (paragrafi 84-86), è comunque di immediata preoccupazione, a motivo della mancanza di chiarezza in una importante questione di fede: l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, che la fede e la ragione insegnano a tutti gli uomini.

Prima di tutto, il termine “integrazione”, è un termine mondano, teologicamente ambiguo. Non vedo come possa essere “la chiave dell’accompagnamento pastorale di coloro che vivono in unioni matrimoniali irregolari”. La chiave interpretativa della loro cura pastorale dev’essere la comunione fondata sulla verità del matrimonio in Cristo, che dev’essere onorato e messo in pratica, anche se uno dei due coniugi è stato abbandonato attraverso il peccato dell’altro. La grazia del Sacramento del Matrimonio rafforza il coniuge abbandonato per vivere fedelmente il vincolo matrimoniale, continuando a cercare la salvezza del coniuge che ha abbandonato l’unione matrimoniale. Ho conosciuto dalla mia infanzia e continuo ad incontrare fedeli cattolici il cui matrimonio è stato in qualche modo interrotto, ma che, credendo nella grazia del Sacramento, continuano a vivere nella fedeltà al loro matrimonio. Essi guardano alla Chiesa per un accompagnamento che li aiuti a restare fedeli alla verità della Chiesa nella loro vita.

In secondo luogo, la citazione dal n. 84 di Familiaris Consortio è fuorviante. All’epoca del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia del 1980, come nel corso della storia della Chiesa, ci sono sempre state pressioni per accettare il divorzio, a causa delle situazioni dolorose di coloro che vivono in situazioni irregolari, cioè di coloro la cui vita non è in accordo con la verità di Cristo sul matrimonio, verità che egli ha proclamato nei Vangeli (Mt 19, 3-12; Mc 10, 2-12). Mentre nel n. 84 il Papa San Giovanni Paolo II riconosce le differenti situazioni di coloro che vivono in unioni irregolari e spinge i pastori e l’intera comunità ad aiutarli come veri fratelli e sorelle in Cristo in virtú del Battesimo, cosí conclude: “la Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. Quindi spiega la ragione di questa prassi: “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”. Il Papa fa notare correttamente che una prassi differente indurrebbe i fedeli “in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio”.

In terzo luogo, la citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1735) sull’imputabilità dev’essere interpretato nel senso della libertà che “rende l’uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari” (CCC, n. 1734). L’esclusione dai sacramenti di coloro che vivono in situazioni irregolari non costituisce un giudizio circa la loro responsabilità per la rottura del vincolo matrimoniale, al quale sono legati. È piuttosto il riconoscimento oggettivo di questo legame. La Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 giugno 2000, che pure viene citata, è in totale accordo con l’insegnamento e la prassi costante della Chiesa a riguardo, citando il n. 84 di Familiaris Consortio. Questa Dichiarazione chiarifica la finalità del colloquio con un sacerdote in foro interno, che è, secondo le parole del Papa San Giovanni Paolo II, “una forma di vita non piú in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio” (Familiaris Consortio, n. 84). La disciplina della Chiesa provvede ad una continua assistenza pastorale per coloro che vivono in unioni irregolari e che “per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione” cosí che possano vivere in piena continenza, nella fedeltà alla verità di Cristo (Familiaris Consortio, n. 84)».

 

 

19 ottobre 2015

Oggetto: In merito alla proclamata profanazione dell’Eucaristia e a presunti complotti nei lavori sinodali

Avrebbe suscitato "molta commozione" - a detta dei mass-media - la profanazione dell’Eucaristia compiuta da un ragazzo che, ricevuta l’ostia consacrata, l’avrebbe spezzata a metà consegnandola in parte al padre divorziato e risposato. Ammesso che la notizia sia vera, stupisce alquanto che essa sia stata portata ad esempio da uno dei padri sinodali. Nessun giornale naturalmente riporta il dolore che avrà afflitto la maggioranza dei suddetti padri dinanzi ad un gesto che offende il Santissimo Corpo e Sangue del Signore. Il fatto che un bambino (non adeguatamente preparato e probabilmente condizionato da qualche adulto) lo abbia fatto non costituisce certo un episodio da portare quale esempio. Sicuramente ai piú è sfuggito il fatto che non solo i divorziati risposati, ma qualsiasi fedele che non si sia prima accostato al sacramento della Confessione, può ricevere l’Eucarestia. Tutti i fedeli sono nelle medesime condizioni e a tutti sono richieste le medesime disposizioni prima di ricevere la Comunione. Nessuno escluso.

Perciò lungi dal celebrare l’episodio, descritto come “molto commovente”, lo si dovrebbe considerare solo un doloroso equivoco. È inaccettabile che si sia menzionato in un Sinodo sulla famiglia un tale fatto tanto da riportarlo in una conferenza stampa, sí da “orientare emotivamente” l’opinione pubblica a favore delle tesi eterodosse di alcuni esponenti del clero. È un fatto che suscita sdegno e riporta alla memoria le parole di S. S. Benedetto XVI: «Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del Suo Corpo e del Suo Sangue, è certamente il piú grande dolore del Redentore». Di fronte a questo e ad altri gesti mediatici sorge il dubbio che il Sinodo che Papa Benedetto XVI aveva convocato per difendere la famiglia, sia diventato un luogo di esaltazione dei divorziati risposati. Il cardinal Timothy Dolan, arcivescovo di New York, ha affermato che nel Sinodo c’è accoglienza per tutti tranne che per le famiglie normali che cercano - spesso eroicamente - di vivere alla luce degli insegnamenti del Vangelo (cosí come sono assenti coloro che - dopo la separazione - vivono in castità in obbedienza al Signore, anch’essi con vero eroismo). Se in tutta questa vicenda appare una cospirazione è certamente quella contro la famiglia, non certo quella dei numerosi cardinali e vescovi che difendono e riaffermano la fede cattolica.

