Gli ecclesiastici che hanno fatto la scienza e l’Italia

Estratto della relazione tenuta il 31 ottobre 2011 al Festival della Scienza - Genova

 

 

 

 

 

Al tempo in cui si stava unificando l’Italia, il clero della penisola era dotto, zelante tanto dell’amore di Dio quanto di quello delle anime e dell’onore della patria. La preparazione dei parroci, dei canonici dei vari capitoli cattedrali, delle collegiate, dei rettori dei seminari o dei presidi di istituti scolastici nulla aveva da invidiare alla cultura laica delle università, presso le quali, del resto, gran parte del clero si formava e si laureava, dopo il curriculum studiorum filosofico-teologico.

Notevolmente coltivata nel clero di allora, in un clima di positivismo storico, era proprio la storia ecclesiastica e civile, la passione per l’edizione erudita delle fonti, la propensione per gli studi paleografici, diplomatici, archivistici e bibliotecari: insomma gli studi umanistici.

Non a caso Cesare Cantú, discepolo dei barnabiti nella Milano del 1810, poi eletto deputato, nella sua Storia universale (pubblicata fra il 1838 e il 1846) auspicava che ogni parroco, anche di montagna, seguitasse l’esempio dei piú dotti dei suoi colleghi che dedicavano preziose monografie alla storia dei borghi e dei paesi italiani, giudicandola un’opera patria benemerita e insostituibile.

Ma oltre la storia erano coltivate la cosmologia, le scienze naturali, la fisica, la matematica, la geologia, la meteorologia e persino la sismologia. Questi studi erano del resto eredità lasciata da grandi ecclesiastici del Settecento e Ottocento come Lazzaro Spallanzani (1729-1799) o il monaco Gregor Mendel (1822-1884). Un’eredità che, dalla seconda metà dell’Ottocento fino a tutto il Novecento, parlava di scienza negli ambienti religiosi, fossero conventi, scuole o seminari.

Non era raro, visitando queste realtà, imbattersi in raccolte di minerali, erbe, animali imbalsamati, apparecchi scientifici, piccoli osservatori dotati di cannocchiale, stazioni astronomiche sistemate in modeste torrette sui tetti dei seminari e di diverse case religiose. Si pensi al caso del rettore del seminario di Treviso che nel 1911 chiedeva a Pio X «qualche migliaio di lire» per poter comprare gli strumenti del defunto Giuseppe Bellatti, proprietario e direttore di un osservatorio astronomico; il Papa mandò duemila lire «dolente di non poter fare di piú».

Accanto a tali realtà non di rado si trovavano ricche emeroteche che accoglievano riviste scientifiche in preziose quanto oggi rare edizioni complete, sfogliate e sovente annotate da sacerdoti e religiosi che insegnavano matematica, scienze naturali o fisica. Tali reparti scientifici in ambienti religiosi non devono stupire: lo spirito con cui ecclesiastici, monaci, frati, religiosi si accostavano alla ricerca scientifica era il medesimo praticato da Galileo, il quale (come noto) amava dire di scrutare i cieli e l’universo per vedervi l’impronta del creatore, e di leggere con pari gusto spirituale il libro della natura e quello della Sacra Scrittura.

Inizieremo dal sacerdote senese Giovanni Caselli (1815-1891), alunno di Leopoldo Nobili a Firenze per la fisica e l’elettrotecnica, direttore delle scuole pubbliche di Siena, il quale a buona ragione può dirsi il padre ante litteram del moderno fax. Studioso di fisica e in particolare di elettricità, fondatore del giornale di scienze «Ricreazione», nel 1854 radunava nel suo laboratorio di Firenze amici scienziati e mostrava loro la sua scoperta: un telegrafo che, a differenza di quello di Morse, riusciva a trasmettere non punti e linee, ma uno scritto, un disegno, una frase all’altro apparecchio, anche se questo fosse stato a chilometri di distanza.

Egli chiamò questa sua invenzione «Pantelegrafo». Lo strumento veniva costruito nelle officine parigine di Léon Foucault e nel 1865 poteva esser messo in funzione. Uno dei primi a servirsene fu Gioacchino Rossini che, trovandosi a Parigi, poté tele-trasmettere ad Amiens un suo spartito musicale. Caselli fu anche l’inventore del timone idromagnetico e questi suoi ritrovati gli valsero l’alta onorificenza dei Santi Maurizio e Lazzaro a lui accordata da Vittorio Emanuele II. A Caselli, sorprendentemente, non è dedicata alcuna voce nel Dizionario biografico degli italiani, ed è assente pure nel Dizionario degli scienziati e dei tecnici (Zanichelli).