 

 

19 ottobre 2015

Oggetto: Circa l'intervento di monsignor Tomasz Peta, arcivescovo di Astana, in Kazakistan, al Sinodo sulla famiglia

Si è rivelato di particolare vigore l’intervento di S. E. monsignor Tomasz Peta, arcivescovo di Astana, circa le tensioni emerse nell’assemblea sinodale:

«Il Beato Paolo VI disse nel 1972: ‘Da qualche fessura, il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio’. Sono convinto che queste parole del santo pontefice, l’autore dell’Humanae vitae, furono profetiche. Durante il Sinodo dello scorso anno, ‘il fumo di Satana’ stava cercando di entrare nell’aula di Paolo VI». Il Presule ha elencato tre questioni che affliggono il Sinodo, compromettendone le dinamiche interne, e dalle quali egli ritiene di dover mettere in guardia l’intera assise:

«1) La proposta di ammettere alla sacra Comunione chi è divorziato e vive in una nuova unione civile;

2) L’affermazione che la convivenza è un’unione che può avere in se stessa alcuni valori;

3) La perorazione dell’omosessualità come qualcosa che è presumibilmente normale».

Occorre rammentare che proprio questi tre punti erano stati respinti dall’assemblea sinodale, nel 2014, ma sono stato reinseriti da Papa Bergoglio nell’Instrumentum laboris del Sinodo.

Monsignor Tomasz Peta ha evidenziato il fatto che si è ricominciato «a portare avanti idee che contraddicono la Tradizione bimillenaria della Chiesa, radicata nel Verbo eterno di Dio» e «purtroppo, si può ancora percepire l’odore di questo ‘fumo infernale’ in alcuni passi dell’Instrumentum laboris e anche negli interventi di alcuni padri al Sinodo di quest’anno». L’arcivescovo kazako ha concluso: «...il compito principale di un Sinodo consiste nella indicazione del matrimonio e della famiglia secondo il Vangelo e l’insegnamento del nostro Salvatore. A nessuno è consentito distruggerne il fondamento».

 

 

19 ottobre 2015

Oggetto: Sulle affermazioni pubbliche di mons. Krzysztof Charamsa, ex officiale della CDF

Destano profondo dispiacere le affermazioni pubbliche di mons. Krzysztof Charamsa, ex officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, in merito alla sua situazione personale, in aperto contrasto con la morale cristiana, il magistero e la disciplina ecclesiastica. Il comportamento in questione appare ancora più grave se si considera la totale mancanza di sensibilità umana e pastorale nei confronti di tutte quelle persone che soffrono e lottano, anche coraggiosamente, per condurre una vita cristiana esemplare nonostante le proprie problematiche umane e affettive. A tali persone va senza alcun dubbio tutto l'incoraggiamento e la stima possibile, non altrettanto può dirsi del gesto del sopra citato prelato che, pur conoscendo pienamente i propri doveri, ha mancato così gravemente - e pubblicamente - ai suoi obblighi di fedeltà, lealtà e sincerità nei confronti di tutta la comunità ecclesiale. Tale esternazione inoltre appare quanto mai sospetta, sia circa i modi, sia quanto alla tempistica, considerata la prossimità del Sinodo sulla famiglia. Tutto ciò impone una netta presa di posizione e una totale riprovazione delle affermazioni della persona in oggetto; affermazioni che non meritano di essere approvate o anche solo accolte a nessun titolo.

Per tali ragioni non appare accettabile neppure il commento apparso sul quotidiano della CEI, Avvenire, del 3 ottobre 2015, a firma di Don Mauro Cozzoli, Ordinario di Teologia Morale nella Pontificia Università Laretanense: «Ciò che stupisce nell’intervista non è la dichiarazione di omosessualità del soggetto, ma il carattere rivendicativo della stessa, elevata a bandiera della causa omosessuale. In fondo, non è un problema un prete omosessuale. Vi sono, conosco anzi, dei preti omosessuali che non hanno bisogno (come tanti omosessuali peraltro) di esibire la propria omosessualità, perché serenamente riconciliati con essa. Preti che vivono con libertà la propria verginità. Questo per dire appunto che il problema non è l’omosessualità». Infatti, stando alla Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica, del 4 novembre 2005, circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri: “[...] la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay” (§ 2).

Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la tendenza omosessuale in sé come “oggettivamente disordinata”: come può dunque l'omosessualità non essere un problema, tanto più in un ministro ordinato? Il portavoce della Santa Sede ha dichiarato che «Monsignor Charamsa non potrà continuare a svolgere i compiti precedenti presso la Congregazione per la dottrina della fede e le università pontificie, mentre gli altri aspetti della sua situazione sono di competenza del suo Ordinario diocesano... La scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia del sinodo appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l'assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica». Pare evidente che esistano gruppi di potere - anche all'interno della Chiesa - che tentano di minarne la credibilità riducendone la portata sul mondo e sulla storia; facendo apparire la fede come una forma di ipocrisia che oscura l'umanità e che, per esistere, ha bisogno di essere aggiornata, ossia ridotta, svuotata, come inutile orpello, e non più messaggera di Cristo e del suo Vangelo. Il fondo di questa storia, tuttavia, è ancora più doloroso. Il vero dramma del sig. Krzysztof Charamsa, infatti, non è quello di essere omosessuale, ma di portare l'attacco al cristianesimo laddove lo aveva portato intenzionalmente lo "scandalo pedofilia" e i suoi gestori politico-mediatici, ossia al sacerdozio cattolico.

 

 

22 giugno 2015

Oggetto: Visita di Papa Francesco al tempio valdese di Torino

La richiesta di perdono del 22 giugno 2015 di Papa Francesco ai Valdesi, nel loro tempio di Torino, non può non suscitare alcune doverose reazioni critiche. Il dialogo avviato con il Concilio Vaticano II ha innescato una serie di problematiche che talvolta hanno destato sconcerto fra i fedeli e ferito oggettivamente sia il Vicario di Cristo che la Chiesa. La stessa Congregazione per la dottrina della fede a tutela del ministero e della figura del Vescovo di Roma scrisse: «Le richieste di perdono fatte dal Vescovo di Roma in questo spirito di autenticità e di gratuità hanno suscitato reazioni diverse: la fiducia incondizionata che il Papa ha dimostrato di avere nella forza della Verità ha incontrato un’accoglienza generalmente favorevole, all’interno e all’esterno della comunità ecclesiale. Non pochi hanno sottolineato l’accresciuta credibilità dei pronunciamenti ecclesiali, conseguente a questo comportamento. Non sono però mancate alcune riserve, espressione soprattutto del disagio legato a particolari contesti storici e culturali, nei quali la semplice ammissione di colpe commesse dai figli della Chiesa può assumere il significato di un cedimento di fronte alle accuse di chi è pregiudizialmente ostile ad essa. Fra consenso e disagio, si avverte il bisogno di una riflessione, che chiarisca le ragioni, le condizioni e l’esatta configurazione delle richieste di perdono relative alle colpe del passato» (cfr. COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Memoria e riconciliazione: La Chiesa e le colpe del passato, 7 marzo 2000). Quanto ai frutti di tali dialoghi e richieste di perdono raramente è dato di vedere una sia pur vaga corrispondenza da parte degli interlocutori. Purtroppo non si è mai notata conversione alcuna, bensí rinnovata volontà di persistere negli errori a dispetto della ragione e della fede perenne e universale della Chiesa. Non a caso, infatti, il moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini, durante il suo discorso ha messo in campo alcune questioni aperte in materia di ecclesiologia e di comunione eucaristica auspicando che in occasione dei 500 anni della Riforma protestante esse siano definitivamente superate. Occorre rilevare tuttavia che allo stato attuale nessun cambiamento è possibile in merito alle valutazioni teologiche circa la comunità valdese che non può in alcun modo essere definita “chiesa”. Allora come oggi restano valide le constatazioni concrete e chiarissime che il santo sacerdote Giovanni Bosco fece in merito a tale congregazione: «...una religione che lascia libertà a ciascuno di credere quel che piú gli aggrada, e nel modo che gli pare di leggere nella Sacra Scrittura; una chiesa, che è una società senza presidente, un corpo senza capo, chiesa che non ha vescovi, non sacerdoti, non altare, non sacrificio; una chiesa che si associa con tutte le stravaganze delle varie sette protestanti, ciascuna delle quali professa piú articoli, che sono negati dalle altre; una chiesa di cui non mai si parlò ne’ dodici primi secoli del cristianesimo, e che non può mostrare un “solo” di sua credenza, che valga a contare li suoi predecessori, fino agli Apostoli; né può mostrare un “uomo solo” che abbia professato la medesima sua dottrina prima di Pietro Valdo; una Chiesa che s’intitola universale e non forma che 22 mila persone; e quindi il confrontarla colla Chiesa Cattolica, che fu in ogni tempo Una, Santa, Cattolica, Apostolica, che parte dal regnante Pio IX e ascende da un Papa all’altro fino a S. Pietro stabilito da Gesú Cristo a governarla ed essere Vicario di lui in terra: Chiesa che in ogni tempo praticò sempre i medesimi Sacramenti, il medesimo culto, ebbe sempre i suoi pastori, gli uni successori degli altri, ma sempre uniti al Romano Pontefice, i quali praticarono sempre la medesima fede, la medesima legge, il medesimo Vangelo, adorando un solo vero Dio; il fare questo confronto, dico, deve naturalmente persuadere ogni uomo ragionevole e non guidato dalle passioni, a dare un pronto abbandono a qualsiasi setta, per rientrare nell’arca di salute, nell’ovile di Gesú Cristo, la Chiesa Cattolica» (cfr. BOSCO G., Letture cattoliche. Conversione di una valdese, Torino, 1854, 103-104). Occorre ricordare che i valdesi attentarono piú volte alla vita di Don Bosco pur senza esito. Altri omicidi, purtroppo riusciti, furono quelli del beato Pietro da Ruffia O.P. (1320-1365), pugnalato dai valdesi il 2 febbraio 1365 e quello del beato Antonio Pavoni (1325-1374) che con il suo apostolato ottenne innumerevoli conversioni. La domenica del 9 aprile 1374, durante la celebrazione della Santa Messa a Bricherasio (TO), venne assalito e fu orribilmente massacrato. Sarebbe di particolare interesse sapere quando la comunità valdese chiederà perdono di questi e di altri simili fatti, ma soprattutto, quando - seguendo proprio il suo fondatore, Valdo - si convertirà e farà ritorno alla fede e all’unità cattolica?

 

 

05 febbraio 2015

Oggetto: In merito all'intervento del Cardinal Lorenzo Baldisseri alla conferenza internazionale, organizzata dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, dal 22 al 24 gennaio 2015, circa il prossimo Sinodo (ottobre 2015)

Alla conferenza internazionale, organizzata dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, dal 22 al 24 gennaio 2015 è intervenuto il Cardinal Lorenzo Baldisseri, organizzatore del prossimo Sinodo sulla Famiglia (ottobre 2015). La conferenza mirava a fornire l’opportunità a numerosi gruppi di laici di assistere il Pontificio Consiglio per la Famiglia nel fornire suggerimenti per il Sinodo.

In tale occasione il Cardinale avrebbe difeso il diritto del Card. Walter Kasper di asserire che... “i divorziati ricongiuntisi in unioni non riconosciute dalla Chiesa dovrebbero avere il permesso di ricevere la Santa Comunione”. Inoltre egli avrebbe comunicato ai partecipanti alla suddetta conferenza che... “non dovremmo essere “scioccati” dai teologi che contraddicono l’insegnamento della Chiesa” sostenendo che... “i dogmi possono evolvere” e che... “sarebbe inutile tenere un Sinodo semplicemente per ripetere quello che è sempre stato sostenuto”. Oltre alle affermazioni di cui sopra, già gravi, egli avrebbe suggerito che, “per il semplice fatto di esser stato posto 2.000 anni fa, non significa che un paradigma non possa esser messo in discussione”.