Nel campo delle telecomunicazioni si impone il nome del bresciano monsignor Luigi Cerebotani (1847-1928), vissuto quasi sempre in Germania dove compí studi di elettricità e di fisica; le sue invenzioni riguardano il campo della geodesia, della telegrafia e telefonia. Celebri fra le sue invenzioni il «teletipografo» - uno strumento che precorse le telescriventi: in pratica era l’unione di un telegrafo con la macchina da scrivere - e il «teletopometro» - che serviva a misurare le distanze fra due punti, molto usato poi per la redazione delle mappe topografiche.

Passando al campo delle scienze naturali ricordiamo il sacerdote milanese Giuseppe Mercalli (1850-1914), alunno dell’abate Antonio Stoppani, che fu sismologo e vulcanologo, docente universitario a Catania e Napoli, direttore dell’Osservatorio Vesuviano. Fu insignito del cavalierato della Corona d’Italia. Pubblicò opere di vulcanologia e per beffa della sorte morí tragicamente in un incendio che distrusse il suo studio.

Meteorologo fu il benedettino cassinese Bernardo Paoloni (1881-1944), pioniere delle trasmissioni radioatmosferiche, padre dell’Osservatorio meteorologico di Montecassino (1913), stimato da Marconi e Pio XI; istituí il servizio radio atmosferico italiano (1928) e nel 1930 il primo Servizio meteorico sanitario che raccoglieva dati sulla mortalità e le infezioni in rapporto ai mesi, studiando la connessione fra fenomeni atmosferici e malattie. Fu membro del Consiglio nazionale delle ricerche.

Restando alla meteorologia brilla il barnabita napoletano Francesco Denza (1834-1894), alunno del gesuita Angelo Secchi, laureato in ingegneria a Napoli e in fisica a Torino, per lungo tempo insegnante di matematica e fisica al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri. Da lí intesse una fitta rete di rapporti con i migliori scienziati d’Europa, tanto che ancora oggi si conservano centinaia di lettere sue e dei suoi corrispondenti. Dal primo Congresso di meteorologia a Vienna del 1873 fino alla morte egli sostenne questa scienza con pubblicazioni fondamentali e con il «Bollettino Meteorologico»; intessé una rete di ben sedici osservatori meteorologici nel 1871 nel solo Piemonte e Val d’Aosta, collaborò con il Club Alpino Italiano; fu il primo che misurò con esattezza l’altezza del Monviso (che aveva scalato nel 1870); estese la sua rete di osservatori a tutta Italia, dalla Val d’Aosta alla Sicilia; fu il primo direttore generale della Società Meteorologica Italiana (Napoli 1822), dal 1890 al 1894 (anno della sua morte) diresse la Specola Vaticana, chiamatovi da Leone XIII.

Il gesuita Angelo Secchi (1818-1878), direttore dell’Osservatorio Vaticano (prima del Denza), fu promotore del progresso dell’Osservatorio del Collegio Romano, autore di numerosissime pubblicazioni, membro dell’Accademia dei Lincei, osservatore della luce del Sole, disegnatore delle prime mappe di Marte, studioso delle protuberanze solari, padre di una ancor valida classificazione delle stelle. Portano il suo nome un asteroide, un cratere della Luna e uno di Marte, una montagna e un crepaccio della Luna.

Amico di padre Denza e di padre Secchi, parimenti studioso come loro di astronomia, era il cardinale Pietro Maffi (1858-1931), arcivescovo di Pisa dal 1903, creato cardinale nel 1907; insegnante di fisica, matematica e scienze naturali da giovane, nel 1904 fu chiamato alla presidenza della Specola Vaticana, tenendo l’ufficio fino al 1931. Fu studioso delle stelle cadenti, inventore del globo meteoroscopico, una riproduzione del cielo stellato illuminata all’interno da una lampada colorata.

Astronomo fu anche il prete lazzarista Giovanni Boccardi (1859-1936), che nel 1906 fondò la Società Astronomica Italiana. Il nome del gesuita Giuseppe Gianfranceschi (1875-1934) è legato soprattutto alla fondazione della Radio Vaticana, collaboratore di Guglielmo Marconi (del quale favorí la conversione al cattolicesimo), ma i suoi studi di fisica rimontano agli anni 1912-1919; fu presidente dell’Accademia delle Scienze «Nuovi Lincei», docente per lunghi anni alla Gregoriana di chimica-fisica e fisica-matematica; partecipò con Umberto Nobile alla seconda spedizione al Polo nel 1928; si applicò all’analisi della relatività fisica dei quanti e fu uno dei primi in Italia a comprendere la rilevanza della teoria di Einstein, tanto che nel 1909 traduceva in italiano il lavoro di Hermann Minkowski sullo spazio-tempo dal titolo Nuovo Cimento.