A tali inaccettabili asserzioni occorre replicare con il massimo rigore che l’insegnamento della Chiesa circa l’indissolubilità del matrimonio è fondato sulle parole di Gesú Cristo; parole che, al di là della distanza temporale, per i credenti, e perfino per moltissimi non cattolici, costituiscono l’immutabile volontà di Dio.

Tali posizioni, del tutto estranee al sensus fidelium, oltretutto distraggono dal denunciare mali gravissimi come l’aborto, l’eutanasia e gli attacchi ai diritti genitoriali, questioni chiave omesse dalla relazione finale sul Sinodo. Una Relatio in cui si notano anche troppe proposizioni assolutamente non condivisibili. In essa risaltano asserzioni come:

«Nell’approfondire la terza parte della Relatio Synodi, è importante lasciarsi guidare dalla svolta pastorale che il Sinodo Straordinario ha iniziato a delineare, radicandosi nel Vaticano II e nel magistero di Papa Francesco»,

oppure:

«È necessario far di tutto perché non si ricominci da zero, ma si assuma il cammino già fatto nel Sinodo Straordinario come punto di partenza».

Con tali proposizioni sembra che si intenda attribuire ad un semplice Sinodo, ancora neppur concluso, un valore di “punto di partenza” a dir poco spropositato. Le fonti di partenza magisteriali sono, come ampiamente noto, ben altre che quelle di un Sinodo. Il Magistero della Chiesa inoltre non si radica sic et simpliciter nel Vaticano II o nel magistero dell’ultimo Pontefice ma nell'intero depositum fidei. Tali premesse sono inammissibili e meritano di essere censurate con particolare severità.

Il punto su cui il Sinodo si è in parte arenato è il contrasto tra chi pretende di dissociare la dottrina dalla prassi cristiana e chi, come il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Gerhard Ludwig Müller (e la maggior parte degli altri Pastori), ribadisce che... «non c’è la verità senza la vita e non c’è vita senza verità» (cfr. GERHARD LUDWIG MÜLLER, Discorso alla Radio Vaticana, 2 dicembre 2014).

 

 

04 febbraio 2015

Oggetto: Sulla elezione del nuovo Presidente della Repubblica Italiana

Il 31 gennaio 2015 l’on. Sergio Mattarella diviene il XII Presidente della Repubblica italiana. La sua elezione - voluta da un Parlamento che egli stesso, insieme ai suoi colleghi della Corte Costituzionale, ha dichiarato essere stato eletto con una legge incostituzionale - segna l’epilogo di un “cattolicesimo” cosiddetto “democratico” o “di sinistra” di cui egli è un esponente di rilievo. Un “cattolicesimo” descritto da Antonio Gramsci con parole eloquenti: «Il cattolicesimo democratico fa’ ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida [...]. I popolari stanno ai socialisti come Kerensky a Lenin» (cfr. GRAMSCI A., I popolari, in “L’ordine nuovo. 1919-1920", Einaudi, Torino 1954, 286). Esso raccoglie l’eredità della parte peggiore della Democrazia cristiana, quella cosiddetta “cattocomunista”, gravemente colpevole non solo di aver portato una sinistra sempre piú radicale al potere, ma soprattutto di aver pesantemente contribuito al processo di scristianizzazione dell’Italia.

Con questa elezione si affina un processo di vanificazione della presenza dei cattolici nella vita pubblica del Paese, che paradossalmente va di pari passo con l’affermarsi, ai piú alti livelli, di personalità di matrice indifferente, quando non apertamente ostile, alle nostre radici culturali cristiane; un processo già ampiamente favorito dal predecessore, Giorgio Napolitano, caratterizzato oltretutto da una prassi etica e politica tutt'altro che equa ed imparziale. Il messaggio di insediamento con cui il nuovo Presidente ha dato inizio al proprio mandato è stato sintomatico, soprattutto nell’approccio alle questioni etiche. Da una parte l’auspicio di un maggior sostegno alla famiglia, definita «risorsa della società»; dall’altra, la declinazione del concetto di libertà... «come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva», che appare come un’apertura alle coppie di fatto e ad altre forme di famiglia diverse da quella naturale; locuzione immediatamente colta, infatti, dai promotori dei disegni di legge sulle unioni civili e sul divorzio breve, attualmente all’esame del Parlamento, come un autorevole incoraggiamento alle loro iniziative.

Il nuovo Capo dello Stato ha indicato quelli che saranno i due punti chiave del suo settennato: la difesa dell’unità nazionale e della Costituzione italiana; la coltivazione dell’ideale europeista, nella speranza che l’Unione si consolidi anche sul piano strettamente politico, e non solo monetario; un obiettivo di ben difficile realizzazione, specie per la debolezza sistemica della leadership italiana. Il timore è che anche in questo caso, come per i suoi numerosi predecessori cosiddetti “cattolici”, la prassi politica finisca con il prevalere sui principi non negoziabili della morale e dell’etica. Il futuro prossimo chiarirà inequivocabilmente questi e numerosi altri interrogativi.

 

 

02 febbraio 2015

Oggetto: Notizie infondate circa il ministero dei Cappellani Militari

In questi ultimi mesi, piú volte, sono apparse sulla stampa e in alcuni programmi televisivi scandalistici alcune notizie parziali e tendenziose in merito al ministero dei Cappellani Militari. Nei casi suddetti un secolo di storia (a dir poco) è stato liquidato in poche battute sulla base di considerazioni approssimative e superficiali. Battute spesso false e fuorvianti, volte ad ingannare l’opinione pubblica sulla reale posizione e sul ministero dei Cappellani Militari, dipinti quali detentori di privilegi da una demagogia populista che critica gradi e trattamento economico come indebiti, pur ignorando totalmente sia la carriera formativa, sia quella professionale del singolo individuo. Inqualificabili il silenzio e l'inerzia dei vertici politici.

Come sottolineato dal I Sinodo dell’Ordinariato Militare il servizio specifico del Cappellano Militare presenta le seguenti caratteristiche: «stato di sacerdote cattolico e complesso dei diritti-doveri inerenti al grado di cappellano militare; assimilazione di rango ai diversi gradi militari; incompatibilità di qualsiasi occupazione o attività che esuli dai compiti di cappellano militare in servizio permanente; presenza continua e condivisione della vita dei militari; esigenza di frequente mobilità» (I Sinodo della Chiesa Ordinariato Militare in Italia, n. 482).

Rinunciare alla condizione militare equivale a precludere in maniera significativa e determinante un’efficace azione pastorale all’interno delle FF. AA., questo sia in patria, sia a maggior ragione all’estero, nelle zone di guerra. Arreca particolare dolore poi sapere che dietro tali notizie, non di rado, si nascondono forze politiche, appoggiate anche da singole personalità ecclesiastiche, che hanno fatto dell’ostilità alle istituzioni cattoliche, a tutti i livelli, la loro missione.

La Chiesa militare ha offerto tanti splendidi esempi di eroismo e di santità che il mondo intero ammira: Papa Roncalli, Don Gnocchi, Padre Brevi, Monsignor Facibeni e tanti altri ancora. È piú che mai essenziale oggi camminare dietro il loro esempio, senza cedere in alcun punto, né quanto alla fedeltà al Vangelo e al Magistero della Chiesa, né quanto alla fedeltà alla condizione di militari e di servitori dello Stato, a dispetto di quelle forze che hanno spesso dimostrato di voler dissolvere il tessuto sociale e culturale del nostro Paese.

 

 

12 gennaio 2015

Oggetto: In merito all'attentato terroristico in Francia e alla satira anti-religiosa

Il controverso attentato posto in atto da alcuni terroristi islamici presso la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a Parigi, induce ad esprimere alcune doverose considerazioni. Il terrorismo, di qualunque matrice esso sia, va sempre fermamente condannato. L’azione terroristica, per sua natura, è una forma di violenza nei confronti di persone innocenti e pertanto radicalmente ripugnante. Le idee e le motivazioni di chi le compie non potranno mai costituire una giustificazione valida. L'attentato nella sua dinamica contraddice le più elementari regole di intelligence e, per alcuni elementi, è assimilabile ad altri eventi tragici e maldestri già visti in questi ultimi anni.

Qualunque sia la sua matrice la condanna non può che essere decisa e senza appello; condanna ancor più grave qualora si tratti di un attentato false flag, una tipologia di crimini pianificati da organizzazioni governative spregiudicate, già visti in numerose altre occasioni in questi ultimi anni.

Assodato quanto sopra non è possibile tuttavia aderire allo slogan che in questi giorni è stato adoperato nelle piazze e sui mass-media: Je suis Charlie. Difendere la libertà di espressione è doveroso ma è altrettanto doveroso prendere le distanze dall’ideologia di “Charlie”, ossia l’ideologia della denigrazione e dello svuotamento contenutistico della libertà di critica. Il pensiero critico è importante ma non può prescindere dalle regole della morale e dell’etica. Il giornale Charlie Hebdo, in passato, ha piú volte manifestato un’ideologia dissacratoria di ogni senso, con pesantissime aggressioni anche contro la fede cattolica. Aggressioni che sono oltraggio, sacrilegio, offesa dei sentimenti piú profondi di interi popoli ed evocazione del loro lato piú oscuro e finanche omicida, come questa triste vicenda mostra molto chiaramente.

La satira senza l’intelligenza scade nella volgarità, diviene fanatismo dissimulato: non c'è piú l’intento di ridere del mondo ma di rovesciarlo per dominarlo, distruggendo e delegittimando radicalmente gli avversari. La satira di Charlie Hebdo non era piú neppure umoristica, era uno strumento politico che non aggrediva solo l’idea ma chi ne era portatore, la sua intimità, i suoi pensieri piú profondi, i suoi convincimenti piú sacri, le sue passioni piú alte. Non a caso essa mirava di proposito alle immagini piú sante e venerabili per l’uomo e in un impeto iconoclasta le profanava nel modo piú volgare con sadica esaltazione. È al sacro che Charlie Hebdo mirava, in nome del “niente è sacro”, tutto per loro poteva e doveva essere profanato, andando a toccare le corde piú profonde dell’uomo. Purtroppo si può uccidere anche con le parole, anche con la carta stampata e non solo moralmente. La libertà non può prescindere dalla verità e dalla giustizia e i diritti non possono prescindere dai doveri. La libertà di espressione non può mai scadere nel “diritto all’offesa”, anche solo verbale. Non è possibile difendere una libertà anarchica e nichilista. La satira è un linguaggio da sempre presente, fin dall’antichità, e può essere compresa solo da chi sa che l’integralismo è figlio della paura dell’altro o di un narcisismo sterile e aggressivo: una satira corretta sdrammatizza e offre un sorriso liberatorio a tutti.

Oggi, in Francia e anche in Italia, la libertà di espressione e di parola viene paradossalmente negata a chi difende in pubblico la famiglia nata dall’unione tra uomo e donna ed esprime pacificamente la propria convinzione che non sia giusto il riconoscimento delle coppie omosessuali e la loro pretesa di filiazione tramite la fecondazione eterologa. La società francese che oggi, giustamente, difende la libertà di espressione, deve fare fino in fondo i conti con il suo concetto di libertà. Ma non è solo la Francia, oggi, è l’intera Europa a volere la desacralizzazione della famiglia, equiparandovi qualsiasi stravaganza, dando il diritto a definirsi come tale a qualsiasi agglomerato umano. Un’Europa che separa uomini da donne e genitori da figli e che diventa l’Europa delle solitudini, lasciando il singolo dinanzi al vuoto, senza piú legami, solo, davanti ad un'astrazione smisurata e grigia che toglie il respiro e disorienta: un anonimo governo transnazionale privo di valori e di identità.