Passando alla geologia, è l’abate Antonio Stoppani da Lecco (1824-1891) a essere considerato da tutti il padre della geologia e della paleontologia italiana. Ordinato sacerdote a Milano nel 1848, fu insegnante straordinario di geologia all’università di Pavia dal 1861, quindi docente al nascente Politecnico di Milano dal 1867; fu uno dei fondatori del Museo Civico di Scienze di Milano, primo presidente del Club Alpino Italiano, istitutore del Museo civico di Lecco; il campo preferito dei suoi studi fu la formazione sedimentaria del Triassico e del Giurassico inferiore dell’Italia settentrionale e celebri restano i suoi studi pubblicati a fascicoli in quattro serie; l’opera sua piú famosa è forse Il Bel Paese (1876), che - ironia della sorte - ispirò la Galbani per il suo celebre formaggio, sulla cui fascetta per tanti anni figurava proprio la serena e veneranda immagine dell’abate.

Sismologo, insegnante di fisica e direttore dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze dal 1872, fu Filippo Cecchi (1822-1887), dell’Ordine degli Scolopi, costruttore del termometro e barometro della Loggia dell’Orcagna (ora nel Museo di storia della scienza), costruttore di un motore elettromagnetico, di due nefoscopi (strumenti che individuano la direzione dei venti); fu lui che rinnovò nel 1866 i parafulmini della cupola del duomo di Firenze e ripeté l’esperienza del pendolo di Foucault.

Paleontologo ancora vivente e stimato è il sacerdote bolognese Fiorenzo Facchini (1929), laureato in scienze naturali, docente di antropologia e poi di paleontologia umana all’università di Bologna, socio di numerose società scientifiche nazionali e internazionali; si è occupato dell’adattamento umano in alta quota e di antichi reperti preistorici.

Per la divulgazione didattica e scientifica, fra Otto e Novecento brilla il nome di don Raffaello Caverni da San Quirico di Montelupo fiorentino (1837-1900), che da giovane sacerdote vinse un concorso con premio di cinquemila lire per aver presentato un’opera che Antonio Favaro, il celeberrimo biografo e studioso di Galileo che presiedeva la commissione giudicatrice, definí opera poderosa. Dal 1890 al 1900 pubblicò i cinque volumi di enormi proporzioni Storia del metodo sperimentale in Italia, definite ancora dal Favaro come «il piú gran corpo di storia scientifica che vanti la letteratura italiana». Fu studioso della teoria evoluzionistica e pur non condividendo i presupposti di Darwin, mostrò come la concezione biblica della creazione doveva servire da sottofondo, indispensabile quantomeno filosoficamente, per l’evoluzione delle specie.

Appassionato cultore di scienze naturali e di antropologia fu lo scolopio Tommaso Catani (1858-1925), laureato in scienze naturali a Firenze, docente di materie scientifiche nei collegi del suo Ordine, scrittore di zoologia, fu profondo indagatore delle teorie darwiniane; fatto questo che gli causò accuse dai suoi superiori e persino l’etichetta, allora assai pericolosa, di modernista.

Singolare uomo di cultura e di scienza fu il sacerdote alessandrino Francesco Fa à di Bruno (1825-1888), militare, cartografo, musicista, architetto, inventore, dedito agli studi di matematica. Fu beatificato da Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988.

Si sarà osservato che alcuni ambiti della ricerca scientifica, come la medicina e le ricerche farmacologiche e oggi di biologia cellulare non sono mai state prerogativa di ecclesiastici; e questo perché la vita del clero, obbligato a residenza e a impegni pastorali, non consentiva e non consente un impegno stabile presso ospedali, cliniche e laboratori.

Vero è, invece, che - al contrario di quel che accadeva spesso per gli scienziati laici - i ricercatori e studiosi ecclesiastici univano alla produzione scientifica quella letteraria, teologica, filosofica e umanistica. A ciò erano condotti dalla loro formazione nei seminari e nelle università, oltre che dalla loro missione di pastori d’anime. Chi ha avuto colloqui o amicizia con scienziati o studiosi ecclesiastici e ne ha poi lasciato traccia, risulta che traesse sempre l’impressione di un sapere non meramente specialistico, ma universale, irrobustito da una visione del creato, dell’uomo e del suo destino che andava oltre l’orizzonte scientifico.

Non a caso fra gli ecclesiastici dediti al sapere e alla conoscenza, vi sono anche grandi figure di esploratori - come Guglielmo Massaja, poi cardinale, l’apostolo dei Galla; don Federico Lunardi, etnologo e archeologo livornese di primo Novecento studioso dei Maya dell’Honduras - e di esimi archeologi, dal Polo nord fino all’Africa, all’Asia e all’Oceania; amanti, anche qui, non solo delle scoperte geografiche o etnologiche delle civiltà del passato, ma di quella che è stata definita la géographie humaine.

 

Cfr. PAGANO S., Gli ecclesiastici che hanno fatto la scienza e l’Italia, in L’Osservatore Romano, 31-10-2011, s. p.

 

 

 

 

 

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