Quell’immigrazione islamica che oggi ci pone dinanzi a numerosi e gravi interrogativi è stata voluta e appoggiata dai poteri forti europei come alleato e agente della secolarizzazione, che ha come prima tappa l’obnubilamento di ogni reminiscenza cristiana nel nostro continente e la sua riduzione a laboratorio multietnico e multireligioso fine a se stesso. Un’immigrazione tuttavia che non solo non potrà essere ingenuamente strumentalizzata ma che alla fine chiederà conto all’intera Europa della sua inconsistenza etica, sociale e politica. Se la nostra società vuole contrastare tutto ciò non può fondarsi semplicemente su un concetto astratto e ideologico di libertà di espressione. Un concetto vuoto e puramente critico non è in grado di sostenere una vita pensata e vissuta insieme. L’Europa deve riprendere seriamente la sua identità annebbiata da un secolarismo e da un relativismo che la corrodono e la indeboliscono dal di dentro. L’Europa, che fu patria dei diritti umani, non può non farsi carico dell’educare ad una integrazione che liberi da rigidità integraliste ed esiga rispetto per il patrimonio dei suoi popoli: è la persona umana ultimamente, con i suoi doveri e i suoi diritti che deve essere al centro dell’attenzione culturale, sociale, politica e religiosa. Esso è un patrimonio che postula una risposta ferma anche a coloro che in nome di una morbosa e falsa laicità attentano costantemente alle fondamenta dell’anima dell’Europa che sono i valori contenuti nell’antropologia cristiana.

Questa Europa appare sempre piú incapace di dare risposte culturali, economiche e politiche al fanatismo islamico. La satira, a parte i proclami di pochi intellettuali isolati, costituisce la sua pressoché unica e debole replica. È una facile profezia: se il fanatismo radical laicista sarà l’unica risposta al fanatismo islamico ci attendono giorni ben peggiori. La sfida del mondo islamico infatti richiede ragione e sapienza e potrà essere vinta solo da un rigore etico e morale nettamente superiore.

 

 

 

 

 

• ANNO 2014
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28 novembre 2014

Oggetto: Affermazioni pubbliche di un esponente del clero diocesano di Milano

In alcune puntate di una nota trasmissione televisiva a carattere religioso (A Sua Immagine, di Rai1) sono stati invitati a partecipare alcuni personaggi, alcuni dei quali sacerdoti, come don Luigi Ciotti, don Gino Rigoldi, don Maurizio Patriciello, don Vinicio Albanesi. A presentare la nuova stagione del suddetto programma (novembre 2014), è stato invitato anche il segretario generale della CEI S. E. Mons. Nunzio Galantino, che ha affermato che la nuova stagione è il frutto di un «...gioco di squadra tra la Rai e la CEI... [che avrebbero] gli stessi obiettivi... [e per raggiungerli mettono in campo] ...una bella squadra, che si presenta da sola e che traduce in immagini e fatti quello che ci chiede papa Francesco, di essere una Chiesa in uscita. E qui abbiamo dei “preti di strada”, che hanno fatto cioè della strada la loro università, e alla quale hanno dato molto... è un modo - afferma il Prelato - con cui la Chiesa vuole dirvi grazie: per aver resistito alle nostre resistenze e per aver accettato questa sfida che ci mette tutti in gioco». Provoca profondo dolore e sconcerto tuttavia che in una trasmissione si siano udite affermazioni gravemente contrarie alla fede e alla morale cattolica, riportate e criticate anche da alcune testate giornalistiche insieme a numerosi siti Internet.

Si tratta di affermazioni come quelle che seguono, attribuibili in particolare a don G. Rigoldi:

«Se un giovane mi dice che domenica non è andato a messa, o che ha fatto sesso fuori dalle regole o che ha visto qualche (film strano) in TV... questi sono cattivi comportamenti ma non sono peccati, non tradiscono il Vangelo... Dio non si - omissis - per queste piccolezze. E a volte anche noi preti, facciamo queste cose qui... Il sacramento della confessione va cambiato»;

asserzioni gravi confermate anche dai video diffusi on line dai quali si evince purtroppo che le frasi suddette non sono esagerazioni giornalistiche ma dichiarazioni da addebitare ad un sacerdote cattolico che si è presentato al pubblico in veste ufficiale.

Quanto sopra richiede una doverosa riprovazione oltre che un netto distacco circa la forma e soprattutto circa i contenuti. L’auspicio è che le competenti Autorità Ecclesiastiche intervengano con il necessario rigore al fine di chiarire ed evitare per il futuro tali equivoci. Se infatti la vigilanza sulla propria porzione di gregge spetta ad ogni Pastore della Chiesa, la vigilanza sulle diocesi e sulla Chiesa universale è competenza dei rispettivi Vescovi e della Santa Sede, da cui si attendono con tempestività interventi autorevoli e decisivi in tal senso.

 

 

21 novembre 2014

Oggetto: Circa le offerte nelle parrocchie italiane

In merito alle notizie approssimative apparse sulla stampa il 21 novembre 2014, circa i “sacramenti a pagamento”, è doveroso precisare che nella Cappellania Militare qualunque ministero viene svolto sempre e solo a titolo gratuito. Il rilascio dei certificati ecclesiastici ai legittimi richiedenti è altresí del tutto gratuito, anche per l’invio a domicilio. È importante tuttavia ricordare che per molte parrocchie civili le offerte sono spesso una fonte vitale di sostentamento, come pure per i monasteri e i conventi degli istituti di vita consacrata, che svolgono una preziosa opera di fede, di cultura e di carità. Ogni facile generalizzazione in merito, da chiunque provenga, è discutibile e priva di fondamento. Sostenere le necessità della Chiesa è un gesto importante ed è uno dei principali doveri cristiani, oltre a quelli del culto, dell’apostolato e delle opere di misericordia materiale e spirituale.

 

 

10 ottobre 2014

Oggetto: Nomina del nuovo Ordinario Militare per l'Italia

Il 10 ottobre 2013, S. S. Papa Francesco, ha nominato Arcivescovo Ordinario Militare per l'Italia. S. E. Monsignor Santo Marcianò, già Arcivescovo di Rossano-Cariati. Mentre ringraziamo il Santo Padre per il dono di un nuovo Pastore alla Chiesa Militare italiana, auguriamo al nuovo Vescovo il coraggio e la forza necessaria per dare nuovo impulso a questa grande comunità che opera instancabilmente per la sicurezza e la serenità di tutto il Paese.

 

 

02 luglio 2014

Oggetto: ONG "Save the Children"

In data odierna è stato cancellato ogni link e sospeso ogni supporto all'ONG "Save the Children". La decisione è stata presa dopo che aborto, pianificazione familiare ed eutanasia infantile sono entrati a far parte del suo programma d'azione in collaborazione con l'organizzazione "Planned Parenthood". La questione è stata sollevata da molti enti, tra cui l'associazione pro-life americana "Life Decision International" e la britannica "Catholic Action UK" che oltre a denunciare l'operato di "Save the Children" chiedono a tutte le persone che credono nel valore della vita di astenersi da qualsiasi forma di supporto a questa ONG. Il suo sito Web italiano non è scevro da concetti antinatalisti, frutto della più retriva cultura neomalthusiana. "Save the Children" sostiene inoltre l'eutanasia infantile: in Scozia, nell'ambito del dibattito preparatorio alla discussione di un relativo disegno di legge, tramite il comitato "Together", essa chiede al Parlamento scozzese di introdurre l'eutanasia anche per i minori, inclusi i bambini, sull'improponibile modello belga.

 

 

21 maggio 2014

Oggetto: Intervista a S. E. Mons. N. Galantino

È con vivo dispiacere che si apprende dell'intervista rilasciata dal Segretario della CEI, S. E. Mons. Nunzio Galantino, pubblicata su la Nazione del 12 maggio 2014 e su altri quotidiani, di cui si riporta un brano: «Pensiamo alla sacralità della vita. In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro» (corsivi propri). L'intervista ha suscitato stupore e reazioni negative in tutto il mondo, con repliche puntuali e del tutto comprensibili anche da parte del laicato cattolico. Pur essendo, la suddetta intervista, un'opinione puramente personale, è doveroso sottolineare il fatto che la preghiera non è mai inutile o fuori luogo, soprattutto dinanzi all'enormità di delitti come quelli dell'aborto e dell'eutanasia. Non si può poi non rilevare il fatto che ogni ministro sacro, in qualsiasi dignità sia costituito, è tenuto ad esprimere non il proprio parere personale, del tutto secondario, quanto il pensiero di Cristo e il Magistero della Chiesa, tanto più su questioni di così grande rilievo dove più che mai si è chiamati a confermare i fratelli nella fede.

 

 

 

 

 

• ANNO 2013
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23 novembre 2013

Oggetto: Onorificenza PUL al Pres. Giorgio Napolitano

Alcuni giornalisti hanno commentato l'onorificenza concessa dalla Pontificia Università Lateranense al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, recatosi colà in visita il 21 novembre 2013. Di seguito alcuni stralci comparsi su Internet e riportati in diversi siti:

"Giovedì 21 novembre... Napolitano si è recato in visita alla Lateranense, "l’Università del Papa", accolto dal vicario di Roma cardinale Agostino Vallini e dal rettore dell’Ateneo monsignor Enrico dal Covolo. Grande cordialità... poi ecco il conferimento della Medaglia d’onore dell’Università... poi ecco la motivazione: "Per il generoso impegno nella promozione dei diritti della persona; per la passione educativa nei confronti delle nuove generazioni, speranza e garanzia di una società rispettosa dei principi democratici incardinati nella Costituzione della Repubblica Italiana; per la coerente testimonianza di vita, che invita gli studenti all'impegno quotidiano e alle competenze indispensabili per valorizzare, nel dialogo sincero, le differenze di cultura, di nazionalità, di razza, di religione"... escludendo la possibilità di un caso di omonimia, proprio non capiamo.

“Generoso impegno nella promozione dei diritti della persona”, dice la Lateranense: ma non stiamo parlando di quel Napolitano che, come dirigente del Partito Comunista, ha per decenni apertamente sostenuto la repressione di tanti popoli sotto il regime sovietico? Che ha teorizzato la necessità dell’intervento dei carri armati sovietici in Ungheria nel 1956, senza aver mai fatto cenno a una qualsiasi forma di pentimento? E ancora: non è lo stesso Napolitano che dal caso Welby (2006) in poi non ha perso occasione per fare pressioni a favore di una legge pro-eutanasia? Il cui intervento - fuori dai binari concessigli dalla Costituzione - è stato decisivo per uccidere Eluana Englaro? ... Non ci risulta che Napolitano si sia mai pentito di quella decisione, né ci risulta che la Chiesa abbia cambiato il suo insegnamento sul valore sacro della vita, sul primato della persona e sulla libertà.

Andiamo avanti: «Passione educativa nei confronti delle nuove generazioni». Non c’è dubbio che abbia passione educativa, ma bisogna vedere i contenuti di questa educazione. Se guardiamo all’esempio personale c’è da imparare il trasformismo e l’opportunismo, se guardiamo a ciò che afferma è un maestro di relativismo. Aperto a tutto ciò che va nella “giusta” direzione, verso cui guida il Parlamento. Non a caso ha sostenuto apertamente il varo di una legge contro l’omofobia, né è un caso che l’elezione per il secondo mandato sia stata salutata con grande soddisfazione anche dalle associazioni LGBT, che lo ricordano come "il primo presidente della Repubblica ad aver aperto le porte del Quirinale alle associazioni gay, lesbiche e trans il 17 maggio 2010".

"Speranza e garanzia di una società rispettosa dei principi democratici». Ma come? Sarà pure la nostra classe politica ridotta male, ma come si fa a indicare come garante della democrazia uno che ha costruito la sua carriera politica a servizio del più grande impero totalitario, e contro gli interessi dell’Italia? Fino al crollo del Muro di Berlino ha giustificato il soffocamento di tutti i popoli che anelavano alla democrazia, e ora - senza neanche un cenno di autocritica (tra i comunisti non si usa la parola pentimento) - dobbiamo acclamarlo come speranza e garanzia della democrazia?

"Coerente testimonianza di vita": su questo in effetti si può anche concordare. Napolitano è sempre stato un coerente uomo di potere, sempre in sella: stalinista con Stalin, brezneviano con Breznev, riformista con Gorbaciov, poi si è messo in proprio. La caduta del Muro di Berlino gli ha aperto le porte: presidente della Camera nel 1992, ministro dell’Interno con Prodi, senatore a vita con Ciampi e infine presidente della Repubblica dal 2006, carica che ha interpretato da coerente comunista interventista. Un bell’insegnamento sicuro per le nuove generazioni. Ma il vero punto è: perché una Università pontificia, addirittura l’Università del Papa, sente l’irrefrenabile bisogno di dare la massima onorificenza a siffatto personaggio"?

Preso atto di queste e di altre documentate e puntuali critiche, che non è possibile disattendere in alcun modo, si auspica che l'evento resti un caso del tutto isolato, soprattutto considerando il disorientamento che tali atti possono indurre nella pubblica opinione, specie tra i fedeli.

 

 

14 ottobre 2013

Oggetto: Esequie del Sig. Erich Priebke

Ha suscitato forti polemiche la richiesta di celebrare le esequie cattoliche per l’ex ufficiale delle SS Erich Priebke. Se è doveroso evitare ogni strumentalizzazione politica, insieme ad eventuali disordini e scandali, non lo è meno il dare dignitosa sepoltura a qualsiasi persona e ancor piú l’assicurare le consuete preghiere di suffragio a chiunque ne faccia legittima richiesta. Seppellire i morti rientra fra le principali opere di misericordia del cristiano, dovere che in passato è stato assicurato con encomiabile zelo anche in circostanze ben piú gravi di quelle presenti. È doloroso constatare che se il caso poteva rendere opportuna la celebrazione delle esequie in forma strettamente privata non altrettanto opportuna è stata la sua gestione mediatica, tutt’altro che animata da spirito umano e cristiano. Sono e restano esecrabili e incivili i gesti oltraggiosi fatti pubblicamente contro una salma, né possono essere giustificati da ragioni di alcun genere. Resta sempre immutato poi il dovere di sottrarre la celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali da ingerenze e valutazioni di ordine politico e ideologico.

 

 

23 maggio 2013

Oggetto: Esequie Don Andrea Gallo

In data odierna si sono tenuti i funerali di don Andrea Gallo, presbitero della diocesi di Genova. Figura controversa, sempre acclamato dalla stampa laica e anticattolica, è stato autore di diverse iniziative, non di rado platealmente opposte a quelle del Magistero della Chiesa e non consone al suo stato. Puntuali e decise le critiche avanzate da laici e giornalisti più attenti ai fatti concreti che alle posizioni ideologiche. Di seguito alcuni stralci:

...alla morte di don Gallo abbiamo letto comunicati - e ascoltato l’omelia al funerale - in cui si celebra il prete “di strada” come un esempio più che positivo di sacerdozio vissuto, come se aprire la casa a poveri, trans e prostitute bastasse in sé per essere santi. In altre parole, a sentire il cardinale Bagnasco e il cardinale Tarcisio Bertone, predecessore di Bagnasco a Genova e attuale segretario di Stato vaticano [2013], si fa fatica a cogliere una differenza tra Madre Teresa di Calcutta e don Gallo, o anche tra quest’ultimo e don Oreste Benzi. Eppure una differenza c’è: anche don Benzi accoglieva le prostitute e apriva la casa agli ultimi, anche madre Teresa raccoglieva per strada gli scarti della società (e non c’è neanche paragone tra Calcutta e Genova), ma il desiderio, la missione era quella di elevare tutti a Dio, non di abbassare Dio alla misura dell’uomo. Per questo madre Teresa e don Benzi, tanto per fare un esempio, non avrebbero mai accompagnato una povera ragazza ad abortire: erano convinti che l’aborto fosse il peggior crimine che si potesse commettere. Un peccatore, consapevole di esserlo, ha bisogno di un Dio misericordioso non di un Dio complice: abbiamo bisogno di un Dio che è più grande di ogni peccato che possiamo commettere, e ci dice “Và, sei perdonato, non peccare più, un’altra vita è possibile”.

Fatto salvo il dovere del suffragio, dovuto a tutti, e tralasciati, per brevità, molti altri fatti e considerazioni; appare doveroso prendere le opportune distanze, soprattutto dall'immagine mediatica creata ad arte intorno alla vicenda di Don Gallo. Il netto e inequivocabile distacco, in questo caso, è un atto doveroso anche nei confronti di tutte quelle persone, la maggioranza, che esigono chiarezza e trasparenza, soprattutto in materie così gravi come quelle della fede e della morale. Fede e morale che non sono mai in contraddizione con l'autentica carità, bensì ne costituiscono sempre l'indispensabile premessa.